Cambiare, non campare

  • Ecco la 72° Edizione del settimanale "Le opportunità di Borsa" dedicato ai consulenti finanziari ed esperti di borsa.

    È stata un’ottava ricca di spunti per i mercati, dapprima con l’esito delle elezioni europee, poi con i dati americani incoraggianti sull’inflazione e la riunione della Fed. L’esito delle urne ha mostrato uno spostamento verso destra del Parlamento europeo, con l’avanzata dei partiti nazionalisti più euroscettici a scapito di liberali e verdi. In Francia, il presidente Macron ha indetto il voto anticipato dopo la vittoria di Le Pen e in Germania i socialdemocratici del cancelliere tedesco Olaf Scholz hanno subito una disfatta record. L’azionario europeo ha scontato molto queste incertezze legate al rischio politico in Francia. Oltreoceano, i principali indici di Wall Street hanno raggiunto nuovi record dopo che mercoledì sera, la Fed ha mantenuto invariati i tassi nel range 5,25-5,50%. I dot plot, le proiezioni dei funzionari sul costo del denaro, stimano ora una sola riduzione quest’anno rispetto a tre previste a marzo. Lo stesso giorno è stato diffuso il report sull’inflazione di maggio, che ha mostrato un rallentamento al 3,3% e un dato core al 3,4%, meglio delle attese.
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ceck78

Omnis homo mendax
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La rivoluzione conservatrice in Italia non è mai arrivata. E neppure quella progressista.

Destra e sinistra, finita l’epoca degli -ismi hanno perso la carica ideologica, ma sono rimaste un disegno pasticciato di quello che dovrebbe essere la politica.

Mentre gli inglesi avevano Blair noi eravamo guidati da Prodi. E quando i francesi votavano Sarkozy noi davamo lo scettro a Berlusconi.

E mentre di Blair e di Sarkò si possono definire idee e famiglie politiche, dei due campioni italiani resta un’eredità culturale fatta di macerie: programmi confusi, il blocco di qualsiasi riforma liberale e lo spiaggiamento dei governi.

Il centrosinistra è sempre l’Unione con l’aggravante del vendolismo, mentre il centrodestra di Berlusconi è il copia e incolla di una zombie-politica.

Resta Monti come ipotesi di cambiamento e riequilibrio di uno scenario altrimenti destinato alla balcanizzazione. Senza una iniziativa del premier le cose sono destinate a mettersi male: l’Europa non crede a nessuno dei partitanti in campo, i mercati lo dicono con lo spread e a Washington non hanno voglia di mettersi al tavolo con la «ditta» democratica.

Non c’è una sola grande potenza che auspichi il ritorno dell’Italia alla stagione delle mani libere e bucate.

Ai mercati che comprano e vendono i nostri titoli interessa sapere chi gestirà 388 miliardi di emissioni di debito pubblico nel 2013. Il resto è coreografia.

È un numero che nessuno pronuncia in campagna elettorale: Bersani lo sorvola, Berlusconi dice che dello spread possiamo infischiarcene. E degli 80 miliardi che paghiamo ogni anno sul debito pubblico che ne facciamo? Li azzeriamo con un colpo di penna?

Non sono questi i leader per affrontare il futuro dei Megatrends. Secondo uno studio del National Intelligence Council, entro il 2020 la quota di assets detenuti dai Paesi emergenti nei mercati finanziari sarà raddoppiata rispetto a vent’anni fa, la fetta di torta diminuisce rapidamente.

L’Europa nel 2030 continuerà ad essere un grande mercato, ma il suo futuro resterà incerto in assenza di una sua trasformazione politica
. Lo scenario di una «rinascita» europea è subordinato a una sua trasformazione come potenza con un ordinamento federale. Tutto questo si affronta con una classe politica che vuole cambiare e non solo tirare a campare.
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