Caro Fondi - Commissioni Ai Raggi X

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Milano Finanza
Numero 050, pag. 65 del 11/3/2006
Autore: di Paola Valentini

Commissioni ai Raggi X

Caro fondi Nei consuntivi del 2005 per la prima volta le sgr sono state obbligate a pubblicare tutte le voci di costo che il sottoscrittore deve pagare. Ecco il conto di 500 prodotti.


Si va da un costo massimo del 5,4% di Pioneer azionario America latina classe A a un minimo dello 0,3% di Ducato fix liquidità. Ecco quanto hanno pagato nel 2005 i sottoscrittori dei due fondi comuni in termini di ter (total expense ratio, l'indicatore che riassume tutti i costi in capo al fondo in proporzione al suo patrimonio). Milano Finanza ha raccolto i ter 2005 contenuti nei fogli informativi in corso di pubblicazione di quasi 500 fondi comuni italiani. Ma quest'anno c'è una novità. Nell'analisi è stato inserito anche lo spaccato delle voci di spesa incluse nel ter. Che finora sono rimaste occulte. Un risultato possibile dato che Bankitalia dal 2005 ha obbligato le società di gestione a inserire nei prospetti dei fondi il dettaglio: dalle spese di revisione del fondo alle spese di pubblicazione del valore della quota, al compenso per la banca depositaria, alle spese legali e giudiziarie. Sono escluse le commissioni di intermediazione che i gestori pagano per comprare e vendere i titoli perché questa voce non fa parte del ter. Per rendere più omogenei i confronti tra costi e performance i fondi sono stati ordinati per categoria di Assogestioni. Ecco cosa è emerso dall'analisi.

Costi ancora su. Le commissioni sono ancora in crescita rispetto ai due anni precedenti. Nel 2005 il ter medio calcolato sul campione dei fondi analizzati è stato dell'1,82% contro l'1,66% del 2004 e dell'1,51% del 2003. (e dalle statistiche europee emerge anche che i fondi italiani sono tra i più cari d'Europa).

Ovviamente le differenze tra le categorie sono notevoli: i fondi azionari hanno un costo più elevato, mentre i monetari sono più economici. E quest'anno potrebbe confermarsi la tendenza ai rincari. Vero è che le sgr hanno tempo sino a fine 2006 per adeguarsi alla normativa Banca d'Italia che nel regolamento dell'aprile 2005 ha previsto limitazioni nelle commissioni di incentivo. Ma non è detto che ci sarà un abbassamento delle commissioni medie del settore anche perché alcune sgr hanno ritoccato le commissioni di gestione per compensare i minori introiti derivanti dai balzelli di incentivo.

In ogni caso, la necessità di essere più efficienti è stata ribadita anche la scorsa settimana dal nuovo governatore della banca d'Italia Mario Draghi che durante la riunione del Forex ha sottolineato la minaccia proveniente dai più economici Etf, un mercato che oggi in Italia è dominato dai gruppi di gestione esteri che con questi strumenti cercano di conquistare quella fetta del risparmio gestito italiano delusa dai fondi comuni.


Il conto sotto la lente. Districarsi tra i vari tipi di commissione che compongono il ter non è facile. Innanzitutto c'è la commissione di gestione che remunera l'attività della sgr. In media quella dei fondi italiani del campione è stata nel 2005 dell'1,37%. A questo costo si somma la fee di incentivo che viene applicata quando il fondo batte l'indice di riferimento: in media è stata pari allo 0,2%. Per quanto riguarda i fondi di fondi, inoltre, il nuovo regolamento di Bankitalia obbliga le sgr a pubblicare i ter dei comparti sottostanti (e ha eliminato comunque la doppia commissione di gestione). Altra voce riguarda le spese di revisione cui il fondo deve sottostare. E in questo caso il costo medio è stato dello 0,01%. Di simile ammontare sono le spese di pubblicazione del valore della quota e del prospetto. Sono poi previste spese legali e giudiziarie e una generica voce che comprende altri oneri sul fondo. La somma di queste sette voci dà il ter complessivo del fondo.


