Basilea 2: apocalisse bancaria?

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20-05-2003
Le nuove regole del credito
Angelo Baglioni


Uno dei pilastri fondamentali della regolamentazione sul sistema bancario è costituito dai coefficienti patrimoniali: le banche devono mantenere un rapporto minimo (8 per cento) tra il patrimonio e l’attivo ponderato per il rischio (Apr). Ciò assicura una protezione ai depositanti: in caso di rilevanti perdite sui crediti, i primi a sostenerne le conseguenze sono gli azionisti, che le "assorbono" con un riduzione di valore della base azionaria della banca. Questa regola deriva da un accordo siglato tra le banche centrali del G-10 a Basilea, sede della Banca dei regolamenti internazionali, nel 1988. Quell’accordo è stato recepito nell’ordinamento di molti Paesi, anche non appartenenti al G-10 (da numerosi Paesi in via di sviluppo, per esempio). In Europa, si è tradotto nelle direttive 89/299 e 89/647.

Perché nasce Basilea 2

Da alcuni anni, ci si è resi conto che quell’accordo ("Basilea 1") è troppo semplice. Pur distinguendo tra alcune voci dell’attivo bancario (prestiti a privati, prestiti tra banche, mutui ipotecari, titoli pubblici), presenta una fondamentale lacuna: tutti i prestiti al settore privato sono "pesati" allo steso modo (100 per cento) nel calcolare l’Apr. Ciò significa che un prestito di 100 euro a un’impresa assai rischiosa richiede alla banca una dotazione patrimoniale di 8 euro, esattamente come 100 euro prestati a un’azienda molto sicura.

Da qui è sorta l’idea di rivedere l’accordo, in modo che il requisito patrimoniale rispecchi effettivamente la rischiosità del portafoglio - prestiti di una banca. Così, le banche centrali del G-10 hanno formulato una proposta, che va sotto il nome di "Basilea 2". (1)


La proposta è stata sottoposta agli istituti bancari: il processo di consultazione dovrebbe condurre a una versione finale del nuovo accordo entro la fine di quest’anno. Poi, inizierà un triennio di transizione, durante il quale Basilea 2 dovrà essere recepito negli ordinamenti nazionali e le banche dovranno attrezzarsi per metterlo in pratica. Se tutto va bene, il nuovo accordo entrerà in vigore all’inizio del 2007.

Basilea 2 ha essenzialmente una finalità: modificare il modo in cui è calcolato l’Apr, arrivando a una misurazione più accurata della rischiosità complessiva dell’attivo bancario.

Una banca avrà due alternative: (i) utilizzare i ratings formulati dalla agenzie specializzate (tipo Standards&Poors); (ii) formulare internamente i ratings da assegnare ai suoi debitori. Il primo metodo è quello più semplice. Se un debitore ha un buon rating, il suo peso nel calcolo dell’Apr scende, ad esempio al 50 per cento: ciò significa che su 100 euro di prestiti a questo cliente, la banca deve avere solo 4 euro di patrimonio. Se un debitore ha un cattivo rating, oppure non ha rating, viene pesato al 100 per cento.

Il secondo metodo è più complesso: una banca dovrà stimare la probabilità che un debitore sia insolvente, ed eventualmente (nella versione più sofisticata) anche la possibile perdita che subirà in caso di insolvenza del debitore. Con il secondo metodo, i pesi ("risk weights") da assegnare ai debitori possono variare assai di più rispetto al primo, assumendo valori anche molto superiori al 100 per cento.

"Sconti" per il rating interno

Perché un banca dovrebbe adottare il rating interno, che comporta un investimento in metodi di misurazione del rischio e in raccolta di informazioni sui debitori? Per incentivare le banche in questa direzione, Basilea 2 prevede una sorta di "sconto" per gli istituti che adotteranno il metodo dei ratings interni: dovrebbe generare un requisito patrimoniale inferiore rispetto al metodo dei ratings esterni, a parità di portafoglio - prestiti. Basilea 2 si propone quindi non solo di rendere il patrimonio di una banca più rispondente ai rischi sostenuti, ma anche di incentivare le banche ad adottare metodi più sofisticati di misurazione del rischio di credito.

