Ciarpame

watson

Nuovo Utente
Registrato
2/4/00
Messaggi
4.369
Punti reazioni
16
Doppia identità

Due amici, stanchi della loro esistenza monotona e incolore, decidono a quarant'anni, per scommessa, di cambiare vita. Uno lascia il lavoro di corniciao e diventa detective privato, l'altro trova nell'alcol il coraggio per sbarazzarsi di tutti i vecchi tabù. "Qualcun altro" è il ritratto surreale della routine quotidiana che siamo costretti a vivere: ognuno di noi vorrebbe trovare una nuova identità e ricominciare da capo
di Gianluca Perosillo


Ci sono dei momenti, nella vita di ogni uomo, in cui si sente l'esigenza di voltarsi indietro e provare a tracciare dei bilanci. Succede che, un giorno, ci guardiamo nello specchio e ci troviamo infinitamente diversi da ciò che un tempo sognavamo di diventare. E allora ci abbandoniamo ai rimpianti, nel desiderio profondo di riavvolgere il nastro dell'esistenza ricominciare tutto daccapo.

È proprio partendo da questi malinconici stati d'animo che Tonino Benacquista ha costruito "Qualcun altro", il suo nuovo romanzo. Lo scrittore francese di origine italiana, già autore di gialli, sceneggiature per il cinema e spettacoli teatrali, stavolta propone una storia affascinante, ricca di mistero e colpi di scena. Ne sono protagonisti Thierry e Nicolas, due quarantenni insoddisfatti che, un giorno, s'incontrano per caso su un campo da tennis, duellando a colpi di potenti lungolinea e audaci volée. Dopo la partita si ritrovano in un bar, seduti l'uno di fronte all'altro, a bere vodka e filosofeggiare sulla vita. Finisce che si lanciano un'assurda scommessa: provare a cambiare radicalmente vita e diventare "qualcun altro". Concordano un appuntamento da lì a tre anni, in quello stesso posto.

Inizia così questo gioco folle, che è soprattutto una sfida contro se stessi e contro il destino. Per raggiungere il loro obiettivo i due protagonisti percorrono però strade completamente diverse. Thierry, in un costante stato di fredda estasi, studia un piano perfetto. Ricorre ad una plastica facciale per sparire nel nulla e cambiare identità, abbandona il suo negozio di cornici e diventa un detective privato. Nel caso di Nicolas, invece, il mutamento è quasi inconsapevole, e avviene soprattutto dentro se stesso. Si lascia sedurre e assuefare di fumi dell'alcol, sotto l'effetto del quale scopre una grinta ed un coraggio che gli sarebbero altrimenti sconosciuti. Riesce così a fare carriera nel lavoro e a vivere una storia d'amore intensa e travolgente con una femme fatale incontrata di notte in un bar.

Le storie dei due protagonisti, narrate a capitoli alterni, procedono lungo binari paralleli che si incroceranno soltanto tre anni dopo, alla data del fatidico appuntamento. "Qualcun altro" è una variazione sul tema classico della metamorfosi, già adottato diverse volte in letteratura. Un racconto dove i sogni, anche i più improbabili, si avverano e le illusioni di una vita lasciano spazio alla realtà.




--------------------------------------------------------------------------------
Tonino Benacquista, "Qualcun altro", traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi, pp 252, 17,00 euro


altrotonino_110.gif
 
Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l'infinita vanità del tutto
 
La poesia è fatta più di quel che si tace che di quel che si dice, ossia è l’arte di dir tacendo.

Italo Calvino


Di questa poesia

mi resta

quel nulla

d’inesauribile segreto.

Giuseppe Ungaretti




Sulla poesia, io direi adesso che è, credo, il sacrificio in cui le parole son le vittime.

Georges Bataille


Triste destino […]

[…] divenir patrimonio d’un docente

produrre schiere di critici nuovi.

Aleksander Blok


Un volume di versi non è altro che una successione di esercizi magici.

Jorge L. Borges


L’amplesso poetico come l’amplesso carnale

sinché dura

vieta le prospettive di miseria del mondo.

André Breton




La poesia

- tutta! -

è un viaggio nell’ignoto

Vladimir Majakowskij




La poesia non è fatta per nessuno,

non per altri e nemmeno per chi la scrive

Eugenio Montale


A che servono i versi se non a quella notte

in cui il pugnale amaro ci esplora, a quel giorno,

a quel crepuscolo, a quel cantuccio offeso

dove il cuore stremato dell’uomo di prepara a morire?

Pablo Neruda


Poveri ritornelli

che passano e ripassano

e sono come uccelli

di un cielo musicale.

Sergio Corazzini


Un mio gioco di sillabe t’illuse

Guido Gozzano


…was auch dichtende sinnen

oder singen, es gilt meistens den Engeln und Ihm

[...quanto poeti meditano

o cantano, per lo più concerne gli angeli e Lui.]

J.C. Friederirich Hölderlin


Se poetando io potessi penetrare nel mio petto afferrare il mio pensiero e con le mani deporle nel tuo, senz’altre aggiunte: allora, per confessare la verità, sarebbe esaudita tutta l’esigenza dell’anima mia.

Heinrich von Kleist


La poesia nasce non nell’our life’s work, dalla normalità delle nostre occupazioni, ma dagli istanti in cui leviamo il capo e scopriamo con stupore la vita.

Cesare Pavese
 
Marradi, grosso paese in provincia di Firenze, 1885. Il 20 agosto nasce Dino Campana da Giovanni, maestro elementare, e Francesca Luti, detta Fanny.
La maledizione è sbarcata sul suolo italiano. Non quella imparaticcia degli scapigliati, che un paio di decenni prima avevano portato un po' della bohéme parigina a Milano, urlando ai quattro venti le loro giovanili intemperanze e ribellioni per poi venire tutti, tranne qualche raro caso, tranquillamente riassorbiti nei salotti buoni della borghesia intellettuale.
Dino Campana fu e rimane un esiliato, un reietto, una presenza quanto meno scomoda e difficilmente catalogabile nei cassetti pre-etichettati dei nostrani contenitori di storia della letteratura. Perché? Vedremo, vedrete. Campana è poeta assai denso, va aggirato con circospezione; Campana fu un uomo complicato, non lo si poteva avvicinare troppo in fretta. E poi esiste la leggenda di Dino Campana il matto - il mat, a Marradi - che come tutte le leggende contiene sentieri di verità che nascostamente si innestano su autostrade di invenzioni: una leggenda in cui svettano gli episodi clamorosi, i colpi di scena, le fughe e le prigioni, mentre la poesia e la vita restano dimessamente in secondo piano.

I primi, ma proprio i primissimi, anni di Campana sono piuttosto normali: frequenta le scuole elementari a Marradi, poi viene iscritto al collegio dei Salesiani di Faenza, dove studia al ginnasio. Nel 1900 è iscritto alla prima classe del liceo classico di Faenza, e fa il pendolare tra casa e scuola.
Quell'anno, secondo la testimonianza del padre, si manifestano i primi preoccupanti segni di disturbi nel comportamento del ragazzo. Ha frequenti scoppi d'ira ed è molto violento, specie con la madre: una donna molto silenziosa, spesso irritata, che mostra a sua volta, nella tendenza ad allontanarsi periodicamente da casa, una buona dose di stranezza. A scuola lo prendono in giro per le sue stramberie. Inevitabilmente, alla fine dell'anno viene bocciato.
La carriera scolastica di Dino Campana procede ugualmente, alla meno peggio, e in effetti il poeta arriva alla sospirata (dal padre) licenza liceale nel 1903. Dopo di che, con una scelta quanto mai distante dalle sue aspirazioni e dai suoi interessi, si iscrive alla facoltà di Chimica pura dell'Università di Bologna. Nel frattempo hanno avuto inizio i vagabondaggi e le fughe: la prima volta succede proprio durante l'ultimo anno di liceo. Partito a piedi per chissà dove, viene arrestato e imprigionato a Parma dopo vari incidenti e risse. Dino ha diciotto anni, capelli e barba biondo rossi, occhi azzurri. Scriverà più tardi nei Canti Orfici, probabilmente parlando di se stesso: "Faust era giovane e bello, aveva i capelli ricciuti".
I primi anni di università sono un vero disastro: non riesce a sostenere neppure un esame e frequenta prevalentemente le lezioni di Lettere. Il padre decide allora di mandarlo a Firenze presso uno zio magistrato, poi lo richiama a casa, e la tensione in famiglia si fa sempre più vistosa. Nel 1906, dopo una nuova fuga a Genova - che diventerà col tempo uno dei luoghi mitici di Campana - lo fa visitare da un illustre specialista affinché questi ne autorizzi l'internamento in manicomio al compimento del ventunesimo anno, cioè di lì a qualche mese. Dino tenta una fuga ma viene riacchiappato in Francia e rispedito a Marradi e poi a Imola, dove si aprono per lui, per la prima volta, le porte del manicomio. Stabilita la sua infermità mentale dopo un periodo di osservazione durato un mese, i medici decretano per Dino la perdita dei diritti civili e impongono la nomina di un tutore nella persona del padre; il quale, infine, accetta di farlo tornare a casa sotto la sua custodia. Comunque, Dino Campana è ormai ufficialmente matto, e d'ora in poi i suoi compaesani cercheranno con ogni mezzo di liberarsi della sua fastidiosa presenza. Di buon grado, dunque, la questura gli rilascia, l'anno dopo, un passaporto speciale per Buenos Ayres.