Le famiglie più care. Spulciando tra le varie categorie di fondi, tra gli azionari America con un ter 2005 più elevato c'è un fondo di Pioneer (classe A, 3,31%). Mentre la specializzazione degli azionari Italia vede al primo posto il Bim azionario small cap Italia con un ter del 3,86%. Ma in questi due casi il risparmiatore si può almeno consolare con i rendimenti ottenuti dato che entrambi i fondi presentano il risultato a 12 mesi più elevato del campione (rispettivamente +23,39% e +23,63%). Tra gli azionari Europa spicca il comparto di Azimut con un ter del 3,54%, mentre al top degli azionari internazionali c'è il Mediolanum élite 95 S con un ter del 5%. È ancora in casa Azimut il fondo con il ter più elevato tra gli azionari che investono nel Pacifico. È il caso di Azimut pacifico (4,06%). E tra i bilanciati bilanciati? Spicca il Mediolanum élite 60 S con un 4,25%. Scorrendo la classifica delle categorie, tra i fondi di liquidità area euro balza agli occhi il ter dello 0,91% di due fondi: l'Euromobiliare tesoreria e il Sanpaolo liquidità classe A. La commissione in questo caso pesa ancora di più rispetto ai fondi azionari, dato che i prodotti cash hanno avuto rendimenti risicati. Anche tra i flessibili Azimut torna a essere la famiglia con un ter più elevato: il Trend Italia presenta un 3,5%. Ma pure in questo caso il fondo di Azimut si è rivelato il più redditizio della sua categoria con una performance del 23,42%. Tra gli obbligazionari governativi a lungo termine al primo posto c'è il fondo a distribuzione di Pioneer con un ter del 2,38%. E nel breve termine si piazza ancora Pioneer con un indice di costo dell'1,18% per il Pioneer monetario euro classe B, in compagnia di un fondo della scuderia Sanpaolo, Perseo rendita.


Primi tagli in arrivo. Nel mondo delle sgr italiane qualche segnale in controtendenza c'è. L'ultimo caso in ordine di tempo è quello di Capitalia asset management sgr (ex Fineco am) che nell'ambito di una riorganizzazione della gamma dei fondi comuni che prevede una riduzione del loro numero da 58 a 37 (tramite delle fusioni) ha ridotto da metà marzo le commissioni di gestione di 14 fondi. La società di asset management, inoltre, applica i costi di incentivo solo se la performance del fondo è positiva, anche se il recente regolamento della Banca di Italia ha previsto che si possa applicare anche in caso di rendimento negativo, purché ovviamente migliore del parametro di riferimento adottato dal fondo.


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Per i fondi liquidità
costi fuori misura

SALGONO i tassi, sale la
Borsa. I fondi di liquidità
perdono colpi, gli obbligazionari
ancor di più: a febbraio
i prodotti liquidità hanno
bruciato 1,85 miliardi, mentre
i fondi obbligazionari hanno
visto i riscatti superare le
sottoscrizioni per 3,87 miliardi.
È giusto? «C'è un problema
di falsa percezione dei risparmiatori
sui rendimenti futuricommenta
Alberto Foà, Ad di
Anima - i tassi d’interesse
stanno salendo e l'investitore
è portato a confrontare il rendimento
netto ottenuto dai
fondi liquidità nel 2005 con
quello che i Bot a 12 mesi
emessi a gennaio di quest'anno
daranno a fine 2006. È un
errore». Il rendimento dei fondi
liquidità
del 2005 va
paragonato
con quello
dei Bot a 12
mesi emessi
a gennaio
2005.
Se il costo
del denaro
salirà (come
è molto
probabile) i
rendimenti
dei flessibili
a fine anno
saranno senz'altro più elevati.
Una sfida che se da un
lato non vede né vincitori né
vinti dall'altro mette in risalto
uno dei malanni maggiori del
sistema fondi Italia. I costi
troppo alti. «Ci stupisce molto
vedere come una categoria da
82 miliardi di euro, come quella
dei prodotti liquidità, abbia
una commissione media molto
elevata - sottolinea Foà -.
Soprattutto se si guarda alle
Sgr dei grossi gruppi bancari».
In media, i fondi monetari
hanno commissioni di gestione
annue dello 0,58%, ma in
alcuni casi i costi sfiorano
addirittura l'1%.Di conseguenza
su una performance lorda
annua media dell'1,8% le commissioni
incidono per circa il
32%. Così, la differenza di
rendimento nel 2005 tra il
fondo migliore e quello peggiore
è di 0,56% in termini di
rendimento lordo, ma dello
0,83% considerando la performance
netta.
Costi elevati, senza alcuna
giustificazione. E che
coinvolgono anche le banche
straniere attive nella Penisola.
Deutsche Bank, per esempio,
registra commissioni di
performance superiori al
50% , con il risultato che il
fondo Dws Euro Breve Termine
ha reso un misero 0,74%.
Ma i confronti numerici non
sono tutto: i fondi di liquidità,
rispetto ad un Bot hanno
anche vantaggi. «Tenendo il
Bot fino a scadenza si sarebbe
ottenuto nel 2005 un
rendimento dell'1,61% - conclude
Foà - Ma chi avesse
venduto prima avrebbe pagato
anche le commissioni di
vendita, conseguendo un risultato
inferiore di 20-30
centesimi. Normalmente, invece,
i fondi di liquidità non
prevedono commissioni d’ingresso,
d’uscita . Ma i costi
di gestione possono incidere
notevolmente sul risultato
complessivo del fondo».
L'importante,
in questi
casi, è scegliere
il fondo
con le caratteristiche
giuste per
sfruttare le
condizioni
migliori. Meglio,
ad esempio,
selezionare
i prodotti
che non
comportano
costi aggiuntivi
per uno «switch» (il passaggio
ad un'altra categoria).
Magari nei flessibili, la più
alla moda (3 miliardi la raccolta
del mese). O utilizzare i
fondi di liquidità come alternativa
al conto corrente più
che come un’investimento.
Senza ripetere l'errore più comune:
basare le proprie scelte
di risparmio sulla base dell'andamento
del mondo finanziario
del recente passato. Un
errore comune, che trova conferma
nel panorama attuale.
Analizzando i dati della raccolta
sulla base dei fondi scelti,
si prende atto che l'investitore
è stato poco reattivo e
poco attento all'andamento
dei mercati. «Così come si
sono rifugiati nei fondi obbligazionari
o liquidità quando
le Borse erano sui minimi,
ovvero quando era più opportuno
puntare su una ripresa
dell'equity - conclude Foà -
così oggi i risparmiatori stanno
cambiando il loro profilo di
rischio», aumentando l'esposizione
sui listini nel momento
forse di massimo splendore
dei mercati azionari.
[Bloomberg Borsa & Finanza]
tuttosoldi
 