Infine, Basilea 2 prevede un trattamento di favore per le imprese di minore dimensione. Facciamo due esempi. Un cliente "retail" (che abbia un debito al massimo pari a 1 milione di euro) tipicamente non ha rating: si tratta di una persona o di una piccola impresa. Per evitare che sia penalizzato da questo fatto, nel caso la sua banca adotti il metodo dei ratings esterni, verrà "pesato" al 75 per cento anziché al 100 per cento nel calcolo dell’Apr. Secondo esempio: con il metodo dei ratings interni, una piccola-media impresa (fatturato inferiore ai 50 milioni di euro) riceverà uno "sconto" significativo, variabile in funzione della probabilità di insolvenza, che potrà raggiungere circa il 25 per cento.


(1) Sia il nuovo accordo che quello attualmente in vigore sono reperibili sul sito della Bri.




20-05-2003
Più luci che ombre su Basilea 2
Angelo Baglioni


La proposta di revisione dei requisiti patrimoniali sulle banche ha suscitato molte reazioni , spesso assai critiche (vedi gli articoli segnalati nello spazio "Per saperne di più"). Dapprima, le preoccupazioni sono arrivate dal settore bancario (che per la verità è stato sollecitato dallo stesso Comitato di Basilea a esprimersi, nella fase di consultazione), poi dal mondo delle imprese, soprattutto quelle di minore dimensione. Infine, la polemica ha investito il dibattito politico, registrando anche l’intervento del ministro Giulio Tremonti, il quale ha ottenuto – al vertice di Deauville del 17 maggio - l’impegno dei ministri finanziari del G-7 a "monitorare" il lavoro dei tecnici (leggasi: le banche centrali). Questo intervento politico rischia di allungare ulteriormente i tempi di definizione della nuova normativa (che ha già richiesto alcuni anni) e di compromettere il delicato lavoro svolto in sede tecnica.

Per capire se le critiche siano giustificate o no, occorre tenere presenti le finalità di Basilea 2, che sono essenzialmente due. Primo, rendere la dotazione patrimoniale di ciascuna banca più rispondente al rischio effettivamente sostenuto nell’attività di prestito. Secondo, incentivare (si noti: non obbligare) le banche ad adottare metodi più moderni e oggettivi nella misurazione e gestione del rischio di credito.

Effetti collaterali

Questi obiettivi sono condivisibili, e inducono a una valutazione complessivamente positiva del nuovo accordo.

Accanto agli aspetti positivi, vi possono essere alcuni effetti collaterali di Basilea 2, che vanno considerati attentamente.

1. Banche medio-piccole. Temono di essere penalizzate, per il fatto che presumibilmente adotteranno il metodo dei ratings esterni (più semplice), e quindi non potranno usufruire dello "sconto" previsto per il metodo dei ratings interni (che verrà invece utilizzato dalle grandi banche). A smentire questa preoccupazione ci sono i risultati di una simulazione condotta dal Comitato di Basilea in collaborazione con il sistema bancario (su un campione di 188 banche dei Paesi del G-10 e di 177 banche di altri 30 Paesi) (1). Per le banche medio-piccole che utilizzeranno i ratings esterni, l’incremento di requisito patrimoniale sarà esiguo: infatti usufruiranno maggiormente dello "sconto" previsto per la clientela retail, dato che la composizione del loro portafoglio – prestiti è più sbilanciata verso i piccoli clienti. Qualora poi una banca medio-piccola utilizzasse i ratings interni, otterrebbe un significativo allentamento del requisito patrimoniale, ben maggiore di quello ottenuto dalle grandi banche.

2. Imprese medio-piccole. Temono di subire un aumento del costo e/o una minore disponibilità di credito (maggiore razionamento). L’aumento di costo potrebbe derivare dal fatto che queste imprese sono generalmente "unrated": ciò potrebbe comportare un requisito patrimoniale più elevato – quindi un maggiore costo per la banca – rispetto a un’impresa che goda di un buon rating. Tuttavia, la più recente proposta del Comitato di Basilea prevede un significativo "sconto" per queste imprese. D’altro canto, Basilea 2 dovrebbe indurre le banche a una misurazione più precisa del rischio di credito delle controparti e quindi contribuire a ridurre il razionamento del credito, che notoriamente è dovuto alla pratica di raggruppare nella stessa classe di rischio debitori che in realtà sono diversi tra di loro.