Che fosse un poeta, a quell'epoca, non lo immaginava nessuno. Lui scriveva, forse già da qualche anno, versi, pensieri e prose su un quaderno che verrà ritrovato e pubblicato da un suo biografo molti anni dopo, rivelando come alcune idee portanti e centrali della poetica campaniana fossero presenti fin dall'inizio nei suoi scritti, venendo poi costantemente rielaborate in vista della composizione del libro unico, i Canti Orfici appunto. Ma la storia degli inediti campaniani è lunga e complicata, e non manca di offrire significative particolarità: come ad esempio il fatto che questo stesso quaderno saltò fuori per caso da una cassa di libri e vecchie cose che i familiari di Campana tenevano in soffitta senza che balenasse loro l'idea di mostrarla a qualche studioso di letteratura. E sì che nel 1942, anno del ritrovamento, l'opera di Campana - defunto da tempo - aveva già attirato l'attenzione di editori e critici. Come spiegare tanta incuria da parte di coloro che, a regola, più dovevano avere a cuore l'eredità di Dino? Forse che le ombre gettate dai matti sono più lunghe di quelle degli altri, e più nere, e si teme che possano oscurare tutto ciò che lambiscono?

Nel 1909 Campana ancora aspetta che vengano sbrigate le pratiche per l'imbarco verso il "nuovo mondo", meta agognata per liberarsi da quello vecchio che lo incatena e del quale proprio lui, il matto, vede con lucidità le brutture, le miserie, le ipocrisie.
I viaggi di Dino Campana sono in realtà un viaggio solo, sempre lo stesso: una fuga verso cieli sconfinati e limpidi sotto i quali l'uomo possa sentirsi libero e liberamente inserito in una Natura forte, potente, primitiva. Per questo una delle sue mete d'elezione è Genova, città aperta sul mare nei cui porti vivono uomini dalle braccia robuste e donne dagli enormi seni che accendono i sensi; città moderna e antica, che unisce il fascino dell'avventura all'eterna delusione del ritorno. Città che sintetizza il ciclo senza fine della vita e della morte: quelli autentici, non quelli edulcorati della borghesia.
Mentre aspetta Campana si cimenta nella pittura, attività che gli è assai congeniale e di cui si trovano non poche tracce nei suoi versi e nei suoi scritti. Un appunto trovato su un altro di quegli inediti le cui vicende starebbero egregiamente in una spy-story recita "ad ogni poesia fare un quadro". Una riga, poche parole: che bastano, però, a far intendere in che modo Campana si ponesse nei riguardi di entrambe. Montale aveva notato come Campana cercasse di "giungere ad una completa dissoluzione coloristico-musicale del discorso poetico"; un altro critico, Guglielmino, leggendo Piazza Sarzano si domandava "come non pensare alle metafisiche 'piazze d'Italia' di De Chirico?".
Sempre mentre aspetta viene nuovamente ricoverato in manicomio, questa volta a Firenze, e finisce anche in ospedale con fortissimi attacchi di febbre. Infine, in autunno, si imbarca per l'Argentina. E scrive: "Io vidi dal ponte della nave / i colli di Spagna / svanire, nel verde / dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando...". È Viaggio a Montevideo, capolavoro in versi che fa tremare al ricordo di ogni partenza.
 
L'avventura nel nuovo mondo dura poco: in gennaio Campana è mozzo su una nave diretta ad Anversa, poi finisce in un manicomio belga dove rimane qualche mese mentre le autorità locali e quelle italiane se lo palleggiano. Infine, con viva delusione dei suoi concittadini, torna a casa. In settembre compie, a piedi, un pellegrinaggio da Marradi al santuario della Verna, luogo delle stigmate di Francesco d'Assisi. Il diario di quel viaggio diventerà più tardi il terzo blocco dei Canti Orfici, un poema in prosa che esemplarmente riassume la poetica campaniana. Il viaggio, innanzi tutto; quel trovarsi solo al confronto con una terra inizialmente carica di storia e poi, man mano che si sale, sempre più nuda coi suoi colori vergini nell'aria rarefatta. E sulla sommità, d'improvviso spazzata dalle nebbie, ritrovare lo stupefacente nitore di colori e contorni, ritrovare l'uomo finalmente restituito a se stesso.
Di ritorno dalla mistica esperienza della Verna, Dino riprende a girovagare tra Firenze, Genova e Bologna. Intanto, nel 1912, pubblica per la prima volta alcuni testi su un giornale studentesco; l'anno dopo decide di mettere in bella copia le "novelle poetiche e poesie" che sta scrivendo da un decennio. Vuole trovare un editore. Troverà, dopo cinque anni, un manicomio. L'ultimo.

Gli ultimi anni che Campana passa nel mondo dei sani sono quelli del suo incontro, presto diventato scontro, con gli intellettuali e la letteratura ufficiale. Della quale scriverà - ovviamente negli inediti - Vo alla latrina e vomito (verità). / Letteratura nazionale / Industria del cadavere. / Si Salvi Chi Può.
Nel 1913, a Genova, gli capita tra le mani un numero di Lacerba, rivista fiorentina diretta dai futuristi Soffici e Papini. Ne rimane vivamente impressionato, tanto da cercare un contatto più diretto con loro. I programmi esposti nella rivista gli parevano quanto di più congeniale ci fosse alle sue medesime aspirazioni: spazzare via l'arte del passato, fatta di vuoti sentimentalismi e ossequi a schemi formali ormai vuoti (Uccidete il chiaro di luna! era una delle parole d'ordine del futurismo); creare un'arte nuova, a misura di un mondo dominato dalle scosse elettriche e dalla rapidità e quindi libera da regole grammaticali e di bello stile. Tutto ciò piace molto a Campana, che infatti scrive a Papini: "La vostra speranza sia: fondare l'alta coltura italiana. Fondarla sul violento groviglio delle forze nelle città elettriche delle selvagge anime del popolo, del vero popolo, non di una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze". Spinto dall'entusiasmo lascia Genova per Firenze, dove intende incontrare i fondatori della nuova arte. E in effetti li incontra, ne riceve generiche parole di apprezzamento unite al sottinteso fastidio di chi vuole lasciar intendere di avere ben altro da fare. Ugualmente consegna a Papini e Soffici il suo manoscritto, il suo tesoro. Loro lo sfogliano, lo spostano, lo trasportano, e infine lo perdono.
 
