Banche rapporto Mediobanca 1995-2005

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Dati cumulativi delle principali banche internazionali
ISSN 1722 - 6457
Ultima edizione disponibile dal Maggio 2006

Indagine annuale sulle principali banche aventi sede in Europa, Giappone e Stati Uniti. Le imprese sono considerate a livello di Gruppo e vengono elaborati dati aggregati sui conti economici, sugli stati patrimoniali e sui principali indici di bilancio. Gli esercizi considerati sono quelli dal 1995 al 2005 per i Gruppi europei e dal 1998 al 2005 per quelli giapponesi e statunitensi. L’introduzione commenta alcuni principali aspetti. Una parte dell’indagine specifica la metodologia seguita nelle elaborazioni e nella selezione delle imprese.
http://www.mbres.it/ita/res_pubblicazioni/banche.htm#
http://www.mbres.it/ita/download/rs_Banche05.pdf
http://www.mbres.it/ita/download/rs_Grafici_Banche05.pdf
 
BANCHE/ R&S: IN 10 ANNI DIMENSIONI RADDOPPIATE NEL MONDO CON M&A
24/05/2006 16:48

Milano, 24 mag. (Apcom) - Negli ultimi dieci anni le maggiori banche internazionali hanno più che raddoppiato di dimensione, grazie prevalentemente alle attività di fusioni e acquisizioni, che hanno portato ad una maggiore concentrazione del settore. Lo sviluppo per linee esterne ha costituito un fattore determinante nella crescita dimensionale dei gruppi bancari. E' quanto emerge dall'indagine 2005 di R&S-Mediobanca sui principali istituti mondiali (attivo di bilancio pari almeno all'1% del totale), rappresentativi del 60% dei rispettivi sistemi bancari.

Le 110 banche selezionate nel 1995 si sono così ridotte nel 2004 a 68 (35 con sede in Europa), a seguito perlopiù di operazioni di M&A. In particolare, dal 1998 al 2004 - rivela l'indagine - è aumentato in maniera sostanziosa il totale attivo per ogni banca: mediamente la dimensione degli istituti è raddoppiata (+106% la media di tutte le banche) e lo sviluppo è avvenuto prevalentemente tramite acquisizioni. Le banche europee sono cresciute del 110%, quelle americane del 122% (dal 1995 al 2004, inoltre, la dimensione media europea è più che triplicata).

Tra il 1998 e il 2004 sono stati ben 43 i mega merger, di cui 20 hanno riguardato proprio le banche europee (15 le americane). Se fino al 2003 le operazioni nel Vecchio Continente hanno riguardato prevalentemente gruppi interni alla stessa area, nel 2004 la situazione è cambiata, con l'operazione Santander-Abbey National e successivamente Unicredit-Hvb nel 2005.

E' aumentata di conseguenza, nel periodo, la concentrazione nel settore, con l'Europa rimasta però al palo: in Giappone, infatti, il peso dei primi 5 gruppi è salito dal 44% al 75%, negli Usa dal 56% al 77%, in Europa solo dal 23% al 27%, perchè i sistemi nazionali sono restati chiusi l'uno rispetto all'altro.

Tra gli effetti positivi della crescita dimensionale, da rilevare la crescita della produttività rispetto al costo del lavoro. Dal 1998 al 2004 nei gruppi europei la produttività è salita del 24% circa, il costo del lavoro pro-capite del 20%. I migliori indicatori sono quelli di Spagna (dove la crescita dei ricavi unitari è quasi 8 volte superiore a quella dei costi unitari), Francia e Gran Bretagna. Negli Usa la produttività è balzata del 37%, il costo del lavoro pro-capite del 33%. Le banche italiane, invece, hanno ridotto il costo unitario del lavoro dell'8,6% (dovuto alle acquisizioni in Paesi dell'Europa centro-orientale a più basso costo di manodopera) a fronte di un lieve calo (-0,7%) dei ricavi unitari, con un effetto comunque positivo sulla redditività aziendale.

copyright @ 2006 APCOM




Banche italiane, le nane d'Europa

MILANO - La taglia delle banche italiane resta minuscola rispetto ai protagonisti internazionali, ma la situazione va migliorando. E' quanto emerge dall'edizione 2005 dell'analisi sulle maggiori banche mondiali realizzata da R&S Mediobanca. Lo studio, "Dati cumulativi delle principali banche internazionali", è stato condotto su un campione formato dalle 68 banche internazionali più grandi ed è diviso per tre aree geografiche: Europa, Stati Uniti e Giappone.

