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14-04-2004
Il declino nel benessere
Tito Boeri


No, non è un difetto di percezione. Il disagio diffuso, la sensazione di un declino economico del nostro paese non sono privi di fondamento. Ma non chiamiamolo impoverimento. Stiamo peggio anche se il reddito medio non è diminuito e la povertà non è aumentata.
Ai diversi indizi disponibili fino a una settimana fa (dati Inps-Istat sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti nel settore privato, indagini Istat sulla povertà a livello regionale, dati di contabilità nazionale), si sono finalmente aggiunti in questi giorni i risultati dell’indagine Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie.
A questo punto, il mosaico è completo. Ricomponendolo, scopriamo che in un paese mai così fermo, è aumentata la variabilità nel tempo dei redditi individuali e, quindi, la probabilità di diventare più poveri o più ricchi. E in un paese che invecchia, in cui aumenta perciò l’avversione al rischio, tutto ciò ha un nome: diminuzione del benessere.

Non è impoverimento

Non si tratta di impoverimento, nel senso che il reddito medio non è diminuito. Né sono aumentate la povertà "assoluta" (la percentuale di famiglie che sono rimaste al di sotto di una soglia di reddito minimo, vitale) o quella "relativa" (la quota di famiglie che hanno un reddito inferiore a metà del reddito mediano), secondo i dati dell’indagine Banca d’Italia.

Certo, questi ultimi riguardano i redditi del 2002; nel 2003 il quadro potrebbe essere peggiorato. Ma è davvero molto difficile che la povertà possa aumentare in modo significativo nel giro di un anno, in un paese con una distribuzione del reddito molto stabile, che nel 2003 ha attraversato una stagnazione economica, anziché una recessione, e in cui l’occupazione è cresciuta.
Per sincerarcene, abbiamo anche consultato i centri di assistenza ai poveri sparsi sul territorio nazionale (Caritas, Opera S. Francesco, eccetera): ci hanno detto che non è aumentato il numero di pasti concessi agli indigenti, se non dove è stato possibile aumentarne l’offerta, a fronte di una domanda già elevata negli anni scorsi. Sembra, invece, essere cambiata l’identità di chi si rivolge a questi centri. Cominciano ad arrivare anche persone che hanno un lavoro, non più, come in passato, garanzia di livelli di reddito "adeguati".

Aumentano i rischi

C’è una tabella molto utile nell’appendice statistica del rapporto sull’indagine Banca d’Italia. Ci offre informazioni sulla mobilità delle famiglie fra le cinque fasce di reddito in cui è possibile suddividere, in gruppi di uguale dimensione, le famiglie italiane (i quintili).
Questa tabella, ricorrente nei diversi rapporti, ci racconta che tra il 1993 e il 1995 mediamente il 57 per cento delle famiglie non cambiava fascia di reddito, mentre tra il 2000 e il 2002 la percentuale era scesa al 53 per cento.
Si tratta di circa un milione di famiglie in più. Sono soprattutto le famiglie con un reddito medio-basso (con reddito pro-capite annuale tra i 13.000 e i 19mila euro) quelle che hanno visto aumentare la probabilità di scivolare nel quintile di famiglie con il reddito più basso.

È, inoltre, aumentata la quota di reddito del lavoro autonomo (dal 12 al 15 per cento nel giro di dieci anni), a scapito del lavoro alle dipendenze. Il miglioramento relativo dei redditi da lavoro autonomo non necessariamente comporta una redistribuzione fra persone diverse (molti hanno redditi sia da lavoro autonomo che da lavoro alle dipendenze), ma implica una maggiore variabilità dei redditi. Il lavoro autonomo è, infatti, fonte di redditi molto più aleatori del lavoro alle dipendenze. E anche quest’ultimo non è più sinonimo di reddito sicuro: se è aumentata la probabilità di trovare un lavoro, è cresciuta anche quella di perderlo nell’ultimo decennio.
Anche la ricchezza delle famiglie (pari in media circa a sei volte il reddito annuale) è investita in attività più rischiose: i titoli di stato sono scesi dal 25 per cento al 9 per cento del portafoglio (oggi offrono rendimenti competitivi solo su scadenze lunghe, ma questo espone al rischio di forti perdite in conto capitale nel caso si avessero problemi di liquidità), mentre aumentano le azioni e le obbligazioni "corporate" che possono riservare anche sgradite sorprese.
Vi sono, poi, altre dimensioni di incertezza sui redditi futuri, quali il rischio di nuove riforme previdenziali (ritenute inevitabili da tre italiani su quattro secondo i sondaggi Demoskopea-Fondazione Rodolfo Debenedetti), che potrebbero ulteriormente ridurre i redditi una volta ritiratisi dalla vita attiva e l’aleatorietà dei rendimenti dell’investimento in istruzione (vedi il commento di Chiara Saraceno sull’indagine Alma laurea).

In un'economia piatta

È questa una tendenza in atto da almeno un decennio e che ha anche risvolti positivi perché può segnalare un aumento delle opportunità di mobilità sociale. Non è un fenomeno circoscritto a questa legislatura, un effetto del Governo Berlusconi. Ma non è neanche un costrutto ideologico, un frutto dell’antiberlusconismo, in un paese forse mai così diviso dalla politica.
Oggi il disagio è acuto perché l’economia è piatta. Un’economia che cresce può compensare la perdita di certezze con un aumento del reddito medio. In un’economia ferma e, al tempo stesso, più rischiosa si sta peggio, soprattutto se si è più vecchi, dunque meno in grado di proteggersi dal rischio.
I dati sono impietosi: nei tre anni dal primo semestre del 2001 a oggi siamo cumulativamente cresciuti meno dell’1 per cento, meno della metà della Francia, un quarto della crescita nei paesi piccoli d’Europa, quelli per loro natura più esposti ai fattori internazionali su cui si tende a scaricare le colpe dei nostri insuccessi economici.
La peggiore performance economica avutasi in una legislatura del Dopoguerra è in stridente contrasto con le aspettative create alla vigilia. I pensionati non saranno diventati più poveri, ma sono senz’altro più poveri di quanto sarebbero stati se avessero ricevuto tutti una pensione di almeno "un milione al mese", come promesso in campagna elettorale. In questo, il Governo rischia di rimanere vittima di se stesso, dei suoi annunci, subendo il contraccolpo delle tante speranze disattese. Come si vede dal grafico qui sotto, il grado di fiducia dei consumatori diminuisce quando il reddito disponibile non cresce. Come se le famiglie si fossero abituate alla crescita del reddito e accogliessero ogni fase di stagnazione come un peggioramento della situazione economica generale del paese.