Spese di gestione e non solo
mercati che cosa si nasconde dietro il ter
Si chiama total expense ratio (in sigla ter) ed è l' indicatore più completo dei costi complessivi che gravano ogni anno sul fondo. Reso obbligatorio dalle autorità competenti da qualche anno, il ter deve essere calcolato alla fine di ogni anno solare dalle sgr e pubblicato nella Parte II del Prospetto informativo. La voce di spesa più consistente del ter è quella annua di gestione, cui si aggiungono quella relativa alla Banca depositaria (che è maggiore per i fondi con piccoli patrimoni), i costi di incentivo e di performance, le spese di revisione e contabilità dei rendiconti dei fondi, i bolli sulle negoziazioni dei titoli, il contributo all' organo di vigilanza e le spese di stampa delle relazioni semestrali e annuali dei rendiconti.
 
Milano Finanza
Numero 070, pag. 33 del 8/4/2006
Autore: di Paola Valentini

Frenetici a favore di chi?

I costi dell'intermediazione L'elevato trading dei gestori italiani non porta risultati brillanti per i sottoscrittori. Ma in qualche caso va ad arricchire i bilanci delle sim di gruppo.


Viaggio alla scoperta dei costi di intermediazione che i gestori dei fondi comuni fanno pagare ai sottoscrittori per la compravendita dei titoli che inseriscono in portafoglio. Milano Finanza ha raccolto le commissioni del trading sostenute nel 2005 dai più importanti fondi azionari Italia. I dati sono pubblicati dalle società di gestione nei rendiconti in corso di pubblicazione in queste settimane. Quella di intermediazione è una spesa che rappresenta circa il 15% dei costi totali dei fondi azionari (mentre sono non significativi nei fondi di liquidità e negli obbligazionari). E, fatto importante, si tratta di una voce che non è compresa nel Ter (Total expence ratio, si veda Milano finanza dell'11 marzo), l'indicatore che riunisce le commissioni di gestione, di incentivo, le spese di revisione, le spese di pubblicazione del valore della quota, il compenso alla banca depositaria e le spese legali e giudiziarie. Ecco perché, per capire il conto finale per il sottoscrittore, è essenziale andare a verificare a quanto ammontano questi costi senza dimenticare che la loro entità è legata all'attività del fondo: tanto più il gestore fa trading e cambia spesso la composizione del portafoglio, tanto più lieviteranno i costi di intermediazione.
E non sempre i gestori italiani più attivi sono quelli che poi sono riusciti a dare i risultati più brillanti ai sottoscrittori (si veda Milano Finanza del 18 marzo). Un peccato, visto che in Italia i money manager si distinguono per il loro attivismo nel fare trading. Infatti l'indice di rotazione (turnover) dei fondi è del 160% come ha calcolato Mediobanca per il 2004, un dato elevato che si confronta con il 51% degli Usa: ciò vuol dire che i gestori italiani cambiano tutto il portafoglio ogni otto mesi, contro una media di due anni dei colleghi statunitensi. Ma i costi di intermediazione portano alla ribalta anche il tema dei conflitti di interesse insiti nelle sgr italiane, la maggior parte delle quali sono ancora nelle mani delle banche.


Nodo dei conflitti d'interesse. Oltre a dare conto del costo di intermediazione totale, la tabella mostra la ripartizione per strumento finanziario acquistato e per intermediario. Quest'ultimo è un elemento molto rilevante dal punto di vista dei conflitti di interesse.