Banche italiane, le nane d'Europa. Le grandi banche italiane hanno seguito negli ultimi anni il sentiero virtuoso dei grandi gruppi europei, migliorando gli utili e riducendo i costi, ma rimane un distacco strutturale rispetto alla concorrenza. Un gap ben evidente, in particolare, nella dotazione patrimoniale più fragile, nella dimensione più piccola e nel fardello di crediti deteriorati più pesante che le nostre banche si portano dietro rispetto alle concorrenti europee.

..con tanti problemi.
I problemi per le 13 principali banche italiane quotate per attivo (il 70% del sistema) sono numerosi: il free capital nel 2004 è negativo (-0,9% contro +2,3% delle banche europee), il coefficiente di solvibilità è più basso (9,6% nel 2005 contro 11,7% in Europa), lo stock di crediti dubbi è elevato (4,5% dei crediti verso la clientela contro lo 0,9%) che pesa sul patrimonio netto per il 43,9% (8,6%). E i crediti dubbi restano nei bilanci delle banche italiane per ben 6 anni contro i soli 2 anni della concorrenza europea mentre in Usa si azzerano subito le partite problematiche. Tra le tre top italiane, Intesa, Unicredit e Sanpaolo (il 35% del sistema), nel 2004 si è distinta la banca torinese con un free capital su livelli europei e un più rapido smaltimento a conto economico dei crediti dubbi, condizioni che, in astratto, paiono più favorevoli per eventuali acquisizioni.

Un settore che cerca di unire le forze. Il rapporto di Mediobanca evidenzia però un possibile salto di qualità per l'Italia con la fusione di Unicredit con Hvb in uno scenario europeo ancora frammentato, all'interno di un settore che ha visto nel mondo, in un decennio, 43 mega-mergers che hanno ridotto il numero delle grandi banche da 110 a 68. Di queste 43 mega-fusioni, 20 hanno riguardato banche europee, 15 quelle statunitensi e 8 quelle giapponesi. Per aree geografiche gli Stati Uniti presentano grandi banche, concentrate e redditizie, destinate a diventare ancora più grandi. Situazione simile in Giappone, dove però la redditività è piuttosto ridotta. In Europa, invece, il panorama è molto variegato, con istituti sia grandi che piccoli, banche poco concentrate e dal reddito non particolarmente elevato.

Ubs e Citigroup, i big mondiali. Le banche europee evidenziano una dimensione media più elevata, con gli attivi 2004 (504,5 miliardi) a quasi il doppio di quelli delle banche giapponesi (272,2 miliardi) e di quelle Usa (271,4 miliardi). A fine 2004 i due gruppi bancari più grandi al mondo sono stati la svizzera Ubs e l'americana Citigroup, ma nel corso del 2005 sono state superate dalla giapponese Mitsubishi Ufj Financial Grop, nata dalla fusione fra il secondo e quarto gruppo del paese. La crescita dimensionale si è registrata in tutte e tre le aree geografiche considerate, ma in misura maggiore negli Stati Uniti e in Europa. Per quanto riguarda la dimensione delle banche del campione, fra il 1998 e il 2004 l'attivo è aumentato del 109,8% in Europa, del 122,3% negli Usa e del 58,8% in Giappone.



24/05/2006 - 17:54
Repubblica
 
BANCHE/ R&S: TOP MONDO, SALGONO UTILI E MENO PERDITE SU CREDITI
24/05/2006 17:12

Milano, 24 mag. (Apcom) - E' positiva la fotografia scattata dall'indagine 2005 di R&S-Mediobanca sulle maggiori banche internazionali relativa al 2004 e al primo semestre 2005: in aumento i ricavi, gli utili e i mezzi propri, in deciso calo le perdite sui crediti, mentre aumenta notevolmente il volume dei contratti derivati.

