che egoista l'altruista!

watson

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Nella quotidiana lotta per la sopravvivenza ogni creatura vivente investe le sue energie per salvaguardare se stessa, in una gara egoistica che vede gli individui contrapposti gli uni contro gli altri. Ma in un tale contesto di autoaffermazione c’è spazio per la solidarietà, per l’altruismo? Tali concetti, attinenti alle più alte sfere dell’ideazione e che sembrerebbero propri solo delle società umane, sono invece condivisi da alcune specie di animali, Invertebrati compresi. E’ proprio fra gli insetti che si riscontrano gli esempi più eclatanti di comportamento altruistico, all’interno delle complesse società delle formiche, delle vespe, delle api e delle termiti.
 
Nei Vertebrati gli atti altruistici sono diffusi soprattutto fra i Mammiferi: noti a tutti sono i casi in cui gruppi di delfini hanno prestato aiuto ad un compagno ferito, procurandogli il cibo o spingendolo in superficie per respirare, circondando le femmine partorienti e arrivando addirittura a soccorrere delle persone in procinto di affogare o attaccate dagli squali; come pure il più comune comportamento che si osserva in certe gatte o cagne disposte ad allattare ed adottare piccoli estranei alla loro cucciolata, persino se di specie diverse. Anche nel mondo dei Pesci si conoscono esempi di atti altruistici riguardanti vari aspetti del loro ciclo vitale, anche se essi vanno intesi in un’accezione diversa da quella culturale vigente all’interno delle società umane.
 
E’ ovvio, infatti, che nel mondo animale i legami più vincolanti non sono come per noi di natura affettiva ed ideologica, bensì biologici, parentali: questo è ben evidente quando si osservi il comportamento di una madre con i suoi piccoli. In molte specie infatti l’attaccamento dei genitori alla propria prole è tale che essi lottano strenuamente nel tentativo di difenderla, spingendosi perfino a sacrificare la propria vita per i figli. Nella nostra ottica antropocentrica questi generosi esempi sono senz’altro da considerarsi altruistici, ma leggendoli in chiave etologica, considerando cioè la spinta motivazionale che sta alla base di ogni comportamento animale, aggiungeremo altre possibilità di interpretazione a questo particolare atteggiamento.
 
Per altruismo in etologia si intende ogni atto che aumenta la probabilità di sopravvivenza (o di riproduzione) dell’individuo che lo riceve, a discapito di quella di chi lo compie. Le cure parentali, per esempio, fanno parte dei moduli del comportamento altruistico: i genitori occupati in tale attività, infatti, spendono molto tempo ed energia per nutrire i piccoli e per difenderli da eventuali predatori; anche dopo che hanno raggiunto l’indipendenza alimentare gli avannotti di certi pesci continuano ad essere protetti dai genitori che pattugliano il territorio in loro difesa. Tali attività comportano certamente dei costi per i genitori, che si espongono più facilmente ai predatori e talvolta smettono di nutrirsi, come nel caso dei pesci ad incubazione orale (Ciclidi, Anabantidi, Aridi, ecc.): gli sforzi parentali indeboliscono quindi sensibilmente i genitori, arrivando persino a comprometterne la successiva prestazione riproduttiva e, in certi casi, la loro stessa esistenza.

Le cure parentali verso i piccoli talvolta coinvolgono, oltre ai genitori, anche degli aiutanti, generalmente dei fratelli o comunque dei parenti stretti, che spesso fanno le veci dei veri genitori occupati in altre attività piuttosto che nella crescita della prole. Un esempio di questi cosiddetti “allogenitori” è dato dai pesci pagliaccio (genere Amphiprion, Premnas), fra i quali si sono osservate coppie che si fanno aiutare nella crescita degli avannotti dai pesciolini della precedente nidiata, i quali cooperano attivamente con i genitori per difendere le uova e poi i piccoli dai predatori; questi solerti aiutanti possono anche arrivare a ritardare la loro fase riproduttiva a vantaggio di quella già in atto dei loro genitori.
 
Gli atti altruistici non sono limitati solo all’ambito delle cure parentali, ma coinvolgono anche altri aspetti della vita di relazione, soprattutto negli animali abituati a vivere in gruppo. Le sostanze ed i segnali di allarme fanno parte di questo repertorio (vedi box): nei banchi di pesci la vigilanza contro gli attacchi dei predatori è mantenuta da alcuni individui, i così detti “allarmisti”, che, in caso di pericolo, allertano i compagni con caratteristici movimenti. Questi esempi di comportamento cooperativo, dovuti all’attività coordinata di più individui solidali, sono senz’altro forme di altruismo poiché mirano al raggiungimento di un obiettivo comune, che è la salvezza del gruppo, anche se abbassano le possibilità di sopravvivenza dei soggetti che li attuano, i quali in tal modo si espongono più degli altri all’azione predatoria. L’abnegazione ed il sacrificio di alcuni membri del banco per il bene collettivo sono il “prezzo” evolutivo da pagare per godere d’altra parte degli indiscutibili vantaggi offerti dalla vita di gruppo.
 