Una parte più o meno rilevante delle commissioni di compravendita che i gestori addebitano al fondo, e quindi ai sottoscrittori, finisce nelle tasche della sim dello stesso gruppo cui appartiene la società che gestisce il fondo.

Questo accade perché in Italia le società di asset management indipendenti sono poche e le banche hanno ancora il dominio sulle società di gestione del risparmio, soprattutto quelle più grandi, e sulle sim di intermediazione. Ecco perché la nuova legge sul risparmio varata alla fine del 2005 limita al 60% il valore delle operazioni di trading che i gestori possono far transitare attraverso la sim di gruppo. In attesa che le nuove disposizioni entrino in vigore (il governo si è dato sei mesi di tempo per emanare i decreti attuativi), ecco come si sono mossi i gestori nel 2005.


Trading ai raggi X. La tabella mostra, accanto alla performance del 2005, il Ter in migliaia di euro, il Ter in percentuale sul patrimonio del fondo e gli oneri di intermediazione, sempre in migliaia di euro. Questi ultimi, come detto, si aggiungono ai costi compresi nel ter. Per esempio il Ducato geo Italia ha sostenuto nel 2005 oneri di intermediazione per 3,3 milioni più i 17,4 milioni del Ter: in entrambi i casi tra i valori in senso assoluto più elevati della categoria. Ducato non ha utilizzato la sim di gruppo per effettuare compravendite. Mentre i costi di intermediazione così alti si spiegano con il fatto che l'indice di rotazione è stato nel 2005 del 576%, vuol dire che tutto il portafoglio del fondo è cambiato spesso, circa ogni due mesi. Tutto questo trading ha prodotto un rendimento 2005 del 15%, superiore alla media dei fondi azionari Italia (indice Fideuram) che lo scorso anno è stato del 12,6%. Situazione simile per il Sanpaolo azioni Italia che presenta, sempre in euro, il più alto Ter (33,5 milioni) e le più elevate commissioni di trading (4,4 milioni) di cui solo 50 mila euro sono andate al broker di gruppo. Il fondo ha reso l'11,9% e il suo indice di rotazione è stato piuttosto elevato, il 349%.

All'estremo opposto c'è l'Alboino re della sgr Gesti-re che nel 2005 ha versato nelle casse della sim di gruppo tutti gli oneri di intermediazione sostenuti: 41,16 mila euro. E anche l'altro fondo azionario italia della sgr milanese, l'Alberto primo re, ha pagato 84,72 mila euro su un totale di 85 mila euro alle società del gruppo. I rendimenti? In questo caso il risparmiatore ha per lo meno ottenuto performance ben superiori alla media: l'Alberto primo ha reso il 17,3% e l'Alboino il 20,9%, il più alto della tabella. Mentre il fondo con il rendimento più basso, Grifoglobal con il 6,7%, non ha versato nemmeno un centesimo di oneri di trading nelle casse del gruppo e il suo turnover è stato bassissimo, il 7,6%. Altro comparto che si è distinto per aver utilizzato molto i broker di gruppo è il Mediolanum risparmio Italia: il fondo ha pagato oneri per 1,217 milioni e di questi 544,74 sono andati a società di intermediazione del gruppo. Nel 2005 il rendimento è stato del 13,9% e il turnover del 525%. Ha fatto uso dei servizi di trading interni anche il fondo Euromobiliare azioni Italia che ha versato a broker di gruppo 191 mila euro sui 494 mila totali sostenuti. Tutto ciò a fronte di una performance del 10,8% e un turnover del 35,6%. E Capitalgest Italia, che ha reso il 14,6% e un turnover del 502%, ha avuto costi di trading per 1,219 milioni, di cui 541 mila euro pagati a sim interne. Il Bnl azioni Italia ha contribuito per 178,42 mila euro (su 474) al giro d'affari delle società di gruppo. Il fondo nel 2005 ha reso il 12,4% con un turnover del 62,2%.


Soft commission nel mirino. C'è poi il caso dei due fondi Bim che utilizzano solo la sim di gruppo ma la pagano con soft commission: il broker non trattiene tutte le commissioni di intermediazione, ma ne riconosce una quota alla società di gestione da cui ha avuto l'ordine. La retrocessione avviene sotto forma di analisi, studi di mercato, e altri benefit. In molti paesi esteri queste commissioni sono state limitate in quanto possono nascondere maggiori oneri e conflitti di interesse.
 

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alpetour ha scritto:
Milano Finanza
Numero 070, pag. 33 del 8/4/2006
Autore: di Paola Valentini

Frenetici a favore di chi?

I costi dell'intermediazione L'elevato trading dei gestori italiani non porta risultati brillanti per i sottoscrittori. Ma in qualche caso va ad arricchire i bilanci delle sim di gruppo.