Ebbene sì, lo smarriscono in un trasloco. Salterà poi fuori, nel 1971, nella soffitta di casa Soffici. Ironia della sorte, si intitolava Il più lungo giorno e conteneva, in forma meno elaborata, il nucleo essenziale dei Canti Orfici.
Per Campana è una tragedia dalla quale non si riprenderà che a tratti e per breve tempo. Sono poi fiorite numerose leggende tragicomiche sul poeta pazzo che minacciava di morte i due responsabili del tradimento, sfidandoli a duello e indirizzando loro lettere minatorie. Ma mentre la "premiata ditta Papini & Soffici" commetteva un errore la cui portata è tuttora incalcolabile, Campana si ritrovava solo, a Marradi, a cercare di ricostruire con tenacia ossessiva la sua opera.
Da lì in poi i rapporti di Campana con la cultura ufficiale saranno sempre peggiori. Non ne accettava i compromessi e le viltà, il parlo bene di te sulla mia rivista così tu farai altrettanto, i programmi rivoluzionari enunciati a gran voce stando comodamente seduti nelle poltrone dei caffè più in voga. Avrebbe potuto benissimo dire, con Rimbaud : "Non parlatemi più di artisti. Li ho conosciuti bene, io, quei merli!". Invece scrisse: "Ci fu un tempo prima di prendere coscienza della civiltà italiana contemporanea, che io potevo scherzare. Ora questa civiltà mi ha messo addosso una serietà terribile. Perciò io sono anche tragico e morale".
Dunque a Marradi, tra un viaggio e l'altro, si intestardisce nel cercare di rimettere insieme i pezzi del suo libro, e alla fine ci riesce e firma un contratto per la stampa di mille copie dei Canti Orfici. A sue spese. Prezzo di ogni copia, due lire e cinquanta. Poi torna a Firenze e si mette nei caffè a venderlo di persona, e pare che strappasse le pagine che secondo lui gli acquirenti non avrebbero potuto capire. Dice la leggenda che a Marinetti, vate del futurismo, abbia consegnato solo la copertina.

A parte alcuni testi sporadicamente usciti su alcune riviste, i Canti Orfici sono l'unica opera di cui Campana abbia autorizzato la pubblicazione. Vero è che forse gli è mancato il tempo per elaborare i numerosi appunti degli inediti, tanto da esserne soddisfatto; ma resta comunque il fatto che questo è il "libro unico" cui il poeta intendeva affidare la sua futura memorabilità.
L'importanza che Campana annetteva a quest'opera è già tutta nel titolo: Canti, come quelli della più alta tradizione poetica italiana; Orfici, aggettivo cui la maiuscola assegna pari dignità di significato, nel senso di esoterici, mistici, cifrati. E difatti si aprono con La notte, poema in prosa orfico per eccellenza, nel quale si rivela un procedimento tipico del poeta: come Caronte, egli traghetta i lettori dalla sponda del reale, del dato concreto, a quella visionaria dell'inconscio, dei fantasmi della mente. Così la notte di Campana diventa "la notte dell'uomo di ogni tempo perso in mezzo alle allucinanti apparizioni del sesso e della paura"; il tutto scandito dal costante trapasso da prosa a poesia, e dalle ripetizioni che conferiscono al poema un andamento circolare, come di spirale che si avvita su se stessa. La notte regna sovrana - come suggestione di attese, tremori, baluginii di luce di miti lontani - in tutti i Canti; e sullo sfondo di questa buia notte dell'inconscio si stagliano figure misteriose ed emblematiche, spesso in vesti femminili: come la Chimera, che dà il titolo a una delle più difficili (quanto a comprensione) liriche di tutto il Novecento. Figura di donna, la Chimera, che racchiude nelle sue misteriose sembianze di Gioconda leonardesca tutto il segreto della poesia, la sacra poesia che può aprire le porte a un'arte istintiva e primordiale, sciolta "da ogni legame intellettuale e storico - sono parole di Sergio Solmi - per tuffarsi nella emozione vergine, per cogliere il flusso informe della realtà".
Gli scritti di Campana sono, dunque, notturni e orfici. Proprio per questo non esiste in essi una trama, un ragionamento, una costruzione logica aprioristica: essi nascono come pure immagini e puri suoni - ed è per questo che tanta importanza hanno le frequenti e insistite iterazioni e allitterazioni, da qualcuno considerate al contrario come scarsa preparazione retorica o come facili ammiccamenti alla musicalità, e le impressioni visive e coloristiche di cui parlavamo sopra - e trascinano con sé allusioni, più che significati; impressioni, più che evidenze. Anche la frammentarietà del libro, su cui la critica ha abbondantemente richiamato l'attenzione, è funzionale a questo procedere tortuoso, sospinti dal vento della notte. Un vento che spira ancora e sempre, non appena si aprono le pagine di un libro che resta tra i più vitali del Novecento, tra i più fecondi di premesse e sviluppi (svolti da altri e in altre direzioni).

Dino Campana sta sempre peggio. I suoi scoppi d'ira, i suoi litigi con la polizia, i suoi vagabondaggi perennemente conclusi da un foglio di via che lo rispedisce in Italia e a Marradi, luoghi da cui vorrebbe sopra ogni altra cosa fuggire, lo hanno indebolito e hanno reso ancora più instabile il suo già precario equilibrio psichico. È sempre più inerme di fronte all'"Italia giolittiana, frasaismo borghese, imperialismo intellettuale, rospi, serponi e il domatore, ascelle di maestrine in sudore, zitelle mature coll'ombra distesa sul passo domenicale, Louis XIV (l'Italie c'est moi), sull'Arno secolare rigovernatura delle lettere, industria del cadavere, onestà borghese, tecnica cerebrale, manuale del pellirossa". Tutto ciò che gli altri accettano come norma per lui è perversione atroce, molto di più di quelle delle gigantesche prostitute mediterranee che incontra nei suoi incubi-pellegrinaggi notturni. È a questo punto della sua vita, nel 1916, che incontra l'unico e disperato amore della sua vita: Sibilla Aleramo, scrittrice femminista ante-litteram copiosamente inserita nella famosa industria del cadavere. Lei ha quarant'anni e un passato davvero avventuroso: divorziata dal marito, perso l'affidamento del figlio, è già stata amante di Cardarelli, Boccioni, Boine e svariati altri esponenti della cultura italiana del tempo; per finire, vanta amicizie illustri come quella con il critico Emilio Cecchi (uno dei primi a dir bene di Campana). Quel "viaggio chiamato amore" inizia per lettera, prosegue tra l'estate del 1916 e l'inizio del 1918 con qualche incontro e numerosi scambi di missive (che verranno poi accorpate nel famoso epistolario); si conclude con scenate tremende di Campana, un suo arresto, la scarcerazione avvenuta grazie alle amicizie della donna.

Nel gennaio del 1918 il matto viene definitivamente chiuso tra i suoi simili, nel manicomio di Castel Pulci, comune di Badia a Settimo. Lì Campana trascorre quattordici anni; nel marzo del 1932 muore all'improvviso di una misteriosa malattia. Che forse non era tanto misteriosa se si considera che tanti anni prima, nel 1915, gli avevano diagnosticato la sifilide.
In tutto quel tempo Dino Campana ignora la letteratura in generale e la sua in particolare, anche se a un certo punto i suoi Canti Orfici cominciano a interessare grandi editori, come Vallecchi, che li pubblicano con numerose varianti non autorizzate. A proposito delle quali l'unico commento dell'autore è: "tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili: variante vallecchiana". Subisce certamente la tortura dell'elettricità, usata senza parsimonia per inibire comportamenti giudicati devianti; subisce anche le ricorrenti visite, a partire dal 1926, dello psichiatra Pariani, che diventerà il suo biografo, di fronte al quale ha come principale intento quello di non dire nulla di sé, manifestando esclusivo interessamento per le notizie di cronaca e gli eventi politici riportate dai giornali. Non sa, e con ogni probabilità neppure gli interessa, che le giovani generazioni - le quali tutto ignorano di lui tranne i suoi scritti - leggono e rileggono i Canti Orfici, e presto li metteranno nell'albero genealogico della nascente poesia ermetica.