Grazie alle intuizioni di studiosi come Hamilton, Wilson e Trivers, pionieri della sociobiologia, l’evoluzione dell’altruismo è stata chiarita ponendo il problema ai margini della teoria darwiniana e non incentrandolo sulla selezione a livello dell’individuo. Quest’ultima infatti pone al comportamento altruistico e a quello sociale in genere delle condizioni restrittive in cui può agire, ma esso si è affermato nonostante la forte spinta egoistica alla sopravvivenza di ogni individuo, che comunque non può superare l’invalicabile barriera della morte. Allora il solo modo di sopravvivere sta nell’eredità genetica, nel tramandare i propri geni ai figli e perpetuare attraverso loro la specie: nascono così il concetto di fitness, termine inglese sinonimo di successo riproduttivo, e quello di “selezione di parentela”. Fra individui legati da parentele genetiche la collaborazione ed il comportamento altruistico contribuiscono a perpetuare la linea genetica comune, condivisa da genitori, figli, fratelli, sorelle ed altri parenti: in determinate condizioni ambientali la riproduzione e la crescita della prole può essere rischiosa, ecco perché conviene investire tutte le energie del gruppo familiare nei soggetti che hanno maggiori possibilità di trasmettere i geni comuni alle future generazioni. E’ grazie quindi all’altruismo di alcuni individui, che limitano o rinunciano alla propria fitness a favore di quella complessiva della specie, che la vita continua anche dopo la morte.
 
paradossalmente pero' e' proprio chi compie il gesto d'altruismo a sentirsi meglio.
per questo non amo molto personalmente i 'buoni a tutti i costi', perche' lo sono solo come forma di difesa, perche' e' facile fare i buoni e difficile fare i cattivi.
preferisco un comportamento + equilibrato. buono quando c'e' da fare il buono e viceversa
 
Altruismo egoista

"L'aiuto è il lato luminoso del controllo"
 
Re: Altruismo egoista

Scritto da Anita
"L'aiuto è il lato luminoso del controllo"


che bella frase.e come suona bene,poi.
chissà cosa vuol dire!
 
Re: Re: Altruismo egoista

Scritto da watson
che bella frase.e come suona bene,poi.
chissà cosa vuol dire!

E' una pietra miliare della psicoterapia che studia e cura (o tenta) le dipendenze relazionali.
 
Re: Re: Re: Altruismo egoista

Scritto da Anita
E' una pietra miliare della psicoterapia che studia e cura (o tenta) le dipendenze relazionali.

che vuoi che ti dica.continuo a non capire.troppe parole difficili.
potresti parlare come "magno io"
 
I geni hanno un importante ruolo nel modellare il comportamento umano. Ne segue allora che l’egualitarismo, secondo il quale siamo tutti buoni e si possono costruire società perfette con la buona volontà della gente, è solo un’illusione: il diverso patrimonio genetico di ogni persona è la causa ultima che determina il suo comportamento sociale. La divisione dei compiti all’interno della coppia uomo-donna per esempio ha una base genetica e non è solo una sovrastruttura sociale imposta dalla cultura dominante. Abbiamo quindi assistito ad un singolare spettacolo: fino a quando la teoria dell’evoluzione era utile in chiave antireligiosa è stata osannata e considerata un grande progresso dell’umanità, ma quando qualche scienziato ha osato usare la teoria in tutta la sua interezza è stato ferocemente attaccato, censurato e ostacolato in ogni modo.
 
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Nel suo primo famoso libro, usando etologia e genetica delle popolazioni, Wilson fondava una nuova disciplina, la sociobiologia, e mostrava come il comportamento di coppia e la divisione del lavoro siano, in molte differenti specie come le formiche e le antilopi, risposte adattative alla pressione evolutiva. Nell’ultimo capitolo affrontava il problema dell’uomo e della possibilità di interpretare anche il suo comportamento in chiave genetica. La guerra, la xenofobia, il predominio dei maschi o i nostri occasionali slancio di altruismo sono comportamenti adattativi derivanti da una primordiale tendenza a propagare i nostri geni. Con l’avanzare della neuroscienze e della genetica, la sociobiologia, nelle intenzioni di Wilson, dovrà riassorbire la sociologia, la psicologia e l’antropologia. Gli uomini in fondo sono degli animali e l’evoluzione darwiniana ha modellato le nostre convinzioni, il nostro senso del bene e del male ed il nostro comportamento sociale.
 
