BMPT

Stefano Perrini

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Dando un’occhiata alle aggiudicazioni di Mosset su artprice (hammer price), salvo eventuali errori di cui mi scuso, emerge che:

sono passate solo due opere con il cerchio, risalenti al periodo di attività del gruppo (1967): un 200 x 200 cm ha fatto € 80k nel 2013; un 100 x 100 cm ha fatto € 91k nel 2021;

sono passate diverse opere con il cerchio degli anni ’70: quattro di esse, tutte 100 x 100 cm, hanno sfiorato o superato i 100k euro, fra le quali l’opera del 1974 che ha fatto il record assoluto dell’artista, il 29 giugno scorso (€ 120k);

il record per le opere con le strisce “alla Buren” degli anni ’70 è stato battuto nel 2016 per un’opera del 1977 di 200 x 200 cm ed è stato pari a € 40k; la seconda opera più pagata di questo tipo, del tutto simile alla precedente, è stata battuta a € 17k nel 2012; nel 2009 erano opere largamente sotto i 10k euro;

il record per i monocromi è di € 34k per un’opera del 1983, ma tale aggiudicazione risale al 2014;

il record delle opere geometriche degli anni’80 si aggira intorno ai 50k euro, realizzati nel 2018, ma dipende molto da dimensioni e soggetto;

i risultati delle opere più recenti sono molto difficili da interpretare: si va dall’invenduto, ad aggiudicazioni sotto la stima minima o che superano di molto quella massima; sembra dipendere molto dal tipo di opera e dal tipo di asta.
 

Stefano Perrini

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Riprendo da Michel Parmentier.

A partire dal dicembre del 1965 incomincia ad usare il metodo di piegatura della tela, che era stato introdotto da Simon Hantaï nel 1960. Buren gli aveva presentato Hantaï nel 1963. Il primo colore utilizzato da Parmentier con questo metodo è un rosa, per l’opera indicata come n°15 di quell’anno. Le opere immediatamente precedenti mostrano sbavature e gocciolature nelle parti che dovrebbero rimanere bianche. Nel corso del 1966, l’artista perfeziona il proprio metodo.

Il 5 febbraio 1966 viene invitato con una lettera dal critico Jacques Lepage ad esporre una tela 60 x 100 cm alla già citata mostra di Céret che inizia a luglio, perché “il nostro comune amico Claude Viallat l’ha inclusa in una mostra che stiamo organizzando”. Viallat aveva frequentato con Parmentier lo studio di Roger Chastel alla scuola di Belle Arti di Parigi tra il 1961 e il 1963. Sottolineo questo passaggio, alla luce degli avvenimenti che seguiranno.

Parmentier va avanti a dipingere strisce orizzontali di 38 cm, di un singolo colore a spruzzo, su tele precedentemente ripiegate che, una volta stese, mostrano le bande alternate in bianco. Il metodo si ripete invariato, ma viene cambiato arbitrariamente ogni anno il colore da utilizzare “per non caricarlo di preferenze o significati simbolici”. E allora abbiamo il blu nel 1966, il grigio nel 1967 e il rosso nel 1968.

Nel corso del 1967 si consuma la vicenda del gruppo BMPT, più o meno già raccontata. Il 6 dicembre è proprio Parmentier ad annunciare che il gruppo “non esiste più”, che lui “si dissocia completamente dal loro nuovo atteggiamento, che gli sembra retrogrado” e che “le sue tele continueranno ad essere le stesse”.

Nel 1968, Parmentier realizza una decina di tele (con il rosso), dopodiché, dopo quella datata 5 Agosto, decide di punto in bianco di smettere di dipingere. La decisione non è annunciata, per evitare di fare un “evento culturale” anche di questo, ma solo comunicata a pochi (tra cui, ancora una volta, Viallat).

Nella pagina a lui dedicata nel catalogo della mostra “Dodici anni d’arte contemporanea in Francia, 1960-1972”, tenutasi al Grand Palais da maggio a settembre nel 1972, si legge sotto la sua foto solo: “Nato a Parigi nel 1938. Ha cessato definitivamente di dipingere nel 1968”.
Nel catalogo della mostra viene pubblicata una lunga lettera aperta al curatore François Mathey, dove l’artista motiva la propria decisione. È davvero troppo lunga da riportare e molto datata negli argomenti; lo stesso Parmentier ne ha preso le distanze successivamente. Proprio in quegli anni, infatti, il filosofo italiano Mario Tronti, fondatore del marxismo operaista, aveva elaborato una teoria nota come “strategia del rifiuto”. Mi scuso se la dico male, ma gli operai avrebbero messo in crisi il sistema capitalistico attraverso il rifiuto del lavoro e la negazione di se stessi in quanto operai. In qualche modo Parmentier trasla questo pensiero al mondo dell’arte.

