consigli per mettersi in proprio

Franceschiello

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Ragazzi, salve.

Devo prendere una decisione per la mia vita perché gli anni passano e oramai si avvicina il momento in cui i rimpianti potrebbero cominciare a divorarmi.

Ho 35 anni e una brillante formazione scolastica e accademica.
Dopo aver svolto diversi lavori precari, da alcuni anni sono finito nella morsa della pubblica amministrazione. Dopo la prima laurea mi ero infatti messo a sostenere concorsi quasi per gioco perché non ci credevo più di tanto. Tuttavia li ho vinti quasi tutti, sbaragliando centinaia di candidati, per ritrovarmi in men non si dica mi sono ritrovato con un posto a tempo indeterminato.

Il problema è che a me questo lavoro non piace e proprio non riesco a farmelo piacere. I motivi sono diversi, ma ‒ diciamocelo chiaramente ‒ la ragione principale dell'insoddisfazione è la paga, che è ridicola. Sono al livello più elevato previsto dal mio comparto (carriera direttiva), corrispondente ai quadri del settore privato, ma percepisco uno stipendio che nel settore privato è pari se non inferiore a quello di un operaio specializzato.
Sono un manager e vengo pagato quanto un montatore della Fiat; senza ipocrisie vi dico che questo mi frustra e non poco e purtroppo impatta negativamente sulla mia vita privata.
I miei amici (quei pochi che sono rimasti) dicono che dovrei ritenermi fortunato perché oggi decine di giovani, e anche miei coetanei che non hanno mai lavorato, vorrebbero stare al mio posto. Inoltre non posso dire di svolgere una mansione non proporzionale al mio titolo di studio in quanto l'accesso alla mia categoria gerarchico-funzionale è riservato a laureati. Pur svolgendo una mansione non esattamente coerente a livello qualitativo con i miei studi ma quello è un altro discorso, legato al profilo di ruolo (comunque modificabile, anche se attualmente l'amministrazione non consente spostamenti interni e dunque, pur essendoci buchi di organico in strutture coerenti con la mia formazione, non posso andare a ricoprirli, perlomeno su domanda), essa è adeguata dal punto di vista quantitativo, poiché richiede obbligatoriamente un titolo accademico (quale, poi, è un altro discorso).
Non vi nascondo che francamente provo anche un senso di colpa nei confronti di chi è in situazioni peggiori della mia oppure, semplicemente, tira dritto senza lamentarsi (ci sono colleghi che con il mio stipendio hanno da tirar su due figli e magari devono far campare anche una moglie che non lavora. Anche mogli che campano i mariti!). Questo, unito alla paura di lasciare il certo per l'incerto e il noto per l'ignoto, mi frena dal rassegnare le dimissioni.

Purtroppo prospettive di carriera qui non esistono. Nel mio ente le progressioni economiche orizzontali sono bloccate da anni prima che io arrivassi dunque sono destinato a rimanere al livello retributivo iniziale per tutta la durata della carriera. Inoltre per il momento non è consentita la mobilità in uscita e pertanto non posso spostarmi. Potrei accedere alla qualifica dirigenziale, dopo che avrò maturato i necessari 5 anni di anzianità di servizio come funzionario, quando e se usciranno concorsi.