Due successivi libri [WiLu1, WiLu2] sul comportamento umano furono accolti con astio, se non aperta ostilità da molti intellettuali, perché mettevano in crisi molti dei dogmi sociali predominanti. Wilson si rende conto della difficoltà di descrivere l’interazione fra geni e cultura, ma questo non significa che la sociologia debba continuare ad essere una specie di critica letteraria, dove ognuno sostiene una tesi e non si sa mai chi ha ragione e chi torto. Si deve cercare di arrivare ad una teoria matematica del comportamento umano, che riesca a descrivere i processi sociali e psicologici. Se i geni sono alla base del comportamento umano (Genes-R-Us, i geni siamo noi), allora la timidezza o l’omosessualità, l’intelligenza o la predominanza sociale dell’uomo sulla donna hanno tutti una base genetica. Da parte sua la Sinistra ha accusato Wilson di giustificare il razzismo, il sessismo e l’imperialismo, anche se va notato comunque che gli enormi progressi della genetica medica hanno reso negli ultimi anni le tesi della sociobiologia molto più verosimili.

Wilson sogna una società dove anche la filosofia e la religione saranno ridotte a semplici settori della sociobiologia. Si spiegherà matematicamente perché alcuni uomini manifestano delle tendenze religiose o mistiche e si potrà arrivare ad invalidare tutte le religioni e specialmente quella cristiana. La sociobiologia dovrà quindi ridimensionare il ruolo dell’uomo. Anche se la scienza non può spiegare tutto sull’uomo e la sua cultura e non può esistere una teoria completa della natura umana, perché le caratteristiche della vita umana e l’interazione fra geni e cultura sono troppo complicati per essere trattati matematicamente, ciò non toglie che almeno in linea di principio si potrebbe realizzare una spiegazione scientifica della sociologia.

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Se la selezione naturale privilegia la sopravvivenza del più adatto in termini individuali, come si spiega l'altruismo? La risposta darwinianamente più corretta l'ha data William Hamilton: è il pool genico che va preservato e quindi l'altruismo è proporzionale alla parentela (la quantità di Dna condiviso), cosicché a volte può essere più utile alla fitness dei geni sacrificare se stessi a favore di congiunti (paradigmatico il caso delle api operaie e della regina). Il tutto codificato in una formula matematica.

La biologia evoluzionistica non sembra lasciare spazio che al determinismo genetico, sicché nella sociobiologia alla E.O. Wilson geni e ambiente, con le forze della selezione, sono i fattori determinanti di ogni prodotto comportamentale. Le ragioni superiori dell'adattamento e dell'egoismo riproduttivo sovrastano l'individuo e il suo volere cosciente. In altre parole, "scompaiono" la coscienza e il libero arbitrio.
 
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La sociobiologia rinfaccia all'etologia classica, sviluppata da autori come Konrad Lorenz, di non essere darwinista per niente. Questo può sembrare sorprendente, in quanto naturalmente anche Konrad Lorenz parla di principi del darwinismo a tutti noi noti, come i principi di mutazione dei geni, che poi determinano un comportamento diverso nell'animale, dei meccanismi di selezione, che è un risultato della concorrenza tra i vari organismi, con i loro vari organi e i loro vari comportamenti, che, come gli organi stessi, sono determinati dai geni. Però la differenza essenziale tra Lorenz e la sociobiologia, che è stata sviluppata già negli anni trenta ma che ha avuto la sua articolazione più completa dagli anni sessanta in poi, cioè la differenza tra la sociobiologia e la etologia classica, consiste nella risposta alla domanda: "che cosa viene selezionato?". Lorenz, per esempio argomenta in questa maniera: se in una popolazione di animali ci sono degli animali con comportamento altruista che, per esempio, sono disposti a sacrificarsi per il loro gruppo, questa popolazione trae dei vantaggi rispetto ad altre popolazioni dove questo comportamento non esiste. Dunque questa popolazione è avvantaggiata; si può parlare di selezione di gruppo: l'entità della selezione è il gruppo, la popolazione. Lorenz dice che se una popolazione ha un vantaggio nel riprodursi proprio perché conosce il comportamento altruistico, sarà avvantaggiata nel corso dell'evoluzione rispetto alla popolazione che non conosce questo comportamento. La sociobiologia dice che così non si può argomentare, perché la entità che è la base della selezione non è la popolazione, non è nemmeno, in un certo senso, il singolo organismo, ma è il gene. Se in una popolazione, argomenta la sociobiologia, accadono, attraverso delle mutazioni, dei cambiamenti nel comportamento di alcuni animali che, mettiamo, si sacrificano per la comunità, ed in questa popolazione ci sono altri animali che non si sacrificano per la comunità, succederà qualcosa di molto semplice: gli animali che si sacrificano spariranno, e gli animali che non si sacrificano rimarranno. E il fatto che la popolazione come tale avrebbe un vantaggio se ci fossero alcuni che si comportassero in maniera altruistica, non è rilevante, perché l'entità sulla quale avviene la selezione non è la popolazione, ma è il singolo individuo e cioè, in verità, i geni che determinano il comportamento. Richard Dawkins è stato quel biologo che ha elaborato questa teoria in maniera popolare nel suo libro famoso "Il gene egoista". Per lui gli organismi non sono nient'altro che estensioni del gene; il gene è, praticamente, l'atomo della biologia, è una entità che vuole replicarsi. Infatti i principii del darwinismo possono essere applicati già all'evoluzione prebiotica. Il problema è: come si spiega, sulla base della sociobiologia, l'esistenza del comportamento altruista? Perché, ripeto, l'idea centrale della sociobiologia è una tautologia logica: quei geni, che determinano un comportamento che riesce a replicare questi geni medesimi nel numero più grande possibile, hanno più successo di geni che non riescono a fare questo; e perciò organismi determinati, nel loro comportamento, da questi geni, hanno più chances di sopravvivenza di altri.
 