I Canti Orfici si concludono con alcune parole scritte in inglese: "They were all torn and covered with the boy's blood" (Erano tutti avvolti e coperti col sangue del fanciullo). Su quest'epilogo Campana aveva attirato l'attenzione di Cecchi, scrivendogli che era l'unica cosa importante del libro. Nei deliri precedenti il definitivo internamento spesso ricorreva l'idea di quel sacrificio violento, di quell'ondata di sangue. La poesia era dunque, per Campana, una religione; anzi, la religione per eccellenza. Solo nelle religioni compaiono questi miti cruenti, dove il fanciullo (Bacco, ad esempio, ma anche Gesù) in cui Dio si è manifestato viene scannato per purificare la terra e permettere che in essa si riveli la divinità e si rinnovi la vita. Dino Campana si sentiva così: anche lui ladro di fuoco, come Rimbaud, aveva pagato con il disprezzo, la derisione e l'internamento il suo essersi avvicinato troppo a quell'inesprimibile grumo di sangue, umori e visioni che costituisce l'intima essenza dell'uomo; e il conto era stato tanto più salato quanto più la sua concezione dell'arte come chiave per penetrare quel mistero andava contro una società che tendeva a riportare l'arte nel mondo, rendendola solo una tra le molte possibilità di far carriera.
Da questo titanico scontro Campana-uomo è uscito perdente. Ma la sua poesia, quella no: perché in essa pulsa il sangue della verità.

Olivia Trioschi
 
In un momento

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose

P.S. E così dimenticammo le rose.


(per Sibilla Aleramo)
 
John Fante
"Romanzi e racconti"
a cura di Francesco Durante, Meridiani Mondadori, pp.1696, euro 49

Per il ventennale dalla morte riappare una vasta summa delle opere dello scrittore italo-americano. Il volume raccoglie i quattro romanzi del ciclo di Arturo Bandini ("La strada per Los Angeles", "Chiedi alla polvere", "Aspetta primavera", "Bandini" e "Sogni di Bunker Hill"), i romanzi più tardi ("Full of life", "La confraternita dell'uva", "Il mio cane Stupido") e una scelta di racconti. Uno degli scrittori americani che non si è salvato dai paragoni con Hemingway è John Fante: qualcuno l'ha chiamato l'"Hemingway della Costa occidentale", oppure l'"Hemingway italoamericano". Lo stesso Fante mentre scriveva, racconta il figlio, diceva spesso: "Quel vecchio ******** di Hemingway non può scrivere bene come me". Anche se visse nell'epoca di Hemingway, Fitzgerald, e Steinbeck, di loro non aveva nulla, né la scrittura esuberante, né la vita tumultuosa. Eppure i suoi romanzi e i suoi racconti hanno influenzato profondamente la generazione degli autori americani degli anni Sessanta. La sua era una letteratura che voleva scandagliare l'anima più che l'azione: non a caso aveva come modelli Knut Hamsun e Marcel Proust. La notorietà gli è arrivata poi più dall'Europa che dagli Stati Uniti, forse anche perché non è mai stato un vincente in patria.

fanteromanzi.jpg
 
Marina Ivanovna Cvetaeva, grande e sfortunata poetessa russa, nacque a Mosca l'8 ottobre 1892, da Ivan Vladimirovic Cvetaev (1847-1913, filologo e storico dell'arte, creatore e direttore del Museo Rumjancev, oggi Museo Pushkin) e della sua seconda moglie, Marija Mejn, pianista di talento, polacca per parte di madre. Marina trascorse l'infanzia, insieme alla sorella minore Anastasija (detta Asja) e ai fratellastri Valerija e Andrej, figli del primo matrimonio del padre, in un ambiente ricco di sollecitazioni culturali. A soli sei anni cominciò a scrivere poesie.

Marina ebbe dapprima una istitutrice, poi fu iscritta al ginnasio, quindi, quando la tubercolosi della madre costrinse la famiglia a frequenti e lunghi viaggi all'estero, frequentò degli istituti privati in Svizzera e Germania (1903-1905) per tornare, infine, dopo il 1906, in un ginnasio moscovita. Ancora adolescente la Cvetaeva rivelò un carattere imperiosamente autonomo e ribelle; agli studi preferiva intense e appassionate letture private: Pushkin, Goethe, Heine, Hölderlin, Hauff, Dumas-padre, Rostand, la Baskirceva, ecc. Nel 1909 si trasferì da sola a Parigi per frequentare lezioni di letteratura francese alla Sorbona. Il suo primo libro, "Album serale", pubblicato ne 1910, conteneva le poesie scritte tra i quindici e i diciassette anni. Il libretto uscì a sue spese e in tiratura limitata, ciò nonostante fu notato e recensito da alcuni tra i più importanti poeti del tempo, come Gumiliov, Briusov e Volosin.

Volosin, inoltre, introdusse la Cvetaeva negli ambienti letterari, in particolare in quelli gravitanti attorno alla casa editrice "Musaget". Nel 1911 la poetessa si recò per la prima volta nella famosa casa di Volosin a Koktebel'. Letteralmente, ogni scrittore russo di fama negli anni 1910-1913 soggiornò almeno una volta a casa Volosin, una sorta di ospitale casa-convitto. Ma un ruolo determinante nella sua vita lo ebbe Sergej Efron, un apprendista letterato che la Cvetaeva incontrò a Koktebel' durante la sua prima visita. In una breve nota autobiografica del 1939-40, così scriveva: "Nella primavera del 1911 in Crimea ospite del poeta Max Volosin incontro il mio futuro marito, Sergej Efron. Abbiamo 17 e 18 anni. Decido che non mi separarerò da lui mai più in vita mia e che divento sua moglie." Cosa che puntualmente successe, pur contro il parere del padre di lei.

Di lì a poco comparve la sua seconda raccolta di liriche, "Lanterna magica", e nel 1913 "Da due libri". Intanto, il 5 settembre 1912, era nata la prima figlia, Ariadna (Alja). Le poesie scritte dal 1913 al 1915 avrebbero dovuto vedere la luce in un volume, "Juvenilia", che restò inedito durante la vita della Cvetaeva. L'anno dopo, in seguito a un viaggio a Pietroburgo (il marito si era intanto arruolato come volontario su un treno sanitario), si rafforzò l'amicizia con Osip Mandel'stam che però ben presto si innamorò perdutamente di lei, seguendola da S.Pietroburgo a Aleksandrov, per poi improvvisamente allontanarsi. La primavera del 1916 è divenuta infatti celebre in letteratura grazie ai versi di Mandel'stam e della Cvetaeva....

Durante la rivoluzione di Febbraio del 1917 la Cvetaeva si trovava a Mosca e fu dunque testimone della sanguinosa rivoluzione bolscevica di ottobre. La seconda figlia, Irina, nacque in aprile. A causa della guerra civile si trovò separata dal marito, che si unì, da ufficiale, ai bianchi. Bloccata a Mosca, non lo vide dal 1917 al 1922. A venticinque anni, dunque, era rimasta sola con due figlie in una Mosca in preda ad una carestia così terribile quale mai si era vista. Tremendamente poco pratica, non le riuscì di conservare il posto di lavoro che il partito le aveva "benevolmente" procurato. Durante l'inverno 1919-20 si trovò costretta a lasciare la figlia più piccola, Irina, in un orfanotrofio, e la bambina vi morì nel febbraio per denutrizione. Quando la guerra civile ebbe fine, la Cvetaeva riuscì nuovamente a entrare in contatto con Sergej Erfron e acconsentì a raggiungerlo all'Ovest.
Nel maggio del 1922 emigrò e si recò a Praga passando per Berlino. La vita letteraria a Berlino era allora molto vivace (circa settanta case editrici russe), consentendo in questo modo ampie possibilità di lavoro. Nonostante la propria fuga dall'Unione Sovietica, la sua più famosa raccolta di versi, "Versti I" (1922) fu pubblicato in patria; nei primi anni la politica dei bolscevichi in campo letterario era ancora abbastanza liberale da consentire ad autori come la Cvetaeva di essere pubblicati sia al di qua che oltre frontiera.