La storia prosegue ancora, con risvolti secondo me molto interessanti. Sono già stato molto lungo e adesso non riesco a concluderla. Devo rimandare a una prossima puntata, sperando di non annoiare troppo.

Buona giornata.
 

Stefano Perrini

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Sul n°12 del 1974 della rivista art press, il critico Otto Hahn scrive un articolo dal titolo: “Il gruppo BMTP e la presunta morte dell’arte” che fa infuriare Buren, Parmentier e Toroni e li spinge a firmare una risposta congiunta (Mosset, come si è visto, aveva rotto con Buren). In essa, i tre firmatari affermano:

“Malgrado le divergenze che continuano a contrapporci – delle quali lei, a quanto pare, non può capire nulla – siamo ancora in grado di trovarci d’accordo su alcuni punti: quindi, oggi, abbiamo il piacere di confermarle, caro Otto Hahn, che lei è un mediocre co***one”.

Il trio BPT firma un nuovo intervento congiunto molto polemico nel settembre del 1980. Viene pubblicato come finestra all’interno di un articolo proprio su Parmentier della rivista Le Fou parle, dal titolo: “Michel Parmentier. Professione non-pittore”. Lo scritto firmato dai tre è un durissimo attacco a Viallat, Supports/Surfaces e alla critica che vuole accostare il gruppo BMPT ad altre esperienze. Sarebbe quasi da riportare per intero, ma mi limito ai passaggi più sapidi (il grassetto è nel testo originale):

“(…) oggi veniamo investiti, per un infame “riaggiustamento” di prospettiva, del ruolo di fratelli maggiori, perfino di padri, di un sacco di bricoleur dotati di abilità manuali più o meno grandi. Ora, così come non avevamo dei nostri pari nel ’67, non abbiamo dei discendenti nel 1980.
(…)
Quando un Viallat fa dire al suo curatore che noi gli abbiamo proposto di unirsi a noi nel 1966, sta chiaramente mentendo. Non è mai stata una possibilità. Lui applica come metodo autobiografico la bella sfocatura artistica che di solito governa il suo lavoro. Già esperto nel falsificare le date (come un buon numero dei suoi amici di Supports/Surfaces), questo capo storico del qualsiasi-cosa prova l’impellente bisogno di rifare la storia… Come si capisce!
Ma una cosa, Viallat, è chiamare all’appello i tuoi papà, altra cosa è farci inca**are con le tue fantasie post-edipiche.

(…)
noi non abbiamo fatto scuola.

Nel 1983, il solo Parmentier polemizza con le scelte del curatore della mostra a Coutances dal titolo “Arte in Francia: 1960-1980”, che include tutto il gruppo BMPT, ma anche il nostro Adami. Mi riservo di fare un post in futuro su questo, perché ci possono essere spunti di mercato interessanti.

Nello stesso 1983, dopo 15 anni di iato, Parmentier ricomincia a dipingere, da dove aveva lasciato, dalle sue bande orizzontali. Questa volta utilizza il nero.

Racconterò l’ultimissima parte della sua carriera nel post successivo.
 

Stefano Perrini

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Questa volta, Parmentier mantiene l’uso dello stesso colore, il nero, per due anni.

Nel 1986, compie una svolta e produce dei lavori su carta, che piega e svolge con metodo simile a quello usato in precedenza, ma questa volta l’intervento è a grafite, con segni ripetuti da sinistra a destra e dall’alto verso il basso, che vengono poi spruzzati con del fissativo. L’effetto finale, pur a bande, ha delle somiglianze con le opere di Griffa.


Parm1.jpg


Parm2.jpg


Tra il 1989 e il 1991 Parmentier sperimenta con la carta da lucido e poi, negli anni successivi, con il poliestere.

Ma nel 1991, come nelle reunion del rock, il Palais des Beaux-Arts di Bruxelles ospita una mostra a due di Buren e Parmentier, curata da loro medesimi. Sul perché abbiano deciso di non tenerla in Francia, Parmentier ha replicato: “…in Francia il nostro progetto più che probabilmente sarebbe diventato un evento; a parte i pregiudizi culturali, il nostro lavoro sarebbe stato letto solo in rapporto al nostro passato comune, alle nostre dispute, ecc. In altre parole, proprio no.”