Nel 2004 sono aumentati i proventi netti da commissioni: +8% in Europa, +6% negli Stati Uniti, +14% in Giappone. La tendenza è confermata anche nel primo semestre dello scorso anno (+6%). Gli utili correnti sono cresciuti del 19% in valore assoluto per effetto delle minori perdite sui crediti (+21% nel primo semestre 2005). Le perdite sui crediti sono scese del 36% (-39% primo semestre 2005) per effetto del miglioramento della congiuntura.

Anche i mezzi propri sono in crescita nel 2004, anche se la quota sul totale dell'attivo delle banche Usa è più che doppia rispetto a Europa e Giappone. Le banche americane sono state nel 2004 più redditizie, ma in diminuzione rispetto al 2003, in forte aumento gli utili per le banche giapponesi ed europee. Gli utili nelle tre aree hanno subito un ulteriore miglioramento nel primo semestre 2005.

Infine, uno sguardo sui contratti derivati, il cui volume, aumentato notevolmente negli ultimi anni, rappresenta un "rischio" importante per le banche. Il valore nominale dei contratti aumenta tra il 2000 e il 2004 di circa due volte in Europa e negli Usa, di circa 1,3 volte in Giappone. Il rischio di credito inoltre cresce del 38% in Europa, del 13% negli Usa mentre diminuisce del 3,5% in Giappone. Il rapporto tra rischio di credito e capitale netto risulta sensibilmente più elevato per le banche europee rispetto a quello delle altre due aree, attestandosi al 133% a fine 2004 rispetto al 111,1% del 2000. Leggermente meno esposte le banche italiane (103% a fine 2004 dal 52,2% del 2000).

copyright @ 2006 APCOM
 
Mediobanca: «Banche italiane lontane dall’Europa» L’analisi R&S: Unicredito-Hvb l’eccezione, le altre migliorano ma restano piccole
Con la fusione crossborder Unicredito-Hvb l’Italia è entrata nelle top 20 mondiali del credito (al 12esimo posto). Ma il nostro medagliere olimpionico, secondo l’edizione 2005 di «Dati cumulativi delle principali banche internazionali» realizzato da R&S-Mediobanca, si ferma lì. Le altre banche sono ancora troppo piccole per aspirare anche soltanto a superare le fasi eliminatorie: niente da fare, le dimensioni non consentono di partecipare a competizioni internazionali.

ITALIANE ANCORA PICCOLE - Basti pensare che se Unicredito-Hvb ha attivi totali pari a 778 miliardi, per Intesa questo valore è pari a 275 miliardi, quattro volte inferiore alla prima del mondo, la svizzera Ubs, che conta su 1.124 miliardi di attivo. Capitalia pesa più o meno un decimo. Dati che parlano chiaro e sembrano autorizzare un interrogativo: nozze domestiche, come quelle ipotizzate con CapIntesa, sono in grado davvero di risolvere il problema della massa critica, che può rappresentare un punto a favore di chi non vuole essere preda e preferisce seguire autonome vie di sviluppo? A giudicare dalle cifre, la via delle aggregazioni europee sembrerebbe pressoché obbligata. Certo con il rischio di non celebrare nozze fra uguali.


PIU’ UTILI MA «STRAORDINARI» - Dai dati raccolti da R&S-Mediobanca, le banche italiane sono rimaste piccole ma hanno almeno tenuto il passo degli istituti europei in termini di redditività: il rapporto fra profitti e ricavi per le nostre top è aumentato fra il 2004 e il 2005 dal 19,3% al 25,4%, mentre per quelle Ue è passato dal 20,7 al 22,5%. Tuttavia l’effetto virtuoso è in parte moderato da una considerazione: allo sprint hanno contribuito sensibilmente le partite straordinarie, legate soprattutto a utili da dismissioni di partecipazioni. Proseguendo nel confronto con il resto d’Europa, le banche italiane hanno poi ridotto meno i costi e, soprattutto, presentano ancora perdite su crediti maggiori (7% contro il 5,9%). Il dato che però desta preoccupazione è relativo allo stock dei crediti dubbi a fine anno: nei nostri istituti costituiscono il 4,5% dei crediti verso clienti, a fronte di una media continentale scesa allo 0,9%.


