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Sono iniziati in Romania i lavori per la costruzione di quella che, ci dicono, sarà la più grande base Nato in Europa. Ne danno notizia tutti i principali quotidiani, tra i quali anche "il Corriere della Sera". Continua dunque l'opera di potenziamento della NATO sul fronte orientale, in chiara funzione antirussa. Tre considerazioni si impongono come necessarie. In primo luogo, la Romania fino al 1989 faceva parte del mondo comunista: con la rivoluzione colorata del 1989, entrò di fatto nell'ordine liberal-atlantista, figurando oggi a tutti gli effetti come un baluardo dell'americanismo liberista. In secondo luogo, la Nato continua a espandersi. E la Nato, per chi ancora non lo sapesse, non è altro se non il braccio armato dell'imperialismo statunitense e della sua incontenibile libido dominandi. Era nata nel secondo dopoguerra in funzione difensiva contro la Russia Sovietica, almeno ufficialmente. In realtà, da subito fu uno strumento dell'imperialismo statunitense. Tant'è che, venuta meno l'Unione Sovietica, la Nato è sopravvissuta e anzi si sta potenziando sempre più. Basti ricordare quel che disse a suo tempo Pertini, contrario all'adesione dell'Italia alla Nato: la Nato è uno strumento di guerra. Nulla di più vero. In terzo luogo, con la nuova base in Romania appare evidente quel che da tempo andiamo sostenendo ad nauseam: dagli anni '90, l'imperialismo statunitense si allarga negli spazi che un tempo furono dell’Unione Sovietica e del mondo comunista, con un obiettivo chiaro come il sole: fare scacco matto alla Russia, costringendola a capitolare e a ridefinirsi come colonia di Washington. L'inimicizia tra l'America e Putin origina proprio da questo e, segnatamente, dall'indisponibilità di Putin a piegarsi all'imperialismo a stelle e strisce.

Diego Fusaro
 
Gaza, il tiro al bersaglio sugli operatori umanitari

Tre auto dell'organizzazione umanitaria World Central Kitchen colpite da Israele. Una strage che allontana le organizzazioni umanitarie da Gaza. La fame come arma di distruzione di massa...

L’uccisione dei sette operatori umanitari della World Central Kitchen segna un altro punto di svolta nella guerra di Gaza. I leader e i media occidentali non hanno potuto minimizzare né accreditare del tutto la versione israeliana che parla di un tragico incidente.

Per tutti ha parlato Biden che, dopo aver espresso dolore e indignazione, ha affermato: “La cosa ancora più tragica è che questo non un incidente isolato” perché la guerra di Gaza “è stata una delle peggiori degli ultimi tempi in termini di numero di operatori umanitari uccisi”.

Parole, solo parole, che accompagnano l’alimentazione a ritmo continuo della macchina da guerra israeliana che sta infierendo sui palestinesi. Così il Washington Post lo scorso venerdì: “Negli ultimi giorni l’amministrazione Biden ha tranquillamente autorizzato il trasferimento di miliardi di dollari in bombe e aerei da combattimento a Israele”. Lo riporta, tra gli altri siti, Antiwar (1), che riferisce come l’articolo abbia attirato migliaia di commenti indignati.

Non solo, anche il fatto che gli Usa chiedano a Israele di indagare sulla strage degli operatori della WCK suonerebbe esilarante se non fosse così tragico.

La strage e la fuga degli operatori umanitari da Gaza

L’eccidio di ieri ha avuto l’esito di allontanare da Gaza l’organizzazione di cui sopra e altre. Anche le navi cariche di aiuti umanitari, salpate da Cipro dopo lungo indugiare (“bloccate per motivi tecnici”, scriveva il Guardian) (2), hanno fatto marcia indietro, tornando al porto di partenza.

Nonostante le quasi scuse delle autorità israeliane per “l’incidente non intenzionale” (tale la giustificazione dell’accaduto), non sembra che siano eccessivamente dispiaciute per la fuga delle organizzazioni umanitarie. Nessun esponente del governo ha chiesto che proseguano la loro opera, né hanno ricevuto rassicurazioni sul fatto che quanto accaduto non si ripeterà.

Peraltro, questo non sarebbe un atto umanitario da parte di Tel Aviv, ma un passo obbligato: lo richiede il diritto internazionale che impone a una forza occupante di sovvenire alle necessità della popolazione che subisce l’occupazione. Tant’è.

Nessuno crede all’incidente non intenzionale. Lo ha dichiarato pubblicamente l’amministratore delegato della WCK, Erin Gore, il quale ha scritto in una nota: “Questo non è solo un attacco contro la WCK, è un attacco alle organizzazioni umanitarie che operano nella situazione più terribile [mai affrontata] dove il cibo viene utilizzato come arma di guerra. È imperdonabile” (il neretto è nostro).

Lo riporta il Washington Post (3) che prosegue così: “’Non è stato un incidente isolato’, ha detto il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite James McGoldrick, citando l’uccisione di almeno 196 operatori umanitari […] da ottobre a oggi nella Cisgiordania occupata e a Gaza. ‘Si tratta di quasi tre volte il bilancio delle vittime che si registra in un singolo conflitto nell’arco di un anno’”.

“‘Non si colpisce ripetutamente un convoglio estraneo al conflitto, colpendo tre veicoli in successione nel corso di un chilometro di strada, per sbaglio’, ha scritto sui social Jeremy Konyndyk, presidente dell’organismo umanitario Refugees International ed ex funzionario dell’amministrazione Obama: ‘Lo si fa per ostentare una cultura militare che tratta Gaza come una zona di fuoco indiscriminato, nella quale vige la totale impunità per i deplorevoli attacchi contro i civili’”.

Infine, sempre dal Wp, Ciarán Donnelly, vicepresidente dell’International Rescue Committee, il quale ha confidato ai cronisti del media americano che il raid avrà “un effetto dissuasivo” sulle organizzazione umanitarie che operano a Gaza, proprio adesso che il bisogno è salito al parossismo. Infatti, la strage “invia il segnale che nessun posto a Gaza è sicuro per nessuno”.

L’attacco al convoglio

Quanto all’impossibilità di un attacco non intenzionale, il report di Haaretz (4) è tombale. Il convoglio della WCK, tre auto e un camion, era stato autorizzato a portare un carico presso un magazzino. Secondo l’esercito israeliano sul camion si trovava un uomo che avrebbe potuto essere armato, da cui l’allerta (del caso, era un terrorista? Un uomo di scorta, necessario a evitare che gli aiuti fossero depredati?).

Così prosegue il resoconto del giornale israeliano: “Pochi minuti dopo, le tre auto hanno lasciato il magazzino senza il camion sul quale si trovava l’uomo apparentemente armato [il corsivo è nostro ndr.]. Secondo fonti della difesa, l’uomo armato non si sarebbe allontanato dal magazzino. Le auto viaggiavano lungo un percorso approvato preventivamente e coordinato con l’IDF [Israel defence force]”.

“A un certo punto, mentre il convoglio stava percorrendo il tratto di strada concordato, la sala operativa dell’unità responsabile della sicurezza del percorso ha ordinato agli operatori dei droni di attaccare una delle auto con un missile”.

“Alcuni passeggeri sono stati visti scendere dall’auto colpita e salire su una delle altre due auto”. La seconda automobile ha quindi proseguito la sua strada, mentre gli operatori “informavano i loro responsabili di essere stati attaccati, ma, pochi secondi dopo, un altro missile ha colpito anche la loro auto” [possibile che i loro capi, informati del primo attacco, abbiano contattato gli israeliani, con i quali doveva esserci un filo diretto ndr].

“La terza macchina del convoglio si è accostata e i suoi passeggeri hanno iniziato a caricare i sopravvissuti al secondo attacco per portarli fuori pericolo. Ma è arrivato anche il terzo missile. Tutti e sette i volontari della World Central Kitchen sono stati uccisi”. Le automobili colpite, come noto, avevano i simboli distintivi in bella evidenza.

Di interesse notare, infine, che la World Central Kitchen ha prestato soccorso agli israeliani dopo l’attacco del 7 ottobre, come ricorda Haaretz. Probabile anche che gli assassinati fossero tra i soccorritori di allora…

Infine, è da annotare che, senza un coordinamento, gli aiuti destinati a Gaza scateneranno il caos: la gente si ammazzerà per sopravvivere o far sopravvivere i propri figli. Un po’ quel che raccontava, mutatis mutandis, Primo Levi nel suo “Se questo è un uomo”, quando accennava alle segrete insidie del campo di concentramento in cui era stato ristretto.

Note:

1) Latest Huge Transfer of 2,000-Pound Bombs From US to Israel Not Newsworthy to the New York Times - Antiwar.com

2) Gaza food aid ship stuck at Cyprus with ‘technical difficulties’

3) https://www.washingtonpost.com/worl...d-central-kitchen-aid-workers-global-outrage/

4) IDF bombed WCK aid convoy 3 times, targeting armed Hamas member who wasn't there

Fonte: Gaza, il tiro al bersaglio sugli operatori umanitari
 
Ci sono novità nell’inchiesta sui messaggi tra von der Leyen e la multinazionale Pfizer

La Procura europea (European Public Prosecutor’s Office, o Eppo) ha ufficialmente avviato un’inchiesta sulle accuse di presunti illeciti penali in relazione alle trattative sui vaccini tra Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer. Nello specifico, gli investigatori dell’Eppo stanno indagando per “interferenza nelle funzioni pubbliche, distruzione di Sms, corruzione e conflitto di interessi”. Al centro dell’inchiesta ci sarebbe il caso dei messaggi scambiati tra von der Leyen e Bourla nel corso dei negoziati sulla fornitura all’UE di 1,8 miliardi di dosi di vaccino anti-Covid, che, dopo uno scoop del New York Times e una richiesta di accesso agli atti, la Commissione Europea aveva dichiarato di non poter recuperare.