3. Pro-ciclicità. Con Basilea 2, il requisito patrimoniale a cui una banca è soggetta diventerà più "volatile", cioè potrà variare sensibilmente a seconda delle fasi del ciclo economico. Ad esempio, durante una fase recessiva la rischiosità media dei debitori aumenta, portando a un incremento del requisito. Questo, a sua volta, potrebbe aggravare la recessione, in due modi. Primo, perché causerebbe un aumento del costo del credito. Secondo, perché alcune banche potrebbero trovarsi "vincolate" (cioè con un rapporto patrimonio/attivo ponderato molto vicino all’8 per cento), e così costrette a limitare la loro offerta di credito ("credit crunch"). Il primo effetto è più plausibile. Il secondo meno, perché generalmente le banche detengono capitale in eccesso rispetto al requisito minimo (il cosiddetto "buffer capital"), proprio per evitare di trovarsi in una situazione vincolata.

I rischi di selezione avversa

In conclusione, l’unica critica che trova qualche fondamento è quella relativa alla pro-ciclicità. A questa si può aggiungere un’altra preoccupazione: che possa verificarsi un fenomeno di selezione avversa, con una concentrazione di debitori rischiosi presso quelle banche che adotteranno il metodo dei ratings esterni.

Infatti, un’impresa a basso rischio sarà incentivata a indebitarsi presso una banca che adotti i ratings interni, sperando di ottenere una buona valutazione e di ricevere credito a minor costo. Al contrario, un soggetto ad alto rischio potrebbe essere indotto a indebitarsi presso una banca che utilizza i ratings esterni: nel peggiore dei casi, gli verrebbe assegnato un "risk weight" comunque inferiore a quello che riceverebbe da una banca che, basandosi sui suoi ratings interni, formulasse un giudizio negativo.

(1) Si veda: Quantitative Impact Study 3 (Qis 3), disponibile sul sito della Bri.

Per saperne di più

Alcune considerazioni su "Basilea 2" (a cura di giovanni Stringa)

Da gennaio 2007 entreranno in vigore le nuove regole del sistema bancario europeo, conosciute con il nome di Basilea 2, con l’obiettivo di affinare quanto previsto dalla precedente Basilea 1 a proposito di copertura finanziaria delle banche contro i rischi del capitale prestato. Anche se l’opinione degli operatori è generalmente positiva, non mancano alcune critiche alle nuove direttive. Se ne riportano le più rilevanti:
- Se i nuovi criteri di calcolo di copertura contro il rischio fossero stati utilizzati già nel marzo del 1998, il rapporto medio tra capitali di copertura e monte-prestiti sarebbe allora stato del 4%. Effettuando un ricalcalo di questo rapporto nel febbraio 2003 (cioè in tempi più critici), il coefficiente passa a circa il 12%. Questo può voler dire che i coefficienti calcolati con i criteri di Basilea 2 possono essere non abbastanza severi (marzo 1998) per evitare successivi prestiti a rischio o rivelarsi troppo alti (febbraio 2003) per agevolare il credito nei momenti di maggior bisogno.
- Secondo le autorità USA i criteri di Basilea 2 non saranno automaticamente applicati per tutte le banche americane operanti a livello internazionale, cosa cui invece l’Unione Europea tiene molto.
- Basilea 2 dovrà comunque essere implementata dai 15-25 Stati membri dell’UE, con il rischio della discrezionalità da parte delle diverse autorità nazionali di vigilanza.


Da "Bank regulation – deep impact", The Economist, 16 maggio 2003, pag.68




tratti da http://www.lavoce.info
 
come siamo messi....vediamo....

