barbapapà

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Barbablù. Una storia horror del XV secolo. La cronaca vera di una vicenda truce a tal punto da apparire incredibile. Un episodio mostruoso che si concluse nel mattino di mercoledì 26 ottobre 1440 quando, alle nove in punto, i battenti della Cattedrale di Nantes si aprivano per lasciar uscire un solenne corteo, guidato dal Vescovo Malestroit, la mitra dorata sul capo, il pastorale in pugno, le mani guantate di bianco. Dietro di lui venivano i canonici del capitolo, i sacerdoti, i novizi, i chierichetti e poi la folla dei popolani. C'era insomma tutto l'apparato di ogni processione solenne, con cui una città festeggia la fine di una pestilenza o rende grazie per un miracolo. Ma questa volta l'occasione era ben diversa: la processione si dirigeva fuori della città e aveva come meta i prati dell'isola di Biesse: là era pronta la forca per giustiziare un uomo che si era macchiato di crimini abominevoli: Gilles de Rais, erede di una fortuna colossale, eroe nazionale alla presa di Orléans, compagno d'armi di Giovanna d'Arco, maresciallo di Francia a soli venticinque anni. E ispiratore, secondo i più, del personaggio di Barbablù.
 
Gilles de Rais saliva sul patibolo a soli trentasei anni: ma in un periodo cosi breve aveva vissuto con un'intensità frenetica la sua avventura, provando ad essere di tutto e il contrario di tutto: eroe militare, munifico nobiluomo, cattolico fervente, ingenuo evocatore di demoni e mostro: tra il 1432 e il 1440 alcune centinaia di fanciulli e ragazzi vennero uccisi o fatti uccidere da Barbablù, il più delle volte dopo essere stati oggetto di abusi sessuali. Ogni sera, dopo i sontuosi banchetti che si tenevano nel castello di Tiffauges, o in quello di Champtocé, o in un'altra delle residenze dove conduceva la sua vita errabonda, il sire di Rais si ritirava, seguito da una corte di pochi intimi, succubi e profittatori, tra i quali non mancavano mai i due servi, Henriet e Poitou, che seguiranno il loro signore fin sul patibolo. Nelle stanze del signore venivano introdotte le vittime: giovinetti del popolo, in genere attratti al castello col miraggio di entrare nella corte come paggi o servitori, di poter quindi avere abiti buoni e cibo quotidiano. E per questi infelici si spalancavano invece le porte di un abisso di sofferenze. Oggetti di abusi sessuali, prima o dopo esser torturati, venivano infine uccisi quando la furia del loro "signore" si era finalmente acquietata. I poveri resti venivano poi bruciati o gettati nelle cantine più profonde. Si é parlato di "qualche centinaio" : la cifra é necessariamente approssimativa perché, nonostante I'accurata istruttoria condotta dai giudici e nonostante la piena confessione dell' imputato, la macabra contabilità non poté mai essere completata, data la frenetica attività di Gilles de Rais.
 
Barbablù, la famosa favola scritta da Charles Perrault nella seconda metà del seicento, per esempio parla di un uomo con la barba blu estremamente crudele e orrendo che trucidò le sue sette consorti. Questo "orco" fu, nella finzione letteraria, ucciso prima di portare a termine il suo ennesimo delitto e così la nuova consorte di Barbablù fu salva.
Questo orrendo, cupo e crudele personaggio non è un semplice parto della fantasia dell'autore ma pare che egli si sia ispirato a un personaggio realmente esistito.
Verso la fine dell'ottocento un'abate francese recupera una leggenda bretone che tratta della condanna divina di Gilles de Retz, celebre personaggio del XV secolo che, per motivi inspiegabili, perse "la retta via" imbattendosi, così nella punizione divina e, a causa delle sue nefandezze, venne soprannominato Barbablù.
Gilles de Retz era un uomo d'arme molto leale e valoroso che combatte a fianco di Giovanna d'Arco durante la liberazione di Orléan . Egli era molto legato alla Santa, che cercò di salvare dal rogo con un atto inutile quanto eroico; alla fine della guerra e con la scomparsa di Giovanna questo uomo valoroso si trasformò in una belva sanguinaria, seviziando e uccidendo centinaia di adolescenti. Probabilmente seguace di qualche setta satanica Gilles, fu arrestato e condannato all'impicaggione ed infine arso come eretico, per purificare i suoi crimini.
 