L’indagine era stata inizialmente aperta dalla magistratura belga all’inizio del 2023, in seguito a una denuncia presentata dal lobbista locale Frédéric Baldan, cui si erano in seguito uniti il governo ungherese e quello polacco (quest’ultimo si starebbe però ritirando dopo aver visto, lo scorso dicembre, l’elezione del premier europeista Donald Tusk). Presentando un’ulteriore denuncia alla Corte Ue di Lussemburgo, Baldan aveva dichiarato che la negoziazione via sms del maxi-contratto, del valore di 35 miliardi di euro, inerente 1,8 miliardi di dosi di vaccino da consegnare tra la fine del 2021 e il 2023, minerebbe “la moralità pubblica, la legittima fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee e la trasparenza”. Parallelamente si era mosso per via giudiziaria anche il New York Times, facendo causa alla Commissione dopo che questa si era rifiutata di rivelare il contenuto degli sms, affermando di non averne tenuto traccia e addirittura non confermandone nemmeno l’esistenza. Ora però la scottante inchiesta è passata nelle mani della Procura Europea, organismo indipendente UE – operativo dal 2021 – chiamato a indagare e a mandare eventualmente alla sbarra i soggetti potenzialmente responsabili dei reati che ledono gli interessi finanziari europei. La notizia pesa come un macigno su von der Leyen, essendo arrivata a pochi mesi dalla prossima tornata delle elezioni europee, in vista delle quali la politica tedesca ha lanciato la sua candidatura per un secondo mandato al timone della Commissione Europea. Ad ogni modo, come rivelato da Politico, la Procura Europea sta indagando su presunti reati penali, ma, almeno per il momento, “nessuno è stato ancora accusato in relazione al caso”.

La questione diventa estremamente rilevante specie se letta in combinato disposto con quella concernente gli enormi sprechi, ormai definitivamente attestati, delle dosi vaccinali di cui si sono resi protagonisti i Paesi UE. Secondo un’analisi condotta sempre da Politico, basata su statistiche diramate da 19 Paesi europei, almeno 215 milioni di dosi di vaccini contro il Covid-19 acquistate dagli Stati membri durante la fase pandemica sarebbero infatti state cestinate. Il tutto per un costo stimato per i contribuenti di circa 4 miliardi di euro. Nello specifico, i dati mostrano che i Paesi dell’UE avrebbero scartato una media di 0,7 vaccini per ogni componente della loro popolazione. Ove questo tasso medio – stimato comunque al ribasso, poiché non tutti i Paesi UE hanno presentato dati aggiornati sugli sviluppi delle campagne di vaccinazione – venisse proiettato nel resto dell’Ue, equivarrebbe a oltre 312 milioni di vaccini prima profumatamente pagati alle multinazionali anglo-americane del farmaco e poi andati distrutti.

[Fonte: Ci sono novità nell'inchiesta sui messaggi tra von der Leyen e la multinazionale Pfizer]
 
Fantastico articolo !

Le notizie contro Mosca che fanno comodo all’economia di guerra Usa

L'economia di guerra permette alle spese per costruzioni negli Usa di esplodere letteralmente. Nel pieno di una crisi bancaria che al centro ha proprio l'esposizione al real estate.

Dunque, se sostieni che l’11 settembre sia stata un’operazione interna dell’intelligence Usa, sei un complottista. Se invece – come hanno fatto ieri Repubblica e Corriere – garantisci ampio spazio e copertura mediatica al fatto che la Russia abbia usato un’arma ad alta energia su agenti di FBI, CIA ed esercito USA e che nel cervello degli attentatori di Mosca fossero presenti microchip e sostanze psicotrope, sei un realista che difende l’Occidente dai nemici delle libertà. Signore e signori, benvenuti nel Russiagate 2.0. Questa volta, all’ennesima potenza. Perché non strumentale solo al voto presidenziale Usa, come accadde quattro anni fa e anche otto anni fa. Bensì anche alle Europee di giugno.

E infatti, et voilà, puntuale come il Qatargate che non ti aspetti, salta fuori la denuncia del misconosciuto Premier belga: eurodeputati pagati dalla Russia per sostenere la loro propaganda all’interno delle istituzioni Ue. Viene da chiedersi quali decerebrati il Cremlino abbia assoldato, visto il record assoluto di sanzioni e decisioni russofobe assunte dall’Ue negli ultimi due anni e mezzo. Ma a tempo di record, ecco che l’Europarlamento ha già il nome del mandante e parrebbe pronto alla gogna per i traditori. Sono letteralmente disperati. Perché la loro retorica ormai fa sorridere.

In Turchia, le elezioni hanno parlato chiaro. Recep Erdogan ha perso. E sapete perché? Perché ha fatto gestire la lira turca e i tassi di interesse da un branco di pazzi o yes men. E quando ti ritrovi con un’inflazione venezuelana soltanto certi economisti possono pensare che sia un bene perché tempera gli interessi su un debito che a sua volta oscilla fra il giapponese e il greco. Mentre le tue riserve estere stanno in piedi solo grazie agli swaps valutari della Pboc, la Banca centrale cinese. Semplicemente, la gente ha fame. E non ti vota più. È la democrazia, bellezza! La quale, ogni tanto, salta fuori anche nelle democrature. Sapete invece dove è stata soppressa, totalmente ed ex ante? In Ucraina. Perché domenica si sarebbe dovuto votare per le presidenziali anche lì. Invece quello stinco di democratico di Volodymir Zelensky ha deciso che il clima di guerra non consentisse un voto sereno. Qualche tg ha ricordato questa anomalia tutta sponsorizzata dall’Occidente, per caso? Zero. Fanta-idiozie sulla Russia e attacchi a Recep Erdogan, il quale – salvo colpi di Stato estivi, un classico turco come il Cornetto Algida lo è per l’Italia – pare aver accettato l’esito del voto. In attesa del bonifico da Pechino.

Perdite di memoria e problemi acustici: Russia dietro la sindrome de L’Avana?/ “Ultrasuoni di Mosca…”

Perché far adombrare al solito ex agente russo l’ipotesi dei microchip impiantati nel cervello degli attentatori per farli obbedire all’ordine di compiere l’attentato, equivale a dire che Mosca ha operato in modalità incendio dei Reichstag. Ovvero, Vladimir Putin avrebbe scientemente lasciato massacrare civili inermi per costruirsi l’alibi e avere mano libera in Ucraina per chiudere i giochi. La conferma? Il fatto che sia stata ampliata a coscrizione ad altri 150.000 cittadini, di fatto la prova provata di una campagna di primavera per annientare le difese ucraine ancora in attesa di armi dall’Occidente. Ovviamente, questa gente non ha il coraggio di dirlo chiaro. Cita fonti anonime. Si nasconde dietro i si dice. I pare. Si nasconde dietro la vulgata in base alla quale i microchip li avrebbero impiantati gli ucraini. Ma come, in Italia si chiede di non invitare chi sostiene certe tesi nei talk-show, perché inquinerebbe il dibattito e poi i principali quotidiani sembrano romanzi di Isaac Azimov? E perché non ribaltare l’assioma, allora? Anche a Kiev fa comodo l’accaduto. Prima dell’attacco contro il teatro russo, nessuno più si filava l’Ucraina. E, soprattutto, gli stanziamenti erano ormai al lumicino. Di colpo, tutti stanno ripensando a quella politica di abbandono. E Volodymir Zelensky è tornato a fare la sua colletta globale.

Avete notato, poi, come sia durata poco la retorica dei brogli nel voto in Russia? Come siano sparite a tempo di record le presunte prove di militari con passamontagna e mitra che passavano in rassegna le cabine elettorali? E anche la telenovela sulle ultime ore di Navalny, tra passeggiate siberiane e altre bizzarrie, non ha attecchito granché. Forse perché l’economia russa doveva crollare e, invece, oggi potrebbe prepararsi a spedire il barile di petrolio sopra i 100 dollari, stante il taglio della produzione a partire da ieri?

Dove sono finite le code di russi affamati che assaltano i bancomat vuoti e poi puntano il Cremlino come nell’ottobre 1917? E le banche collassate a causa dell’esclusione dal sistema Swift? E le entrate fiscali dell’export energetico azzerate dalle sanzioni, mentre i credit default swaps suonano il de profundis per Vladimir Putin? Peccato che Cina e India abbiano garantito addirittura di più, comprando con il badile e sotto costo, grazie al geniale cap e alle sanzioni. Ora vogliono utilizzare i beni russi congelati per finanziare Kiev? Tranquilli. Non lo faranno. Semplicemente perché a livello di diritto internazionale non possono, pena creare un precedente che metterebbe nelle braccio della morte metà dei vulture funds di Wall Street. E siccome sanno che quella ucraina è una causa persa, alzeranno la voce fino alle Europee. Poi fino alle presidenziali Usa di novembre. Dopodiché, Kiev diventerà una fermata della metropolitana di Mosca. È tutto scritto.

E sapete perché? Guardate questo grafico si chiama economia di guerra e permette alle spese per costruzioni negli Usa di esplodere letteralmente. Nel pieno di una crisi bancaria che dura da un anno e che al centro ha proprio l’esposizione al settore del real estate, mentre i tassi per contrarre mutui immobiliari sono ancora ai massimi da anni!

(https://www.ilsussidiario.net/wp-content/uploads/2024/04/01/SPENDING-e1711971847982.png)

Capite da soli che è tutta un’enorme pantomima. Che quella crisi bancaria è stata creata a tavolino. Non a caso, per mesi, ha consentito alle banche un arbitraggio molto fruttuoso fra i tassi a cui si finanziavano emergenzialmente e quelli che ottenevano un secondo dopo dalla medesima Fed, depositando la cifra ottenuta come riserve. Ecco il mondo libero che si vuole difendere in Ucraina. Gira tutto attorno a Wall Street e alla Fed, il resto è soltanto sceneggiatura per Netflix.

E attenzione, perché se l’Italia ha ancora pochi mesi prima del redde rationem autunnale con i conti pubblici, il Patto di stabilità e la manovra correttiva, il fatto che un ex maccartista come il ministro Guido Crosetto di colpo inviti tutti a darsi una bella calmata nei toni che si stanno utilizzando contro la Russia, parla chiaro. Perché quando il ministro della Difesa che fino all’altro giorno sembrava Clint Eastwood in Gunny salta fuori con un appello a evitare scelte di pancia contro una potenza come Mosca, forse ci offre lo spoiler di qualcosa che va oltre il buonsenso. Russia e Cina non possono essere snobbate da un’economia come quella italiana che da qui a fine anno finirà le sue scorte di doping edilizio, pena un default dei conti e un deficit a doppia cifra. Ma fino a oggi, è stato così.

Vuoi vedere che Giorgia Meloni da Washington ha portato in dote solo un bacio in fronte? La ricreazione sta davvero finendo. E quando il Corriere della Sera è così disperato da evocare microchip impiantati nei cervelli dei terroristi, c’è davvero da augurarsi che la campanella suoni in fretta. Dentro Matrix, d’altronde, ci siamo già. Da tempo.