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La sociobiologia rigetta gli argomenti di tipo lorenziano, l'affermazione, cioè, che il comportamento altruista è utile per la specie; perché, come ho detto, secondo la sociobiologia il comportamento utile per la specie non può essere selezionato, dato che l'unità della selezione non è nella specie di una popolazione, ma è il singolo gene. E però esiste il comportamento altruista nel mondo animale. E' molto più limitato di quanto si assumesse; Lorenz, sicuramente, ha antropologizzato molto l'animale con la sua visione del comportamento animale come privo di aggressione intraspecifica, mentre, in verità, c'è molta aggressione intraspecifica: è ovvio che, ad esempio, il cannibalismo è assai frequente tra gli animali. Però esistono - su questo bisogna dare ragione a Konrad Lorenz - comportamenti altruistici. Che cosa vuol dire altruistici? Altruistico, per definirlo nel contesto della discussione che abbiamo svolto fin qui, sarebbe un comportamento che diminuisce la probabilità di replicare il proprio gene. Questo sarebbe un comportamento altruista. Se uno dà all'altro qualche cosa che a lui non costa niente, che non diminuisce la sua possibilità di replicare il proprio gene, non parliamo di altruismo nel senso stretto tecnico-biologico. Secondo la sociobiologia sembrerebbe che tale comportamento non può esistere; e un passo molto importante è stato fatto negli anni settanta, quando il biologo Trivers ha sviluppato una spiegazione dell'altruismo connesso al comportamento rispetto ai propri parenti. Trivers argomenta in questa maniera: E' giusto che, se c'è un gene altruista - nel senso generico, non specificato -, questo gene presto sparirà, perché sarà svantaggiato nel processo di selezione rispetto ai geni che pensano solo alla propria applicazione. Evidentemente, quando parlo di geni che pensano alla loro replicazione, parlo solo in senso metaforico, perché i geni non pensano; ma i geni che si comportano come se pensassero solo alla loro replicazione sono avvantaggiati. Però i singoli organismi hanno un grado di parentela tra di loro e, per esempio, la probabilità che si trovi uno stesso gene in un genitore e in un figlio normalmente è del cinquanta per cento. Infatti, i geni che ha il figlio, li riceve o dal padre o dalla madre; perciò la probabilità che ha di avere un gene del padre, o della madre, è del cinquanta per cento. Dunque, se, per esempio, un uccello si sacrifica per i propri figli - cosa che accade -, e attraverso il proprio sacrificio riesce a salvare più di due figli, queste gene è avvantaggiato. Infatti una volta sparisce per il comportamento del singolo uccello, però più di due volte diviso per due sopravvive, e perciò un tale comportamento ha una chance di sopravvivere, perché secondo le leggi della statistica, deve esserci, di regola, in metà dei figli. Secondo questo argomento si può dimostrare che un comportamento altruistico per i propri parenti, spiega, in un certo grado, perché tali geni non sono condannati a sparire dall'evoluzione; ciò, però, significa che il comportamento altruista è limitato ai parenti. Ora lei mi dirà: "ma esistono comportamenti talmente altruisti che, per esempio, certi animali rinunciano completamente ad avere figli; pensiamo agli stati degli insetti.". Ora, questa situazione è abbastanza affascinante in quanto, per una peculiarità biologica, non di tutti ma di nove di quei dieci insetti che formano degli stati, il maschio è, come si dice, aploide; cioè mentre, di solito, ogni animale ha i geni in forma doppia, esso li ha in forma semplice. Da ciò segue che le sorelle figlie della stessa coppia, non hanno il grado di parentela 0,5, che è il solito grado di parentela che hanno fra di loro fratelli con entrambi i genitori in comune, ma 0,75. Cioè, paradossalmente, nelle formiche le operaie sono più parenti con le formiche che nascono dalla regina, essendo loro sorelle, di quanto non lo sia la regina con loro, cioè con le proprie figlie; e perciò il fatto che loro si sacrificano, in verità significa che usano la regina per riprodurre entità molto simili a loro nei loro geni. Dunque, in questa maniera si può spiegare questo comportamento altamente sociale che conosciamo dallo stato degli insetti.
 