Le risposte politiche

Chi allora, al Governo come all’opposizione, volesse oggi cercare di dare risposte al disagio degli italiani dovrà offrire qualche credibile certezza: un’amministrazione prudente dei conti pubblici (un patrimonio di tutti), un estratto conto inviato a tutti i contribuenti dell’Inps su quanto presumibilmente riceveranno quando andranno in pensione, più opportunità di spostarsi fra diversi percorsi formativi nel caso si scoprisse di avere fatto l’investimento in istruzione sbagliato invece di specializzazioni precoci e percorsi formativi obbligati, meno riforme virtuali (quelle che confondono le idee, cambiando solo nomi e procedure) e, soprattutto, un vero sistema di ammortizzatori sociali che protegga contro il rischio di diventare davvero poveri.
Perché, anche questo ce lo dicono i sondaggi, gli italiani sono disposti ad accettare più rischi sul mercato del lavoro e sui redditi futuri sapendo che vi sono tutele minime che impediranno loro di cadere in condizioni di indigenza.
Speriamo che in questa campagna elettorale se ne parli: siamo l’unico paese dell’Unione a non avere una rete di protezione sociale di ultima istanza. Lavoce.info farà di tutto perché questa ennesima anomalia italiana non passi inosservata.
http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=1021&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
http://www.lavoce.info/news/attach/indagine_sui_bilanci_delle_famiglie_italiane_2002pdf.pdf
 

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14-04-2004
Sentirsi poveri
Chiara Saraceno


Siamo diventati più poveri o più disuguali? Più poveri o più insicuri?
Le spiegazioni della percezione diffusa di un peggioramento delle condizioni di vita, al di là delle strumentalizzazioni e enfatizzazioni che pure la alimentano, stanno nella risposta a queste domande.

I dati sulla povertà

Gli ultimi dati disponibili sulla diffusione della povertà sono relativi al 2002. Mostravano una situazione tendenzialmente ferma, con lievi segnali di diminuzione della povertà relativa, dovuta tuttavia a una compressione del livello medio dei consumi che aveva abbassato la soglia di riferimento. Stabile era invece la povertà assoluta.
In altri termini, i dati del 2002 possono essere interpretati come un abbassamento del tenore di vita medio, che però nasconde forti disuguaglianze.

La differenza, cioè, non è solo tra poveri e non poveri, ma tra coloro che hanno riserve, o flessibilità di reddito, sufficienti per fronteggiare oltre all’inflazione anche il mutamento dei propri bisogni (un figlio in arrivo, un figlio da mandare alle scuole superiori o all’università, un genitore che ha bisogno di assistenza, e così via), e coloro che viceversa non hanno né queste riserve né questa flessibilità.
L’indagine speciale dell’Istat sulla povertà a livello regionale effettuata sempre nel 2002 in coincidenza con quella annuale sui consumi (1), ha segnalato che oltre il 47 per cento delle famiglie italiane consuma tutto il proprio reddito.

Si tratta per lo più di persone sole anziane, di coppie con almeno tre figli, di coppie anziane e di famiglie monogenitore: non famiglie spendaccione che vivono al di sopra delle proprie possibilità, ma famiglie il cui bilancio è risicato rispetto ai bisogni.
Ciò è documentato anche dal fatto che la quota che non riesce a risparmiare, e talvolta è costretta a fare debiti, sale a una percentuale attorno all’80 per cento tra le famiglie che nel corso dell’anno hanno faticato ad acquistare il cibo necessario (il 3,6 per cento di tutte le famiglie), o a pagare l’affitto o le bollette o ancora le spese mediche (rispettivamente il 14 per cento, il 9 per cento e il 6 per cento di tutte le famiglie italiane).
Vale la pena di segnalare che sono proprio queste le famiglie sul cui bilancio incide di più un aumento dei prezzi, dell’inflazione, nettamente superiore alla media (2,4 per cento rispetto al 2003, 23,7 per cento dal 1995) di alcuni beni, pure essenziali: alimentari (4 per cento rispetto al 2003, 22,5 per cento dal 1995), abitazione, acqua, elettricità e combustibili (1,7 per cento rispetto al 2003, 28,4 per cento dal 1995), abbigliamento e calzature (2,5 per cento rispetto al 2003, 26,2 per cento dal 1995). (2)

Condizioni oggettive e percezioni

Sempre dalla indagine Istat del 2002 si rileva che condizione di povertà "oggettiva", secondo indicatori economici, e percezione soggettiva della povertà non sempre coincidono: dipende dalle aspettative che ciascuno ha, dai confronti che ciascuno fa, o è in condizione di fare.
Questo può aiutare a capire meglio la percezione diffusa di impoverimento emersa in questi mesi.
Vi sono gruppi sociali, in particolare i lavoratori a reddito fisso i cui salari non sono aumentati in questi anni in proporzione alla inflazione effettiva, ma solo a quella programmata, che oggettivamente hanno visto diminuire il loro potere d’acquisto, quindi sono impoveriti relativamente alla propria situazione precedente, anche se non sono diventati tout court poveri.
E’ quanto emerge anche dall’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane relativa sempre al 2002, che mostra che le famiglie di impiegati e operai hanno perso potere d’acquisto.

Queste famiglie, oltre che dall’aumento del costo dei beni di prima necessità, possono essere particolarmente colpite dall’aumento del costo di quei beni e servizi "voluttuari" il cui consumo fa sentire che non sì è, appunto, poveri: un cinema, una pizza ogni tanto, un libro, un disco, un concerto. I prezzi di alberghi, ristoranti e pubblici esercizi sono aumentati del 3,5per cento rispetto a febbraio 2003 e del 34 per cento rispetto al 1995. L’aumento maggiore in assoluto nel periodo.
Gli stessi gruppi sociali vedono ridursi le speranze di miglioramento, per sé o per i propri figli, in una economia stagnante, in un mercato del lavoro profondamente modificato. La temporaneità dei contratti di lavoro non solo in ingresso, ma per periodi di tempo prolungato, produce incertezza rispetto al futuro a breve e medio termine, riduce l’orizzonte temporale dei progetti individuali e familiari, sovraccarica di attese la solidarietà familiare che è così sottoposta a tensioni e talvolta a conflitti redistributivi.

Istruzione e mobilità sociale

Da questo punto di vista i dati recenti della ricerca di Alma laurea sono significativi. (3) Tra il 2002 e il 2003 le opportunità dei neo-laureati sono lievemente peggiorate: ci sono meno occupati (54,9 per cento di contro a 56,9 per cento) e più disoccupati (24 per cento di contro a 20 per cento) a un anno dalla laurea.
È anche aumentata la quota di contratti temporanei, smentendo l’idea che la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro crei automaticamente più occupazione. Forse anche per questo possono contare su un reddito mensile di circa 50 euro più basso rispetto a quello guadagnato dai neo-laureati un anno prima: 969 invece di 1.015.
Per altro, tra gli occupati si nasconde, specie tra i laureati delle facoltà politico-sociali, una grossa quota di persone (circa il 25 per cento) che erano già occupate prima della laurea, di ex studenti che si sono mantenuti agli studi perché provenivano da famiglie a reddito modesto. Un percorso di mobilità sociale notevole, se si pensa che tre quarti dei laureati nel 2002 erano i primi in famiglia ad avere una laurea.
Si tratta tuttavia di una mobilità in parte fittizia: chi è occupato mantiene lo stesso lavoro e chi non lo è fatica a trovarne uno e allo stesso tempo non può permettersi di continuare la formazione; come accade invece a chi proviene da percorsi formativi diversi, ma soprattutto può contare sul sostegno economico della famiglia di origine.
Proprio quando si raggiunge la stessa meta, la disuguaglianza di origine sociale mostra tutto il suo peso determinante. Anche per questo ci si può sentire più poveri.