-di Mauro Bottarelli-

[Fonte: SPY FINANZA/ Le notizie contro Mosca che fanno comodo all'economia di guerra Usa]
 
100 miliardi di dollari per l’Ucraina? Il maxi-fondo di Stoltenberg alla prova della Nato divisa

Jens Stoltenberg è andato in all-in: alla vigilia del vertice dei Ministri degli Esteri della Nato il segretario uscente dell’Alleanza Atlantica ed ex primo ministro norvegese ha messo a terra l’idea di un fondo quinquennale da 100 miliardi di dollari complessivi per sostenere la resistenza dell’Ucraina in guerra contro la Russia.

La Nato di Stoltenberg, che è in cerca di un sostituto ai suoi vertici, intende mobilitare una quota di risorse conferita dagli Stati membri dell’Alleanza in misura proporzionale al proprio prodotto interno lordo. La misura è stata denominata come orientata alla creazione di un fondo “anti-Trump” a livello giornalistico in quanto si ritiene che Stoltenberg l’abbia proposto in risposta al continuo palleggio al Congresso Usa del piano da 60 miliardi di dollari di aiuto militare a Kiev. Inoltre, la proposta del segretario Nato include pure il passaggio sotto il comando dell’Alleanza delle tavole rotonde “formato Ramstein” con cui si riunisce la coalizione internazionale dei partner dell’Ucraina, finora ospitate soprattutto nell’omonima base americana in Germania occidentale.

La proposta di Stoltenberg presuppone che, come ricorda il Financial Times, “la quota statunitense dei 100 miliardi di dollari sarebbe significativamente inferiore al pacchetto di aiuti bilaterali bloccato, hanno detto i diplomatici. Sono in corso dibattiti sulla struttura del finanziamento, con alcuni che spingono per la stessa ripartizione utilizzata per finanziare il bilancio condiviso della Nato, in base al quale gli Stati Uniti dovrebbero fornire poco più di 16 miliardi di dollari”. Stoltenberg agisce a sostegno dell’Ucraina per puntellare la fine della sua lunga segreteria mentre la Nato è alla ricerca di un successore entro l’autunno dopo mesi di lungaggini sul sostegno a Kiev. Possibile pensare, al tempo stesso, alla volontà di fornire una sponda a Joe Biden e alle sue politiche per amplificare al Congresso gli sforzi per sostenere Kiev. Ma al contempo la manovra del segretario della Nato dovrà scontrarsi con diverse problematiche.

Prima fra tutte, la necessità di far approvare da tutti e trentadue i membri dell’Alleanza Atlantica le disposizioni pro-Ucraina. E in campo Nato ci sono almeno tre Stati che potrebbero rompere la norma dell’unanimità: la Turchia, restia ad appoggiare in profondità Kiev, si aggiunge al duo centroeuroepo formato da Ungheria e Slovacchia.

In secondo luogo, emerge la prospettiva che finanziare questo maxi-fondo possa negli anni a venire condizionare la corsa dei Paesi Nato verso il superamento del 2% del Pil in termini di spese militari. Accorciando giocoforza la coperta e ponendo gli Stati, soprattutto la ventina di Paesi europei che non ha ancora raggiunto il target, di fronte alla necessità di dover scegliere tra le proprie forze armate e quelle ucraine.

Infine, il fondo di lungo periodo sembra presupporre un’abdicazione a qualsiasi soluzione politica per la guerra e non è dato sapersi cosa potrebbe succedere se il conflitto finisse prima. Che assistenza dovrebbe la Nato fare, in questo caso, a un Paese non membro? E in generale, con che condizioni Kiev sarà sostenuta? Prosaicamente, la realtà sembra voler presupporre una corsa di Stoltenberg a mettere sul terreno un tema caldo per preparare la successione come leale e fiero sostenitore dell’Ucraina blindando la posizione della Nato. Da far coincidere, però, con quella dei Paesi membri. Che con l’ingresso di Svezia e Finlandia sono ora trentadue. Sarà difficile trovare una sintesi, specie per la percepita escludibilità tra le spese per l’Ucraina e quelle per la propria difesa in molti Paesi. E in cinque anni molte priorità possono cambiare. Non solo un’amministrazione Usa sostituibile con un’altra vista, a Bruxelles, come uno spauracchio.

[Fonte: 100 miliardi di dollari per l'Ucraina? Il maxi-fondo di Stoltenberg alla prova della Nato divisa - InsideOver]
 

I 75 anni della NATO: di Guerra in Guerra - 20240405 - Pangea Grandangolo​



 
I miei timori in merito alla crisi, salgono di livello.

A più di due anni dall'inizio della guerra, gli stati maggiori dell'occidente euro-americano riemergono con nonchalance dalla realtà parallela entro i cui margini hanno tenuto anche la propria opinione pubblica - tramite sapiente narrazione dei mass media - e spuntano le prime ipotesi di "risoluzione" della controversia con il Cremlino: la prima proposta di accordo da anni ad oggi. Ma quale sarebbe la soluzione alla fine ?

Nel mentre che nei giorni scorsi Jens Stoltenberg celebrava il 75° anniversario dell'Alleanza Atlantica, ecco che non precisate fonti di informazione rivelano che una proposta di compromesso sia stata fatta a Mosca: in parole semplici tutto consisterebbe in un riconoscimento dei territori già incamerati dalla Russia (Donbass e Crimea) in cambio di un ingresso dell'Ucraina nella Nato.

La proposta - non occorre dirlo - è priva di ogni senso, dalle sue fondamenta, al punto tale che porta a temere dell'effettiva esistenza di una capacità si semplice comunicazione tra le potenze coinvolte: il conflitto deflagrato 2 anni fa (o meglio sin dal 2014, se si considera l'annessione della Crimea) è determinato proprio dall'impossibilità russa di avere l'Ucraina nella Nato, dall'impossibilità - per la propria sicurezza - di accettare un grande satellite dell'Alleanza Atlantica a ridosso dei propri confini. Insomma, siamo davanti al paradosso che vede Washington proporre al Cremlino, proprio quanto quest'ultimo non desidera, al punto da far esplodere una grande guerra convenzionale per evitarlo.

Un paradosso, come già sottolineato, di grave pericolosità, nella misura in cui rivela l'incapacità dei contendenti di comprendersi ed intavolare trattative realistiche. In tale contesto, la Nato spicca particolarmente per mancanza di realismo (o meglio di auto illusione nella propria narrativa) nel credere che Vladimir Putin e il suo entourage possa cedere ad un accordo del genere. Le leggi della guerra parlano chiaro: i territori conquistati al prezzo del sangue non vengono mai restituiti e il sud dell'Ucraina non farà alcuna eccezione, quanto poi in all'ipotetica adesione del paese alla Nato, la risposta russa non potrà essere che un proseguimento del conflitto, che a questo punto costerà ulteriori province e regioni a Kiev.

Il punto è questo: l'Ucraina ha oggettivamente esaurito tutte le proprie risorse militari e umane il che significa che da questo momento in avanti, più il conflitto si prolunga, maggiori saranno le perdite territoriali irrecuperabili. Facile intuire che da parte russa la controproposta suonerà nel seguente modo: la clausola di base di una cessazione delle ostilità consisterà in una rinuncia da parte di Kiev a far parte della Nato. In cambio le forze armate russe si fermeranno, evitando così di annettere altri territori e bene inteso che le annessioni già avvenute alla firma di una pace sono da considerarsi permanenti. Questo è l'unico accordo che il Cremlino possa oggettivamente proporre da parte propria: accettare la proposta occidentale risulterebbe assurdo, nella misura che darebbero all'occidente proprio quanto hanno combattuto per non dare, in cambio di un formale riconoscimento di territori che comunque non verrebbero restituiti (da questo punto di vista, si può dire che l'occidente tenta la strategia più antica del mondo, ossia vendere all'opponente qualcosa che già gli appartiene, sperando che non se ne accorga).

In conclusione, le prospettive rimangono imponderabili: fintanto che la giunta di Kiev rifiuta le condizioni, fintanto che il suo obiettivo è far rientrare il proprio territorio sotto l'egida dell'Alleanza Atlantica, allora il Cremlino continuerà a parcellizzare il territorio avversario, dal momento che per forza di logica è preferibile conquistare ed annettere un territorio di valore strategico - anche al costo del sangue - piuttosto che permettere che esso divenga base straniera e nemica: in assenza di un intesa che renda tale spazio zona NEUTRALE (cosa che Mosca ha inseguito ed implorato per quasi 10 anni) allora, purtroppo, l'unica alternativa è quella più violenta, che tuttavia costituisce il male minore in ottica strategica russa.

L'incapacità delle potenze occidentali di comprendere questa elementare equazione ed il loro ricorrere a "soluzioni" come quella che è trapelata mi lascia basito più che rincuorato: chi ha a cuore lo stato ucraino dovrebbe temere ancora di più perchè se il processo che si è messo in atto è questo, allora si sono poste le fondamenta per una SCOMPARSA dello stato legale ucraino dalle mappe.

La dinamica geopolitica dei nostri giorni porta ad una "riformulazione" dello spazio geopolitico assestatosi sin dal 1648 quando cioè inizia la creazione di quello spazio che oggi chiamiamo Ucraina (ma gli interessati sanno che è una storia lunga).

di Daniele Lanza


Fonte:
 
La macchina che agisce freddamente

Come redazione abbiamo deciso di tradurre un’importante inchiesta del Guardian a firma di Bethany McKernan e Harry Davis, i quali tornano sull’argomento già affrontato da uno dei nostri articoli. Da un lato l’uso della AI e il processo di agghiacciante disumanizzazione per quanto riguarda le tecniche di guerra è un segno dei nostri tempi. Ma resta altrettanto attuale la domanda: se tali modalità di annientamento fossero usate contro le popolazioni europee e occidentali cosa diremmo? Forse anche il fatto di considerare, più o meno inconsapevolmente, taluni gruppi come vittime predestinate a subire tali diaboliche sperimentazioni militari è un segno tragico del tempo che ci è dato vivere.

Fonti dell’intelligence israeliana rivelano l’uso del sistema “Lavender” nella guerra di Gaza e rivendicano il permesso dato di uccidere civili nell’inseguimento di militanti di basso rango

Secondo fonti di intelligence coinvolte nella guerra, la campagna di bombardamenti dell’esercito israeliano a Gaza ha utilizzato un database precedentemente segreto basato sull’intelligenza artificiale che ha identificato 37.000 potenziali obiettivi in base ai loro apparenti collegamenti con Hamas.