Barbablù è stata una delle mie fiabe preferite. Ho ritrovato poi il mio "caro" Barbablù nei romanzi letti da ragazzina di Juliette Benzoni, quelli della serie di Catherine, in contemporanea con quelli più famosi di Angelica dei coniugi Golon.
Chissà se qualcuno ancora li legge?

Ciao, Masca
 
Ahhhh, sto per fare una gaffe tremenda :D
Pensavo si parlasse dei Barbapapà :eek: :)

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Barbablù, ricco vedovo, chiede in sposa la giovane Maria. Maria accetta, nonostante il disgusto che la barba blu le suscita, abbacinata dalla spropositata ricchezza dell'uomo. Questa è interamente a disposizione della sposa, purchè lei non apra una sola, misera porticina. Maria trasgredirà alla proibizione del marito, scatenando la sua furia punitiva.
 
Barbablu è un uomo con la barba blu (ovviamente), ricco e potente, che per questa sua strana caratteristica è temuto da tutti. Un giorno chiede alla vicina di casa una delle figlie in moglie, la ragazza non vuole, ma quando vede la ricchezza del castello di Barbablu decide di accettare. La ragazza organizza feste con le amiche e la mamma, insomma, la vita del matrimonio non è poi così brutta, fino a quando Barbablu parte lasciandole un mazzo di chiave e un divieto, non aprire la porta con la chiave d'oro. La giovane moglie però non resiste, appena il marito parte va ad aprire la porta. Nella stanza trova una sgradita e orrenda sorpresa, le ex mogli di Barbablu impiccate. Quando torna il marito a casa si accorge della chiave sporca di sangue... La giovane sposa è in pericolo.
 
I RACCONTI DI MAMMA OCA

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La raccolta completa delle fiabe di Charles Perrault, un libro prezioso e irrinunciabile per offrire ai bambini di tutte le età splendide pagine frutto della saggezza e sagacia popolari.


Cappuccetto rosso

Barbablù

Il gatto con gli stivali

Cenerentola

Le fate

La bella addormentata nel bosco

Pollicino

Enrichetto dal Ciuffo

Pelle d'Asino
 
CHARLES PERRAULT (1628-1703)


Era un signore francese, ricco ed impegnato. Aveva tre figli e si occupava di legge e di finanza.

Ma era anche appassionato di letteratura e all’età di settanta anni pubblicò una raccolta di fiabe popolari dal titolo “Storie e racconti del tempo passato: i racconti di mamma oca” che inaugurò il genere letterario in Francia e gli dette la celebrità. Sono contenute in questo libro le fiabe più famose, quelle che tutti noi conosciamo, perché sono le prime che vengono raccontate ai bambini e le prime che, divenuti genitori, quasi automaticamente ci troviamo a raccontare ai nostri figli.
 
La favola “ Il gatto con gli stivali “ (Le chat botté) fu pubblicata in Francia da Barbin nel 1696. Faceva parte di una raccolta intitolata "I racconti di mamma Oca" e comprendeva altre dieci fiabe, otto in prosa e tre in versi:
"La bella addormentata nel bosco" (La belle au bois dormant), "Cappuccetto rosso" (Le petit chaperon rouge), "Barba blù " (Barbe bleue), "Cenerentola" (Cendrillon), "Pelle d'asino" (Peau d'â ne), “Pollicino” (Le petit poucet).
L’autore Charles Perrault era nato a Parigi nel 1628, ed aveva importanti incarichi nell'amministrazione pubblica in qualità di collaboratore e consulente di Jean-Baptiste Colbert, ministro di Luigi XIV.
Era Membro dell'Académie Française dal 1671 ed aveva partecipato alla famosa e dotta "querelle des ancients et des modernes" schierandosi tra i modernisti.
Con questi racconti Perrault inaugurò un genere letterario, la fiaba, che non aveva in Francia precedenti letterari.
I soggetti, ripresi dalla tradizione orale della favolistica popolare, raggiunsero con lui una perentoria evidenza d'arte, per la perfetta semplicità e naturalezza dello stile che possedeva una prodigiosa sobrietà e che rappresentano tuttora alcuni tra i più famosi e splendidi esempi di letteratura per l’ infanzia.
Le fiabe di Perrault venivano raccontate alla corte del “Re Sole” per il piacere dei Nobile ma rapidamente raggiunsero fama e divulgazione orale in tutta Europa.
 