A Praga La Cvetaeva visse felicemente con Efron dal 1922 al 1925. Nel febbraio 1923 nacque il terzo figlio, Mur, ma in autunno partì per Parigi, dove trascorse con la famiglia i successivi quattordici anni. Anno dopo anno, tuttavia, fattori diversi contribuirono ad un grande isolamento della poetessa e ne comportarono l'emarginazione.
Ma la Cvetaeva non conosceva ancora il peggio di quello che doveva venire: Efron aveva infatti cominciato a collaborare con la GPU. Fatti ormai noti a tutti, mostrano che egli prese parte al pedinamento e all'organizzazione dell'uccisione del figlio di Trotskij, Andrej Sedov, e di Ignatij Rejs, un agente della CEKA. Efron si andò così a nascondere nella Spagna repubblicana in piena guerra civile, da dove partì per la Russia. La Cvetaeva spiegò alle autorità e agli amici di non avere mai saputo nulla delle attività del marito, e si rifiutò di credere che il marito potesse essere un omicida.

Sempre più immersa nella miseria, si decise, anche sotto la pressione dei figli desiderosi di rivedere la patria, a tornare in Russia. Ma nonostante alcuni vecchi amici e colleghi scrittori venissero a salutarla, ad esempio Krucenich, capì in fretta che per lei in Russia non c'era posto nè vi erano possibilità di pubblicazione. Le furono procurati dei lavori di traduzione, ma dove abitare e cosa mangiare restavano un problema. Gli altri la sfuggivano. Agli occhi dei russi dell'epoca lei era una ex emigrata, una traditrice del partito, una che aveva vissuto all'Ovest: tutto questo in un clima in cui milioni di persone erano state sterminate senza che avessero commesso alcunché, tanto meno presunti "delitti" come quelli che gravavano sul conto della Cvetaeva. L'emarginazione, dunque, si poteva tutto sommato considerare il minore dei mali.

Nell'agosto del 1939, però, sua figlia venne arrestata e deportata nei gulag. Ancora prima era stata presa la sorella. Quindi venne arrestato e fucilato Efron, un "nemico" del popolo ma, soprattutto, uno che sapeva troppo. La scrittrice cercò aiuto tra i letterati. Quando si rivolse a Fadeev, l'onnipotente capo dell'Unione degli scrittori, egli disse alla "compagna Cvetaeva" che a Mosca non c'era posto per lei, e la spedì a Golicyno. Quando l'estate successiva cominciò l'invasione tedesca, la Cvetaeva venne evacuata ad Elabuga, nella repubblica autonoma di Tataria, dove visse momenti di disperazione e di desolazione inimmaginabili: si sentiva completamente abbandonata. I vicini erano i soli che l'aiutassero a mettere insieme le razioni alimentari.
Dopo qualche giorno si recò nella città vicina di Cistopol', dove vivevano altri letterati; una volta lì, chiese ad alcuni scrittori famosi come Fedin e Aseev di aiutarla a trovare lavoro e a trasferirsi da Elabuga. Non avendo ricevuto da loro alcun aiuto, tornò a Elabuga disperata. Mur si lamentava della vita che conducevano, pretendeva un abito nuovo ma il denaro che avevano bastava appena per due pagnotte. La domenica 31 agosto del 1941, rimasta da sola a casa, la Cvetaeva salì su una sedia, rigirò una corda attorno ad una trave e si impiccò. Lasciò un biglietto, poi scomparso negli archivi della milizia. Nessuno andò ai suoi funerali, svoltisi tre giorni dopo nel cimitero cittadino, e non si conosce il punto preciso dove fu sepolta.
 
Tra la vita e l’arte
(Storia di un dramma)

di Antonio Stanca

Sembra una favola tanto è semplice il linguaggio, scorrevole lo stile, coinvolgente, ad effetto il contenuto ed, invece, è una storia vera quella della vita e dell’opera della poetessa russa Marina Cvetaeva (Mosca 1892- Elabuga 1941), che il noto romanziere e biografo francese Henri Troyat ha recentemente pubblicato, presso Le Lettere, col titolo "Marina Cvetaeva. L’eterna ribelle". Si tratta di un’ampia e dettagliata biografia che l’autore è riuscito a ricostruire servendosi, in particolare, dell’immensa corrispondenza tenuta dalla Cvetaeva con parenti, amici, amanti, intellettuali, artisti. Dalle notizie ricavate il Troyat perviene, nel libro, ad una rappresentazione reale, autentica non solo della poetessa, dei suoi pensieri, sentimenti, azioni ma anche di quanto avveniva intorno a lei, dell’ambiente che la circondava, della storia che tra ultimo ‘800 e primo ‘900 si verificava in Russia ed in Europa. Leggendo ci si sente coinvolti, partecipi di un movimento continuo, quello dell’esistenza della Cvetaeva che fin da giovanissima si era mostrata inquieta, insofferente verso quanto le stava intorno, protesa alla ricerca d’autonomia, indipendenza dal contesto, di un’espressione, una voce propria. Sarà "eternamente ribelle": si ribellerà alla famiglia, alla scuola, alla vita coniugale, agli impegni domestici, ad ogni residenza prolungata, ad ogni affetto definitivo, aspirerà sempre ad una condizione migliore di quella vissuta, cercherà l’amore sia di uomo sia di donna. Un’istintiva, una passionale si può dire di lei, una donna che, convinta delle sue qualità artistiche, del suo bisogno d’amore, non rinuncerà a scrivere né ad amare pur in circostanze avverse. Tutta la sua vita sarà una disgrazia, una maledizione: dopo le esperienze negative a casa ed a scuola avrà un marito che non si curerà della famiglia, tre figli dei quali uno morirà di stenti e gli altri le saranno ostili, da sposata e da madre fuggirà dalla Russia per riparare a Berlino poi a Praga e Parigi, rientrerà a Mosca, finirà nell’ "oscura località" tatara di Elabuga, il marito e la figlia verranno arrestati e il figlio assunto in armi a soli sedici anni. Tutto questo mentre in Russia si passa, attraverso gravi e sanguinosi disordini, dalla rivoluzione del 1905 alla rivoluzione bolscevica a Lenin alla guerra civile ai Soviet a Stalin ed in Europa dalla prima guerra mondiale ai nazionalismi alla seconda guerra mondiale.

Per una donna che avrebbe voluto "essere libera, libera da tutto. Essere sola e scrivere. Mattina e sera. […]" (lettera alla sorella Anastasija), per chi avrebbe desiderato una condizione di riserbo, di quiete onde consacrarsi all’arte ritenuta il proprio, unico destino ("Ho sempre saputo tutto fin dalla nascita. Ho sempre avuto un sapere innato" in "Marina Cvetaeva, un itinéraire poétique" di Verònique Losshy), per un artista incline a vivere solo di spirito, d’idee la vita sarebbe stata soprattutto materia, realtà, per la Cvetaeva che aspirava a placare la sua naturale inquietudine, la sua diversità dall’ambiente nella scrittura poetica ci sarebbe stata un’esistenza di perenne travaglio, lotta, scontro con situazioni, persone, elementi avversi. Non smetterà, tuttavia, ella di seguire la sua ispirazione nel segreto di se stessa e produrrà molte raccolte di versi, tra le quali "Verste I", "Verste II", "L’accampamento dei cigni", "Separazione", "Dopo la Russia", i poemi "Il prode", "Lo zar-fanciulla", "Poema della montagna", "Poema della fine", "L’accalappiatopi", le prose narrative e saggistiche finali, mentre si affaccenderà ad allevare i figli, a cambiare continuamente alloggio una volta fuori dalla Russia, a vivere del minimo necessario per sé ed i suoi durante i molti anni trascorsi all’estero ed anche al ritorno in patria. Cvetaeva giungerà alla povertà estrema, alla miseria, a vivere di elemosine, a ricavare il sostentamento per la famiglia da pubbliche letture dei suoi versi, dal lavoro di traduzione, a vestirsi di stracci, a darsi la morte quando si sentirà sopraffatta dalla situazione.