Oltre a parlare dell’uso del sistema di intelligenza artificiale, chiamato Lavender, le fonti dell’intelligence affermano che i funzionari militari israeliani hanno permesso che un gran numero di civili palestinesi venissero uccisi, in particolare durante le prime settimane e i primi mesi del conflitto .

La loro testimonianza insolitamente schietta fornisce uno sguardo raro sulle esperienze di prima mano dei funzionari dell’intelligence israeliana che hanno utilizzato sistemi di apprendimento automatico per identificare gli obiettivi durante i sei mesi di guerra.

L’uso da parte di Israele di potenti sistemi di intelligenza artificiale nella sua guerra contro Hamas è entrato in un territorio inesplorato per il warfare più avanzato, sollevando una serie di questioni legali e morali e trasformando il rapporto tra personale militare e macchine.

“Questo non ha prevedenti, a mia memoria”, ha detto un ufficiale dell’intelligence che ha utilizzato Lavender, aggiungendo che avevano più fiducia in un “meccanismo statistico” che in un soldato in lutto. “Tutti lì, me compreso, hanno perso delle persone il 7 ottobre. La macchina ha agito con freddezza. E questo ha reso tutto più semplice”.

Un altro utilizzatore di Lavender si è chiesto se il ruolo degli esseri umani nel processo di selezione fosse significativo. “Investirei 20 secondi per ciascun obiettivo in questa fase e ne farei dozzine ogni giorno. Come essere umano non avevo alcun valore aggiunto, a parte essere un segno di approvazione. Ha risparmiato molto tempo.”

Bambini palestinesi recuperano oggetti in mezzo alla distruzione causata dai bombardamenti israeliani a Bureij, nel centro di Gaza, il 14 marzo. Fotografia: AFP/Getty Images

La testimonianza dei sei ufficiali dell’intelligence, tutti coinvolti nell’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per identificare gli obiettivi di Hamas e della Jihad islamica palestinese (PIJ) nella guerra, è stata fornita al giornalista Yuval Abraham per un rapporto pubblicato dalla pubblicazione israelo-palestinese + 972 Magazine e la piattaforma in ebraico Local Call .

I loro resoconti sono stati condivisi esclusivamente con il Guardian prima della pubblicazione. Tutti e sei affermarono che Lavender aveva svolto un ruolo centrale nella guerra, elaborando masse di dati per identificare rapidamente potenziali agenti “giovani” da prendere di mira. Quattro delle fonti hanno affermato che, in una fase iniziale della guerra, Lavender ha elencato ben 37.000 uomini palestinesi che erano stati collegati dal sistema AI a Hamas o PIJ.

Lavender è stata sviluppata dalla divisione di intelligence d’élite delle forze di difesa israeliane, l’Unità 8200, che è paragonabile alla National Security Agency degli Stati Uniti o al GCHQ nel Regno Unito.

Molte fonti hanno descritto come, per alcune categorie di obiettivi, l’IDF abbia applicato quote pre-autorizzate per il numero stimato di civili che potrebbero essere uccisi prima che un attacco fosse autorizzato.

Due fonti hanno affermato che durante le prime settimane di guerra è stato permesso loro di uccidere 15 o 20 civili durante attacchi aerei contro militanti di basso rango. Gli attacchi contro tali obiettivi venivano generalmente effettuati utilizzando munizioni non guidate note come “bombe stupide”, hanno detto le fonti, distruggendo intere case e uccidendo tutti i loro occupanti.

“Non devi sprecare bombe costose su persone non importanti: è molto costoso per il paese e c’è carenza [di quelle bombe]”, ha detto un ufficiale dell’intelligence. Un altro ha affermato che la domanda principale da affrontare era se i “danni collaterali” ai civili consentissero un attacco.

“Perché di solito sferravamo gli attacchi con bombe stupide, e questo significava letteralmente far cadere l’intera casa sui suoi occupanti. Ma anche se l’attacco viene sventato, non ti interessa: passi subito al bersaglio successivo. A causa del sistema, gli obiettivi non finiscono mai. Ne hai altri 36.000 in attesa.”

Secondo esperti di conflitti, il fatto che Israele abbia usato bombe stupide per radere al suolo le case di migliaia di palestinesi che erano ricondotti dalla AI a gruppi militanti a Gaza potrebbe aiutare a spiegare il numero incredibilmente alto di vittime della guerra.

Il ministero della Sanità nel territorio controllato da Hamas afferma che 33.000 palestinesi sono stati uccisi nel conflitto negli ultimi sei mesi. I dati delle Nazioni Unite mostrano che solo nel primo mese di guerra, 1.340 famiglie hanno subito numerose perdite, con 312 famiglie che hanno perso più di 10 membri.

Soldati israeliani si trovano sul lato israeliano del confine tra Israele e Gaza e sorvegliano il territorio palestinese il 30 marzo. Fotografia: Amir Cohen/Reuters

Rispondendo alla pubblicazione delle testimonianze su +972 e Local Call, l’ IDF ha affermato in un comunicato che le sue operazioni sono state effettuate in conformità con le regole di proporzionalità previste dal diritto internazionale. Ha affermato che le bombe stupide sono “armi standard” utilizzate dai piloti dell’IDF in modo da garantire “un alto livello di precisione”.

La dichiarazione descrive Lavender come un database utilizzato “per fare riferimenti incrociati a fonti di intelligence, al fine di produrre livelli aggiornati di informazioni sugli agenti militari delle organizzazioni terroristiche. Non si tratta di un elenco di agenti militari confermati idonei agli attacchi”.

“L’IDF non utilizza un sistema di intelligenza artificiale che identifica gli agenti terroristici o cerca di prevedere se una persona sará un terrorista”, ha aggiunto. “I sistemi informativi sono semplicemente strumenti per gli analisti nel processo di identificazione del target.”

Lavender ha creato un database di decine di migliaia di individui

Nelle precedenti operazioni militari condotte dall’IDF, la produzione di obiettivi umani era spesso un processo ad alta intensità di manodopera. Molteplici fonti che hanno descritto al Guardian lo sviluppo degli obiettivi nelle guerre precedenti, hanno affermato che la decisione di “incriminare” un individuo, o identificarlo come un obiettivo legittimo, sarebbe stata discussa e poi approvata da un consulente legale.

Nelle settimane e nei mesi successivi al 7 ottobre, secondo le fonti, questo modello di approvazione degli attacchi contro obiettivi umani ha subito una drammatica accelerazione. Mentre il bombardamento di Gaza da parte dell’IDF si intensificava, hanno detto, i comandanti richiedevano una serie continua di obiettivi.

“Eravamo costantemente sotto pressione: ‘Portateci più obiettivi’. Ci hanno davvero urlato contro”, ha detto un ufficiale dell’intelligence. “Ci è stato detto: ora dobbiamo mandare all’aria Hamas, a qualunque costo. Bombardiamo tutto quello che possiamo”.

Per soddisfare tali richieste l’IDF è arrivata a fare molto affidamento su Lavender per generare un database di individui che si riteneva avessero le caratteristiche di un PIJ o di un militante di Hamas.

I dettagli sui tipi specifici di dati utilizzati per addestrare l’algoritmo di Lavender, o su come il programma è giunto alle sue conclusioni, non sono inclusi nei resoconti pubblicati da +972 o Local Call. Tuttavia, le fonti affermano che durante le prime settimane di guerra, l’Unità 8200 ha perfezionato l’algoritmo di Lavender e modificato i suoi parametri di ricerca.

Dopo un campionamento casuale e un controllo incrociato delle sue previsioni, l’unità ha concluso che Lavender aveva raggiunto un tasso di precisione del 90%, hanno detto le fonti, portando l’IDF ad approvarne l’uso generalizzato come strumento di raccomandazione degli obiettivi.

Lavender ha creato un database di decine di migliaia di individui che sono stati contrassegnati prevalentemente come membri di basso grado dell’ala militare di Hamas, hanno aggiunto. Questo è stato utilizzato insieme a un altro sistema di supporto decisionale basato sull’intelligenza artificiale, chiamato Gospel , che raccomandava edifici e strutture come obiettivi piuttosto che individui.

Due aerei da combattimento F15 dell’aeronautica israeliana vicino alla città di Gedera, nel sud di Israele, il 27 marzo. Fotografia: Abir Sultan/EPA

I resoconti includono testimonianze di prima mano di come gli agenti dell’intelligence hanno lavorato con Lavender e di come la portata della sua rete a strascico potrebbe essere modificata. “Al suo apice, il sistema è riuscito a generare 37.000 persone come potenziali bersagli umani”, ha detto una delle fonti. “Ma i numeri cambiano continuamente, perché dipende da dove si fissa il livello di ciò che è un agente di Hamas”.

E hanno aggiunto: “Ci sono stati momenti in cui la definizione di agente di Hamas era più ampia, e poi la macchina ha cominciato a portarci tutti i tipi di personale della protezione civile, agenti di polizia, sui quali sarebbe un peccato sprecare bombe. Aiutano il governo di Hamas, ma non mettono realmente in pericolo i soldati”.

Prima della guerra, gli Stati Uniti e Israele stimavano che i membri dell’ala militare di Hamas fossero circa 25-30.000.

I parenti fuori dall’obitorio dell’ospedale al-Najjar di Rafah piangono i palestinesi uccisi nei bombardamenti israeliani del 1° febbraio. Fotografia: Mohammed Abed/AFP/Getty Images

Una tale strategia rischiava di aumentare il numero di vittime civili e le fonti affermano che l’IDF ha imposto limiti pre-autorizzati al numero di civili che riteneva accettabile uccidere in un attacco mirato a un singolo militante di Hamas. Si dice che il rapporto sia cambiato nel tempo e variasse a seconda dell’anzianità dell’obiettivo.

Secondo +972 e Local Call, l’IDF ha ritenuto ammissibile uccidere più di 100 civili in attacchi contro funzionari di alto rango di Hamas. “Avevamo calcolato quanti [civili potevano essere uccisi] per il comandante di brigata, quanti [civili] per un comandante di battaglione e così via”, ha detto una fonte.