(1) http://www.istat.it/Societ-/Integrazio/index.htm
(2) http://www.istat.it/Comunicati/In-calenda/Allegati/Economia/Prezzi-al-/comp022004.pdf
(3) http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione02/presentazione.shtml



http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=1019&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 
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14-04-2004
Più rischi (e opportunità) per le famiglie italiane
Tito Boeri
Domenico Tabasso


Le due tabelle qui sotto sono tratte dalle indagini svolte dalla Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, rispettivamente nel 1995 e nel 2002. Mostrano la mobilità delle famiglie italiane fra quintili di reddito nell’arco dei tre anni precedenti l’indagine.


Per costruire queste tabelle, le famiglie di cui si dispongono informazioni sia per l’anno base (1993 o 2000), che per quello dell’ultima rilevazione, vengono suddivise in cinque gruppi di eguale numerosità, sulla base del loro reddito all’inizio e alla fine del periodo. Il 20% di famiglie con redditi più bassi viene collocato nel primo quintile, il 20% con redditi immediatamente più alti nel secondo quintile, e così via. Per esempio, con riferimento al 2002, la soglia per il primo quintile è stata calcolata in 13.000 Euro; tutti i nuclei familiari che presentino un reddito medio annuo inferiore a tale soglia ricadono nel primo dei cinque quintili. Analogamente, le famiglie con reddito medio oltre i 38.000 Euro vengono incluse nel quinto quintile.

Si vedano file qiuntili

Come leggere, dunque, i numeri sulle due tabelle? Prendiamo in considerazione, ad esempio, la prima riga della tabella qui sopra, riferita al periodo 2000-2002. Ci dice che il 68% delle famiglie che nel 2000 si collocavano nel primo quintile di reddito, anche nel 2002 era rimasto nel quinto di famiglie con reddito più basso, mentre il rimanente 32% (21+8+2+1=32) era passato a quintili di reddito superiori. Le tabelle mettono in luce come la mobilità fra fasce di reddito sia più accentuata all’interno delle classi di reddito centrali. Questo avviene anche perché gli intervalli di reddito sono, per questi quintili, più contenute. Quasi il 30% delle famiglie che nel 2000 trovavano la loro collocazione nel terzo quintile si sono ritrovate nel 2002 tra il primo e il secondo quintile, mentre più del 40% delle famiglie che originariamente si trovavano nel quarto quintile è "scivolata" nei quintili inferiori.


Un cambiamento nei redditi medi delle famiglie può essere associato anche a cambiamenti nel numero di componenti di un nucleo famigliare. Ad esempio, l’arrivo di un figlio, può abbassare fortemente il reddito pro-capite di una famiglia. Ma anche concentrandosi sul sottoinsieme di famiglie la cui numerosità non è cambiata nell’intervallo preso in considerazione si ottengono risultati analoghi.


Il confronto fra le due tabelle mostra come la mobilità fra quintili sia aumentata dal 1993-5 al 2000-2. In particolare, la percentuale di famiglie di ogni quintile che non hanno cambiato quintile (i numeri sulla diagonale principale) è diminuita nel corso del tempo in tutte le classi, ad eccezione della terza (nella quale la quota di famiglie "immobili" è leggermente aumentata, ma la differenza in questo caso non è statisticamente significativa). Per capire l’entità di questi spostamenti, si tenga conto che ogni quintile contiene circa 4,5 milioni di famiglie.

Le due tabelle sottostanti ripropongono invece la mobilità per decili di reddito, vale dire gruppi composti ciascuno da circa 2,25 milioni di famiglie. Essendo gli intervalli di reddito più piccoli, non sorprende il fatto che i valori esposti sulle diagonali, la percentuale di famiglie "immobili", sia più bassa che nelle due tabelle precedenti. Importante notare come anche in questo caso si riscontri una maggiore mobilità tra i decili nel periodo 2000-2002 rispetto a quanto è avvenuto nel periodo 1993-1995. Le differenze fra i due periodi sono molto marcate, soprattutto quando guardiamo alle classi estreme.

Si leggano files su decili

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1022&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 

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Scritto da redon
14-04-2004
Più rischi (e opportunità) per le famiglie italiane
Tito Boeri
Domenico Tabasso


Le due tabelle qui sotto sono tratte dalle indagini svolte dalla Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, rispettivamente nel 1995 e nel 2002. Mostrano la mobilità delle famiglie italiane fra quintili di reddito nell’arco dei tre anni precedenti l’indagine.


Per costruire queste tabelle, le famiglie di cui si dispongono informazioni sia per l’anno base (1993 o 2000), che per quello dell’ultima rilevazione, vengono suddivise in cinque gruppi di eguale numerosità, sulla base del loro reddito all’inizio e alla fine del periodo. Il 20% di famiglie con redditi più bassi viene collocato nel primo quintile, il 20% con redditi immediatamente più alti nel secondo quintile, e così via. Per esempio, con riferimento al 2002, la soglia per il primo quintile è stata calcolata in 13.000 Euro; tutti i nuclei familiari che presentino un reddito medio annuo inferiore a tale soglia ricadono nel primo dei cinque quintili. Analogamente, le famiglie con reddito medio oltre i 38.000 Euro vengono incluse nel quinto quintile.

Si vedano file qiuntili

Come leggere, dunque, i numeri sulle due tabelle? Prendiamo in considerazione, ad esempio, la prima riga della tabella qui sopra, riferita al periodo 2000-2002. Ci dice che il 68% delle famiglie che nel 2000 si collocavano nel primo quintile di reddito, anche nel 2002 era rimasto nel quinto di famiglie con reddito più basso, mentre il rimanente 32% (21+8+2+1=32) era passato a quintili di reddito superiori. Le tabelle mettono in luce come la mobilità fra fasce di reddito sia più accentuata all’interno delle classi di reddito centrali. Questo avviene anche perché gli intervalli di reddito sono, per questi quintili, più contenute. Quasi il 30% delle famiglie che nel 2000 trovavano la loro collocazione nel terzo quintile si sono ritrovate nel 2002 tra il primo e il secondo quintile, mentre più del 40% delle famiglie che originariamente si trovavano nel quarto quintile è "scivolata" nei quintili inferiori.


Un cambiamento nei redditi medi delle famiglie può essere associato anche a cambiamenti nel numero di componenti di un nucleo famigliare. Ad esempio, l’arrivo di un figlio, può abbassare fortemente il reddito pro-capite di una famiglia. Ma anche concentrandosi sul sottoinsieme di famiglie la cui numerosità non è cambiata nell’intervallo preso in considerazione si ottengono risultati analoghi.