Un animo così in pena sarà ulteriormente rattristato dalla fortuna dell’opera che risulterà alterna. Spesso la poesia della Cvetaeva sarà criticata dai contemporanei ambienti culturali sovietici perché ritenuta sovversiva rispetto alla tradizione, oscura, ermetica nei procedimenti, impegnata nella ricerca di effetti esterni, visivi, sonori e non di significati. Soltanto ad anni di distanza dalla morte l’interesse per l’autrice è cominciato a crescere in patria e nel 1957 dal Terzo Plenum dell’Unione degli Scrittori Russi è stata dichiarata "grande poeta nazionale". D’allora anche all’estero la sua scoperta ed importanza non hanno cessato di diffondersi e quelli che prima erano sembrati dei limiti rappresentano ora i suoi meriti. Le sue irregolarità sono stimate oggi come delle preziose novità introdotte nella produzione poetica russa, dei modi utili per liberarla dal peso di una tradizione protrattasi a lungo. Novità di forma e contenuto sono le sue e talmente importanti da procurare a pensieri e sentimenti intimi una dimensione ampia, da fare dei segreti di un’anima un messaggio esteso, da tradurre in arte le nostalgie, i ricordi, le solitudini, le paure di uno spirito.

Ora ci credono tutti ma per anni, per una vita, ci ha creduto soltanto lei fino a sopportare disagi di ogni genere: è un esempio di quanto si può subire per non rinunciare alle proprie idee, è un atto di eroismo spinto fino al sacrificio della vita per salvare ciò che avviene nell’interiorità dell’anima. Una ribelle, uno spirito libero ha accettato gli infiniti vincoli che la sorte le aveva riservato, un’artista che avrebbe voluto vivere di sé si è impegnata per gli altri e se improvvisamente ha smesso di farlo significa che continuare a credere nelle proprie cose in una situazione simile era stato un dramma e che era durato fin troppo.


cvetaeva.jpg
 
Guido Morselli (1912-1973)
«La cultura dell'individuo è sempre sul farsi o non è.
L'uomo colto non è chi sa, ma chi apprende...
colto e non puramente erudito è l'uomo che sente il
dovere di alimentare il proprio spirito assiduamente,
quotidianamente, qualsiasi siano le circostanze in cui
si trova a vivere...»
Non è facile circoscrivere la personalità eclettica e multiforme di Guido Morselli in poche parole, ne tantomeno il suo carattere schivo e a tratti addirittura solipsista.
Ma l'impressione che rimane leggendo le sue opere, in particolare Diario, è di una persona colta, non erudita, vivace aperta ad ogni possibilità; un critico rigoroso, mai dilettante. Forse proprio questo suo rigore critico, questo suo non scendere mai a compromessi, ha favorito o alimentato le incomprensioni e i pregiudizi sulle sue opere da parte del mondo culturale ed editoriale della sua epoca.
Si sa poco sulle ragioni per cui la “società letteraria italiana” ha sempre guardato con sospetto e diffidenza alle opere di questo autore, tanto da rifiutarne la pubblicazione. Sta di fatto che, come scrisse Giuseppe Pontiggia, Morselli è diventato una «proiezione esemplare dello scrittore postumo, respinto in vita dall’incomprensione dei giudici...».
Purtroppo queste circostanze, unite ad altri eventi della sua vita, potrebbero aver causato la sua tragica fine.
Guido Morselli nasce a Bologna il 15 Agosto 1912, secondogenito, a un anno di distanza dalla sorella Luisa, da Giovanni Morselli e Olga Vincenzi.
Il padre Giovanni Morselli era nato a Bologna nel 1875 da una famiglia agiata e colta. Laureatosi in chimica, si era trasferito a Milano entrando subito alla Carlo Erba. Successivamente dirigente, si occupò anche della Caffaro, un'industria chimica di cui divenne direttore nel 1911. A Milano la famiglia lo raggiunse solo nel 1914.
La madre Olga Vincenzi era nata a Bologna, figlia di uno dei più noti avvocati della città. A Giovanni Morselli Olga donò quattro figli: Luisa (1911), Guido (1912), Maria (1915), Mario (1922). Nel 1922, ammalatasi di febbre spagnola, si allontana dalla famiglia per curarsi, lasciando i figli ad una governante.
Guido soffre per questa forzata lontananza e anche per le frequenti assenze lavorative del padre. Ha solo dodici anni quando la madre muore, nel 1924, perdita che lo segnerà profondamente. Morselli ricorderà la madre in alcune struggenti pagine del Diario (11 Dicembre 1943).
Se con le sorelle e il fratello Guido conserverà sempre ottimi rapporti, la relazione con il padre sarà sempre ambivalente fino alla sua morte.
Dall’età di otto anni Guido diventa un lettore accanito; incomincia addirittura un romanzo dal titolo La mia vita. Inquieto, poco socievole, non ama la scuola e agli studi preferisce interessi e letture personali; la fretta di bruciare le tappe e la sua precocità renderanno sempre più difficili i rapporti con il padre, che faticherà a tenerlo sotto controllo.
Frequenta il ginnasio a Milano all'Istituto Leone XIII; si trasferisce poi al liceo classico Parini. Non sarà uno studente modello: studierà poco e otterrà scarsi risultati.
Superato l'esame di maturità, per compiacere il padre, che sogna per lui una carriera di avvocato, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza dell’università Statale.
Nel frattempo frequenta la Società del Giardino e comincia a scrivere, senza pubblicarli, i primi brevi saggi a carattere giornalistico.
Si laurea in legge nel Luglio del 1935. Parte per il servizio militare subito dopo la laurea come allievo ufficiale della Scuola degli Alpini, di stanza a Bassano del Grappa. Poi chiede il trasferimento in fanteria a Milano, in piazza Sant'Ambrogio.
Come ufficiale in congedo, Guido parte per lunghi soggiorni all'estero (1936-1937) dove scrive reportage giornalistici e racconti che restano inediti.
Al suo ritorno il padre lo fa assumere nell'industria chimica Caffaro come promotore pubblicitario. Guido si dimostra assolutamente refrattario alla vita d'ufficio e ai suoi rigidi ritmi e l'esperienza si conclude dopo poco meno di un anno.
I rapporti con il padre diventano sempre più difficili e nel 1938 muore la sorella Luisa, a soli ventisette anni, in quella villa varesina, di proprietà della famiglia Morselli dal 1916, che Guido aveva tanto amato. Dopo la morte della sorella, Morselli ottiene dal padre una sorta di vitalizio che gli permettere di dedicarsi alle attività che da sempre predilige: la lettura, lo studio e la scrittura. Continua a cimentarsi in brevi saggi e inizia la stesura di un diario, abitudine che lo accompagnerà per tutta la vita.
Nel 1940 viene richiamato come ufficiale in Sardegna dove rimarrà per pochi mesi e dove scriverà un saggio dal titolo Filosofia sotto la tenda – che resterà inedito – sul fondamento della moralità. Intanto, con l'entrata in guerra dell'Italia la famiglia sfolla a Varese. Guido, rientrato dalla Sardegna, legge e studia Proust e sullo scrittore francese scriverà Proust o del sentimento, pubblicato da Garzanti nel 1943. Intanto, inviato dall'amministrazione militare in Calabria, diviso dalla famiglia, sembra non poter dare ne ricevere notizie.
Durante il suo soggiorno legge, studia e annota sul suo diario appunti di stesura del romanzo Uomini e amori, sua prima opera letteraria importante dai forti accenti autobiografici (vedi Diario, Adelphi, quaderno III, IV, V). Inizia anche il saggio Realismo e fantasia, ovvero dialoghi con Sereno che uscirà nel '47, pubblicato dall'editore Bocca, probabilmente a spese dell’autore. Durante il soggiorno in Calabria Morselli sente in modo molto acuto la nostalgia della sua Varese, della sua gente, degli odori e dei colori della campagna lombarda a cui da sempre è intimamente legato. Tornato a Varese trascorre la vita in totale solitudine a leggere e a scrivere.
Qualche volta si reca a Milano per incontrare l'amico Antonio Banfi, oppure per consegnare personalmente dattiloscritti dei suoi lavori ai vari editori.
Nel 1952 fa costruire su un terreno compratogli dal padre a Gavirate una piccola casa da lui stesso disegnata e amata moltissimo: «la casa di Santa Trìnita», totalmente priva di quelle comodità moderne giudicate inutili da Morselli. In questo periodo la sua fidanzata "storica" Carla, respinge la sua proposta di matrimonio e quando sposerà un altro, Morselli ne soffrirà moltissimo.
I suoi rapporti con le donne furono peraltro molto complicati e bizzarri. «Poteva occuparsi simultaneamente di varie donne: le chiamava flirt, vanità e non avevano niente a che fare con la passione che lo dominava... le relazioni importanti erano logicamente di amore-odio...ho conosciuto molte donne della sua vita che non l'hanno dimenticato» (Maria Bruna Bassi).
Nell'isolamento di Gavirate compone la maggior parte della sua produzione consistente in saggi, racconti , romanzi e commedie. Scrive articoli e li pubblica (collabora con periodici locali e con il «Tempo» di Milano). Dal Diario: «Il lavoro è un inganno, un pretesto. Se fossimo felici, il lavoro sarebbe tutt'al più una pausa, imposta dalla nostra fragilità, come fra un bacio e l'altro di due amanti il respiro.» E ancora: «Ieri sera prima di dormire ho riveduto me stesso, quale poche ore avanti camminavo per la strada, tornando a casa. Non avevo mai sentito così profonda pietà degli uomini come rivivendo l'immagine di quest’uomo che attraversa piazza del Mercato».
E qui, ci si deve interrogare sulle ragioni del suo isolamento: è stata una solitudine "scelta", un esercizio della volontà oppure una solitudine subita per difetto di volontà?
Nel 1958 muore il padre. Nonostante i litigi, i rancori e le incomprensioni per Morselli è un dolore enorme. «Siamo sempre ragazzi finche Lui c’è, mi sono sorpreso a chiamarlo, a dire ad alta voce con una specie di disperazione: papà, aiutami tu! Io, con i capelli grigi...» (da una lettera a un amico). Negli anni sessanta matura la stagione letteraria dei grandi romanzi (Un dramma borghese, Il comunista, Roma senza papa, Contropassato-prossimo, Divertimento 1889). E’ l'epoca più felice della sua produzione narrativa.
Fra il '71 e '72 compie diversi e penosi tentativi per pubblicare i suoi romanzi: due dattiloscritti gli verranno restituiti per posta nel ' 73, al rientro della villeggiatura (Maria Bruna Bassi). Termina l'ultimo romanzo Dissipatio h.g.. Ancora nel '73 è costretto a lasciare Santa Trìnita per «un'improvvisa, bestiale, invasione di bande di motocrossisti che risposero minacciosi e brutali alle sue esasperate rimostranze. Lui era solo, non aveva paura di niente ma aveva un'atroce paura degli uomini» (Maria Bruna Bassi).
Nella notte del 30 Luglio 1973 Guido Morselli si toglie la vita con un colpo di pistola. «Non ho rancori» lasciò scritto in una lettera alla questura di Varese.
Tutte le sue opere sono state pubblicate postume dalla casa editrice Adelphi.
 