“C’erano dei regolamenti, ma erano semplicemente molto indulgenti”, ha aggiunto un altro. “Abbiamo ucciso persone con danni collaterali a doppia, se non a tripla cifra. Sono cose che non erano mai accadute prima”. Sembra che ci siano state fluttuazioni significative nella cifra tollerata dai comandanti militari nelle diverse fasi della guerra.

Una fonte ha affermato che il limite delle vittime civili consentite “è andato su e giù” nel corso del tempo, e ad un certo punto è sceso fino a cinque. Durante la prima settimana del conflitto, ha detto la fonte, è stato concesso il permesso di uccidere 15 non combattenti per eliminare i giovani militanti a Gaza. Tuttavia, hanno affermato che le stime delle vittime civili erano imprecise, poiché non era possibile sapere con certezza quante persone si trovassero in un edificio.

Un altro funzionario dei servizi segreti ha affermato che più recentemente nel conflitto il tasso dei danni collaterali consentiti è stato nuovamente abbassato. Ma ad un certo punto della guerra furono autorizzati a uccidere fino a “20 civili non coinvolti” per un singolo agente, indipendentemente dal loro grado, importanza militare o età.

“Non si tratta solo del fatto che si può uccidere chiunque sia un soldato di Hamas, cosa che è chiaramente consentita e legittima in termini di diritto internazionale”, hanno affermato. “Ma ti dicono direttamente: ‘Puoi ucciderli insieme a molti civili.’ … In pratica, il criterio di proporzionalità non esisteva.”

La dichiarazione dell’IDF afferma che le sue procedure “richiedono la conduzione di una valutazione individuale del vantaggio militare previsto e del danno collaterale previsto… L’IDF non effettua attacchi quando il danno collaterale atteso dall’attacco è eccessivo rispetto al vantaggio militare”. Ha aggiunto: “L’IDF respinge apertamente l’affermazione riguardante qualsiasi politica volta a uccidere decine di migliaia di persone nelle loro case”.

Gli esperti di diritto internazionale umanitario che hanno parlato con il Guardian hanno espresso allarme per i resoconti secondo cui l’IDF ha accettato e pre-autorizzato danni collaterali fino a 20 civili, in particolare per i militanti di rango inferiore. Hanno affermato che i militari devono valutare la proporzionalità per ogni singolo attacco.

Il fumo si alza sulla Striscia di Gaza, vista dal lato israeliano del confine il 21 gennaio. Fotografia: Amir Levy/Getty Images

Un esperto di diritto internazionale presso il Dipartimento di Stato americano ha affermato di “non aver mai sentito lontanamente parlare di un rapporto di 1 a 15 ritenuto accettabile, soprattutto per i combattenti di livello inferiore. C’è molto margine di azione , ma mi sembra estremo”..

Sarah Harrison, ex avvocato del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ora analista del Crisis Group, ha dichiarato: “Mentre ci possono essere alcune occasioni in cui 15 morti collaterali di civili potrebbero essere proporzionate, ci sono altre volte in cui sicuramente non lo sarebbe. Non si può semplicemente fissare un numero tollerabile per una categoria di obiettivi e dire che sarà legalmente proporzionato in ciascun caso”.

Qualunque sia la giustificazione legale o morale della strategia di bombardamento di Israele, alcuni dei suoi ufficiali dell’intelligence sembrano ora mettere in discussione l’approccio adottato dai loro comandanti. “Nessuno ha pensato a cosa fare dopo, quando la guerra sarà finita, o a come sarà possibile vivere a Gaza”, ha detto uno.

Un altro ha affermato che dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, l’atmosfera nell’IDF era “dolorosa e vendicativa”. “C’era una dissonanza: da un lato la gente qui era frustrata perché non attaccavamo abbastanza. D’altra parte, alla fine della giornata si vede che sono morti altri mille abitanti di Gaza, la maggior parte dei quali civili”.

[Fonte: La macchina che agisce freddamente | La Fionda]
 
Il doppio suicidio: la resa dei conti dell’Occidente

I leader occidentali stanno vivendo due eventi straordinari: la sconfitta in Ucraina, il genocidio in Palestina. Il primo è umiliante, il secondo vergognoso. Eppure non provano alcuna umiliazione o vergogna.

Le loro azioni mostrano vividamente che quei sentimenti sono loro estranei, incapaci di penetrare le barriere radicate del dogma, dell’arroganza e delle insicurezze profondamente radicate. Gli ultimi sono personali oltre che politici. Qui sta l’enigma.

Di conseguenza, l’’Occidente si è avviato sulla strada del suicidio collettivo: morale a Gaza; suicidio diplomatico in Ucraina, e suicidio economico, con il sistema finanziario globale basato sul dollaro messo a repentaglio e l’Europa deindustrializzata. Non è una bella immagine. Sorprendentemente, questa autodistruzione avviene in assenza di traumi importanti, esterni o interni. Qui sta un altro enigma correlato.

Alcuni indizi per queste anomalie sono forniti dalle loro risposte più recenti mentre il deterioramento delle condizioni stringe la morsa – sulle emozioni, sulle politiche prevalenti, sulle preoccupazioni politiche interne, sugli ego rossi.

Tali risposte rientrano nella categoria del comportamento da panico. Nel profondo, sono spaventati, timorosi e agitati. Biden e altri a Washington, Macron, Scholz, Sunak, Stoltenberg, von der Leyen. Manca loro il coraggio delle loro convinzioni dichiarate o il coraggio di affrontare la realtà in modo diretto.

La cruda verità è che sono riusciti a mettere se stessi, e i loro paesi, in un dilemma dal quale non c’è via di scampo, conformandosi ai loro attuali interessi autodefiniti e al coinvolgimento emotivo. Osserviamo quindi una serie di reazioni insensate, grottesche e pericolose.

1.Incapace

Questo primo punto è riferito al piano proposto dal presidente francese Emmanuel Macon di stazionare personale militare dei membri della NATO in Ucraina per fungere da filo d’allarme. Disposti come un cordone intorno a Kharkov, Odessa e Kiev, hanno lo scopo di dissuadere l’avanzata delle forze russe dall’avanzare su quelle città per paura di uccidere soldati occidentali – rischiando così uno scontro diretto con l’Alleanza.

È un’idea altamente dubbia che sfida la logica e l’esperienza sfidando il destino. La Francia ha da tempo schierato membri delle sue forze armate in Ucraina dove hanno programmato e gestito attrezzature sofisticate – in particolare i missili da crociera SCALP.

Decine di persone sono state uccise da un attacco di ritorsione russo alcuni mesi fa che ha distrutto la loro residenza. Parigi ha gridato al “santo omicidio” per la condotta antisportiva di Mosca nel rispondere al fuoco contro coloro che li attaccavano. Fu una rappresaglia per la partecipazione francese al bombardamento mortale della città russa di Belgorod.

Perché allora dovremmo aspettarci che il Cremlino abbandoni una costosa campagna che coinvolge quelli che considera vitali interessi nazionali se le truppe occidentali in uniforme venissero schierate in un picchetto intorno alle città? Verrebbero indotti alla passività da eleganti uniformi assemblate sotto enormi striscioni con su scritto lo slogan: “NON SCHERZARE CON LA NATO”?

Inoltre, ci sono già migliaia di occidentali che rafforzano le forze armate ucraine. Fin dall’inizio circa 4 – 5.000 americani hanno svolto funzioni operative critiche. La presenza precede di diversi anni l’inizio delle ostilità 2 anni fa.

Quel contingente è stato aumentato da un gruppo supplementare di 1.700 l’estate scorsa che era un corpo di esperti logistici presentati come incaricati di cercare e sradicare la corruzione nel commercio nero di forniture rubate. Il personale del Pentagono è composto dall’esercito ucraino, dalle unità di pianificazione del quartier generale, ai consiglieri sul campo, ai tecnici e alle forze speciali.

È ampiamente riconosciuto che gli americani hanno utilizzato la sofisticata artiglieria a lungo raggio HIMARS e le batterie di difesa aerea Patriot. Quest’ultimo significa che i membri delle forze armate statunitensi hanno puntato – forse premendo il grilletto – armi che uccidono i russi.

Inoltre, la CIA ha istituito un massiccio sistema multiuso in grado di condurre un’ampia gamma di attività operative e di intelligence, indipendentemente e in collaborazione con l’FSB ucraino. Ciò include l’intelligence tattica su base giornaliera. Non sappiamo se abbiano avuto un ruolo nella campagna di omicidi mirati in Russia.

Un ruolo fondamentale è stato svolto anche dalla Gran Bretagna. Il loro personale specializzato ha utilizzato i missili Storm Shadow (controparte degli SCALP francesi) impiegati contro la Crimea e altrove. Inoltre, l’MI-6 ha assunto un ruolo guida nella progettazione di attacchi multipli al ponte Kerch e ad altre infrastrutture critiche.

La lezione principale che si può trarre da questa panoramica è che il posizionamento delle truppe europee nei siti chiave come ostaggi umani non è del tutto originale. La loro presenza non ha impedito alla Russia di attaccarli sul campo o, come nel caso francese, di dar loro la caccia nelle loro residenze.

2.Incompetente

Il punto 2 riguarda il lancio americano di un irrisorio carico di aiuti umanitari nel mare al largo di Gaza. Questa azione bizzarra sovrappone lo sciocco e il grottesco. Gli Stati Uniti sono stati i principali complici della devastazione israeliana di Gaza. Le sue armi hanno ucciso più di 30.000 abitanti di Gaza, ferito oltre 70.000 e devastato ospedali.

Washington ha attivamente bloccato ogni serio tentativo di aiuto da parte dell’UNWRO trattenendo i fondi necessari per finanziare le sue operazioni, mentre resta in silenzio mentre Israele blocca i punti di ingresso dall’Egitto e massacra i residenti in attesa dell’arrivo di un convoglio alimentare.

Inoltre, ha posto il veto a ogni tentativo di porre fine alla carneficina attraverso risoluzioni di cessate il fuoco del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo gesto assurdo di buttare i pallet fuori dal portello di un aereo sottolinea semplicemente il disprezzo americano per le vite dei palestinesi, il suo disprezzo per l’opinione mondiale e la sua spudorata sottomissione ai dettami di Israele.

3.Inetto

Il punto 3 è fornito da Rishi Sunak, Primo Ministro ad interim del Regno Unito, ardente sostenitore di Israele, che ha costantemente criticato le manifestazioni pacifiste di protesta contro l’assalto agli abitanti di Gaza come ostacoli al raggiungimento di un cessate il fuoco a lungo termine e di una soluzione politica.