Viaggio alla scoperta dei costi di intermediazione che i gestori dei fondi comuni fanno pagare ai sottoscrittori per la compravendita dei titoli che inseriscono in portafoglio. Milano Finanza ha raccolto le commissioni del trading sostenute nel 2005 dai più importanti fondi azionari Italia. I dati sono pubblicati dalle società di gestione nei rendiconti in corso di pubblicazione in queste settimane. Quella di intermediazione è una spesa che rappresenta circa il 15% dei costi totali dei fondi azionari (mentre sono non significativi nei fondi di liquidità e negli obbligazionari). E, fatto importante, si tratta di una voce che non è compresa nel Ter (Total expence ratio, si veda Milano finanza dell'11 marzo), l'indicatore che riunisce le commissioni di gestione, di incentivo, le spese di revisione, le spese di pubblicazione del valore della quota, il compenso alla banca depositaria e le spese legali e giudiziarie. Ecco perché, per capire il conto finale per il sottoscrittore, è essenziale andare a verificare a quanto ammontano questi costi senza dimenticare che la loro entità è legata all'attività del fondo: tanto più il gestore fa trading e cambia spesso la composizione del portafoglio, tanto più lieviteranno i costi di intermediazione.
E non sempre i gestori italiani più attivi sono quelli che poi sono riusciti a dare i risultati più brillanti ai sottoscrittori (si veda Milano Finanza del 18 marzo). Un peccato, visto che in Italia i money manager si distinguono per il loro attivismo nel fare trading. Infatti l'indice di rotazione (turnover) dei fondi è del 160% come ha calcolato Mediobanca per il 2004, un dato elevato che si confronta con il 51% degli Usa: ciò vuol dire che i gestori italiani cambiano tutto il portafoglio ogni otto mesi, contro una media di due anni dei colleghi statunitensi. Ma i costi di intermediazione portano alla ribalta anche il tema dei conflitti di interesse insiti nelle sgr italiane, la maggior parte delle quali sono ancora nelle mani delle banche.


Nodo dei conflitti d'interesse. Oltre a dare conto del costo di intermediazione totale, la tabella mostra la ripartizione per strumento finanziario acquistato e per intermediario. Quest'ultimo è un elemento molto rilevante dal punto di vista dei conflitti di interesse.

Una parte più o meno rilevante delle commissioni di compravendita che i gestori addebitano al fondo, e quindi ai sottoscrittori, finisce nelle tasche della sim dello stesso gruppo cui appartiene la società che gestisce il fondo.

Questo accade perché in Italia le società di asset management indipendenti sono poche e le banche hanno ancora il dominio sulle società di gestione del risparmio, soprattutto quelle più grandi, e sulle sim di intermediazione. Ecco perché la nuova legge sul risparmio varata alla fine del 2005 limita al 60% il valore delle operazioni di trading che i gestori possono far transitare attraverso la sim di gruppo. In attesa che le nuove disposizioni entrino in vigore (il governo si è dato sei mesi di tempo per emanare i decreti attuativi), ecco come si sono mossi i gestori nel 2005.


Trading ai raggi X. La tabella mostra, accanto alla performance del 2005, il Ter in migliaia di euro, il Ter in percentuale sul patrimonio del fondo e gli oneri di intermediazione, sempre in migliaia di euro. Questi ultimi, come detto, si aggiungono ai costi compresi nel ter. Per esempio il Ducato geo Italia ha sostenuto nel 2005 oneri di intermediazione per 3,3 milioni più i 17,4 milioni del Ter: in entrambi i casi tra i valori in senso assoluto più elevati della categoria. Ducato non ha utilizzato la sim di gruppo per effettuare compravendite. Mentre i costi di intermediazione così alti si spiegano con il fatto che l'indice di rotazione è stato nel 2005 del 576%, vuol dire che tutto il portafoglio del fondo è cambiato spesso, circa ogni due mesi. Tutto questo trading ha prodotto un rendimento 2005 del 15%, superiore alla media dei fondi azionari Italia (indice Fideuram) che lo scorso anno è stato del 12,6%. Situazione simile per il Sanpaolo azioni Italia che presenta, sempre in euro, il più alto Ter (33,5 milioni) e le più elevate commissioni di trading (4,4 milioni) di cui solo 50 mila euro sono andate al broker di gruppo. Il fondo ha reso l'11,9% e il suo indice di rotazione è stato piuttosto elevato, il 349%.

