Battisti - Panella: una cosina dolce al di là della merce

Jack Ingrosso

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La dolcezza è inascoltabile … la dolcezza che io rivolsi a me … e fu per quella dolcezza che i cinque dischi sono forse gli unici che nessuno potrà mai ascoltare come merce.”

Pasquale Panella

... forse magari è estate,
cominciano le corse tutti arrivando i primi:
i primi in una cosa, una cosina dolce, una cosina dolce.

I cinque album della coppia Battisti - Panella rappresentano un unicum non solo nel panorama della cosiddetta canzonetta popolare italiana, ma nell’insieme della produzione artistica del secondo novecento.
Questa affermazione può sembrare esagerata, ma viene confermata dal’assoluto isolamento di queste opere nel segmento temporale nel quale vennero concepite. Non c’è mai stato, letteralmente, niente del genere prima e non c’è stato niente del genere dopo.
La loro presenza tuttavia, non è stata invano: ciò che queste opere esprimeva di totalmente liminare è stato utilizzato, sottotraccia, da decine di epigoni furbi.
Il testo che tenta di esprimere l’inesprimibile, nella canzonetta furba post panelliana – battistiana, è divenuto un ammiccare sfrontato dalle bancarelle della miseria mercificata.
Gli originali, i micidiali cinque album bianchi, loro no. Loro, a detta stessa di Panella, esistono al di là della merce. Non a caso sono stati pubblicati nell'assoluto sprezzo delle vendite, che dal primo al quinto album sono calate più o meno in caduta verticale. Non essendo merce, i cinque album non possono essere classificati.
Non ammettono valore d’uso, solo un ipotetico valore di scambio.
Con i cinque album si procede per sottrazioni: non si può dire cosa esprimano, a livello emotivo o semplicemente musicale. Chi ne viene attratto, lo è per (come direbbe Panella) “tutt’altri motivi”.
Un ripetuto ascolto concede certamente, di poter entrare nell’universo stilistico dei testi. Alcuni significati possono essere afferrati, sottintesi, evidenziati, ma il risultato sarebbe lo stesso marginale.
La cosa sconvolgente dei cinque album è che essi sono, così come stanno, perfetti: oggetti inavvicinabili dalle quali emanano tuttavia vibrazioni profonde, vitali, seminali.
Chi viene risucchiato nel loro universo si ritrova a canticchiare strofe improbabili con il tono epico e la lacrimuccia di chi stia declamando l’Infinito o cantando la Traviata.
Questa musica così apparentemente asettica, queste liriche così ostiche, indecifrabili non provengono dalle “emozioni” (titolo famosissimo del primo Battisti), ma da qualcosa che arriva prima di esse, oppure ancora, da dopo.
Dopo la liberazione dei fardelli emotivi, dopo la fine delle nevrosi o delle rime cuore – amore, c’è l’universo traslucido dei cinque album.
Essi non possono in nessun modo piacere alle masse: nello stesso tempo non è necessario aver chissà quali basi culturali per sprofondarvi dentro. È sufficiente accogliere l’incredibile sollievo di non doversi agganciare a nulla, ma di lasciarsi “viaggiare” da musiche, testi e pre - testi, i quali esprimono tutti, in primissimo luogo, un senso di danza.
La danza percorre tutto l’itinerario dei cinque album: il movimento leggero, giocoso, ilare, delle parole, della musica, degli oggetti, del “prospero per la pipa universale”, della distrazione, del cibo –donna, tutto senza fermarsi mai, “come fosse la fine”.

Sono album finali e non poteva essere che così: svettano in mezzo allo sterminato magazzino della canzonetta, bianchi, puri, incontaminati eppure densi di vita e gioia, per chi se ne lascia travolgere.

Cronache babilonesi: Battisti - Panella: una cosina dolce al di là della merce
 
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