Il confronto fra le due tabelle mostra come la mobilità fra quintili sia aumentata dal 1993-5 al 2000-2. In particolare, la percentuale di famiglie di ogni quintile che non hanno cambiato quintile (i numeri sulla diagonale principale) è diminuita nel corso del tempo in tutte le classi, ad eccezione della terza (nella quale la quota di famiglie "immobili" è leggermente aumentata, ma la differenza in questo caso non è statisticamente significativa). Per capire l’entità di questi spostamenti, si tenga conto che ogni quintile contiene circa 4,5 milioni di famiglie.

Le due tabelle sottostanti ripropongono invece la mobilità per decili di reddito, vale dire gruppi composti ciascuno da circa 2,25 milioni di famiglie. Essendo gli intervalli di reddito più piccoli, non sorprende il fatto che i valori esposti sulle diagonali, la percentuale di famiglie "immobili", sia più bassa che nelle due tabelle precedenti. Importante notare come anche in questo caso si riscontri una maggiore mobilità tra i decili nel periodo 2000-2002 rispetto a quanto è avvenuto nel periodo 1993-1995. Le differenze fra i due periodi sono molto marcate, soprattutto quando guardiamo alle classi estreme.

Si leggano files su decili

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1022&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da

e i quintili dimenticati:mmmm:
 

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14-04-2004
Retribuzioni a crescita zero
Davide Dotti


Le ultime informazioni ufficiali disponibili sulle "retribuzioni di fatto" confermano la percezione diffusa fra molti lavoratori dipendenti di salari stagnanti o in calo.
I dati indicano che nel biennio 2002-03, i dipendenti del settore privato hanno effettivamente subito una riduzione del potere di acquisto: le retribuzioni lorde, comunque le si misuri, crescono meno dell’inflazione. Quando poi si passa a guardare le retribuzioni nette, cioè quelle al netto dei contributi fiscali e contributivi, emerge che la stagnazione dei redditi da lavoro non si limita al recente biennio, ma è un fenomeno che viene da lontano.
Il modello di relazioni industriali definito nel 1992-93 non può non risentirne.

I numeri sulle retribuzioni lorde

Dopo un lungo periodo (1992-2001) in cui hanno avuto incrementi in termini reali modestissimi (poco più di 0,3 per cento all’anno) e di gran lunga inferiori alla crescita della produttività del lavoro, nell’ultimo biennio le retribuzioni lorde hanno subito addirittura un calo.

La tabella 1 confronta l’andamento delle variazioni annuali degli indicatori Istat sull’inflazione (l’indice Foi-Famiglie operai e impiegati e l’indice Nic- Nazionale intera collettività) e sulle retribuzioni lorde per unità di lavoro (contabilità nazionale e Oros).

Nel 2002 la variazione di entrambi gli indicatori retributivi risulta inferiore all’indice Nic e uguale al Foi.
Nel 2003 la dinamica delle retribuzioni risulta inferiore a quella dell’inflazione indipendentemente dall’ indice utilizzato per misurarla.
Se si guarda ai redditi netti la situazione risulta ancora più preoccupante.



I numeri sulle retribuzioni nette

La scarsità di informazione statistica sui redditi netti degli italiani non facilita il compito di chi vuole indagare su questo tema. Tra le poche informazioni disponibili, vi sono quelle raccolte dal 1996 dall’Ocse relative ai lavoratori dell’industria (solo operai).
I redditi netti rappresentano quella parte della remunerazione che i lavoratori dipendenti possono effettivamente spendere. Rispetto ai redditi lordi, quelli netti escludono i contributi sociali e fiscali e includono i sostegni alle famiglie (assegni familiari, eccetera).
I redditi netti, quindi, dipendendo dalla situazione familiare. I dati disponibili riguardano quattro diverse situazioni: un single senza figli, una coppia con due redditi senza figli, una coppia con due redditi con due figli, una coppia con un reddito e due figli.
In Italia, nel periodo 1996-2002, le variazioni medie dei redditi netti in termini reali (calcolate in parità di potere di acquisto-Ppa) sono uguali a zero per le due tipologie senza figli: i single senza figli e una coppia con due redditi senza figli. Nel caso di una coppia con due figlie due redditi, la variazione è stata pari a +4 per cento. Nel caso di due figli, ma un solo reddito, la variazione è stata +7 per cento.



Se poi si passa a valutare la posizione relativa dell’Italia in confronto al resto d’Europa, emerge un divario impressionante.
Prendiamo, ad esempio, il single senza figli. Nel periodo tra 1996 e il 2002, in Italia, i redditi netti in termini reali non hanno subito alcun incremento, mentre nella Ue a 15, l’aumento dei redditi è stato in media pari al 17 per cento. In particolare, in Francia, Olanda, Finlandia, Irlanda, Gran Bretagna ha superato il 20 per cento e in nessun paese è stato inferiore all’8 per cento. Differenziali analoghi emergono anche per le altre tipologie familiari. Come si può vedere dalla nota Eurostat.

Un problema all’ordine del giorno

In definitiva, anche il confronto con il resto d’Europa conferma la sensazione diffusa di "declino relativo" delle retribuzioni. E il fenomeno non sembra, limitato soltanto all’ultimo biennio, anche se si è certamente accentuato con la stagnazione economica. La moderazione salariale seguita all’accordo sulla politica dei redditi del luglio 1993 ha probabilmente giocato un ruolo.
La sostanziale e lunga stagnazione dei salari reali potrebbe anche contribuire a spiegare la notevole crescita occupazionale degli ultimi anni: avrebbe reso progressivamente più conveniente impiegare tecniche di produzione a maggiore intensità di lavoro.
In ogni caso, non si può più affermare che sia solo una questione di crescita economica, emerge anche un problema di redistribuzione dei redditi, con l’incremento della quota dei profitti sul reddito nazionale che dura da oltre un decennio, non bilanciato dalla crescita degli investimenti fissi.
Nel settore privato, la questione salariale è ormai all’ordine del giorno. Nei sindacati non si discute più se una riduzione del potere di acquisto dei salari o delle pensioni ci sia stata o meno, ma di quale sia la sua entità e di che cosa fare per garantire ai lavoratori, in futuro, un maggior reddito disponibile. Le ricette proposte sono molte, ma quale che sia la strada che i sindacati sceglieranno, implicherà una revisione dei meccanismi dell’accordo del luglio 1993 o la definizione di una vera e propria "nuova politica dei redditi".

http://www.lavoce.info/news/attach/statistica_in_focus_eurostat_su_redditi_netti.pdf




http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1020&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 
Re: .....

Scritto da redon
14-04-2004
Retribuzioni a crescita zero
Davide Dotti


Le ultime informazioni ufficiali disponibili sulle "retribuzioni di fatto" confermano la percezione diffusa fra molti lavoratori dipendenti di salari stagnanti o in calo.
I dati indicano che nel biennio 2002-03, i dipendenti del settore privato hanno effettivamente subito una riduzione del potere di acquisto: le retribuzioni lorde, comunque le si misuri, crescono meno dell’inflazione. Quando poi si passa a guardare le retribuzioni nette, cioè quelle al netto dei contributi fiscali e contributivi, emerge che la stagnazione dei redditi da lavoro non si limita al recente biennio, ma è un fenomeno che viene da lontano.
Il modello di relazioni industriali definito nel 1992-93 non può non risentirne.