Tremonti: con Basilea 2 ripresa a rischio

ROMA - Sul tavolo dei banchieri italiani c'è da ieri un documento del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Sette cartelle in tutto per sollevare una questione di grande interesse per il Paese, per le imprese e per le banche. E per mandare un messaggio molto chiaro: «All'internazionalizzazione dell'economia deve corrispondere quella degli strumenti di analisi e di governance ma, nelle sue formulazioni attuali, l'ipotesi di Basilea 2 sui requisiti patrimoniali delle banche corrisponde solo in parte all'interesse nazionale e va modificata» perchè suscita profonde preoccupazioni su materie che «non hanno una dimensione solo tecnica ma anche politica perchè sono un pezzo importante della costituzione economica dei Paesi e per questo richiedono l'intervento dei Governi». Come si appresta a fare quello italiano: in casa e in Europa. Con la convocazione del Cicr per la prima metà di maggio e in sede europea in occasione dell'avvio del semestre italiano di presidenza dell'Unione europea. Di questa iniziativa il ministro Tremonti ha parlato ieri ai banchieri italiani in occasione del comitato esecutivo dell'Abi e poi ne ha spiegato, in questa intervista, la natura e il significato al Sole-24 Ore. Signor ministro, all'Abi Lei ha lanciato un grido d'allarme sui pericoli del nuovo accordo di Basilea 2: perchè? Che cosa la preoccupa maggiormente? «Ci sono questioni di merito e di metodo che contengono elementi di grande criticità, ma c'è una premessa da fare ed è questa: la riforma delle regole sull'adeguamento dei requisiti patrimoniali delle banche si colloca all'interno di un progetto di nuova architettura del sistema finanziario internazionale che è perfettamente condivisibile, perchè si fonda su principi di mercato, su regole di trasparenza e di corporate governance e sull'omogenea applicazione di best practices a livello globale, in particolare nella valutazione rischi. Quello che va meglio approfondito è la conclusione operativa a cui il Comitato di Basilea sta approdando e che richiede una miglior sintesi politica» Può chiarire la sostanza dei problemi? «Ci sono almeno cinque questioni di merito che contengono criticità. La prima è nella complessità, con effetti regressivi, di Basilea 2 che è stata rilevata soprattutto nei Paesi anglosassoni e che rischia di ingigantirsi con l'introduzione dei nuovi principi contabili (Ias 39) relativamente ai criteri di valutazione dei crediti. La seconda criticità è nelle possibili asimmetrie, in quanto gli Usa vorrebbero applicare le nuove regole solo a una decina di grandi gruppi bancari internazionali mentre l'Europa vorrebbe estenderle a tutto il sistema bancario. La terza è nelle disparità all'interno del mondo bancario». In che senso? «Nel senso che Basilea 2 rischia di provocare una forte dispersione nei requisiti di capitale delle banche che potrebbe favorire le banche monoprodotto rispetto a quelle universali con effetti negativi sulla dinamica competitiva e sulla stabilità dei gruppi bancari». Per la verità su Basilea 2 si sono finora accentrati soprattutto i timori delle imprese di un possibile razionamento o di un aumento del costo del credito per le piccole e medie aziende: Lei che cosa ne pensa? «Questo è infatti il centro della questione. Accanto ai rischi di disparità concorrenziale per le banche di minor dimensione c'è il pericolo che, senza una adeguata correzione di rotta, dagli accordi di Basilea 2 derivino effetti negativi sulle piccole e medie imprese, che potrebbero incontrare maggiori difficoltà nell'accesso al credito bancario in presenza di un rating non soddisfacente secondo i nuovi criteri». In sostanza, Lei sta dicendo che le preoccupazioni avanzate da mesi dall'industria italiana su Basilea 2 e rimaste spesso inascoltate sono tutt'altro che infondate. «E' così. Il tragitto di Basilea 2 va modificato ma, in ogni caso, sono necessari interventi addizionali per le Pmi sia potenziando i consorzi di garanzia fidi che sostenendo le agenzie di rating». Oltre alle questioni di merito Lei ha sollevato anche obiezioni di metodo su Basilea 2: quali sono le sue riserve? «Mi lasci prima concludere l'elenco delle criticità sul merito delle questioni. Oltre a quelle indicate sopra ce n'è un'altra, che non è certo l'ultima in ordine di importanza e che riguarda il rischio che applicazioni rigide e meccanicistiche di Basilea 2 potrebbero avere sul ciclo economico vanificando gli interventi di politica espansiva dei Governi e le correzioni dei tassi della Bce». Veniano al metodo. «Basilea 2 è un caso di straordinaria evidenza della dialettica tra tecnocrazia e democrazia dove il ruolo dei tecnici è assolutamente necessario ma non sufficiente, perchè si tratta di una materia al centro della costituzione economica di ogni Paese e per questo oggetto dell'attività politica di ogni Governo». Lei ha accennato ai banchieri italiani a una possibile iniziativa del Governo volta a correggere Basilea 2: in che cosa consisterà? «Sarà un'iniziativa che si svilupperà su due piani, uno nazionale e uno europeo. Il primo piano riguarderà la convocazione per la prima metà di maggio di un'apposita riunione del Cicr per esaminare i problemi connessi ai accordi di Basilea. Problemi - e siamo al secondo piano della nostra iniziativa - che porremo al centro del semestre di presidenza italiana della Ue, anche in considerazione del fatto che le nostre non sono preoccupazioni isolate ma trovano larga eco in altri Paesi, a partire dalla Germania». Non le sembra tardi sollevare ora la questione di Basilea 2? «No, perchè il momento più opportuno per porre questioni di questo genere è quando dalla fase tecnica si sta passando alla fase delle decisioni politiche e cioè adesso. E al potere politico spetta il compito di effettuare valutazioni non limitate al mondo delle banche ma estese all'intera economia e di tenere conto del fatto che lo stato della banca dipende dall'economia e non il contrario. Ma non crede che, al di là delle sue intenzioni, si profili un nuovo terreno di attrito tra il Governo e la Banca d'Italia che finora ha sempre difeso a spada tratta i nuovi accordi di Basilea 2 ? «I Governi fanno i Governi e le politiche legislative nel credito sono in assoluto e da sempre di loro competenza». FRANCO LOCATELLI