Guido Morselli

Il cinico destino di un borghese antiromantico



Destino amaro e cinico quello di Guido Morselli. Per tutta la vita ha scritto romanzi che nessun editore ha accettato di pubblicare, e solo dopo il suicidio, l’industria culturale e la critica si sono accorti di lui. Così, con la pubblicazione postuma dei suoi romanzi, si è scoperto che Morselli è uno degli autori più importanti del ‘900 letterario italiano. Un clamoroso abbaglio quindi, che la dice lunga sulla capacità degli editori di capire, a volte, il valore di un autore.
Morselli, nato a Bologna nel 1912, ha esercitato per tutta la vita il mestiere di scrittore, pur senza pubblicare i suoi libri. Si laurea in legge e il padre esige che diventi avvocato, ma lui, introverso e solitario, prende tempo, viaggiando molto all’estero. Durante la guerra la famiglia sfolla a Varese da Milano, e in un paesino poco lontano, Gavirate, lo scrittore vivrà fino alla fine, da solo. Non svolge alcuna attività che non sia la lettura e la scrittura, occupandosi solo saltuariamente dell’amministrazione dei beni lasciati da suo padre.

I suoi autori preferiti sono Svevo, Musil, Stendhal, ma anche Proust, a cui dedica un saggio nel ’43, unico libro pubblicato assieme ad un altro studio su Realismo e fantasia, nel ’47. Al romanzo approda alla fine degli anni quaranta, con Incontro col comunista, cui seguono, tra il ’61 e il ’62, Un dramma borghese, tra il ’64 e il ’65 Il comunista, tra il ’65 e il ’66 Roma senza papa, tra il ’69 e il ’70 Contro-passato prossimo, tra il ’70 e il ’71 Divertimento 1889 e tra il ’72 e il ’73, Dissapatio H.G.

Ogni volta che terminava un manoscritto, Morselli lo sottoponeva al giudizio di un editore ma, o il manoscritto si perdeva, o i consulenti editoriali lo bocciavano. Il comunista arrivò alle bozze, ma il cambiamento dei programmi dell’editore, vanificò tutto. Nella primavera del ’73 invia due copie di Dissipatio H.G. ad altrettanti editori, ma nell’estate, anche questi bocciano il romanzo. Così, sconfitto, si toglie la vita il 31 luglio di quell’anno.

Morselli è un autore fortemente interessato alla società ed alla storia, pur con un fermo rifiuto delle ideologie e del progresso (si spiega anche così il suo isolamento personale), che ne fanno uno scrittore antiromantico. Pure quando si occupa di sentimenti, Morselli mantiene il distacco del cronista. I suoi personaggi, che non mancano tuttavia di forte spessore psicologico, sono degli anti-eroi (emblematico il Walter Ferranini de Il comunista), non brillanti ma concreti, nei quali il dissidio fra idee e sentimenti, sfocia in un processo razionale di conoscenza. Uno scrittore non autobiografico, che solo nell’ultimo libro, Dissipatio H.G., lascia trasparire la sua pena. Quando, immaginando di annullare l’umanità, annulla se stesso.

Romasenzapapa.jpg
 
Resume

«I rasoi fanno male, | i fiumi sono freddi, | l'acido lascia tracce, | le droghe danno i crampi, | le pistole sono illegali, | i cappi cedono, | il gas è nauseabondo... | tanto vale vivere».


Dorothy Parker
 
vivere_110.jpg



«Credo che la comicità migliore - scrive l'umorista americano James Thurber- sia quella che si avvicina maggiormente all'intimo, a quella parte dell'intimo che è umiliante, angosciante, persino tragica». La sua amica Dorothy Parker avrebbe di sicuro approvato questa affermazione, nonostante la sua scrittura grondi di un umorismo caustico, più vicino al sarcasmo che non alla comicità bonaria di Thurber.

Non alta, splendidi occhi miopi, agghindata da cappelli a falde larghe e boa di struzzo neri, etilista impenitente con impulsi suicidi, la Parker ha lasciato un segno nella storia della letteratura americana degli anni Venti e Trenta, per l¹acume con cui ha saputo interpretare lo spirito dell¹epoca. Ha scritto racconti e bozzetti, pubblicati nelle tre raccolte "Laments for the Living" (1930), "After Such Pleasures" (1933) e "Here Lies" (1930); poesie di tono satirico raccolte nel volume unico "Not So Deep as a Well"; sceneggiature per Hollywood e un dramma in due atti, "Ladies of the Corridor" (1953) in collaborazione con Arnaud d'Usseau.

Fu anche brillante giornalista per "Vogue", "Vanity Fair" e "The New Yorker" dove il suo inchiostro al cianuro risparmiò pochi fortunati: della Katherine Hepburn scrisse che «recitava tutta la gamma delle emozioni dalla A alla B» e del padre fondatore del "New Yorker"disse che «La sua ignoranza si ergeva come l'Empire State Building ». Due battute che danno un'idea dello spirito di questa donna straordinaria che ha contribuito ad alimentare il fermento culturale di quegli anni. Nella sua suite dell'"Algonquin", sulla 44esima strada di New York, si davano appuntamento intellettuali del calibro del critico Robert Benchley, Robert Sherwood, Francis Scott Fitzgerald, Harpo Max... Ma Dorothy non si è mai presa sul serio: «Nessuno di noi era un gigante, eravamo solo una banda di chiacchieroni che pubblicavano le loro ********* il giorno dopo».