I numeri sulle retribuzioni lorde

Dopo un lungo periodo (1992-2001) in cui hanno avuto incrementi in termini reali modestissimi (poco più di 0,3 per cento all’anno) e di gran lunga inferiori alla crescita della produttività del lavoro, nell’ultimo biennio le retribuzioni lorde hanno subito addirittura un calo.

La tabella 1 confronta l’andamento delle variazioni annuali degli indicatori Istat sull’inflazione (l’indice Foi-Famiglie operai e impiegati e l’indice Nic- Nazionale intera collettività) e sulle retribuzioni lorde per unità di lavoro (contabilità nazionale e Oros).

Nel 2002 la variazione di entrambi gli indicatori retributivi risulta inferiore all’indice Nic e uguale al Foi.
Nel 2003 la dinamica delle retribuzioni risulta inferiore a quella dell’inflazione indipendentemente dall’ indice utilizzato per misurarla.
Se si guarda ai redditi netti la situazione risulta ancora più preoccupante.



I numeri sulle retribuzioni nette

La scarsità di informazione statistica sui redditi netti degli italiani non facilita il compito di chi vuole indagare su questo tema. Tra le poche informazioni disponibili, vi sono quelle raccolte dal 1996 dall’Ocse relative ai lavoratori dell’industria (solo operai).
I redditi netti rappresentano quella parte della remunerazione che i lavoratori dipendenti possono effettivamente spendere. Rispetto ai redditi lordi, quelli netti escludono i contributi sociali e fiscali e includono i sostegni alle famiglie (assegni familiari, eccetera).
I redditi netti, quindi, dipendendo dalla situazione familiare. I dati disponibili riguardano quattro diverse situazioni: un single senza figli, una coppia con due redditi senza figli, una coppia con due redditi con due figli, una coppia con un reddito e due figli.
In Italia, nel periodo 1996-2002, le variazioni medie dei redditi netti in termini reali (calcolate in parità di potere di acquisto-Ppa) sono uguali a zero per le due tipologie senza figli: i single senza figli e una coppia con due redditi senza figli. Nel caso di una coppia con due figlie due redditi, la variazione è stata pari a +4 per cento. Nel caso di due figli, ma un solo reddito, la variazione è stata +7 per cento.



Se poi si passa a valutare la posizione relativa dell’Italia in confronto al resto d’Europa, emerge un divario impressionante.
Prendiamo, ad esempio, il single senza figli. Nel periodo tra 1996 e il 2002, in Italia, i redditi netti in termini reali non hanno subito alcun incremento, mentre nella Ue a 15, l’aumento dei redditi è stato in media pari al 17 per cento. In particolare, in Francia, Olanda, Finlandia, Irlanda, Gran Bretagna ha superato il 20 per cento e in nessun paese è stato inferiore all’8 per cento. Differenziali analoghi emergono anche per le altre tipologie familiari. Come si può vedere dalla nota Eurostat.

Un problema all’ordine del giorno

In definitiva, anche il confronto con il resto d’Europa conferma la sensazione diffusa di "declino relativo" delle retribuzioni. E il fenomeno non sembra, limitato soltanto all’ultimo biennio, anche se si è certamente accentuato con la stagnazione economica. La moderazione salariale seguita all’accordo sulla politica dei redditi del luglio 1993 ha probabilmente giocato un ruolo.
La sostanziale e lunga stagnazione dei salari reali potrebbe anche contribuire a spiegare la notevole crescita occupazionale degli ultimi anni: avrebbe reso progressivamente più conveniente impiegare tecniche di produzione a maggiore intensità di lavoro.
In ogni caso, non si può più affermare che sia solo una questione di crescita economica, emerge anche un problema di redistribuzione dei redditi, con l’incremento della quota dei profitti sul reddito nazionale che dura da oltre un decennio, non bilanciato dalla crescita degli investimenti fissi.
Nel settore privato, la questione salariale è ormai all’ordine del giorno. Nei sindacati non si discute più se una riduzione del potere di acquisto dei salari o delle pensioni ci sia stata o meno, ma di quale sia la sua entità e di che cosa fare per garantire ai lavoratori, in futuro, un maggior reddito disponibile. Le ricette proposte sono molte, ma quale che sia la strada che i sindacati sceglieranno, implicherà una revisione dei meccanismi dell’accordo del luglio 1993 o la definizione di una vera e propria "nuova politica dei redditi".

http://www.lavoce.info/news/attach/statistica_in_focus_eurostat_su_redditi_netti.pdf




http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1020&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 

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20-04-2004
Un’inflazione per ricchi. E una per poveri
Massimo Baldini


Nel 2003, l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale (tabacchi inclusi) ha segnato un incremento del 2,7 per cento. Malgrado diversi centri di ricerca e associazioni dei consumatori sostengano che il vero tasso di inflazione sia un multiplo di quello ufficiale, ci sono invece buone ragioni, già documentate su lavoce.info (vedi Trivellato), per ritenere che l’inflazione rilevata dall’Istat sia tutto sommato più vicina al "vero" tasso di inflazione rispetto a tutte le altre possibili grandezze alternative.

I consumi delle famiglie

L’indice di fonte Istat si riferisce però all’incremento del costo di un paniere di beni e servizi che, volendo sintetizzare i comportamenti di spesa di tutti gli italiani, finisce per non corrispondere a quanto comprato da alcuna famiglia in particolare. I "panieri" che acquistiamo tutti i giorni differiscono infatti tra loro per la composizione interna nelle varie quote di beni e servizi, per la qualità dei diversi beni, e per il luogo nei quali essi vengono acquistati.

È possibile calcolare, con le informazioni pubblicamente disponibili, tassi differenziati, per verificare se in effetti l’inflazione ha colpito alcune famiglie più di altre, modificando in questo modo la distribuzione del reddito?
La strada di un calcolo dettagliato che tenga conto di tutte le eterogeneità indicate non è al momento praticabile, né da singoli ricercatori né dall’Istat, che dovrebbe a questo scopo effettuare indagini campionarie mirate su specifici segmenti della popolazione.
Tuttavia, qualche passo avanti può essere fatto se si utilizza l’indagine Istat sui consumi delle famiglie, che ogni anno coinvolge più di 20mila nuclei, raccogliendo dati su circa 270 categorie di beni, e si prova ad associare a ciascuna famiglia un tasso di inflazione individuale. Purtroppo, non si può tener conto di alcune dimensioni fondamentali dei comportamenti di consumo, come la qualità dei beni o i luoghi di acquisto, ma almeno si può valutare l’impatto della diversa composizione dei panieri individuali acquistati. (1)

Applicando ai consumi dell’insieme delle famiglie i tassi di variazione dei prezzi relativi al biennio gennaio 2002-gennaio 2004, si ottiene che, per esse, l’inflazione è stata in media uguale al 5,9 per cento.
Per verificarne l’impatto distributivo, si sono classificate le famiglie in dieci gruppi (decili) di uguale numerosità, ordinandole sulla base di valori crescenti della loro spesa equivalente per beni non durevoli (la scala di equivalenza Ise è usata per rendere comparabili le spese di famiglie di diversa composizione).
Il tasso di inflazione in Italia incide in misura leggermente superiore sulle famiglie più ricche.
Le differenze sono comunque piuttosto contenute. Mentre il 10 per cento più povero ha subito negli ultimi due anni un’inflazione pari al 5,7 per cento, per il decile più ricco il tasso di inflazione è uguale a circa mezzo punto in più, il 6,1 per cento, con incrementi uniformi nei decili intermedi. Altre elaborazioni mostrano che per un quarto del campione il tasso di inflazione è inferiore al 5 per cento, e per un altro 25 per cento è invece superiore al 6,7 per cento. In particolare, l’inflazione risulta più alta per le famiglie degli affittuari rispetto a quelle che possiedono la propria abitazione, e per le famiglie con molti figli.