Nel 1876 vennero tradotte in italiano da Carlo Lorenzini, lo scrittore toscano che alcuni anni più tardi avrebbe dato alla luce, con il nome di Collodi, “le avventure di Pinocchio”.
Si trattava di traduzioni, raccolte nel titolo “I racconti delle fate” commissionate dall'editore Felice Paggi di Firenze, per fornire una scelta di titoli in lingua toscana per le scuole della neonata Italia unita.

Scriveva Lorenzini nella prefazione:
Nel voltare in italiano i Racconti delle fate m'ingegnai, per quanto era in me, di serbarmi fedele al testo francese. Parafrasarli a mano libera mi sarebbe parso un mezzo sacrilegio. A ogni modo, qua e là mi feci lecite alcune leggerissime varianti, sia di vocabolo, sia di andatura di periodo, sia di modi di dire: e questo ho voluto notare qui di principio, a scanso di commenti, di atti subitanei di stupefazione e di scrupoli grammaticali o di vocabolario.
 
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Le origini della fiaba si perdono nel tempo e nelle culture dei popoli primitivi. Risalgono infatti ad epoche preistoriche e si ricollegano a riti magici e religiosi compiuti nelle società tribali, soprattutto all'iniziazione. I fanciulli, raggiunta l'adolescenza, venivano portati nel bosco per affrontare una serie di prove. Terminato il rito rientravano al villaggio, pronti per il matrimonio che avveniva entro breve tempo. Con il progresso questi riti cessarono, ma ne rimase vivo il ricordo grazie alle fiabe tramandate nel mondo. Originariamente le fiabe furono raccontate solo oralmente e così trasmesse di generazione in generazione. Solo nella cultura letteraria orientale furono sin dagli inizi oggetto di raccolte scritte (es."Le mille e una notte"), mentre nella cultura occidentale furono tramandate oralmente fino al XVI-XVII secolo. A quell'epoca risalgono le raccolte del nostro G.B.Basile e del francese Perrault. Nell'800 nasce l'interesse per le fiabe. Poeti e scrittori le inventarono attingendo a piene mani alla tradizione. Tra questi i fratelli Grimm cui dobbiamo le fiabe di Biancaneve e di Hansel e Gretel; Hans Cristian Andersen autore de La piccola fiammiferaia; il norvegese Asbjonsen, il russo Aleksandr Puskin e gli italiani L.Capuana e V.Imbriani. Nel nostro secolo hanno avuto grande importanza le "Fiabe italiane" di Calvino, provenienti dalla tradizione orale e le favole di Rodari, in cui si fondono fantasia, realtà e umorismo. E' sorprendente la disseminazione in varie parti del mondo degli stessi motivi fiabeschi e degli stessi temi narrativi.
 
Già negli anni Sessanta, quando esplose il mito del playboy, con i Gunther Sachs e i Gigi Rizzi ritratti sui rotocalchi a St.Tropez o Cortina con le mitiche attrici del tempo, da Brigitte Bardot in poi, il suo nome era decaduto: Don Giovanni non esisteva più, il conquistatore cinico e infallibile di femmine era lui, il playboy. Qualche volta, ormai divenuto nome comune, era pronunciato da una madre apprensiva per le sorti della figlia in qualche film del tardo neorealismo: «Attenta, è un dongiovanni».

Presto raggiunse il degrado totale: si definiva «dongiovanni da strapazzo» qualunque squattrinato aspirante playboy di qualunque città di provincia, insomma, il nome dongiovanni finì per definire l'arrapato da quattro soldi, un po' patetico un po' laido.