I MERGER NEL MONDO - Tornando alle dimensioni lasciando però il terreno domestico, dallo studio di R&S-Mediobanca si ricava una tendenza di lungo periodo inequivocabile: le banche di tutto il mondo procedono nello sviluppo in modo prevalente attraverso acquisizioni. Così dal 1998 al 2004 gli attivi medi sono cresciuti del 106%, e ci sono stati ben 43 mega-merger, 20 dei quali hanno riguardato istituti europei: fino al 2003 le nozze sono state «nazionali», dal 2004 sono cominciate le operazioni crossborder come quella realizzata dallo spagnolo Santander rilevando l’inglese Abbey national. Nel solo 2005 poi sono stati portati a termine altri 4 mega-merger, fra i quali appunto Unicredito-Hvb.


L’EUROPA AGGANCIA GLI STATI UNITI - Un altro fenomeno che non può sfuggire riguarda in modo particolare le banche europee, che hanno «agganciato» quelle americane in termini di redditività. Mentre nel 2003 il rapporto roe era pari al 21% negli Stati Uniti e al 12,2% in Europa, nel 2005 questo valore in entrambe le aree è vicino al 15-16%.


«MIRACOLO» A TOKIO - Infine, il miracolo giapponese. Meno di dieci anni fa il settore del credito era considerato a Tokio il vero «buco nero» dell’economia nazionale: nel ’98 le banche accusarono una perdita netta pari al 53% dei ricavi. Un risultato da crac. Ebbene, dopo razionalizzazioni durissime che hanno talvolta comportato pesanti diete dimagranti, i maggiori istituti nipponici presentano un risultato corrente pari al 29% dei ricavi. Ma l’indicatore che forse colpisce di più è l’incidenza dei crediti dubbi sul totale: è pari all’1,4%. La banca «peggiore» è la Hokuhoku, con il 4,7%. Dato che che corrisponde più o meno alla media italiana.
Sergio Bocconi corriere
 
MF - Banche & Banchieri - Numero 102, pag. 18 del 25/5/2006
27 Banche italiane più grandi ma pesano i crediti dubbi - R&s, le tre big si sono avvicinate ai livelli europei.

Si sono avvicinate molto all'Europa le banche italiane, sia come redditività sia come solidità, ma i manager che le guidano devono fare i conti con una pesante eredità che arriva dal passato: i crediti dubbi. Lo sostiene R&S, la società di ricerca di Mediobanca, nella ´Indagine sulle maggiori banche internazionali' pubblicata ieri.

Le banche italiane hanno dunque seguito in positivo il passo delle europee, ma non hanno modificato il distacco strutturale che le separa da esse. Anche il confronto fra i coefficienti di solvibilità lo dimostra: quello medio italiano è stato del 9,6% nel 2005 contro la media europea dell'11,7%. Lo stock di crediti dubbi a fine anno è decisamente elevato, pari al 4,5% dei crediti verso i clienti, a fronte di una media europea ora allo 0,9%. Questi crediti dubbi pesano sul patrimonio netto per il 43,9% (Europa 8,6%). I manager italiani hanno evidentemente più fiducia nella capacità di ripresa dei loro clienti: sulla base delle svalutazioni contabilizzate ogni anno, i crediti dubbi restano nei bilanci delle banche in Italia per oltre sei anni, laddove gli europei in media li tengono due anni e gli americani azzerano praticamente subito le partite.

Per quanto riguarda le dimensioni, le italiane sono le più piccole fra le grandi banche europee. Solo la fusione dell'anno scorso fra UniCredit e Hvb ha fatto fare un salto dimensionale enorme al gruppo guidato da Alessandro Profumo, con un attivo di 787 miliardi di euro contro 1.124 miliardi della prima banca europea, la svizzera Ubs. Molto più limitata la cifra di Banca Intesa, 275 miliardi, e di Sanpaolo-Imi, 211 miliardi. Fra le tre big UniCredit, Banca Intesa e Sanpaolo-Imi, la più dotata di munizioni, anche per una eventuale mossa nel risiko bancario, è l'istituto torinese. Il free capital della banca presieduta da Enrico Salza nel 2004 è stato pari al 2%, contro il dato di UniCredit (prima della fusione con la tedesca Hvb) di 1,6% e di quello di Intesa, negativo, a -0,2%. La media europea è invece pari al 2,3%.