Giovedí 24 Aprile 2003
Il sole 24 ore
 
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Basilea 2, c'è banca e banca»

VERONA - L'affondo arriva su Basilea 2. Pietro Modiano, Ad di UniCredit Banca d'impresa e vicedirettore generale della capogruppo, non esita a far capire che fra le banche il gioco s'è fatto duro. «Basilea 2 è una cosa al momento in gran parte ignota – dice – probabilmente finirà per far del male solo a quelle piccole imprese che speculano su un capitale scalcinato. Di certo non ci sarà una rarefazione del credito. Chi prospetta questa eventualità lo fa per coprire il fatto di non avere capitale disponibile». A chiudere il cerchio ci pensa il suo direttore generale Mario Aramini che invita a scorrere qualche elenco comparso in questi giorni sulla stampa ma fa anche dei nomi : «finchè Intesa e Capitalia, ad esempio, sono impegnate nella riorganizzazione è difficile che possano impegnarsi su questo fronte». Non indugia sulla diplomazia il vertice di UniCredit Banca d'impresa nel tracciare un bilancio del lavoro svolto in questi primi mesi di attività. E non meno aggressivo sarà il piano triennale che il Cda si appresta ad approvare il 10 giugno : l'obiettivo è diventare in un quinquennio prima banca per il 15% della clientela di riferimento, rispetto al 10% detenuto attualmente. Modiano confessa che l'inizio non è stato dei più felici : «Abbiamo ballato per almeno tre o quattro settimane – ammette – con problemi soprattutto nei rapporti con la Banca retail e con i servizi esteri, ma l'avevamo messo in preventivo. Ora la situazione si è aggiustata anche se non è ancora ottimale». Giusto ieri il direttivo di Banca d'impresa ha esaminato i risultati di una indagine sulla customer satisfaction : il 91% dei clienti riconosce il proprio gestore, il 50% ha visite ormai regolarizzate, solo il 2% ha preso cappello di fronte al cambiamento avvenuto. Anche i conti trimestrali sono ampiamente soddisfacenti. L'utile netto del periodo è di 166,5 milioni di euro, i crediti alla clientela sfiorano i 40 miliardi ed il Roe annualizzato è al 18,1%. «Abbiamo un potenziale da sviluppare straordinario – osserva Modiano – e siamo convinti di essere arrivati al momento giusto nel proporre una banca diversa. Si sta passando, infatti, da una industrializzazione senza fratture che ha caratterizzato finora il modello delle Pmi ad una crescita che comporterà dei traumi per il passaggio generazionale o più semplicemente per le mutate necessità finanziarie. Il nostro ruolo è quello di essere a fianco delle imprese in questa fase», Nessuna concorrenza ma una complementarietà con le banche locali, certamente una forte competitività con quelle più grandi, «ma noi – ribadisce Modiano – siamo più forti sul piano del capitale da mettere a disposizione e siamo portatori di una cultura nuova che guarda ad un credito di medio periodo che comporta un cambio di mentalità per le imprese». Almeno tre gli strumenti forti su cui UniCredit Banca d'impresa punta : i centri esteri destinati a diventare 70, le sinergie che già si stanno sviluppando con le banche del gruppo nell'Est europeo, la disponibilità ad allungare il ‘metro' del credito agli imprenditori che rischiano anche in proprio. Contestuale una scelta di campo : basta con le partecipazioni solo formalmente in favore del territorio, come quelle nelle società autostradali; scendano in campo le Fondazioni se sono interessate. Sì invece al finanziamento dei lavori di nuove infrastrutture, ma come scelta industriale e non finanziaria. CLAUDIO PASQUALETTO