Gli effetti di composizione

La tabella 1 mostra, oltre all’incremento medio del prezzo delle sedici categorie nelle quali è suddivisa la spesa totale, i contributi percentuali delle varie voci di spesa alla formazione dell’indice di prezzo, per tutte le famiglie e per i due decili estremi.
Il contributo che ogni categoria fornisce all’inflazione totale dipende da due elementi: l’incremento del prezzo medio della categoria, e la sua quota sulla spesa totale.
Tra le macrocategorie considerate, spiccano gli aumenti di prezzo per frutta e verdura, con un’inflazione media di circa il 17 per cento, e degli altri beni e servizi, con l’8,6 per cento. Quest’ultima categoria contiene, tra le tante, voci quali viaggi e vacanze, articoli di gioielleria, orologi, spese per la cura personale. Anche gli altri alimentari presentano un tasso di inflazione piuttosto alto, vicino alla media complessiva.



Per il totale delle famiglie italiane, quattro sole categorie di spesa spiegano circa il 70 per cento dell’incremento complessivo dei prezzi.
Si tratta degli alimentari (escluse frutta e verdura), che contribuiscono a un 20 per cento dell’inflazione totale, della frutta e verdura, che aggiungono un altro 15 per cento, dei trasporti (che comprendono anche le assicurazioni auto) con il 16 per cento, e infine degli altri beni e servizi, con il 18 per cento.
La ridotta differenza tra i tassi medi individuali di inflazione per i decili estremi, nasconde quindi forti effetti di composizione: l’inflazione per il primo decile è governata soprattutto dall’aumento del prezzo degli alimentari in genere, mentre un ruolo ridotto è giocato dall’incremento elevato del prezzo della voce altri beni e servizi. Esattamente il contrario vale per i più ricchi.
Se le diverse classi di reddito basano la propria percezione sull’inflazione complessiva osservando i prezzi dei beni che pesano maggiormente sui rispettivi panieri, sia i poveri che i ricchi potrebbero trarre una comune impressione di un elevato tasso di inflazione.

Le influenze sul reddito reale

La tabella 2 cerca di valutare, in prima approssimazione, gli effetti di questi livelli inflazionistici sul reddito reale delle famiglie italiane, confrontando il tasso individuale di inflazione con l’incremento medio del reddito nominale per professione del capofamiglia.

Se consideriamo che negli ultimi due anni le retribuzioni nominali di fatto sono aumentate del 6 per cento, è possibile concludere che per i lavoratori dipendenti in media il reddito reale è rimasto sostanzialmente inalterato, come risulta anche dai recenti dati dell’indagine Banca d’Italia sui redditi delle famiglie nel biennio 2000-2002 (vedi l’articolo di Boeri).

Se però andiamo oltre il dato medio, si osserva che per quasi il 50 per cento delle famiglie di lavoratori dipendenti il tasso di inflazione individuale risulta superiore al 6 per cento (circa il 10 per cento di esse ha inoltre subito una riduzione di reddito reale superiore al 2 per cento).
Quanto ai pensionati, nell’ultimo biennio le pensioni nominali inferiori a circa 1.200 euro mensili sono aumentate del 4,8 per cento, ancora meno quelle superiori ai 1.200 euro. Il 77 per cento dei nuclei con persona di riferimento in pensione ha visto diminuire il reddito reale, essendo caratterizzata da un tasso di inflazione individuale superiore al 4,8 per cento.
Se si considerano, per quanto possibile, tassi di inflazione personalizzati, si può quindi concludere che negli ultimi due anni il reddito reale è sostanzialmente stazionario per circa metà delle famiglie italiane e in leggera riduzione per le altre.

1) Questa analisi aggiorna quella presentata in un altro articolo (vedi Baldini) del 2002, che cercava di valutare l’effetto distributivo degli incrementi dei prezzi misurati nei primi mesi successivi all’introduzione dell’euro.

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1028&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 

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Scritto da redon
20-04-2004
Un’inflazione per ricchi. E una per poveri
Massimo Baldini


Nel 2003, l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività nazionale (tabacchi inclusi) ha segnato un incremento del 2,7 per cento. Malgrado diversi centri di ricerca e associazioni dei consumatori sostengano che il vero tasso di inflazione sia un multiplo di quello ufficiale, ci sono invece buone ragioni, già documentate su lavoce.info (vedi Trivellato), per ritenere che l’inflazione rilevata dall’Istat sia tutto sommato più vicina al "vero" tasso di inflazione rispetto a tutte le altre possibili grandezze alternative.

I consumi delle famiglie

L’indice di fonte Istat si riferisce però all’incremento del costo di un paniere di beni e servizi che, volendo sintetizzare i comportamenti di spesa di tutti gli italiani, finisce per non corrispondere a quanto comprato da alcuna famiglia in particolare. I "panieri" che acquistiamo tutti i giorni differiscono infatti tra loro per la composizione interna nelle varie quote di beni e servizi, per la qualità dei diversi beni, e per il luogo nei quali essi vengono acquistati.

È possibile calcolare, con le informazioni pubblicamente disponibili, tassi differenziati, per verificare se in effetti l’inflazione ha colpito alcune famiglie più di altre, modificando in questo modo la distribuzione del reddito?
La strada di un calcolo dettagliato che tenga conto di tutte le eterogeneità indicate non è al momento praticabile, né da singoli ricercatori né dall’Istat, che dovrebbe a questo scopo effettuare indagini campionarie mirate su specifici segmenti della popolazione.
Tuttavia, qualche passo avanti può essere fatto se si utilizza l’indagine Istat sui consumi delle famiglie, che ogni anno coinvolge più di 20mila nuclei, raccogliendo dati su circa 270 categorie di beni, e si prova ad associare a ciascuna famiglia un tasso di inflazione individuale. Purtroppo, non si può tener conto di alcune dimensioni fondamentali dei comportamenti di consumo, come la qualità dei beni o i luoghi di acquisto, ma almeno si può valutare l’impatto della diversa composizione dei panieri individuali acquistati. (1)

Applicando ai consumi dell’insieme delle famiglie i tassi di variazione dei prezzi relativi al biennio gennaio 2002-gennaio 2004, si ottiene che, per esse, l’inflazione è stata in media uguale al 5,9 per cento.
Per verificarne l’impatto distributivo, si sono classificate le famiglie in dieci gruppi (decili) di uguale numerosità, ordinandole sulla base di valori crescenti della loro spesa equivalente per beni non durevoli (la scala di equivalenza Ise è usata per rendere comparabili le spese di famiglie di diversa composizione).
Il tasso di inflazione in Italia incide in misura leggermente superiore sulle famiglie più ricche.
Le differenze sono comunque piuttosto contenute. Mentre il 10 per cento più povero ha subito negli ultimi due anni un’inflazione pari al 5,7 per cento, per il decile più ricco il tasso di inflazione è uguale a circa mezzo punto in più, il 6,1 per cento, con incrementi uniformi nei decili intermedi. Altre elaborazioni mostrano che per un quarto del campione il tasso di inflazione è inferiore al 5 per cento, e per un altro 25 per cento è invece superiore al 6,7 per cento. In particolare, l’inflazione risulta più alta per le famiglie degli affittuari rispetto a quelle che possiedono la propria abitazione, e per le famiglie con molti figli.