Eppure questa figura decaduta aveva un passato splendido, quattro secoli di rífulgenti e rapinose apparizioni nell'immaginario del mondo occidentale, dal teatro alla musica, dalla letteratura al cinema. Prima di iniziare il suo inesorabile e umiliante declino a donnaiolo di paese, Don Giovanni ispirò capolavori in ogni campo e Paese d'Europa, culminando nell'omonima opera di Mozart, che è appunto la più famosa, la più straordinaria delle storie di Don Giovanni.

Chi era allora questo glorioso e trascinante seduttore, capace di ispirare il genio del massimo autore di commedie moderno, Molière? Chi era quel signore seicentesco che ispirò al filosofo Soren Kierkergaard, un faro della modernità, un libro sull'amore e l'angoscia, sull'incessante tormento dello spirito di fronte all'assoluto, intitolato, appunto, Don Giovanni?
 
Vediamo come ce lo presenta il suo servo Sganarello all'inizio dell'omonima commedia di Molière: «Don Giovanni, il mio padrone, è uno scellerato, l'anima più nera di questa terra, un arrabbiato, un cane, un diavolo, che non crede né al Cielo né ai Santi né a Dio». E poiché sta parlando al servitore di una giovane sedotta e sposata dal suo padrone, già in fuga verso nuove avventure, prosegue: «Ha sposato la tua padrona? Che vuoi che gli costi, sposarsi? Il suo sistema. Uno sposatore a getto continuo».

Don Giovanni è quindi un cinico seduttore, che inganna tutte le donne di qualunque età e censo, per il puro piacere di sedurle, possederle e abbandonarle. Finirà male: uno strano invitato, una statua di pietra, lo farà sprofondare nell'inferno. Vendetta dell'anima del consanguineo di una delle vittime. Ma anche vendetta della morte. Perché Don Giovanni fugge da una donna all'altra per non sostare, per non fermarsi nel tempo, per sfuggire alla morte. Che lo inchioderà in forma di pietra, di ciò che rappresenta il suo contrario. Don Giovanni è leggerezza, è movimento, è irresponsabilità, è aria. Famoso l'inizio dell'opera di Mozart sul libretto di Da Ponte, con il servo Leporello che sciorina il catalogo delle donne sedotte e abbandonate. Da quando compare in teatro per opera dello spagnolo T'irso de Molina, nel 1630, il suo fantasma non scompare fini all'Ottocento, e si moltiplica in decine dì reincarnazioni.
 
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"Il primo don Giovanni con cui ho avuto a che fare è stato quello di Mozart su libretto di Da Ponte, quando il dongiovannismo sembrava ancora una minaccia, pur se mitigata dalle orecchiabili “ariette” e dalle divertenti battute di Leporello.
Poi mi è sembrato indispensabile risalire all’originale. Ho dunque letto L’ingannatore di Siviglia (El burlador de Sevilla y Convidado de pietra, 1630) di Tirso de Molina (fra’ Gabriel Téllez).
Tra infinite varianti, in tre secoli, sono innumerevoli gli autori che si sono cimentati in letteratura, in teatro, in musica, e perfino nel cinema e in pittura nelle rappresentazioni di don Giovanni tanto che il personaggio potrebbe rientrare, secondo Jean Rousset, nei miti classificati da Eliade e Lévi-Strauss (è l’epilogo soprannaturale che lo rende tale).
Basterà ricordare, oltre Tirso de Molina e Da Ponte/Mozart, Zorilla, Molière, Hoffmann, Byron, Goldoni, Lenau, Dumas padre…E non c’è stato studioso, critico letterario, psichiatra che non si sia occupato di don Giovanni."
 
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La sua storia affonda le radici nell'Europa del tardo Medioevo.

La prima versione letteraria della vicenda è l'opera del 1630 El burlador de Sevilla, attribuita a Tirso de Molina.

Intorno alla metà del 1600 varie compagnie teatrali italiane ne rappresentarono la pantomima in Francia.

La storia venne in seguito utilizzata da molti drammaturghi, fra cui Molière con il suo Don Giovanni o il convitato di pietra, rappresentato per la prima volta nel 1665, e Carlo Goldoni con la tragicommedia Don Giovanni o la punizione del dissoluto del 1730.

