che egoista l'altruista!

Prima di tutto la sociobiologia ci insegna a capire varie basi del comportamento umano; infatti io sono convinto che l'uomo in parte è determinato dai meccanismi biologici, contro i quali può e deve combattere, ma che può combattere solo se li conosce. E' sicuramente plausibile spiegare su una base biologica la enorme diffusione del comportamento nepotista, cioè della preferenza accordata, sugli estranei, ai propri figli e nipoti, che troviamo in molte molte culture, soprattutto in culture meno sviluppate. Una altra spiegazione del comportamento umano che può essere riportata a argomenti sociobiologici è la differenza, nel comportamento sessuale, tra uomo e donna. Già nel regno animale è chiaro, per ragioni dovute all'egoismo genetico, che la donna può e deve comportarsi in maniera diversa dall'uomo. Perché? La donna, prima di tutto, sa che l'animale che essa partorisce contiene i suoi geni, mentre l'uomo non lo saprà mai per certo. E perciò il comportamento di gelosia che ha l'uomo per la sua partner è un comportamento che ha una base profonda nell'egoismo genetico: l'animale che non fosse geloso della sua partner, crescerebbe, magari, i figli con altri geni. E perciò è ovvio che la gelosia maschile verso la donna, che possiamo constatare in molti animali, ha una base concreta. E' anche chiaro che l'uomo, sotto il punto di vista dell'egoismo genetico, ha interesse a fare quanti più figli è possibile, mentre la donna, dato che deve mantenere l'embrione per un certo tempo, non può fare questo; perciò c'è probabilmente una base biologica nel fatto che gli uomini sono più disposti al comportamento promiscuo che le donne. Ripeto: tutto questo non giustifica niente, ma ci aiuta a capire perché certi comportamenti sono più diffusi nelle culture umane che altre. Non giustifica niente perché una delle fallacie più terribili che si possono commettere, è proprio la fallacia naturalistica che dice: siccome qualcosa è così, deve essere così. Ripeto: la sociobiologia diventa pericolosissima, se, per il fatto che un comportamento è molto frequente nel mondo animale, lo giustifica nel mondo umano; però ha ragione se ci mette in guardia, se ci rende sospettosi verso alcune tendenze nel nostro comportamento che per ragioni morali noi dobbiamo condannare, ma che dobbiamo pur conoscere per poterle combattere a fondo.
 