Gli effetti di composizione

La tabella 1 mostra, oltre all’incremento medio del prezzo delle sedici categorie nelle quali è suddivisa la spesa totale, i contributi percentuali delle varie voci di spesa alla formazione dell’indice di prezzo, per tutte le famiglie e per i due decili estremi.
Il contributo che ogni categoria fornisce all’inflazione totale dipende da due elementi: l’incremento del prezzo medio della categoria, e la sua quota sulla spesa totale.
Tra le macrocategorie considerate, spiccano gli aumenti di prezzo per frutta e verdura, con un’inflazione media di circa il 17 per cento, e degli altri beni e servizi, con l’8,6 per cento. Quest’ultima categoria contiene, tra le tante, voci quali viaggi e vacanze, articoli di gioielleria, orologi, spese per la cura personale. Anche gli altri alimentari presentano un tasso di inflazione piuttosto alto, vicino alla media complessiva.



Per il totale delle famiglie italiane, quattro sole categorie di spesa spiegano circa il 70 per cento dell’incremento complessivo dei prezzi.
Si tratta degli alimentari (escluse frutta e verdura), che contribuiscono a un 20 per cento dell’inflazione totale, della frutta e verdura, che aggiungono un altro 15 per cento, dei trasporti (che comprendono anche le assicurazioni auto) con il 16 per cento, e infine degli altri beni e servizi, con il 18 per cento.
La ridotta differenza tra i tassi medi individuali di inflazione per i decili estremi, nasconde quindi forti effetti di composizione: l’inflazione per il primo decile è governata soprattutto dall’aumento del prezzo degli alimentari in genere, mentre un ruolo ridotto è giocato dall’incremento elevato del prezzo della voce altri beni e servizi. Esattamente il contrario vale per i più ricchi.
Se le diverse classi di reddito basano la propria percezione sull’inflazione complessiva osservando i prezzi dei beni che pesano maggiormente sui rispettivi panieri, sia i poveri che i ricchi potrebbero trarre una comune impressione di un elevato tasso di inflazione.

Le influenze sul reddito reale

La tabella 2 cerca di valutare, in prima approssimazione, gli effetti di questi livelli inflazionistici sul reddito reale delle famiglie italiane, confrontando il tasso individuale di inflazione con l’incremento medio del reddito nominale per professione del capofamiglia.

Se consideriamo che negli ultimi due anni le retribuzioni nominali di fatto sono aumentate del 6 per cento, è possibile concludere che per i lavoratori dipendenti in media il reddito reale è rimasto sostanzialmente inalterato, come risulta anche dai recenti dati dell’indagine Banca d’Italia sui redditi delle famiglie nel biennio 2000-2002 (vedi l’articolo di Boeri).

Se però andiamo oltre il dato medio, si osserva che per quasi il 50 per cento delle famiglie di lavoratori dipendenti il tasso di inflazione individuale risulta superiore al 6 per cento (circa il 10 per cento di esse ha inoltre subito una riduzione di reddito reale superiore al 2 per cento).
Quanto ai pensionati, nell’ultimo biennio le pensioni nominali inferiori a circa 1.200 euro mensili sono aumentate del 4,8 per cento, ancora meno quelle superiori ai 1.200 euro. Il 77 per cento dei nuclei con persona di riferimento in pensione ha visto diminuire il reddito reale, essendo caratterizzata da un tasso di inflazione individuale superiore al 4,8 per cento.
Se si considerano, per quanto possibile, tassi di inflazione personalizzati, si può quindi concludere che negli ultimi due anni il reddito reale è sostanzialmente stazionario per circa metà delle famiglie italiane e in leggera riduzione per le altre.

1) Questa analisi aggiorna quella presentata in un altro articolo (vedi Baldini) del 2002, che cercava di valutare l’effetto distributivo degli incrementi dei prezzi misurati nei primi mesi successivi all’introduzione dell’euro.

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1028&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 

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20-04-2004
E se i tassi fossero troppo bassi?
Franco Bruni


La ripresa economica statunitense sta generando attese di rialzo dei tassi di interesse che la Fed ha mantenuto a lungo bassissimi. Essendo la ripresa europea più fiacca e incerta, nel dibattito congiunturale si suggerisce spesso che la Bce consideri invece una riduzione dei tassi, per incoraggiare il ciclo.
Comunque la si pensi in merito, il livello dei tassi si può giudicare anche prendendo le distanze dalla tattica di breve periodo e pensando in termini strutturali e allocativi di più lungo andare.
Il costo del denaro non influenza solo l’intensità ciclica della domanda aggregata. Determina la qualità degli investimenti e delle forme di risparmio e, per loro tramite, la sostenibilità, la stabilità, l’"efficienza dinamica" della crescita della capacità produttiva.
Da questo punto di vista, vi sono argomenti secondo i quali i tassi attuali che, al netto dell’inflazione, sono minimi anche su medie scadenze, possono essere considerati troppo bassi.

Gli investitori

Cominciamo da chi si indebita, per fare investimenti.
Un tasso reale molto basso non stimola la ricerca di progetti ad alta produttività.
Il singolo investitore non tiene conto dell’intero beneficio sociale di innovazioni e riconversioni produttive che richiedono sforzi speciali per essere individuate e realizzate. È incentivato a esercitare lo sforzo socialmente ottimale solo se deve remunerare capitale costoso.
Semplificando al massimo: fra un investimento che rende 5 per cento finanziato al 2 per cento e uno che rende 10 per cento finanziato al 7 per cento, il singolo potrebbe preferire il primo se la ricerca del secondo richiede uno sforzo superiore. Ma per la competitività del sistema, il secondo risulterebbe molto migliore. E verrà fatto solo se il finanziamento costa il 7 per cento.

Il tasso reale basso permette di sopravvivere con apparati produttivi mediocri o, addirittura, già irrimediabilmente spiazzati dalla concorrenza internazionale. Ci si indebita e si tira avanti: il capitale costa poco, non occorre che prometta di rendere molto. Salvo poi rimanere travolti dalla crisi di competitività del sistema.
I tassi bassi, ad esempio, facilitano il mantenimento di piccole dimensioni inefficienti, soprattutto nel commercio, nei servizi, nell’edilizia turistica e nell’artigianato famigliare.
Ma facilitano anche il guaio opposto: le fusioni e acquisizioni inopportune. Permettono di scegliere tecnologie ad eccessiva intensità di capitale e a basso livello quantitativo e qualitativo di occupazione.