Ci sono altresì problemi di salute miei personali e dei miei genitori, con i quali non vivo ma che mi danno molta preoccupazione, che aggravano il mio già malmesso stato emotivo, per cui non riesco a essere sereno e a vedere un futuro roseo.
Per la cronaca, i miei genitori mi offendono in continuazione e oltretutto non si rendono neanche conto della loro incoerenza, visto che da un lato mi hanno cresciuto con fortissime ambizioni (ero continuamente sotto pressione psicologica perché dovevo sempre essere perfetto, il più bravo di tutti, e mi hanno sempre fatto pesare i piccoli insuccessi, che poi più che veri e propri insuccessi erano semplicemente avere reso poco meno del massimo) e dall'altro durante l'adolescenza e subito dopo mi hanno sempre tarpato le ali, semplicemente perché ho scelto percorsi formativi non convenzionali quando loro mi avrebbero voluto medico o ingegnere. Alla fine non ho studiato né quello che volevano loro né quello che volevo io ma ho optato per una soluzione di compromesso; i risultati sono stati molto positivi ma ho dovuto rinunciare a tutta una serie di opportunità perché loro sistematicamente mi frapponevano ostacoli che andavano dal ricatto morale all'impedimento fisico. Ad esempio durante il primo corso di studi ho avuto due proposte di lavoro molto interessanti (di cui una da una multinazionale) e per quieto vivere dovetti rinunciare a entrambe, visto che mia madre si fece venire una crisi isterica alla sola ipotesi che io potessi cominciare a lavorare prima di finire l'università. Successivamente ho avuto la possibilità di svolgere uno stage finalizzato all'assunzione in un'azienda molto interessante ma, pur essendo lo stage curriculare e dunque obbligatorio ai fini del conseguimento del titolo, i miei genitori mi misero i bastoni tra le ruote e fui costretto ad accontentarmi di un tirocinio poco più che formale sotto casa.

Quando ho smesso di dare retta a loro certe opportunità non mi si sono più presentate e a sono stato costretto ad accettare i classici lavori di ripiego in attesa di trovare di meglio, finché non mi sono trovato in questa situazione.

L'anno scorso deciso di proseguire ulteriormente la mia formazione universitaria volgendola verso un àmbito non esattamente confacente ai miei interessi con la speranza di avere una appetibilità sul mercato del lavoro privato. Studiare non mi pesa e costituisce per me un diversivo che mi tiene impegnato al di fuori del lavoro distraendomi dai pensieri negativi. Tuttavia mi sono poi dovuto scontrare con la dura realtà: un titolo di studio conseguito alla mia età nel privato serve poco o niente; è piuttosto sull'esperienza (che oramai è ultradecennale) che devo fare leva. D'altro canto, cerco tutti i giorni di interfacciarmi con realtà private per proporre la mia candidatura, ma mi imbatto sempre nel muro di gomma rappresentato dal fortissimo pregiudizio nei confronti di noi pubblici dipendenti, che rilevo perfino all'interno di grandi imprese derivanti dalla trasformazione, remota o più recente, di enti pubblici (gruppo Fsi, Poste italiane, Snam, Eni, Enel etc.).

Purtroppo anche al lavoro, malgrado io cerchi sempre di dare il massimo, si sono accorti che non sto bene. Ho parlato con il mio dirigente, che è una donna come del resto la stragrande maggioranza dei miei colleghi, e le ho detto di volere andare via. Da allora i nostri rapporti si sono assai incrinati.

Ora mi rendo conto che probabilmente l'unico modo per uscire da questa prigione è quello di avviare un'attività in proprio, ma secondo voi che cosa potrei fare? Diciamo che, tra risparmi smobilizzati e la vendita di una proprietà di famiglia, potrei investire 100mila euro.
In alternativa ho pensato di svolgere il praticantato di consulente del lavoro o di dottore commercialista, oppure di conseguire anche la laurea magistrale in Giurisprudenza (potrei iscrivermi al quarto anno con gli esami convalidati pari a oltre tre anni) e svolgere il praticantato di avvocato, ma in tutti e tre i casi devo dimettermi in quanto i praticantati non sono compatibili con il pubblico impiego, che richiede l'esclusività della prestazione (forse il praticantato di consulente del lavoro o quello di dottore commercialista si possono svolgere trasformando il contratto in part time; quello di avvocato sicuramente no perché l'incompatibilità è anche nelle norme che regolano la professione). Inoltre diciamo che vorrei pianificare un percorso di 'riconversione' più breve.


PS
In realtà ho pensato di entrare in società con qualcuno per un'attività già avviata, ma purtroppo a causa di limitazioni legali non posso essere amministratore né prestatore d'opera e non posso detenere partecipazioni rilevanti. Ora sul concetto di rilevanza mi devo informare, ma certamente non posso avere quote di maggioranza assoluta (e credo anche relativa). Non posso aprire partita IVA a titolo individuale (come libero professionista, imprenditore o altro).
 