All'estremo opposto c'è l'Alboino re della sgr Gesti-re che nel 2005 ha versato nelle casse della sim di gruppo tutti gli oneri di intermediazione sostenuti: 41,16 mila euro. E anche l'altro fondo azionario italia della sgr milanese, l'Alberto primo re, ha pagato 84,72 mila euro su un totale di 85 mila euro alle società del gruppo. I rendimenti? In questo caso il risparmiatore ha per lo meno ottenuto performance ben superiori alla media: l'Alberto primo ha reso il 17,3% e l'Alboino il 20,9%, il più alto della tabella. Mentre il fondo con il rendimento più basso, Grifoglobal con il 6,7%, non ha versato nemmeno un centesimo di oneri di trading nelle casse del gruppo e il suo turnover è stato bassissimo, il 7,6%. Altro comparto che si è distinto per aver utilizzato molto i broker di gruppo è il Mediolanum risparmio Italia: il fondo ha pagato oneri per 1,217 milioni e di questi 544,74 sono andati a società di intermediazione del gruppo. Nel 2005 il rendimento è stato del 13,9% e il turnover del 525%. Ha fatto uso dei servizi di trading interni anche il fondo Euromobiliare azioni Italia che ha versato a broker di gruppo 191 mila euro sui 494 mila totali sostenuti. Tutto ciò a fronte di una performance del 10,8% e un turnover del 35,6%. E Capitalgest Italia, che ha reso il 14,6% e un turnover del 502%, ha avuto costi di trading per 1,219 milioni, di cui 541 mila euro pagati a sim interne. Il Bnl azioni Italia ha contribuito per 178,42 mila euro (su 474) al giro d'affari delle società di gruppo. Il fondo nel 2005 ha reso il 12,4% con un turnover del 62,2%.


Soft commission nel mirino. C'è poi il caso dei due fondi Bim che utilizzano solo la sim di gruppo ma la pagano con soft commission: il broker non trattiene tutte le commissioni di intermediazione, ma ne riconosce una quota alla società di gestione da cui ha avuto l'ordine. La retrocessione avviene sotto forma di analisi, studi di mercato, e altri benefit. In molti paesi esteri queste commissioni sono state limitate in quanto possono nascondere maggiori oneri e conflitti di interesse.
OK!
 
Quanto pesano i costi sui rendimenti dei fondi italiani? ... Tra gli azionari i più voraci sono i flessibili dove l’incidenza dei costi arriva in tre anni al 23%
Quanto pesano i costi sui rendimenti dei fondi italiani? Anche il 60% in un solo anno, se guardiamo alle commissioni obese degli obbligazionari afflitti da performance denutrite. CorrierEconomia , bilanci freschi di stampa delle sgr italiane alla mano, ha organizzato un viaggio per pesare risultati e costi dei fondi più patrimonializzati delle varie categorie e quindi più diffusi nei portafogli dei risparmiatori. Il record appena citato appartiene a Pioneer monetario Euro B , che ha reso lo 0,73%, sopportando costi totali (Ter 2005) pari all’1,18%. In questo caso, quindi, i risparmiatori hanno pagato più di quel che hanno guadagnato. E lo scompenso è di categoria: per gli obbligazionari che investono in titoli governativi brevi europei in media il peso delle spese supera il 45%. Tra i sette big solo due (Gestielle e Bipiemme ) rimangono sotto il 40%, con rendimenti di poco superiori all’1% e spese inferiori. Il gigante del gruppo, Nextra Euro Monetario che contiene 13 miliardi di euro, ha reso l’1,08% ed è costato lo 0,80%, cioè il 42% della performance prima delle spese.