La storia e il carattere dell'eroe subirono notevoli modifiche nelle opere degli autori successivi, basti pensare al Don Giovanni di Lord Byron (1819-24) e alla commedia Uomo e superuomo di George Bernard Shaw (1903).

La leggenda ha ispirato anche capolavori musicali:

l'opera Don Giovanni (1787) di Wolfgang Amadeus Mozart (libretto in italiano di Lorenzo da Ponte)

il poema sinfonico Don Juan (1889) di Richard Strauss.

In entrambi Don Giovanni è un eroe tragicomico, distrutto dall'ossessiva ricerca della donna ideale.
 
Essere o non essere non è solo il dilemma di Amleto: è anche l'incipit esistenziale di personaggi come Faust e Don Giovanni. Spiriti indomiti che non si rassegnano a credere, ma che, al contrario, hanno bisogno di dubitare. L'incertezza è la loro forza, la tenebra il loro regno. Dei tre anti-eroi, il famigerato seduttore è però l'unico ad essere ricordato col sorriso sulle labbra, privo di quello spessore tragico che contraddistingue gli altri due. E, se ci è permesso dirlo, gli si fa un grave torto, assegnandogli - come lamentava Giovanni Macchia - "un senso quasi caricaturale, da giornale illustrato, da operetta o da varietà".
Di ciò è responsabile, suo malgrado, proprio Molière.


Le avventure di Don Giovanni - eroe senza patria e senza natali certi - hanno conosciuto numerose varianti, che hanno contribuito, nel tempo, a renderne quanto mai confusa e altresì complessa la natura psicologica e filosofica. La tradizione vuole che sia stata la mano di un frate, Tirso de Molina, a tracciarne per primo le gesta, nella commedia Il beffatore di Siviglia. Nel suo atto di esordio, il seduttore - altrimenti detto "l'Ettore di Siviglia", per la sua prestanza fisica e il suo spirito indomabile - era la personificazione del dilemma religioso del libero arbitrio. Diviso tra il potere demoniaco della carne e il codice d'onore del gentiluomo, Don Giovanni era sì un infedele spergiuro, ma soltanto in amore. E quell'anima che pure operava il male, ma che comunque anelava al bene, era faustianamente divisa fra cielo e terra, prostrata da una paura ancora tutta umana.
A fare del Don Giovanni un eroe al negativo, cinico ed ateo, sprezzante e incurante della salvezza e della redenzione, dotato di una raffinata crudeltà mentale, fu proprio Molière. Il commediografo francese - che si dice non amasse vedere cadaveri in scena - finì col sopprimere il personaggio del Commendatore, lasciandone solo la statua ed eliminando, così, l'elemento che dava all'opera il suo spessore morale: la redenzione finale. La figura del Don Giovanni ne guadagnò certamente sotto il profilo psicologico, ma perse comunque qualcosa: la sua anima inconsolabile di seduttore sedotto.
 
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Giacomo Casanova, nato a Venezia nel 1725 e morto a Dux in Boemia nel 1798, è uno fra i più famosi avventurieri di quell’avventuroso secolo XVIII° che produsse, nel bene e nel male, tutti i frutti della modernità. In sintonia con l’atteggiamento illuministico del suo tempo, questo eclettico personaggio – i cui principali meriti, secondo la sua stessa ammissione, furono di esser riuscito a fuggire dal carcere veneziano dei Piombi e di aver ferito in duello il conte Branicki, generalissimo del re di Polonia – passa più che altro per un libertino ed un epicureo, ultima incarnazione dell’archetipo di Don Giovanni (non è dunque casuale la sua ormai quasi accertata collaborazione con Lorenzo Da ponte per la stesura, nel 1787, del libretto dell’omonima opera di Mozart).

In realtà questa categorizzazione, seppure non certo fuori luogo, manca di rendere pienamente conto della complessità e della ricchezza di sfaccettature, spesso contraddittorie, proprie alla multiforme personalità casanoviana: fra l’altro egli fu fine letterato (anticipatore anche della moderna fantascienza con il suo romanzo Icosameron del 1788), arguto polemista, ecclesiastico e violinista mancato, matematico, giocatore d’azzardo disinvolto, agente segreto e bibliotecario, inquisito e inquisitore.
 
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