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galloGiallo

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Ragazzi, salve.

I motivi sono diversi, ma ‒ diciamocelo chiaramente ‒ la ragione principale dell'insoddisfazione è la paga, che è ridicola. Sono al livello più elevato previsto dal mio comparto (carriera direttiva), corrispondente ai quadri del settore privato, ma percepisco uno stipendio che nel settore privato è pari se non inferiore a quello di un operaio specializzato.

Sono un manager e vengo pagato quanto un montatore della Fiat; senza ipocrisie vi dico che questo mi frustra e non poco e purtroppo impatta negativamente sulla mia vita privata.
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inserito nel pubblico con concorso riservato a laureati e guadagneresti meno di un operaio specializzato nel privato? conosco bene gli stipendi di quella fascia nel pubblico....o sei un troll o non sai quali sono gli stipendi nel privato...
 

smw85

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inserito nel pubblico con concorso riservato a laureati e guadagneresti meno di un operaio specializzato nel privato? conosco bene gli stipendi di quella fascia nel pubblico....o sei un troll o non sai quali sono gli stipendi nel privato...

mi sembra invece che tu nn sappia nulla di stipendi e sia un altro che parla per parlare
un operaio specializzato prende almeno sui 1600-1700 x 13 mensilità e se ci metti i turni di notte arriva anche a 1900-2000
un laureato sui 32-35 quindi già con quasi 10 anni di esperienza non supera i 1600 in diversi settori privati tra cui marketing, in banca analisi del credito, banca sportello, ufficio acquisti azienda privata medio grande
un cancelliere, quindi concorso pubblico dove ti serve una laurea e ruolo anche delicato sta sui 1500 o poco più a seconda del tribunale di riferimento

ti ho fatti tutti i esempi di miei amici impiegati in questi settori, non mi invento nulla

Riguardo @Franceschiello l'attività in proprio ha senso aprirla se hai ben chiaro cosa vuoi fare ed hai almeno un'idea di come svilupparla...arrovellarsi la testa su cosa voler o dover aprire già è un punto di partenza sbagliato. Datosi che un annetto fa volevo cambiare lavoro anche io, ho mandato CV e fatto colloqui e ti dico che se guardi orizzontalmente un settore, gli stipendi son quelli non dico di rassegnarsi ma di prenderne atto. Essendosi la strutture societarie appiattite e ormai strutturate in modo che tutti siano intercambiabili, di conseguenza hanno livellato gli stipendi. Il consiglio è quello di trovare un'azienda dove tu puoi dare un grosso plusvalore in termini di competenza e allora li non fanno difficoltà a pagarti quello che chiedi oppure fare concorsi pubblici per posizioni meglio retribuite visto che mi par di capire sei intelligente sopra la media e di concorsi ne hai vinti più di uno. Altro consiglio, non lasciare il lavoro finchè non ne trovi un altro perchè l'offerta e scarsa e rischi magari di stare a piedi dei mesi per doverti poi accontentare del primo lavoro scarso che trovi.
 

Franceschiello

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inserito nel pubblico con concorso riservato a laureati e guadagneresti meno di un operaio specializzato nel privato? conosco bene gli stipendi di quella fascia nel pubblico....o sei un troll o non sai quali sono gli stipendi nel privato...
Verifica tu stesso sul sito dell'Aran quali sono i tabellari dell'area III, fascia economica iniziale (F1), del comparto Funzioni centrali, sezione Ministeri o sezione Agenzie fiscali, e della categoria D, posizione economica iniziale (D/1), dei comparti Università, Regioni e autonomie locali (che comprende anche le camere di commercio), Sanità.
Al netto ti rimangono in tasca meno di 1500 euro; aggiungendo le indennità, variabili da amministrazione ad amministrazione e in base alle funzioni che ti vengono assegnate (ad esempio in regioni ed enti locali responsabilità specifiche e posizioni organizzative, altrove indennità di ente, di comparto o di amministrazione), compresa la tredicesima ti ritrovi alla fine dell'anno con una media di 1700 euro netti mensili. Dopo 19 anni per la prima volta la mia amministrazione ha indetto le progressioni orizzontali e quindi sono progredito di fascia retributiva: ora, con i 90 euro lordi in più che percepisco al mese, secondo te la vita mi è cambiata?
Sì, direi che un operaio specializzato guadagna lo stesso, se non di più. E almeno a lui, di solito, pagano gli straordinari.
 