Vagamente più presentabili sono le parcelle degli obbligazionari che puntano sui bond governativi dalla vita medio lunga: l’incidenza media dei costi di categoria è pari al 28,93%. E un’occhiata veloce ai rendimenti e ai Ter conferma che si è pagato circa l’1% per guadagnare il 2-3% netto. Il più esoso (42,5% il peso delle spese) è San Paolo euro che ha offerto l’1,61% al costo dell’1,21%. E i corporate bond? Costano un occhio della testa (l’incidenza dei costi è superiore al 40% per la categoria) e rendono pochissimo: il migliore, Bipiemme, arriva al 2,40% netto con un Total expense ratio dell’1,30%. Il peggiore, San Paolo tasso variabile , rende l’1,04% e costa l’1,11%, con le spese che si mangiano il 51% del rendimento lordo.
Sul fronte azionario, invece, il Toro che scorazza per i mercati dal marzo del 2003, ha nutrito a dovere le performance. E quindi l’incidenza dei costi è ben più contenuta: il flessibile Formula 1 conservative di Azimut arriva al 33%. Ma in tre anni, non in soli 12 mesi. Le categorie più zavorrate sono proprio le bilanciate e le flessibili, quelle che mixano azioni e bond, dove in media i costi pesano per il 21-22% sui risultati del triennio. Mentre gli azionari puri oscillano, sempre tra il 2003 e il 2005, tra l’8,42% dei Paesi Emergenti e il 24,44% dei prodotti specializzati sui mercati americani.
La corazzata degli azionari Europa, Nextra azioni Europa , che vanta 1,8 miliardi di patrimonio, ha reso negli anni del Toro il 36,41% facendo pagare un Ter del 5,72%. Il peso delle commissioni per i suoi fondisti ammonta al 13% circa. Nel 2005 i fondi sono costati in tutto oltre 5 miliardi di euro, ma ne hanno fatti guadagnare 20,3. Un bilancio definitivo abbastanza rosa, che però si tinge di rosso se si guarda la serie storica degli ultimi sei anni: tra il 2000 e il 2005, infatti, le case di gestione hanno incassato 32,6 miliardi di euro mentre i risparmiatori ne hanno persi 18,7.
Siamo sempre lì: sul famoso lungo periodo i fondisti pagano per perdere. Le buone performance medie degli ultimi tempi non sono riuscite a rimediare del tutto ai danni enormi provocati dalle terribili tempeste del triennio nero (2000-2002).
Il dibattito sui costi è sempre acceso sui mercati internazionali. Pochi giorni fa John Bogle , fondatore di Vanguard e padre storico delle gestioni indicizzate a basso costo, ha di nuovo messo il dito nella piaga (vedi box ). E David Swensen , il responsabile del patrimonio dell’Università di Yale dall’alto di risultati invidiabili (16% di rendimento l’anno negli ultimi vent’anni) gli fa eco in un’intervista esclusiva (vedi a pagina 15 ). I gestori si difendono con l’argomento trasparenza («i fondi sono l’unico strumento a cui si possano fare così bene i conti in tasca») e con quello della stabilità delle tariffe. Anche se il 2005 smentisce le previsioni fatte qualche mese fa. Bilanci in cattedra, infatti, il Ter ufficiale 2005 di tutto il sistema è stato pari all’1,39%, contro l’1,29% registrato nel 2003 e l’1,31 nel 2004. Dunque i gestori hanno reso - il risultato netto medo del 2005 è pari al 5,48%, contro il 2,95% del 2004 e il 3,60% del 2003 - ma hanno preso un decimo di punto in più rispetto agli altri due anni di mercati felici.
L’analisi consente di riflettere sul rapporto costi e benefici delle scelte di investimento. Ha senso pagare così tanto per rendimenti obbligazionari così risicati? La parcella degli azionari è proporzionata al successo degli ultimi tre anni e alle perdite che restano sul lungo periodo?
Tutti i servizi si pagano. Ci mancherebbe. Ma solo quelli veramente efficienti si pagano (quasi) volentieri.