"Tanto vale vivere" fa riscoprire la Parker dopo una lunga, inspiegabile quarantena editoriale. Il volume raccoglie 24 racconti, poesie, cronache teatrali, recensioni e articoli sparsi, fornendo al lettore una summa della personalità e del talento dell'autrice (notevole la stroncatura di un romanzaccio di Mussolini). I racconti hanno tutti una struttura lineare e la prosa è adamantina. Quel che incanta della scrittura della Parker è l'insolita capacità di rendere comico il melodrammatico, se non addirittura il tragico.

Un suo tema ricorrente è l'incomunicabilità tra uomo e donna. Ripudiando ogni sentimentalismo, l'amore è visto come l'essenza dell¹effimero. Signore dabbene con mariti assenti, donne innamorate fino allo sfinimento, altre che passano da un amante all'altro con indifferenza, sono tutte vittime di una solitudine senza scampo.

Nel monologo "La telefonata", la disperazione di una donna che attende invano uno squillo assume toni da tormentone comico. La Parker che la sa lunga sulle questioni di cuore (oltre a due mariti ha contato diversi amanti), è particolarmente abile nel riprodurre il bisbiglio di promesse e bugie, il vuoto chiacchiericcio di chi ama o crede di amare. Così come è insuperabile nel distruggere l'alta borghesia del suo tempo, descrivendo con arguzia beffarda i vezzi e le manìe di persone tanto fiaccate dal lusso e dall'ozio, da non poter tollerare la semplice vista di un mendicante.

Caustiche variazioni su questi temi ritornano nelle poesie, caratterizzate da una brillante concisione ,da perizia prosodica e spesso da un cinismo iconoclasta. Lo stesso che informa le recensioni dalle quali emerge una profonda conoscenza della cultura del suo tempo, mai sfoggiata ma interpretata con il tono di una conversazione casuale. Alcuni articoli, come "L'Assedio di Madrid" che scrisse in Spagna nel 1937 in piena Guerra civile, testimoniano l'impegno politico della Parker che partecipò alle dimostrazioni per Sacco e Vanzetti in piena Paura Rossa e che si ritrovò nella lista nera dei "sospetti comunisti" quando imperversava l'inquisizione di McCarthy . Sebbene fragile, la Parker non si dette mai per vinta e il suo ultimo gesto consistette nel designare Martin Luther King come suo erede universale.


--------------------------------------------------------------------------------
Dorothy Parker, "Tanto vale vivere", traduzione di Chiara Libero e Silvio Raffo, La Tartaruga, pp.367, euro 15
 
maughampioggia_110.jpg


Nato sotto il regno della regina Vittoria e morto ultranovantenne sotto l'impero canoro dei Beatles, Somerset Maugham ha attraversato il Novecento inglese con elegante discrezione. Nel suo memoriale "The Summing up" (1938) ha ammesso di trovarsi «in primissima fila tra gli attori di second'ordine», anticipando un giudizio ampiamente condiviso da critici britannici e d'oltremanica. Di certo Maugham non ha mai cercato di esprimere verità universali, né si è lasciato tentare dagli sperimentalismi formali del Modernismo. Ma questo di per sé non è un difetto. Medico e scrittore, Maugham eccelle nella capacità di osservare il comportamento umano con lucidità quasi scientifica e di raccontare la vita senza fronzoli retorici, trasponendo nei romanzi e nei racconti le stesse tecniche drammaturgiche che utilizzava per scrivere le sue commedie di successo.

Rileggendo "Pioggia" (1921) e "Il reprobo" (1931), meritoriamente ristampati da Adelphi, si sente il bisogno di rendere giustizia a uno scrittore ingoiato dall'oblìo. I due racconti discoprono in modo compiuto mondi lontani, ma senza spreco di parole, e i personaggi che li abitano sono tanto veri da mettere in ombra il narratore. Terso ed essenziale, il linguaggio ha una forza evocativa straordinaria: basta una sola frase per trasportare il lettore a bordo di una nave,a largo dell'Oceano Pacifico, o per fargli respirare gli odori tropicali delle isole di Samoa.

Nel primo racconto, una pioggia torrenziale senza fine blocca un gruppo di turisti a Pago Pago. Sulla fradicia scena dell'isola si tesse l'intreccio di una tragicommedia che ha come protagonisti un'eccentrica prostituta americana, Sadie Thompson, e un integerrimo missionario scozzese, Mr Davinson. Il sardonico dottor Macphail e l'arcigna Mrs Davinson agiscono da comprimari, osservando da diverse angolazioni le fasi della lotta per la redenzione di Sadie. I due protagonisti si fronteggiano, si allontanano, si cercano di nuovo fino al tragico ed inaspettato epilogo. Se la donna è attratta dalla prospettiva di redimersi, il pastore è affascinato e vinto dalle seduzioni del peccato.

Il ribaltamento del punto di vista, il desiderio del personaggio di essere il suo opposto ritornano ne "Il reprobo". Ambientato nel paradiso delle isole Alas, il racconto inscena la storia di un ubriacone impenitente, Ginger Ted, che scatena risse e stupra donne. Nonostante i guai che gli procura, l'ispettore dell'isola lo considera un caro compagno di bevute e respinge le richieste di espulsione tuonate dal missionario Mr Jones. Brutta e insipida, buona a tutti i costi, la sorella del combattente per la Cristianità trasforma Ted nel contrario di se stesso.

Gli intrecci dei racconti sono perfettamente costruiti e i personaggi, lungi dall'essere stereotipati, rivelano contraddizioni e contrasti interiori nel breve giro di poche pagine. L'ambiente esotico che Maugham, inesausto viaggiatore, conosceva assai bene, è descritto con sobrio realismo, evitando il melenso Kitsch dell'esotismo e il solito confronto _ scontro di civiltà. La narrativa di Maugham ha il pregio di restituire alla finzione una prepotente verità narrativa e, a dispetto della semplicità del suo impianto, rimanda sempre al di là di ciò che è detto.


--------------------------------------------------------------------------------
Somerset Maugham, "Pioggia", traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, pp.125, euro 8
 
William Shakespeare

Se proprio devi odiarmi
fallo ora,
ora che il mondo è intento
a contrastare ciò che faccio,
unisciti all'ostilità della fortuna,
piegami
non essere l'ultimo colpo
che arriva all'improvviso
Ah quando il mio cuore
avrà superato questa tristezza.
Non essere la retroguardia di un dolore ormai vinto
non far seguire ad una notte ventosa
un piovoso mattino
non far indugiare un rigetto già deciso.
Se vuoi lasciarmi
non lasciarmi per ultimo
quando altri dolori meschini
avran fatto il loro danno
ma vieni per primo
così che io assaggi fin dall'inizio
il peggio della forza del destino
e le altri dolenti note
che ora sembrano dolenti
smetteranno di esserlo
di fronte la tua perdita."
 
.

Di Campana m'é sempre piaciuta questa.

Fabbricare, fabbricare, fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare e disfare
fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare.


(Mimmo Calopresti gli deve il titolo di uno dei suoi films più riusciti.)
 
Scritto da watson
...Ci sono dei momenti, nella vita di ogni uomo, in cui si sente l'esigenza di voltarsi indietro e provare a tracciare dei bilanci. Succede che, un giorno, ci guardiamo nello specchio e ci troviamo infinitamente diversi da ciò che un tempo sognavamo di diventare. E allora ci abbandoniamo ai rimpianti, nel desiderio profondo di riavvolgere il nastro dell'esistenza ricominciare tutto daccapo...[/IMG]

Tutto ciò è molto vero, tali momenti capitano nel periodo della vita in cui si è troppo "vecchi" per ricominciare da zero ma troppo giovani per rassegnarsi, insomma, quando capita è un casino, eppure quasi tutti vivono un tale momento.
Mi sa che leggerò il libro. Tu Watson, lo hai letto?
 
Re: Re: Ciarpame

Scritto da Il Califfo
Tutto ciò è molto vero, tali momenti capitano nel periodo della vita in cui si è troppo "vecchi" per ricominciare da zero ma troppo giovani per rassegnarsi, insomma, quando capita è un casino, eppure quasi tutti vivono un tale momento.
Mi sa che leggerò il libro. Tu Watson, lo hai letto?

No,ma lo voglio leggere.
 
Indietro