Anche in termini di roe le prime tre banche italiane sono in linea con l'Europa, ma grazie soprattutto a proventi di natura straordinaria legati a dismissioni. Il roe dell'Europa si allinea a quello degli Usa (15,1 contro 16,2%) perché il primo è migliorato mentre il secondo è peggiorato. Analogamente, migliorano le banche europee sul lato dei costi, a partire soprattutto dal 2002. Il risultato corrente è continuamente aumentato e nel 2005 ha toccato il massimo con il 35% dei ricavi. Ma anche le banche Usa, dove si conferma prima Citigroup, e giapponesi, ora dominate dal colosso Mitsubishi Ufj, hanno seguito un trend analogo (38,6% le prime, 29% le seconde). In particolare il Giappone ha vissuto un autentico miracolo perché ha ribaltato le perdite enormi accusate fino al 2001.

Le tre grandi italiane rispetto all'Europa hanno sviluppato di meno i ricavi operativi ma hanno saputo aumentare gli utili netti sui ricavi al massimo storico del 25%, facendo meglio della concorrenza continentale (22,5%), ma solo grazie a poste straordinarie legate a dismissioni. I costi operativi scendono in linea con l'Europa ma meno che proporzionalmente a 1,5-2 punti sopra la media europea, attorno al 60%. Le perdite su crediti sono scese dopo il 2001, ma sono ancora un onere più pesante per le italiane (6,3% dei ricavi) rispetto alla media europea (5,9%).

A livello generale, dopo un decennio di mega-merger, ben 43, che hanno portato il numero delle grandi banche da cento a 68, gli istituti Usa appaiono grandi, concentrati e redditizi, simili a quelli giapponesi, che però sono poco redditizi, mentre quelli europei sono misti: grandi e piccoli, più e meno efficienti, a causa ancora di un mercato prevalentemente suddiviso per paesi. (riproduzione riservata) Autore: Fabrizio Massaro
 
ItaliaOggi - Mercati e Finanza - Numero 123, pag. 10 del 25/5/2006
21 Rapporto abi. Banche, ancora bassa la redditività

Il 2005 si è dimostrato generoso con le banche italiane, che hanno visto crescere utili e patrimonio, ma l'Europa resta lontana soprattutto sotto il profilo della redditività. È quanto segnala l'Abi nel tradizionale rapporto che sintetizza i risultati di bilancio ottenuti l'anno scorso dai principali istituti di credito. Nel complesso, i guadagni netti rettificati secondo gli Ias hanno raggiunto quota 11,878 miliardi di euro, con un miglioramento del 30,1% rispetto ai 9,142 miliardi del 2004. La patrimonializzazione media netta ha raggiunto 100,962 miliardi, con un incremento del 9,8%. Il roe rettificato è salito all'11,76% dal 9,94% di un anno prima.

Nessuna celebrazione, però. Piuttosto, come sottolinea il presidente dell'Abi, Maurizio Sella, la consapevolezza che le banche italiane ´continuano a rimanere sotto la media europea'. Il roe medio, calcolato dall'Osservatorio Ebr, si attesta al 14% a fronte del 19% raggiunto dalla Gran Bretagna, del 19,9% francese e del 26,9% toccato in Spagna. Tra i grandi paesi, soltanto la Germania sta peggio con il 12,1%.

Le cose vanno un po' meglio sul fronte del rapporto tra costi e ricavi, che in Italia si colloca appena sotto il 55%. L'indice, che segnala il grado di efficienza della gestione, è più basso sia rispetto alla Francia, dove viaggia attorno al 60%, sia rispetto alla Germania, dove si posiziona poco sotto il 70%. Anche su questo versante brillano gli istituti spagnoli e britannici, con il loro cost/income ratio tra il 45 e il 50%.