Il «j’accuse» di John Bogle «Le tariffe esose sono un vero scandalo»
Il vero scandalo sono le eccessive commissioni dei fondi. Le multe da 4 miliardi di dollari pagate dai gestori per le irregolarità scoperte (e punite) qualche anno fa dal procuratore Eliot Spitzer e dalle autorità di mercato americano a confronto non sono nulla. John Bogle (nella foto ), il fondatore di Vanguard e il padre degli investimenti indicizzati, qualche giorno fa è nuovamente tornato sull’argomento che lo vede fortemente critico nei confronti del sistema dei mutual fund americani. Che, a suo parere, chiedono troppo e danno troppo poco.
«La routine dei costi quotidiani - ha detto Bogle in una dichiarazione ripresa da Bloomberg e dall’International Herald Tribune - costa ai risparmiatori molto di più di quanto non siano pesati quegli scandali». Secondo Bogle negli ultimi vent’anni il mercato azionario ha raggiunto un rendimento annuale medio del 13%, mentre il fondo azionario medio ha guadagnato il 10% solamente. La distanza - a giudizio di Bogle eccessiva - è dovuta alle commissioni di gestione, ma anche al turnover di titoli in portafoglio e alle spese di compravendita.
«Abbiamo lasciato indietro gli investitori durante un grandioso mercato Toro», conclude amaramente Bogle. Che è piuttosto pessimista e prevede, d’ora in avanti, mercati molto più avari di rendimenti.
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Usa Parla il professore che gestisce, con successo, il fondo dell’Università di Yale «Date fiducia solo Swensen: i mutual fund sono costosi e intossicati dal conflitto d’interessi. Meglio gli Etf e gli index fund
I nemici numero uno dei risparmiatori? I fondi comuni di società che appartengono a grandi gruppi bancari e assicurativi. Nella scala di pericolosità, vengono poi i fondi gestiti da società quotate, e a ruota quelli di manager privati e indipendenti. Gli unici di cui un normale investitore può fidarsi sono i fondi indicizzati (o gli Etf, fondi quotati come azioni) amministrati da società non profit , cioè cooperative in cui i soci coincidono con i clienti (negli Usa ce ne sono solo due, Vanguard e Tiaa-Cref). L'avvertimento è uno dei messaggi chiave del nuovo libro di David Swensen , il responsabile degli investimenti della Yale University , che ha cercato di tradurre la sua esperienza - 16% di rendimento annuo per 20 anni, la migliore performance fra gli investitori istituzionali americani dello stesso tipo - in consigli per i risparmiatori. Di solito schivo con i media, accetta di parlare con CorrierEconomia nel suo ufficio a New Haven, Connecticut. Anche perché - spiega - «mia figlia che studia italiano al Wellesley college legge tutti i giorni il Corriere online».
Allora i fondi comuni sono «tossici» per i risparmiatori?
«Il problema è il conflitto di interessi fra le società di gestione, che puntano ai propri profitti, e i clienti, che devono pagare commissioni troppo alte per alimentare quei profitti. In teoria i gestori hanno un dovere fiduciario verso i clienti, ma la legge del profitto è più forte».
Lei allora raccomanda ai risparmiatori solo i fondi indicizzati. Perché?
«È ovvio che i gestori attivi come gruppo non possono battere il mercato, perché è un gioco a somma zero. Ma una minoranza può far meglio della media. La domanda è: dove si trovano questi talenti capaci di far meglio degli indici? Di fatto non stanno nell'industria dei fondi comuni, ma negli hedge fund dove guadagnano molto di più. Però non è facile individuarli: qui lavoriamo in 20 a tempo pieno nella selezione dei gestori a cui affidare il nostro patrimonio. Niente di simile può fare un risparmiatore, per tempo e conoscenze a sua disposizione».
Ora gli hedge fund sono accessibili quasi a tutti: è un bene?
«No, è un disastro. L'unico risultato certo nel sottoscrivere un hedge fund è pagare commissioni ancora più alte dei fondi comuni; anche peggio è scegliere un fondo di fondi, dove le spese sono duplicate. La prima fonte di perdite per gli investitori sono infatti i costi pagati a intermediari e gestori. Poi ci sono le perdite causate dai comportamenti sbagliati, tipicamente comprare un fondo, o un titolo, dopo che ha realizzato le sue migliori performance e venderlo ai minimi prezzi».
Che alternative propone?
«In generale credo nel libero mercato, ma temo che finora non abbia funzionato nell'industria dei fondi comuni, tanto da porre serie questioni di politica sociale. Da una parte la tendenza è spostare sempre più sugli individui rischi e responsabilità negli investimenti per la pensione. Dall'altra la realtà è che gli individui, compresi i più colti, non sono attrezzati per prendere decisioni di alta qualità nella gestione attiva del loro portafoglio. Una soluzione potrebbe essere che lo Stato incentivi con sconti fiscali gli investimenti solo se in fondi indicizzati o Etf, che sono lo strumento migliore per diversificare i rischi e pagare bassi costi».
Può consigliare un portafoglio-modello ai risparmiatori?
«La diversificazione è il primo e più importante principio nel costruire un portafoglio equilibrato. È così che il fondo di Yale ha sempre ottenuto performance positive, anche nel 2001, più 9,2%, e 2002, più 0,7%, dopo il crollo di Wall Street e del Nasdaq. Consiglio di diversificare in sei categorie, usando sempre fondi indicizzati o Etf: 25-30% in azioni del proprio Paese, 25-30% in azioni di Borse estere evolute, 5-10% sui Paesi emergenti, 5-10% in titoli di Stato di alta qualità e a reddito fisso, 5-10% in titoli di Stato indicizzati all'inflazione, 10-20% in veicoli immobiliari come gli americani Reit’s (azioni immobiliari quotate in Borsa, che distribuiscono alti dividendi, ndr )».
Yale affida il suo patrimonio (meno il reddito fisso) a un centinaio di gestori esterni: come li scegliete?
«Devono essere persone di qualità incredibilmente alta, di assoluta integrità morale, senza aree grigie, con un'elevata energia, brillante intelligenza, la smania di battere il mercato più che di diventare ricchi. Per sceglierli, passiamo molto tempo con loro sia professionalmente, facendo moltissime domande sulle loro strategie di investimento e andandoli a visitare dove lavorano, cenando insieme per capire che tipi sono. Inoltre devono rischiare anche soldi propri negli investimenti che fanno per noi».
Come vede oggi i mercati finanziari?
«La Borsa americana è abbastanza cara. Invece i Paesi emergenti sono ancora molto interessanti, anche se vengono da un forte rialzo, perché erano partiti da livelli molto bassi, e hanno un tasso di crescita molto forte».
Vede il dollaro in rialzo o ribasso?
«Mi sembra difficile che il dollaro continui a giocare un ruolo dominante, è destinato al declino. Motivo di più per diversificare, non per speculare, cosa che peraltro a Yale non facciamo mai».
E la bolla immobiliare?
«Investiamo con soddisfazione sul mattone da 15 anni. Negli ultimi due-tre anni il mercato è diventato più difficile, con prezzi ridicoli, ma ci sono abbastanza inefficienze che i nostri partner possono sfruttare: non parliamo di singole case, ma di grandi immobili commerciali o residenziali». corriere economia
 
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