In questo, continua la lunga tradizione di fedeltà britannica al suo signore supremo americano. La settimana scorsa ha intensificato gli attacchi denunciandoli come strumenti di Hamas di cui si sono impadroniti i terroristi – terroristi che minacciano di fare a pezzi il paese. Lo ha paragonato al “governo della mafia”, sottolineato dalla vittoria elettorale dell’anticonformista George Galloway che ha schiacciato i Tories (e i laburisti) in un’elezione suppletiva.

Nessuna prova, ovviamente, di come mezzo milione di cittadini pacifici siano un cavallo di ***** per i jihadisti musulmani. Questa incoscienza è riconoscibile da coloro che hanno familiarità con i modi altezzosi coltivati dall’alta società inglese – che contagiano anche un arrivista in quei circoli esaltati le cui origini erano nel Raj indiano. Condiscendenza verso i ranghi inferiori, istruzioni su dove si trovano i confini del comportamento accettabile.

Questo atteggiamento è spesso intrecciato con una simpatica denigrazione dei gruppi o delle nazionalità che non si conformano. Il fatto che lo stesso Sunak sia ora imperturbabile nel lanciare accuse sprezzanti – per quanto implicite – nei confronti dei musulmani dimostra la persistenza dei pregiudizi culturali insieme all’apertura storica dell’alta borghesia inglese verso coloro che hanno denaro o prestigio.

L’elemento pericoloso nella sconveniente demagogia di Sunak non è il suo effetto aggravante sulla colpevolezza dell’Occidente in Palestina. I protagonisti regionali, così come il resto del mondo, sorridono alla grande retorica della Gran Bretagna sapendo che conta solo come Tonto dell’America. Piuttosto, apre una breccia nell’impegno del Paese nei confronti della libertà di parola e di riunione. Perché è quasi come dire che qualsiasi disaccordo pubblico con la politica dell’HMG equivale a tradimento.

4.Grottesco

Per quanto riguarda la violenta pulizia etnica dei palestinesi, è giusto dire che la complicità dei governi occidentali attraverso gli armamenti e il sostegno incondizionato alle azioni raccapriccianti di Israele costituisce un comportamento grottesco. Individuare singoli elementi tra i singoli governi è superfluo.

L’intero episodio è grottesco. Così è visto da quasi tutto il mondo al di fuori dei paesi dell’Occidente collettivo. Ciò rappresenta circa i 2/3 dell’umanità. Tuttavia, le élite politiche delle nostre nazioni sembrano ignare e/o sdegnose di tale giudizio. A loro importa poco di essere visti dagli “altri” come disumani, ipocriti e razzisti.

Quelle forti impressioni sono rafforzate in molti luoghi da ricordi traumatici di come essi stessi furono soggiogati, calpestati e sfruttati nel corso dei secoli da persone che li istruirono giustamente sulla superiorità dei valori occidentali – proprio come fanno oggi.

Ci sono azioni che rappresentano manifestamente un chiaro e futuro pericolo di una guerra in espansione in Europa. Jens Stoltenberg, il bellicoso segretario generale della NATO, la scorsa settimana ha dichiarato coraggiosamente che gli alleati occidentali dovrebbero dare all’Ucraina il via libera per utilizzare i missili da crociera che hanno acquisito per attaccare obiettivi in Russia vera e propria.

Queste armi includono Storm Shadow, Scalp, i Taurus a lungo raggio che la Germania potrebbe presto inviare. Una mossa così drastica è stata suggerita da altri leader occidentali e spinta dalle fazioni intransigenti di Washington. Putin ha avvertito che tale escalation da parte dell’Occidente – come con l’ipotizzato dispiegamento di truppe NATO in Ucraina – provocherebbe una risposta militare da Mosca.

I rischi estremi, che le ostilità che ne conseguiranno sfuggiranno al controllo fino alla soglia del nucleare, sono evidenti.

Nel loro insieme, le azioni dei leader occidentali – sostenuti dalle élite politiche dei loro paesi – sono indicative di un modello di comportamento che si è allontanato dalla realtà.

Derivano deduttivamente da dogmi non comprovati da fatti oggettivi. Sono logicamente autocontraddittori, impermeabili agli eventi che modificano il panorama e radicalmente sbilanciati nel valutare benefici/costi/rischi e probabilità di successo.

Come spieghiamo questa “irrazionalità”? Ci sono condizioni di fondo che sono permissive o incoraggianti a questa fuga dal sano ragionamento. Includono: le tendenze socio-culturali nichiliste nelle nostre società postmoderne contemporanee; la loro suscettibilità all’isteria collettiva/reazioni emotive esagerate a eventi inquietanti – l’11 settembre, il terrorismo islamico, la favola sull’interferenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016 tra le altre questioni politiche, l’evocazione del minaccioso drago cinese, le previsioni spaventose di un’inevitabile guerra con il RPC, afferma in modo stravagante che Putin abbia intenzione di lanciare una campagna a tutto campo per conquistare l’Europa fino al Canale della Manica.

Gli ultimi due sono alimentati dalle angosce fluttuanti, cioè dalla paura, generate dai precedenti attacchi di psicopatologia di massa. Tali accuse, in realtà pure finzioni, hanno guadagnato terreno tra le figure militari di alto livello, i capi di governo e tra i “pensatori” strategici.

Torniamo agli ingredienti del panico. Abbiamo notato la paura – sia dell’identificabile che dell’ignoto, e sentimenti subconsci di insicurezza. Questi sentimenti derivano da una matrice di cambiamenti disorientanti nell’ambiente globale abitato dalle società occidentali. Essi, a loro volta, crescono in reciprocità con sviluppi interni inquietanti.

Il risultato è duplice: un annullamento di qualsiasi dibattito ragionevole su politiche dubbie – lasciando premesse e scopi non testati e aprendo opportunità a persone o fazioni ostinate che nutrono obiettivi audaci di rifare lo spazio geopolitico mondiale secondo le specifiche egemoniche americane. A tal fine, i nostri leader manipolano e sfruttano condizioni di disorientamento emotivo e conformità politica.

L’esempio eccezionale sono i cosiddetti “neoconservatori” a Washington (che annoverano Joe Biden come compagno d’armi) che hanno creato una rete di veri credenti che la pensano allo stesso modo a Londra, Parigi, Berlino e ad entrambe le estremità del mondo. Bruxelles.

Che dire dell’enigma che abbiamo notato riguardo alla quasi totale assenza di sentimenti di colpa o vergogna – soprattutto su Gaza, di essere umiliati agli occhi del mondo? In condizioni di nichilismo, le questioni di coscienza sono controverse. Perché il rifiuto implicito di norme, regole e leggi libera l’individuo di fare qualunque impulso, idea o interesse egoistico lo spinga.

Con il Super-Io dissolto non si sente l’obbligo di giudicare se stessi in riferimento a qualsiasi standard esterno o astratto. Le tendenze narcisistiche fioriscono. Una psicologia simile ovvia alla necessità di provare vergogna. Questo è qualcosa che può esistere solo se soggettivamente facciamo parte di un gruppo sociale in cui lo status personale e il senso di valore dipendono da come gli altri ci vedono e dal fatto che ci garantiscano rispetto.

In assenza di una tale identità comunitaria, con la conseguente sensibilità alle proprie opinioni, la vergogna può esistere solo nella forma perversa del rimpianto per non essere stati in grado di soddisfare l’esigenza esigente e divorante di autogratificazione. Ciò vale sia per le nazioni che per i singoli leader.

-di Michael Brenner


[Fonte: Il doppio suicidio: la resa dei conti dell'Occidente - Kulturjam]
 
GIORDANO BRUNO “ROSACROCE”.
E’ POSSIBILE LIBERARE IN VITA DAL LUOGO E DAL TEMPO L’ESSERE IMMORTALE IN NOI.

Chi, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini nelle sue opere sia che esse riguardino l'intelletto sia le volontà. Ciò faceva forse colui che disse: "Consistendo in carne, viviamo non secondo la carne" (Paolo, Lettera ai Romani, Ottavo, 12).

Le ombre delle idee
 
Il mondo appeso a Netanyahu

L'esercito israeliano è impantanato a Gaza. Per questo l'attacco all'ambasciata iraniana a Damasco: serve ad alzare il tiro, rilanciare la guerra infinita che permette la sopravvivenza del premier israeliano

“A sei mesi dall’inizio della guerra, è tempo di porre alcune domande difficili”. Così il titolo dell’intervento di Yaakov Katz sul Jerusalem Post (1) che fotografa la situazione in cui versa Israele, con un governo contestato all’interno, sia dall’opinione pubblica che da alcuni dei suoi componenti; un’America sempre più irritata e il sostegno internazionale “praticamente scomparso”; ma, soprattutto, con una guerra ormai “bloccata”.

L’IDF impantanata a Gaza

L’ultimo accenno di Katz trova un’eco in un articolo di Hamos Arel su Haaretz (2), nel quale si legge: “Oggi è chiaro a tutti – tranne che ai suoi accecati seguaci – che le promesse di una ‘vittoria totale’ fatte a giorni alterni dal primo ministro Benjamin Netanyahu sono del tutto vacue”.

Se la macelleria di Gaza terminerà, non sarà a causa delle pressioni internazionali per un’operazione militare ormai indifendibile, pure importanti, ma anche, e soprattutto, a causa dell’impossibilità di ottenere la vittoria assicurata all’inizio delle operazioni militari.

Per questo è importante l’articolo di Katz, che fotografa una situazione deprimente che non sembra avere via di uscita. Anche perché il suo scritto è stato pubblicato sul giornale più importante di Israele e perché egli è figura autorevole dell’establishment, in quanto membro del Jewish People Policy Institute ed è l’ex redattore capo del Jerusalem Post.

Le operazioni di Gaza languono e l’unico modo per tentare di dare una svolta è quello di attaccare Rafah, l’ultima ridotta di Gaza non ancora occupata (l’altro, quello di esaltare l’eliminazione dei capi di Hamas è ormai logorato dai tanti annunci in tal senso, che hanno scandito i giorni di guerra con trionfi che si sono rivelati vani, ché Hamas è ancora operativa).

Ma sul punto, Katz spiega che l’operazione Rafah è ancora in sospeso, “dal momento che a nessun palestinese è stato ancora ordinato di evacuare”. Inoltre, cosa più importante, manca un accordo con gli Usa.