Un esempio che Maynard-Smith ha elaborato e che trovo molto illuminante, è il comportamento dell'aggressività. Mettiamo che ci sia una popolazione di animali che non lottano veramente, rischiando la propria vita, quando c'è un conflitto per il territorio, per una femmina ecc., ma che fanno alcuni gesti simbolici; chiamiamo una popolazione con questa strategia una popolazione di colombe, anche se la parola colomba ha solo un senso allegorico, perché le colombe sono animali aggressivi. Una tale popolazione sembra essere stabile; nessun animale trae vantaggio, e l'animale che prima si annoia cede, sicché non c'è nessuna vittima, diciamo, di un conflitto dovuto all'aggressività. In questa popolazione appaiono degli animali della stessa specie che, per una mutazione, hanno un comportamento veramente aggressivo, che sono, cioè, disposti a rischiare la propria vita; chiamiamoli falchi. Evidentemente questi falchi irrompono immediatamente in una popolazione di colombe, e le colombe diminuiscono perché questi falchi hanno più chances di propagarsi, di trovare dei partners coi quali accoppiarsi di quante non abbiano le colombe. Dopo un po' di tempo la situazione cambia, perché se i falchi sono diventati dominanti nella popolazione e un falco si scontra con un altro falco, uno dei due o morirà o rimarrà gravemente ferito; mentre le colombe, che subito cedono, hanno più possibilità di sopravvivere. Dunque né il comportamento delle colombe, né quello dei falchi è evoluzionalisticamente stabile. E che cos'è evoluzionalisticamente stabile? Ora ciò dipende, naturalmente, dai valori che si daranno ai risultati dei vari comportamenti; da un lato i valori negativi che si daranno, diciamo, alla morte di un animale e alla perdita di forze in una lotta simbolica; dall'altro i valori positivi che si attribuiranno alla vittoria in una lotta. Ma si può dimostrare che, in ogni caso, evoluzionalisticamente stabile è, per esempio, una strategia che possiamo chiamare mista, laddove in una certa percentuale dei casi si comporti da falco e in un'altra da colomba. Per esempio, una strategia stabile sotto il punto di vista dell'evoluzione sarebbe quella che consiste nel difendere il proprio territorio ma non nell'attaccare il territorio dell'altro, perché se ogni animale attacca si verifica il problema che abbiamo prima descritto nella popolazione dei falchi, dove ci sono molti morti. Se ognuno cede abbiamo il problema prima nominato: quando si sviluppa una popolazione aggressiva, popolazione che cede viene sconfitta. Se, invece, un animale non attacca ma difende il proprio territorio, se un animale riconosce che non deve aggredire il territorio dell'altro, abbiamo una strategia che ha degli enormi vantaggi per ogni singolo animale.



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Re: Re: Altruismo egoista

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Scritto da Anita
"L'aiuto è il lato luminoso del controllo"
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Scritto da watson
che bella frase.e come suona bene,poi.
chissà cosa vuol dire!


se ti sono continuamente di aiuto, se mi preoccupo per te, se ti sostengo in ogni tua difficoltà, etc, tu diventi "dipendente" dalle mie attenzioni ed io esercito un grande controllo su di te.

Stefano
 
Re: Re: Re: Altruismo egoista

Scritto da stevesteve
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Scritto da Anita
"L'aiuto è il lato luminoso del controllo"
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se ti sono continuamente di aiuto, se mi preoccupo per te, se ti sostengo in ogni tua difficoltà, etc, tu diventi "dipendente" dalle mie attenzioni ed io esercito un grande controllo su di te.

Stefano

ora ho capito.grazie
 
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