ParmBur.jpg


Parm4.jpg


Parm5.jpg
 

Stefano Perrini

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Sui passaggi in asta di Parmentier c’è poco da commentare. L’artista ha interrotto la produzione per 15 anni ed è morto nel 2000. In giro si trova molto poco. In asta si sono avuti solo 15 passaggi, l’ultimo dei quali nel 2019 (€ 65k per un’opera non di quelle “storiche”, datata 1994), dopo ben 5 anni d’assenza. In precedenza, infatti, erano passate 3 opere (inclusa quella che ha stabilito il record di € 85k) nel 2014.
 

Stefano Perrini

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Concludo questo viaggio nel gruppo BMPT con qualche parola su Niele Toroni.

L’artista Ticinese, sin dal 1967, ha continuato imperterrito a ripetere le impronte di pennello n°50, poste ad intervalli regolari di 30 cm. Ma, come ha osservato Harald Szeemann, il segno ripetuto nel tempo e nello spazio non è mai lo stesso due volte, ripetere la stessa cosa non vuol dire riprodurla identica.

L’impronta di Toroni, come hanno scritto i curatori Joachim Pissarro e Annie Wischmeyer, “non è una macchia impressionista, né un gesto espressionista, ma allo stesso modo con cui questi metodi erano il segno del loro tempo, così è il rifiuto da parte di Toroni delle loro implicazioni formali e concettuali. Sgravando l’impronta del suo ruolo subordinato alla creazione dell’immagine, l’artista fa sì che il soggetto del lavoro diventi il processo stesso del suo divenire. (…) Il segno solitario è il limite radicale del pittorico, il grado zero, la proverbiale fine della pittura”.

Toroni estende questo metodo a tutte le superfici possibili: tele, muri, soffitti, pavimenti, finestre, specchi, ecc.

Mi pare molto interessante l’accostamento che fa il critico Alex Bacon con altri artisti dalla pratica regolare, coerente e espletata per un lungo lasso di tempo: On Kawara, Roman Opalka, Hanne Darboven e altri.
In particolare, il critico si sofferma sull’insistenza con cui On Kawara spediva telegrammi con scritto: “Sono ancora vivo”, o cartoline con: “Mi sono alzato”. Dice Bacon:
“Presi di per sé, i messaggi di Kawara, come una o alcune delle impronte di Toroni, sono semplicemente delle dichiarazioni: tuttavia, presi tutti insieme, concorrono a formare l’impressione di una vita vissuta. Anche se non ci danno accesso alla psicologia dell’artista, ricaviamo il senso della sua presenza letterale, il suo essere stato là – qualcosa che ha assunto nuovi significati nell’epoca presente dei social media. (…) Nel segnare un certo spazio Toroni indica, come baseline della sua pratica, che lui è stato là, in maniera non troppo dissimile da qualcuno che fa scarabocchi in un gabinetto. Su questa linea, Toroni mette le date, piuttosto che firmare i suoi dipinti, sottolineando che è stato eseguito un compito – i risultati del quale sono evidenti – in un tempo specifico, invece che avanzare la pretesa atemporale di una presenza duratura e singolare, come fa la firma rispetto a tutto ciò a cui è apposta”.
 

Stefano Perrini

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Volevo ritornare sulla mostra collettiva tenutasi a Coutances dal 13 luglio al 16 settembre del 1983, dal titolo “Art en France: 1960 – 1980”. Trovo curioso e utile vedere ex-post quali artisti sono rimasti a distanza di anni e con quale mercato. In più, in questo caso, c’è l’ennesima polemica di Parmentier.

La mostra comprendeva opere di: Klein, Cesar, Arman, Bury, BMPT, Hantaï, Viallat, Cane, Dolla, Ayme, Dezeuze, Devade, Meurice, Boutibonnes, Monory, Adami, Titus Carmel, Arroyo, Ben, Raynaud, Pane, Parant, Rutault, Cadere.

In una lettera al curatore, Parmentier prima si lamenta della “ostinata pigrizia della critica” che mette sullo stesso piano la ricerca di BMPT e quella di Supports/Surfaces, poi si dice “stupefatto per la presenza di autentici zombi come Ayme e Boutibonnes”. Secondo Parmentier, avrebbero viceversa meritato l’inclusione nella collettiva Raysse, Réquichot, Hains e Villeglé.

Sui due “zombi”, il mercato ha dato ragione a Parmentier.

Albert Ayme (1920-2012) ha qualche opera in alcuni musei francesi, ma in asta sono passate pochissime cose a stime molto popolari, spesso restando ugualmente invendute.
Discorso del tutto analogo per Philippe Boutibonnes (1938).