Rafah

“Secondo diversi resoconti dei media – scrive, infatti, Katz – l’incontro di questa settimana tra alti funzionari israeliani e americani su Rafah non è finito esattamente nel modo sperato da Israele. Il segretario di Stato Antony Blinken ha detto agli israeliani che presto sarà dichiarata la carestia a Gaza e che Israele sarà noto al mondo per aver causato la terza carestia del 21° secolo” [e la peggiore…].

“Blinken e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan sembra che abbiano respinto le previsioni israeliane secondo le quali ci vorrebbero solo quattro settimane per evacuare più di un milione di sfollati palestinesi che risiedono nell’area di Rafah. Gli americani pensano che ci vorranno circa quattro mesi”.

Insomma, persistono le distanze tra Israele e l’alleato indispensabile e sono tante le criticità che comporta l’eventuale operazione di Rafah. La Forza ha dei limiti e Israele, puntando solo su questa, si ritrova a corto di opzioni.

Illuminante, sul punto, quanto scrive Arel accennando all’impantanamento delle truppe israeliane a Gaza e al massacro dei civili: “Giovedì, un ufficiale veterano della riserva si è ricordato di una scena di Apocalypse Now. La motovedetta che trasporta il capitano Willard, interpretato da Martin Sheen, si imbatte in una piccola barca di civili vietnamiti che trasportano verdure. I soldati sparano uccidendo tutti i passeggeri a bordo”.

La querelle sugli osteggi

“Mentre lo scopo della missione israeliana diventa sempre più oscuro – continua Arel – e il governo si rifiuta di confrontarsi su un endgame diverso dalla sfuggente ‘vittoria totale’, la lunga permanenza dell’IDF a Gaza sembra sempre più riecheggiare nei suoi metodi a quella nave in Vietnam”, dove è significativo anche l’accenno al Vietnam…

Al di là della rappresentazione di Arel, pure importante, la stanchezza dello stallo potrebbe portare a riconsiderare gli obiettivi della guerra. Di grande interesse, sul punto, un’altra annotazione del cronista di Haaretz: “Mercoledì, in un incontro con i soldati a Khan Yunis, il capo di stato maggiore dell’IDF, Herzl Halevi, ha affermato che raggiungere un accordo per la restituzione degli ostaggi è ‘la missione suprema, che potrà essere raggiunta solo attraverso una pressione più forte'”.

“[…] L’elemento nuovo – commenta Arel – sta nella prima parte dell’intervento, dove per la prima volta tale obiettivo ha la massima priorità. Questo è il sentimento espresso ora dalla gerarchia dell’IDF”. Ciò aumenta le possibilità di un accordo con Hamas sulla liberazione degli ostaggi in cambio di un cessate il fuoco duraturo, condizione che Hamas reputa imprescindibile.

Netanyahu e il nodo di Gordio

Tale prospettiva rappresenta, però, un pericolo per Netanyahu, la cui sopravvivenza politica è legata indissolubilmente alla prosecuzione del conflitto. Per questo ha ordinato l’attacco all’ambasciata iraniana di Damasco e ora sta drammatizzando sulla possibile risposta di Teheran.

Resta che il mondo è appeso al destino di un uomo. Certo, Netanyahu deve la sua forza al fatto che convoglia su di sé tanti inconfessabili interessi, ma resta che egli è il nodo gordiano di questa tragedia globale, che sta macinando vite e destini di decine di migliaia di persone, con prospettive ancora più cupe.

I nodi gordiani non possono essere sciolti se non con la spada. E questo sembra essere il suo tragico destino. La spada che scioglierà il nodo potrebbe essere brandita dai suoi nemici, appalesandosi attraverso una sconfitta sul campo di battaglia (molte le forme e i modi in cui ciò può avvenire in una guerra asimmetrica), ma anche dai suoi interessati sponsor, se si accorgessero che, più che servire i loro indicibili interessi, li danneggia.

Note:

1) Six months into the war, it is time to ask some difficult questions - opinion

2) After six months, few of the Israel-Gaza war's goals have been achieved

Fonte: Netanyahu, il mondo resta appeso alle sue decisioni
 

Mosca: droni ucraini hanno attaccato la centrale di Zaporizhzhia​

I funzionari della centrale nucleare di Zaporizhzhia, controllata dai russi, hanno affermato che il sito è stato attaccato oggi da droni militari ucraini, che hanno colpito anche la cupola della sesta unità di potenza dell'impianto. Secondo le autorità della centrale, non ci sono stati danni o vittime e i livelli di radiazioni nell'impianto erano a livelli normali dopo gli attacchi.

Volodymyr Zelensky: "Se il Congresso Usa non aiuterà l'Ucraina, l'Ucraina perderà la guerra"
 
la propaganda israelita con l'appoggio anglo-americano non ha confini.

hanno il coraggio di affermare, chiaramente, che la guerra in essere lha voluta Hamas di cui dietro ci dovrebbe essere, a quanto riporta Netty, l'Iran.

Netanyahu, Iran dietro al 7 ottobre, pronti a ogni attacco - Medio Oriente - Ansa.it

"Questa guerra ha rivelato al mondo ciò che Israele ha sempre saputo: l'Iran è sta dietro all'attacco contro di noi attraverso i suoi delegati".
Lo ha detto il premier israeliano Benyamin Netanyahu aggiungendo "dal 7 ottobre siamo stati attaccati su molti fronti dagli affiliati dell'Iran: Hamas, Hezbollah, gli Houthi, le milizie in Iraq e Siria".
 
è solo il punto di Trump.
Ma ... sicuramente rimarrà l'unica soluzione percorribile insieme a quella che l'Ucraina non dovrà mai entrare a far parte della Nato.
Perché, come già è stato accennato, per la Russia è una guerra esistenziale mentre per l'occidente solo una guerra duratura.

'Kiev ceda terreno a Russia, il piano Trump per fine guerra' - Notizie - Ansa.it

Premere su Kiev affinché ceda la Crimea e la regione di confine del Donbas alla Russia.
E' questo il piano segreto di Donald Trump per mettere fine alla guerra fra Ucraina e Russia.
Lo riporta il Washington Post citando alcune fonti, secondo le quali l'ex presidente ritiene che sia la Russia sia l'Ucraina "vogliono salvare la faccia e avere una via di uscita". L'ex presidente è convinto anche che per alcune aree dell'Ucraina andrebbe bene essere parte della Russia.
 
non stiamo scherzando ! La STC che è una delle più grandi organizzazioni indipendenti e che opera in 116 paesi e con status consultivo preso il ECOSOC sta denunciando i reati gravissimi da parte di Israele.


Gaza: 10.000 bambini uccisi in 100 giorni | Save the Children Italia.

Più di 10.000 bambini sono stati uccisi dagli attacchi aerei e dalle operazioni di terra israeliane nella Striscia in quasi 100 giorni di violenza, secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, e altre migliaia risultano dispersi, presumibilmente sepolti sotto le macerie.

"Per ogni giorno senza un cessate il fuoco definitivo, sono stati uccisi in media100 bambini. La situazione a Gaza è orrenda e rappresenta una piaga per tutta la nostra umanità”, ha dichiarato Jason Lee, direttore nazionale di Save the Children per i Territori palestinesi occupati.

GAZA: 100 GIORNI DI VIOLAZIONI CONTRO I BAMBINI​

Domenica 14 gennaio la guerra sarà in corso da 100 giorni. Dall’escalation di violenza del 7 ottobre in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati, sono stati uccisi più di 10.000 degli 1,1 milioni di bambini di Gaza, ovvero l'1% della popolazione infantile totale.

In 100 giorni di violenze iniziate è stato riportato un numero record di gravi violazioni contro i bambini, tra cui:

  • 370 scuole a Gaza danneggiate o distrutte (UNICEF).
  • 94 ospedali e strutture sanitarie a Gaza attaccati (OMS).
  • Più di 1.000 bambini palestinesi hanno perso una o entrambe le gambe.
  • A circa 1,1 milioni di bambini, l'intera popolazione infantile di Gaza, è stato negato l'accesso a un'adeguata assistenza umanitaria.
  • Rapimenti di bambini in Israele e 33 bambini israeliani uccisi (OCHA tramite le autorità israeliane).
E per le bambine e i bambini che sono sopravvissuti a tutto questo, le conseguenze psicologiche e la totale devastazione delle infrastrutture, tra cui case, scuole e ospedali, hanno decimato il loro futuro.

I BAMBINI STANNO PAGANDO IL PREZZO PIÙ ALTO​

Oltre il 40% delle persone uccise a Gaza dall'inizio dell'escalation di violenza nei Territori palestinesi occupati, sono minori.

Chi si è salvato è stato costretto a fuggire, anche ripetutamente, senza un posto sicuro dove andare. I bambini di Gaza continuano a sperimentare orrori indicibili, tra cui ferite che stravolgono la loro vita, ustioni, malattie, cure mediche inadeguate e la perdita dei genitori e di altre persone care.

Ecco le parole di Lana, una bambina di 11 anni di Rafah, che sta vivendo gli orrori di questa violenza nel sud di Gaza: "La guerra ci ha colpito molto. Abbiamo dovuto lasciare le nostre case e non potevamo fare nulla. Abbiamo imparato molte cose durante la guerra, come l'importanza di risparmiare l'acqua. Spero che la guerra finisca e che si possa vivere in pace e in sicurezza".

Cessate il fuoco per salvare i bambini​

“Nonostante il numero record di bambini uccisi e mutilati, la comunità internazionale non è riuscita ad agire ancora e ancora. Una grave violazione commessa contro i bambini è una di troppo. Negli ultimi tre mesi, i bambini di Gaza hanno subito gravi violazioni ogni giorno, mentre le condizioni per fornire loro l'assistenza umanitaria di cui hanno bisogno semplicemente non ci sono. Tutte le parti devono accettare un cessate il fuoco definitivo, ora”, dichiara Jason Lee.

Chiediamo un cessate il fuoco definitivo per salvare e proteggere le vite dei bambini di Gaza e invitiamo il governo di Israele a consentire il libero flusso di aiuti e la ripresa dell'ingresso di beni commerciali a Gaza.