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Dawkins insiste sull'egoismo dei geni; però gli esseri che agiscono non sono i geni, ma sono gli animali. L'animale che si sacrifica per i propri figli sacrifica se stesso, e il fatto che il suo gene ha un vantaggio è una cosa per lui abbastanza indifferente. Un animale, diciamo, di un certo livello, sente la paura della morte quando si sacrifica ma lo fa lo stesso. Dunque, se Dawkins ha ragione quando dice: "non c'è un comportamento che si regola secondo i principi della specie", sbaglia, però, quando dice: "c'è solo l'egoismo dei geni", perché anche se il gene è l'entità che si replica, l'entità che si comporta è il singolo animale. E il singolo animale che si sacrifica per i propri geni, da una parte è egoista, perché si sacrifica per i propri geni; dall'altra parte, in quanto il gene è qualcosa di universale che si ripete anche in molti altri organismi parenti al singolo animale, si può anche dire che questo si sacrifica per qualcosa di generale. Dunque non è giusto vedere solo qualcosa di egoista nel comportamento animale. Il gene è egoista; ed è giusto dire che l'animale non si sacrifica mai per la propria specie, ma per i propri geni. Ma, ripeto, sebbene i geni siano i propri ed in questo ci sia qualcosa di egoistico, essi non sono identici con il singolo organismo, ma sono qualcosa di più generale del singolo organismo; perciò c'è, nel comportamento animale qualcosa che trascende se stesso. Infatti io sono convinto che la capacità dell'uomo di autosacrificarsi per il proprio gruppo, magari anche per ideali più vasti, per l'umanità, è proprio basata sulla capacità essenziale dell'uomo: quella di universalizzare. Di universalizzare un comportamento che nel regno animale è localizzato, è determinato perché limitato a i propri parenti e a quelli con cui si è legati da un altruismo reciproco. E l'uomo, attraverso la sua ragione, riesce a universalizzare questo. Dunque, si può interpretare il comportamento animale non dicendo "in verità dietro questo altruismo appare solo l'egoismo", ma si può dire "in verità dietro questo egoismo appare la necessità dell'altruismo di autoconservarsi". A prima vista vediamo un altruismo. La sociobiologia ci dice: "ma c'è l'egoismo genetico dietro". E la filosofia magari ci dice: "ma questo egoismo genetico è l'unica possibilità che l'altruismo ha, nel mondo animale, di autoconservarsi". L'animale primitivo può conservare questo meccanismo del comportamento altruista solo se si sacrifica per i parenti, perché c'è la probabilità che abbiano anch'essi questo comportamento. L'animale che è in grado di distinguere individualmente l'altro animale, può sviluppare l'altruismo reciproco; l'uomo può sviluppare un altruismo che è universale, ma che è legato soprattutto alle persone che continueranno la tradizione dell'altruismo, anche se non è per niente necessario che noi, avendo compiuto il primo atto altruista, siamo quelli che poi beneficino dall'altruismo dell'altro. L'uomo, infatti, è in grado di essere altruista verso le persone che siano, a loro volta, altruiste, sia pure non verso il primo benefattore ma verso altri. Questa è una strategia stabile sotto un punto di vista dell'evoluzione culturale, che si è completamente liberata dal legame egoista che c'era all'inizio dell'evoluzione, ma che, in un certo senso, inevitabilmente deve accettare la tendenza di autoconservazione di questo meccanismo. Dunque io vedrei l'evoluzione del comportamento animale - dall'egoismo gretto all'altruismo verso i parenti, all'altruismo reciproco tra gli animali che si conoscono individualmente, all'altruismo universale dell'uomo - come una tendenza nella quale l'altruismo riesce sempre più a liberarsi dalla struttura di autoconservazione che pur deve mantenere se non vuole distruggersi. E mi lasci finire con una bella frase di Hegel: "Bisogna guardare il mondo in maniera ragionevole; poi ci si accorge che anche il mondo guarda noi in maniera ragionevole".

Tratto dall'intervista: "Dal comportamento animale a quello umano" - Mosca, Accademia Russa di Amministrazione, 22 agosto 1993

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Re: Re: Re: Re: Altruismo egoista

Scritto da watson
che vuoi che ti dica.continuo a non capire.troppe parole difficili.
potresti parlare come "magno io"

Se mi spieghi come "magni tu", tenterò.
 
Re: Re: Re: Re: Re: Altruismo egoista

Scritto da Anita
Se mi spieghi come "magni tu", tenterò.

me l'ha già spiegato Stefano.Grazie lo stesso.
 
Le profonde radici della tribù umana
Intervista a Francisco Ayala, biologo, filosofo e consigliere scientifico di Clinton