Anche riguardo ai nomi indicati da Parmentier, il mercato sembra essere d’accordo nel ritenerli importanti:

Martial Raysse (1936) è arrivato a superare anche i 4 milioni di euro;
Bernard Réquichot (1929-1961) ha raggiunto un record di € 120k;
Raymod Hains (1926-2005) è arrivato a un’aggiudicazione di € 270k;
Jacques Villeglé (1926-2022) ha toccato un record di € 260k.
 

eelle25

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..gia' che ci siamo... tanto vale segnalare che

https://www.galleriailponte.com/it/michel-parmentier-opere-e-documenti-it/

"MICHEL PARMENTIER Biografia
opere e documenti
a cura di GUY MASSAUX
16 settembre – 30 dicembre 2022
La galleria Il Ponte presenta la prima mostra di Michel Parmentier in Italia, a cura di Guy Massaux, artista e suo assistente storico, in collaborazione con la Eduardo Secci Gallery di Milano.
In mostra viene presentato un nucleo di opere storiche degli anni Sessanta, Ottanta e Novanta, accompagnate da una ricca selezione di disegni, e documenti storici che testimoniano il suo singolare percorso artistico."

;)
 

eelle25

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Splendido il Toroni!

Grazie per la segnalazione, anche vedere opere belle aiuta...non solo comprarle :)
 

Stefano Perrini

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L’opera di Olivier Mosset ha fatto € 7.000 di martello (stima € 7k-9k).

L’opera di Niele Toroni ha fatto € 48.000 (dovrebbe essere un hammer price, ma artprice non lo riporta; la stima era € 15k-20k).
 

Stefano Perrini

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Due opere importanti vanno all'asta il primo dicembre da Christie's Parigi.

Un trittico di Toroni:

Lotto 22


Un'opera storica di Olivier Mosset, con il cerchio, del 1967, che potrebbe quantomeno insidiare il record d'asta dell'artista, € 120k, stabilito a giugno da un'opera analoga, ma del 1974:

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eSide

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Due opere importanti vanno all'asta il primo dicembre da Christie's Parigi.

Un trittico di Toroni:

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Un'opera storica di Olivier Mosset, con il cerchio, del 1967, che potrebbe quantomeno insidiare il record d'asta dell'artista, € 120k, stabilito a giugno da un'opera analoga, ma del 1974:

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se è consentito un po' di umorismo, queste opere di Mosset mi ricordano il film Mr Hula Hoop :D
anche se non sono naturalmente portato verso questo genere di ricerca artistica, personalmente trovo comunque il percorso di Mosset in particolare, e in generale del gruppo, molto più interessante di quello di Griffa
 

Stefano Perrini

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se è consentito un po' di umorismo, queste opere di Mosset mi ricordano il film Mr Hula Hoop :D
anche se non sono naturalmente portato verso questo genere di ricerca artistica, personalmente trovo comunque il percorso di Mosset in particolare, e in generale del gruppo, molto più interessante di quello di Griffa

Grazie, eSide. Mi hai fatto sorridere. Ho pensato, in particolare, a una scena del film ben precisa e molto divertente.

Sono convinto (non è una mia invenzione, ovviamente) che l'arte sia un fatto sociale. Conta molto, nel valutare il contributo dei vari artisti, l'impatto che hanno avuto sulla società e sul modo di pensare. Per questo, pur stimando molto Griffa, fatico a metterlo sullo stesso piano di artisti come Buren o Viallat.
 

Stefano Perrini

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Anche Artcurial Parigi ha tirato fuori un "hula hoop" di Mosset. Andrà all'asta il 6 dicembre, cinque giorni dopo quello di Christie's. Qui la stima è leggermente più bassa, perché trattasi di un lavoro del 1970.

Lotto 67
 

eSide

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Anche Artcurial Parigi ha tirato fuori un "hula hoop" di Mosset. Andrà all'asta il 6 dicembre, cinque giorni dopo quello di Christie's. Qui la stima è leggermente più bassa, perché trattasi di un lavoro del 1970.

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Al di là del valore storico-artistico, opere che almeno su di me esercitano una notevole attrazione "catalizzante"
 

Stefano Perrini

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Due opere importanti vanno all'asta il primo dicembre da Christie's Parigi.

Un trittico di Toroni:

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Un'opera storica di Olivier Mosset, con il cerchio, del 1967, che potrebbe quantomeno insidiare il record d'asta dell'artista, € 120k, stabilito a giugno da un'opera analoga, ma del 1974:

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Nessun exploit ieri.

Il trittico di Toroni (stimato 30k - 50k) si è fermato a € 24.000, non raggiungendo la riserva.

L'opera di Mosset (stimata 80k - 120k) non ha stabilito un nuovo record. Aggiudicata a € 90.000 di martello, vale a dire € 113.400 comprese le spese.