Mercoledí 28 Maggio 2003

il sole 24 ore
 
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APPUNTI


Basilea 2? Sconosciuto alle piccole aziende


( s.agn. ) Tre piccole aziende su quattro di una ricca area industriale del Nord non sanno che cosa contenga il cosiddetto «Basilea 2», l’accordo internazionale che regolerà il credito bancario alle imprese. Lo si ricava da un’indagine effettuata tra aprile e maggio scorso dall’Api di Reggio Emilia su un campione di 103 aziende della provincia, con una media di sette-otto milioni di euro di fatturato 2002 e trentaquattro dipendenti. Un risultato sorprendente, anche se il 68% delle stesse imprese si dice genericamente convinto che l’introduzione di un sistema di «rating» non sarà esente da conseguenze reali sull’accesso al credito dell’intero sistema delle Pmi. Di che tipo? Negative, è la risposta quasi unanime (87%). Scarsa conoscenza, come quando fu introdotto l’euro. Ma anche maggior diffidenza.
Corriere della sera 5 maggio 2003
 
Very Interesting! ;)

B2, secondo me, sta modificando e modificherà la finanza ita-europea in modo rilevantissimo.

Chi investe in ottica di medio-lungo periodo dovrà tenerne conto.

Saludos
 
è per questo che...

sto portando avanti il thread;)
 
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Per Basilea 2 Marzano gioca la carta Confidi

ROMA - Una forte sollecitazione a varare rapidamente la riforma dei Confidi, indispensabile per contenere la vulnerabilità delle piccole e medie imprese di fronte a Basilea 2. E' quella che proviene dal ministro delle attività produttive, Antonio Marzano. Il secondo accordo sui coefficienti patrimoniali delle banche, ha spiegato ieri il ministro «rende urgente il potenziamento degli enti che offrono garanzie collettive sui prestiti bancari alle piccole e medie imprese. Questa misura - ha sottolineato - appare necessaria per evitare che per effetto dei nuovi criteri si renda più arduo l'accesso al credito da parte di quella miriade di imprese che rappresentano l'ossatura del nostro sistema produttivo». L'intervento di riordino e potenziamento del sistema passa necessariamente per la definizione di una disciplina giuridica dei confidi, che a tutt'oggi manca. Ma secondo il ministro è altrettanto necessario adeguare le garanzie offerte dai confidi ai requisiti previsti da Basilea 2 e trasformare il fondo centrale di garanzia per le pmi in un ente sotto controllo pubblico, che svolga la funzione di garante di ultima istanza nei confronti di tutti i confidi.Se Marzano torna a sollecitare strumenti che proteggano le piccole e medie imprese dall'eventualità di un minore accesso al credito indotta dall'entrata in vigore di Basilea 2, il mondo bancario ha colto ieri l'occasione di un convegno tecnico sul diritto societario per tornare a battere sull'esigenza di varare una buona riforma del diritto fallimentare, ritenendola uno strumento essenziale per ridurre il costo del denaro . Il presidente dell'Abi, Maurizio Sella, ha espresso un giudizio positivo sulla riforma del diritto societario. Ma ora, ha aggiunto «questa corretta prospettiva di intervento deve trovare applicazione nella riforma del diritto fallimentare, l'ultima importante infrastruttura legislativa non ancora rivisitata alla luce dell'evoluzione maturata nei sessant'anni che ci separano dalla sua emanazione». Nella definizione delle nuove norme, secondo Sella, occorre maggiore attenzione «alla necessità di recuperare il valore aziendale dell'impresa, alla predisposizione di procedure in grado di ridurre tempi e costi del procedimento, alla riconduzione della disciplina dell'azione revocatoria a funzioni di conservazione dell'integrità del patrimonio dell'impresa insolvente, anzichè di redistribuzione delle perdite fra creditori». R.BOC.


Giovedí 05 Giugno 2003

Il Sole 24 ore
 
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