Forniamo servizi e assistenza essenziali ai bambini palestinesi dal 1953. Il nostro team nei Territori palestinesi occupati lavora 24 ore su 24, predisponendo forniture vitali per sostenere le persone bisognose e cercando di trovare il modo di far arrivare l'assistenza a Gaza.
 
https://www.iltirreno.it/toscana/2024/04/06/news/la-strategia-usa-per-camp-darby-livorno-puo-essere-il-porto-chiave-1.100501999

Guerra, la strategia Usa per Camp Darby: Livorno può essere il porto chiave

LIVORNO. Dopo il porto di Genova, quello di Livorno. Potrebbero arrivare nelle prossime settimane sulle banchine del porto di Livorno altri M-Atv, veicoli militari adoperati per il trasporto di truppe e operazioni speciali, resistenti alle mine, ad esplosivi e a piccole armi anticarro, che gli Stati Uniti, dalla scorsa settimana, hanno iniziato ad inviare alla base militare a stelle e strisce di Camp Darby per poi essere spediti – all’occorrenza – nei teatri di guerra che vedono impegnato, direttamente o indirettamente, l’esercito americano. «Il porto di Livorno è uno dei tanti porti strategici attraverso cui operano le forze armate statunitensi», sottolinea lo United States European Command (Useucom), il Comando europeo delle forze armate statunitensi, facendo intendere possibili nuovi sbarchi di mezzi da collocare nei magazzini a temperatura e umidità controllata dell’enclave a stelle e strisce che sorge tra Pisa e Livorno.
«Nel porto di Livorno, considerato medio-piccolo, possiamo gestire un flusso di merci fino a duemila “pezzi” (mezzi e altre spedizioni ingombranti, ndr) all’anno», specifica l’Useucom. Dopo quelli – una decina – approdati a Genova la scorsa settimana con una nave battente bandiera saudita e trasferiti pochi giorni fa a Camp Darby su camion, nelle prossime settimane potrebbe quindi aumentare la fornitura, destinata all’installazione militare, dei mezzi corazzati impiegati per il trasporto di truppe e operazioni speciali. E mentre i magazzini di Camp Darby – il più grande deposito di munizioni dell’esercito Usa al di fuori dei confini nazionali – continuano a riempirsi, anche i livelli di sicurezza della base (come quelle di altre dislocate nel Vecchio Continente) sono state riviste.

«I leader militari statunitensi, a tutti i livelli e in tutta la regione Useucom attuano un’ampia gamma di misure di protezione per garantire la sicurezza del personale, sulla base di una costante valutazione dell’ambiente di sicurezza», fa sapere il comando che ha sede a Stoccarda.
 
Gli errori di Bibi

Sei mesi fa, scatenando l’operazione Tempesta di Al-Aqsa, la Resistenza palestinese innescava un processo destinato a cambiare non soltanto gli equilibri politici e militari nella regione, ma ad aggiungere un tassello importante al confronto geo-politico globale, ad opera non di una potenza alternativa all’egemone statunitense ma di una nazione del sud del mondo. Perché il conflitto israelo-palestinese è innanzi tutto una lotta anti-coloniale e di liberazione nazionale, e questo non andrebbe mai dimenticato.

In questi sei mesi, e soprattutto nei primi tempi, l’attenzione si è concentrata dapprima sulla sorpresa militare, con cui la Resistenza ha colto impreparate le difese dell’IDF, e successivamente sulla smisurata reazione israeliana. Quello che non è stato rilevato, o quanto meno non sottolineato, è che l’impreparazione israeliana è stata assai più politica che militare – e quest’ultima, semmai, è conseguenza della prima. Israele era talmente sicuro di sé, e dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti, da concentrarsi su quelli che erano i suoi obiettivi territoriali più ambiti, ovvero la Cisgiordania. È qui che si concentrano gli insediamenti coloniali, e la base elettorale dell’estrema destra che sostiene il governo Netanyahu, ed è qui – per una serie di ragioni storiche ma anche estremamente pratiche – che si focalizzano gli appetiti espansionistici. Gaza era considerata una via di mezzo tra Alcatraz ed un riserva indiana. Essendo totalmente concentrato sul proprio ombelico, Israele non si è resa conto di qualcosa di molto più importante. E cioè che il conflitto in corso in Europa, ormai da venti mesi, aveva cambiato radicalmente gli equilibri strategici globali.

L’operazione palestinese, quindi, è apparsa agli occhi di Netanyahu (e del suo governo di fanatici estremisti) come un’occasione perfetta per, da un lato, rinviare sine die la sua incriminazione, e dall’altro per dare libero sfogo all’odio razziale che gli israeliani provano per gli arabi, provando magari a cacciarne quanti più possibile dal territorio della Palestina.

Confidando nella propria superiorità militare, Israele ha lanciato le sue forze armate in un conflitto che dava per scontato avrebbe vinto, stante l’enorme asimmetricità. Commettendo in ciò due enormi errori militari: non considerare il fatto che una guerriglia non si sconfigge con una brutale invasione (che semmai l’alimenta), e che non avere obiettivi strategici raggiungibili significa condannarsi alla sconfitta.
Se si prova a riavvolgere mentalmente il film di questi sei mesi, si vedrà come tutta una serie di tappe previste e conclamate come foriere della vittoria, siano via via semplicemente scomparse dalla narrazione propagandistica. Il risultato finale è che, appunto, null’altro resta se non la propaganda. Per quanto abbiano impiegato massicciamente ogni sistema d’arma di cui dispongano, i risultati sul campo sono inverosibilmente bassi.

In soli sei mesi, Israele ha finito col trovarsi in una situazione per molti versi simile a quella americana in Vietnam – solo che USA ci avevano messo qualche anno ad arrivarci.

Quando a Washington realizzarono che la guerra coi vietcong andava male, pensarono di risolvere semplicemente mascherando la realtà. Fu lanciata l’operazione ‘Search & Destroy’, che avrebbe dovuto consentire di stanare i viet dai villaggi nella giungla; ma prevedibilmente, i risultati erano praticamente insignificanti, le pressioni sui reparti operativi si fecero maggiori, ed alla fine tutto si tradusse nel fatto che i marines cominciarono a massacrare indiscriminatamente, conteggiando ogni civile come un guerrigliero. Così i comunicati stampa dell’esercito erano pieni di cifre trionfalistiche, ma alla fine gli americani dovettero scapparsene in fretta e furia.

Quel che sta accadendo a Gaza adesso è esattamente la stessa cosa. Si massacrano quotidianamente civili, per tre quarti donne e bambini, e poi l’IDF comunica di aver ucciso migliaia di combattenti palestinesi qui e là.

Dei famosi “tunnel di Hamas” non se ne parla neanche più, perché molto semplicemente sono riusciti a disattivarne una piccolissima parte, e quasi sempre limitandosi a farne saltare gli accessi scoperti. Dopo aver demolito e rastrellato praticamente ogni metro quadro della Striscia, l’IDF non è riuscita a trovare e liberare neanche uno dei prigionieri in mano alla Resistenza. In sei mesi, ha perso almeno un quinto dei suoi mezzi corazzati. Per non parlare dei caduti (il cui numero ufficiale è ridicolmente sottostimato), dei feriti inabilitati in modo permanente, etc.
Sognavano di cacciare via da Gaza quanti più palestinesi possibili, ma quello che è successo dal 7 ottobre in qua è che 500.000 israeliani con doppio passaporto sono scappati, e difficilmente torneranno indietro. Hanno costretto un milione e mezzo di civili a stiparsi a Rafah e dintorni, all’estremo sud della Striscia, ma intanto quasi 200.000 israeliani sono dovuti scappare dalle zone al confine con il Libano.
Il porto di Eilat, sul mar Rosso, è praticamente chiuso. L’impatto economico del conflitto è enorme, con interi settori paralizzati per via del blocco della manodopera araba e del richiamo dei riservisti [1].

Sei mesi dopo l’inizio di tutto, Israele continua a raccontare favole che stridono con la realtà effettuale. Sostiene di aver distrutto 19 delle 24 brigate di Hamas, e che le residue si trovano a Rafah (per giustificare l’intenzione di attaccare via terra anche quest’ultima città). Ma poi guarda caso non passa giorno che non ci siano notizie di scontri e combattimenti un po’ dappertutto. A Gaza City, praticamente rasa al suolo, non possono ritirare le truppe perché la Resistenza è sempre forte ed attiva. Ritirano le unità dispiegate a Khan Younis, nel sud della Striscia, sostenendo di aver conseguito gli obiettivi tattici locali, e solo un paio d’ore dopo proprio da lì viene bombardato un centro comando dell’IDF…

La stessa idea strategica che ora viene propagandata, quella del ‘corrridoio Netzarim’ (un asse stradale che divida in due la Striscia, separando il nord dal sud, e presidiato stabilmente dall’IDF), è palesemente insignificante. Non solo perché, ovviamente, la Resistenza continuerà ad utilizzare la propria rete di tunnel per passare da una parte all’altra quando e come vuole, ma perché quel presidio diventerà un obiettivo privilegiato, e non avrà alcun significativo impatto dal punto di vista militare.
Privo com’è di un disegno strategico e di obiettivi conseguibili, il governo israeliano va avanti alla giornata, cercando via via degli escamotage capaci di fargli guadagnare tempo, e soprattutto di trascinare nella propria folle avventura gli Stati Uniti, che invece non ne hanno assolutamente voglia, e se non fosse per l’imprescindibile potere della lobby ebraica (fondamentale in un anno elettorale) li avrebbero forse persino lasciati al proprio destino. Un gioco al rilancio continuo, sino al rischio di un all-in attaccando l’ambasciata iraniana a Damasco, uccidendo alcuni generali dell’IRGC.

Sei mesi fa, la Resistenza palestinese ha cambiato veramente tutto; e anche se il prezzo pagato è elevatissimo, nulla potrà mai più tornare come prima.
L’unico tunnel in cui Israele è riuscita a penetrare è quello in cui si è cacciata da sola. E non si vede alcuna luce in fondo.

Note:

1) Uno degli aspetti che si tende a sottovalutare è quello del dopoguerra. Dal momento in cui cesseranno le ostilità, su Gaza si riverseranno investimenti dei paesi arabi finalizzati alla ricostruzione, il che significa che la manodopera palestinese sarà pienamente impiegata in questo, e quindi per gli anni a venire non sarà disponibile per il mercato del lavoro israeliano. Tra israeliani fuggiti all’estero e palestinesi che non torneranno al lavoro in Israele, tra 600.000 ed 1.000.000 di lavoratori verranno meno, in un paese che conta meno di 10 milioni di abitanti. Il 15/16% della forza lavoro in meno, praticamente dall’oggi al domani.

Gli errori di Bibi
 
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