´La ristrutturazione del sistema si riflette in un miglioramento dell'efficienza', osserva il direttore generale dell'Abi, Giuseppe Zadra, ´ora bisogna lavorare sulla redditività'. Zadra respinge anche la visione di banche capaci di produrre utili soltanto grazie a commissioni più alte e spread sui tassi più larghi. ´Il costo dei servizi bancari', rileva il direttore dell'Abi, ´è aumentato del 7% tra il 1996 e il 2004 contro un'inflazione del 20%'. Secondo il rapporto, a far crescere i guadagni, nonostante il cattivo andamento dell'economia del paese, è stata la progressiva finanziarizzazione della società italiana. I bassi tassi d'interesse hanno fatto esplodere la domanda di mutui e di credito al consumo proveniente dalle famiglie. I sistemi di pagamento elettronici sono diventati d'uso comune.

La gestione del risparmio ha quintuplicato il suo giro d'affari. Un processo accompagnato dalla progressiva riduzione delle sofferenze, a testimonianza, conclude Zadra, ´di una migliore qualità della gestione del credito'.

http://www.abi.it/jhtml/home/prodot...o/rapportoSemestrale/rapportoSemestrale.jhtml
 
ItaliaOggi - Mercati e Finanza - Numero 123, pag. 10 del 25/5/2006
22 Mediobanca. Gli istituti italiani nani europei

Non basta l'eccezione di Unicredit, che ha fatto il salto dimensionale con l'unica mega-fusione cross border dello scorso anno. Le banche italiane restano piccole nel contesto internazionale e, se riescono a tenere il passo delle concorrenti europee in termini di utili e ricavi e di calo dei costi, così non è per quanto riguarda voci importanti come il free capital, la solvibilità e i cosiddetti crediti dubbi. Il quadro emerge dalla nuova edizione dell'indagine realizzata da R&S di Mediobanca, da ieri disponibile on-line.

Nella classifica degli istituti europei elaborata da R&S, sulla base del totale dell'attivo, figurano solo tre nomi italiani: Intesa, Unicredit e Sanpaolo-Imi. Di queste solo Unicredit, dopo l'acquisizione della tedesca Hvb, è balzata dal trentesimo all'ottavo posto, mentre le altre restano oltre metà classifica. Invariato il distacco strutturale, con un free capital nel complesso ancora negativo: nel 2004 a -0,9% rispetto alla provvista da clientela per le banche italiane e +2,3% per le europee). Il coefficiente di solvibilità è più basso (9,6% rispetto all'11,7%) e lo stock di crediti dubbi è più elevato (4,5% dei crediti verso i clienti contro una media europea dello 0,9%).
 
LA REPUBBLICA giovedì 25 maggio 2006
03 Uno studio R&S Mediobanca mette a confronto gli istituti nazionali con quelli stranieri - Poco capitale e tanti crediti dubbi banche italiane al palo in Europa - Solo Unicredit può competere per dimensioni con i concorrenti europei

MILANO - È appena uscito, come tutti gli anni, il tradizionale studio di R&S Mediobanca sulle principali banche del mondo ("Dati cumulativi delle principali Banche internazionali 2005") e verrebbe voglia di dire che non ci sono novità rilevanti. Ma, purtroppo, la novità è appunto che non ci sono novità. Da un punto di vista della gestione e degli affari lo studio rileva come le banche italiane si siano, tutto sommato, bene allineate al resto dell´Europa. Non sono andate né meglio né peggio: insomma sono in linea. E questo è certamente un buon segno.

A preoccupare sono altre cose. Una di queste è, ovviamente, la dimensione. Gli anni passano, i discorsi si accumulano, ma il mondo bancario italiano, per quanto riguarda le sue «misure», rimane lontano mille miglia dalla concorrenza dei vicini paesi europei.

Precisando che lo studio è stato fatto prima dell´operazione che ha portato Unicredit alla fusione con la tedesca Hvb, si vede che le nostre banche quasi non esistono nel confronto con quelle straniere.

Se come misura prendiamo il totale dell´attivo 2004 (miliardi di euro) vediamo che la svizzera Ubs arriva a 1124, la più grande delle banche italiane (Banca Intesa) si ferma a 275. E´, insomma, almeno quattro volte più piccola. La più modesta delle grandi banche internazionali europee (il Credit Suisse) arriva comunque a 692 miliardi di euro di attivo (nel 2004) contro i 275 di Intesa: insomma, più del doppio.