Il basso costo dei prestiti è associato a sovrabbondanza di liquidità, che disincentiva l’impiego di capitale di rischio mentre può incentivare scommesse speculative azzardate, acquisto a debito di attività mobiliari e immobiliari che hanno prezzi di imprevedibile volatilità: se le attività acquistate a debito si deprezzano, è poco costoso attendere che la roulette giri a favore, perché i tassi passivi sono irrisori.
Ma non è di questo che ha bisogno l’Europa. La globalizzazione ci spiazza nelle produzioni più facili e mature e dobbiamo reagire ristrutturando radicalmente a favore di settori avanzati ad alta produttività. Il nostro tenore di vita e il nostro welfare provocano un costo del lavoro elevato che può essere sopportato solo se la produttività del capitale investito è alta e cresce con continue innovazioni.
Lo stock di capitale europeo è abbondante, forse sovrabbondante. Non occorre stimolarne l’aumento con tassi bassi. Bisogna invece riconvertirne la qualità, concentrare le risorse non in sussidi a imprese fuori mercato, ma in produzioni di punta e di grande scala.

Se inoltre guardiamo al fabbisogno finanziario dei Governi, i tassi bassi e l’elevata liquidità non contribuiscono certo a frenare l’indebitamento pubblico, soprattutto in una vasta area monetaria come quella dell’euro: i Governi non sentono spontaneamente il vincolo di bilancio, hanno l’impressione di poter attingere a un infinito serbatoio di fondi. Perciò, l’imposizione dei vincoli finanziari quantitativi e "stupidi" del Patto di Stabilità diventa insieme più importante e più difficile da far rispettare.

I risparmiatori

Guardiamo ora la questione dal punto di vista dei risparmiatori.
Con tassi troppo bassi, il risparmiatore povero non riesce a ricavare reddito dal suo patrimonio.
Si vorrebbe che consumasse di più, ma lui rischia di rimanere un risparmiatore frustrato più che un consumatore convinto. Il cosiddetto "effetto di reddito" (consumo meno perché ho meno reddito) può prevalere su quello "di sostituzione" (consumo di più perché il risparmio rende di meno) facendolo risparmiare troppo e male. Anche il beneficio ciclico del rilancio della domanda viene allora a mancare.
Per i risparmiatori con livelli un poco più alti di ricchezza e maggiore accesso ai servizi finanziari, c’è anche il rischio opposto: di indebitarsi troppo e acquistare beni durevoli in quantità non sostenibili. L’esposizione al rischio che ne consegue può poi ridurre i consumi di beni non durevoli, finendo anche in questo caso per far mancare la spinta ciclica alla domanda aggregata. Ma il danno serio è quello allocativo e fra gli squilibri che possono seguire i tassi troppo bassi c’è anche l’eccesso di domanda di abitazioni con conseguenze macroeconomiche potenzialmente gravi.

Per uscire dalla prigione dei tassi bassi, il risparmiatore può inoltre trovare ascolto presso gli intermediari finanziari, alcuni dei quali in malafede, nella ricerca di strumenti azzardati per aumentare i rendimenti, fino a cadere in trappole tipo Argentina o Cirio. Ai tassi normali, d’altra parte, per gli intermediari è difficile farsi affidare fondi in forme che non siano molto liquide e mettere a disposizione delle imprese capitali a lunga scadenza. Perciò cresce anche il rischio della trasformazione di scadenze intrinseca al bilancio delle banche. L’innovazione finanziaria è stimolata in tutti i modi, ma fino al punto di diventare esagerata, dannosa per la stabilità e la trasparenza.

Alzare i tassi?

Tutto ciò non vuol dire che la Bce farebbe bene ad aumentare i tassi oggi, prosciugando improvvisamente l’eccessiva liquidità in circolazione.
Ma implica che il tasso di interesse reale che dà gli incentivi giusti per l’evoluzione dinamica strutturale del capitalismo europeo è più alto dell’attuale. E tenere a lungo il tasso effettivo sotto a quello "naturale", come Wicksell chiamava un concetto analogo, è malsano.
Non è detto che il danno più prossimo, probabile e grave sia l’inflazione dei prezzi al consumo, che la Bce ha il mandato di evitare. Può essere invece il sostegno artificiale a una crescita qualitativamente insufficiente e destinata a soccombere progressivamente alla concorrenza globale, diventando recessione e deflazione.
Alcune di queste argomentazioni riferite all’Europa valgono in modo particolare per l’Italia.
E d’altra parte, anche gli Usa, pur se in modo diverso, sono potenzialmente vittime di un analogo problema di tassi troppo bassi.

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=10&cms_pk=1025&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 
....

Lo spettro del carovita

Istat, o non Istat, questo è il problema.
Come ho detto altre volte, su tutto il dibattito
relativo ai prezzi aleggia il fantasma
dell'istituto di Statistica. Perché se i suoi
calcoli sono giusti, non si spiegano molte
polemiche (non solo dei consumatori, ma anche
di politici di ogni colore), e se i suoi calcoli
sono sballati andrebbe al più presto commissariato,
perché un paese serio non può permettersi un
istituto di statistica che prende lucciole per
lanterne.
La realtà è che l'Istat, con tutti i difetti che
si possono rinvenire nei suoi metodi, il suo lavoro
lo sa fare.
Una prova (seppure indiretta) l'ha data uno studio
pubblicato recentemente dagli economisti di la
'voce.info'.
Scopo dello studio era dare una misura delle varie
inflazioni, a seconda della ricch ezza delle famiglie.
Per chi spende tutti i suoi soldi per affitto e
alimentari (voci 'calde' del carovita), i prezzi
saranno aumentati molto di più rispetto a quanto
accada per una famiglia benestante che può destinare
buona parte dei suoi soldi per comprare beni
aumentati in modo più contenuto. Una versione
complicata del classico pollo di Trilussa, come
si dice qui in Italia.
L'Istat non fa (e non può fare) studi troppo specifici
per i vari livelli di reddito. Ma questo studio de
"lavoce" incrocia i dati sui consumi (sempre di fonte
Istat) con quelli dell'aumento dei prezzi.
Risultato: nel biennio 2002 - 2003 le famiglie più
povere avrebbero subito un aumento dei prezzi del
5,7%. Quelle più ricche del 6,1%. Non molto distante
dal dato ufficiale sul biennio in questione..
Ma, e qui sta la cosa interessante, per entrambe la
percezione sarebbe stata maggiore, perch&ea cute; voci
importanti di spesa (gli alimentari per i più poveri,
e gli 'altri beni e servizi' per i più ricchi) sono
aumentati molto più della media generale.
Insomma: la media è tutto sommato corretta. E anche
la percezione.
La cosa sbagliata è pensare che una escluda l'altra.


ALAN FRIEDMAN
 
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