Spagnolo d'origine, americano d'adozione, Francisco Ayala insegna all'Università di California (Irvine) biologia e filosofia, due discipline che di solito fanno capo a docenti diversi. Questa trasversalità dà al filosofo concretezza e mette il biologo al riparo dal riduttivismo ultrà, oggi di moda.
Ayala ha parlato di etica ed evoluzione al convegno Le scienze della vita e il nuovo umanesimo organizzato dalla Fondazione che porta il nome di Marino Golinelli, industriale del farmaco e mecenate. La Fondazione promuove la conoscenza scientifica e la riflessione sulle sue implicazioni.
Professor Ayala, lei si definisce un seguace del "realismo naif", la filosofia di chi crede in valori quali la libertà e simili, e nello stesso tempo punta sulla scienza. Come dire: una metafisica tradizionale, nella quale s'innesta però quanto di nuovo offre la scienza. In questo composito sistema, quale posto occupa l'etica?
"L'idea fondamentale è che le norme morali sono un prodotto dell'evoluzione culturale e non dell'evoluzione biologica".
La distinzione è necessaria?
"Sì, perché c'è una corrente di pensiero di grande presa sugli intellettuali - la sociobiologia - la quale sostiene che per giustificare l'etica non occorre scomodare la religione o la cultura: il comportamento morale è semplicemente controllato dai nostri geni. La questione è interessante. Lo stesso Darwin non riusciva a spiegare in termini evolutivi l'organizzazione delle colonie di api.
"Negli alveari una unica femmina depone le uova e pochi maschi sono addetti alla riproduzione, mentre i milioni e milioni di lavoratrici sono sterili. Perché le operaie si fanno in quattro per assicurare la sopravvivenza a una progenie che non è loro ma della regina? I geni che promuovono tale forma di altruismo non vengono certamente ereditati in quanto le api operaie sono, come ho detto, sterili.
Quindi c'è da chiedersi come quel comportamento possa perpetuarsi".
Un comportamento che apparentemente viola le regole dell'Evoluzione. Qual è la risposta?
"Una grande scoperta della sociobiologia è che le figlie della regina sono geneticamente più vicine alle operaie sterili che alla madre. Perciò, quando le operaie si prendono cura delle figlie regali, in realtà accudiscono ai propri geni. Se, cromosomi alla mano, disegniamo l'albero genealogico delle api, vediamo bene che il cosiddetto altruismo risponde a quello che possiamo definire il calcolo dei geni. Un altro esempio di "altruismo" è offerto dalle zebre che restano ad affrontare i leoni mentre la mandria fugge. Questi maschi non hanno in genere un rapporto diretto di parentela con i piccoli che contribuiscono a salvare. Il loro comportamento si spiega però con il fatto che le zebre di un gruppo sono tutte più o meno affini, sono tra loro cugine prime, seconde eccetera come gli abitanti di un villaggio isolato. Il calcolo dei geni dimostra anche in questo caso che il costo della difesa della mandria è inferiore al beneficio implicito nella trasmissione del proprio Dna e quindi spiega come il sacrificio delle zebre coraggiose sia incentivato dalla selezione naturale. Allora - argomentano i sociobiologi - se ciò si verifica negli animali, perché lo stesso fenomeno non dovrebbe accadere tra gli umani?".
Altruismo e moralità sarebbero dunque atteggiamenti che l'uomo assume perché giovano ai geni.
"Già. Legando il senso morale al Dna, i sociobiologi negano però l'evoluzione della cultura, che invece nella comunità umana trascende la biologia. Noi uomini compiamo azioni morali perché riteniamo, intellettualmente, che giovino al gruppo. Il comportamento etico e sociale rende infatti la vita del gruppo, e dei singoli individui, più gradevole. Gli umani sono portati per natura a comportamenti morali perché la loro struttura biologica li provvede di tre capacità: quella di prevedere le conseguenze dei propri atti, quella di esprimere giudizi di valore e infine la facoltà di scegliere tra alternative.
"L'etica è dunque un fenomeno epigenetico che emerge come conseguenza necessaria delle attitudini eminentemente intellettuali dell'uomo, attitudini a loro volta favorite dalla selezione naturale".
Quindi la biologia interviene, seppure tangenzialmente, nella formazione della morale.
"Diciamo che tra geni e imperativi etici ci deve essere compatibilità. Immaginiamo una società in cui vige la norma che non si devono avere bambini: ebbene, una cultura del genere non potrebbe sussistere perché non ci sarebbe chi la trasmette. Gli esperimenti culturali, sociali, politici devono conformarsi alla biologia, pena l'estinzione. La sopravvivenza, ovvero il contrario dell'estinzione, è non a caso il valore biologico primario. Detto questo, ribadisco che le norme in base alle quali decidiamo che cosa è bene e che cosa è male sono culturalmente ereditate. I dieci comandamenti furono formulati da Mosè quando si pose il problema di far sopravvivere gli israeliti nel deserto del Sinai. Per superare la prova era necessaria una legge ferrea: se rubi, se fornichi eccetera, sarai giustiziato.
"Norme severissime, che si fecero discendere da Dio proprio per giustificarne la durezza. Il sistema di valori fondato da Mosè, che a mio modo di vedere è uno dei più grandi statisti della storia dell'umanità, ha avuto successo. Ha fatto in modo che una piccola tribù, del tutto irrilevante nel mondo di allora, diventasse l'ascendente culturale di tre miliardi di persone, tanti sono attualmente gli appartenenti alle religioni monoteistiche. Altre tribù con convinzioni morali diverse, che competevano con la giudaica, non hanno avuto altrettanto successo e si sono estinte".
 
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