Gli effetti delle buone operazioni internazionali, però, si vedono. I ricercatori di R&S hanno infilato dentro, nei conti, l´Unicredit post-fusione con Hvb e subito la nuova banca vola a 787 miliardi di euro di attivo. E si colloca all´ottavo posto in Europa, subito Royal Bank of Scotland e prima dell´inglese Barclays. Nei conti del 2004, invece, Unicredito sta ancora a quota 265 miliardi di euro di attivo e si trova in fondo alla classifica.

Ma questo, purtroppo, non è il solo punto di debolezza strutturale delle banche italiane (risolvibile solo con una nuova ondata di aggregazioni, meglio magari se internazionali). Ce ne sono almeno altre due. Una tipicamente italiana, e cioè i crediti dubbi. I soldi prestati a soggetti che probabilmente non li restituiranno mai: o perché i titolari si sono dati alla macchia o semplicemente perché gli affari sono andati male.

Sotto questo aspetto la situazione delle banche italiane è veramente una sorta di anomalia mondiale. Se consideriamo i crediti dubbi in percentuale sul totale della clientela, vediamo che in America siamo a zero: e questo perché i crediti dubbi vengono cancellati, eliminati. In Giappone siamo all´1,4% di crediti dubbi sul totale e la peggiore banca giapponese (fra quelle comprese nel campione di questo studio) arriva al 4,7 per cento. In Europa i crediti dubbi arrivano allo 0,9% rispetto al totale dei crediti alla clientela. La migliore banca europea è a quota zero e la peggiore a quota 4,5 per cento. Ebbene, in Italia considerando le 13 banche che fanno parte dei 30 maggiori titoli di Borsa, si arriva a una media del 4,5%. In sostanza, la media delle banche italiane (quanto a crediti dubbi) è allineata esattamente con la peggiore banca europea. Nell´ordine: Banca Intesa arriva al 4,5%, Unicredito al 2,6 e Sanpaoloimi all´1,2%.

L´altro punto di differenza sostanziale, rispetto al resto dell´Europa, riguarda il free capital, cioè i soldi pronti per essere spesi (per acquisizioni o altro). In Europa il free capital delle banche arriva al 2,3 per cento rispetto alla provvista da clientela. In Italia, invece, nelle tredici banche si arriva sotto zero: meno 0,9 per cento. Banca Intesa sta a meno 0,2, Unicredito a più 1,6 e il Sanpaoloimi a più 2%. Insomma, piccole, senza soldi e con troppi crediti dubbi. GIUSEPPE TURANI
 
Draghi e la nuova libertà dei banchieri DI MARCELLO MESSORI
Uno dei passaggi più rilevanti delle Considerazioni finali del governatore Draghi, un po' sottovalutato dai commentatori, riguarda l'impegno di abolire l'obbligo di comunicazione a Bankitalia del «progetto» di acquisto di «partecipazioni di controllo nelle banche» prima dell'esame di tale progetto da parte del Cda del possibile acquirente. Questa abolizione dell’obbligo di comunicazione preventiva avrà almeno tre positive conseguenze. Innanzitutto, essa eliminerà uno dei principali elementi di contrasto fra il Testo unico della finanza e il precedente Testo unico bancario favorendo la trasparenza del mercato. In secondo luogo, essa priverà l'autorità di vigilanza di quello strumento principe di censura preventiva sulle scelte di riassetto bancario che, a partire dal marzo del 1999, ha distorto il processo di consolidamento fra i maggiori gruppi bancari italiani e, più di recente, ha favorito le illecite modalità di scalata nazionalistica ad Antonveneta e a Bnl. Infine, essa segnalerà ai nostri banchieri che una vigilanza davvero prudenziale detta ex ante le regole e verifica ex post i comportamenti ma non suggerisce le mosse a essa gradite e non disegna piani regolatori. Insieme all'altra proposta del governatore di allentare i limiti alla partecipazione proprietaria delle banche italiane nelle imprese non finanziarie, ciò aprirà ampi e forse inattesi spazi di libertà in un mercato ben regolamentato. L'auspicio è che i nostri banchieri sappiano utilizzare al meglio la loro nuova libertà. corriere
 
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