Franceschiello

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un cancelliere, quindi concorso pubblico dove ti serve una laurea e ruolo anche delicato sta sui 1500 o poco più a seconda del tribunale di riferimento
Per il cancelliere non serve la laurea.
Il cancelliere è un profilo ad esaurimento di area prima, per il quale è sufficiente la scuola dell'obbligo. L'ultimo bando per cancellieri, dopo tanti anni che non se ne assumevano, è uscito una decina d'anni fa ed era riservato a iscritti alle liste di cui alla legge 68/1999 (disabili/invalidi). Dopodiché è stato creato il profilo di cancelliere esperto e quello di cancelliere semplice è stato messo ad esaurimento.
Il cancelliere esperto è di area seconda e ha il diploma. L'assistente giudiziario, che può svolgere anche funzioni di cancelliere, idem.
Il funzionario giudiziario, laureato, e il direttore giudiziario, almeno laureato (il bando potrebbe chiedere titolo aggiuntivo), sono di area terza (il direttore accede direttamente dalla terza fascia retributiva, alla quale comunque può arrivare anche il funzionario con le progressioni). Costoro non stanno in udienza.
Con il PNRR è stato introdotto l'addetto all'ufficio per il processo, a tempo determinato, di area terza, se non sbaglio con laurea magistrale, al quale è stata successivamente attribuita anche la possibilità di assistere il magistrato in udienza, assorbendo le funzioni di cancelliere.

Che poi nei fatti la maggior parte dei cancellieri sia laureata (ed è per questo che si vede spesso scritto «dott.» davanti ai nomi dei cancellieri), questo è un altro discorso. Del resto perlomeno gli ultimi tre-quattro concorsi per cancellieri e cancellieri esperti per essere superati richiedevano una tale preparazione giuridica che anche una laurea in Scienze politiche con indirizzo politico-amministrativo sarebbe stata insufficiente per superarli, in quanto carente nel diritto processuale.

Inoltre non è affatto detto, in Italia, che un laureato sui 32-35 anni, sebbene abbia concluso gli studi all'età minima possibile, abbia accumulato una decina d'anni di esperienza. Sovente a 30 (e oramai oltre) è al primo impiego. Ma questa è un'altra storia.

oppure fare concorsi pubblici per posizioni meglio retribuite visto che mi par di capire sei intelligente sopra la media e di concorsi ne hai vinti più di uno.
Ti ringrazio per la stima, oltre che per i consigli, ma almeno finché non sarà attuata la quarta area di Brunetta (che peraltro è un pacco sotto molti punti di vista) la mia posizione è la più alta che esista. Intanto ho ottenuto maggiore serenità poiché mi sono fatto comandare a prestare servizio presso un'altra amministrazione in cui si guadagna di più; il problema è che pensavo che sarei andato a migliorare anche dal punto di vista economico, invece prendo meno di prima perché la mia amministrazione di appartenenza organica (comandante) mi ha revocato le indennità (mi paga solo lo stipendio tabellare, rimborsato dall'ente che ha richiesto di avvalersi della mia professionalità) e quella in cui presto servizio (comandataria) non mi paga la propria, ben più alta, in quanto ritiene che spetti solo al personale inquadrato nei propri ruoli. Per farmi pagare questi soldi mi sa che sarò costretto a convenire entrambe le amministrazioni dinnanzi al giudice.
Comunque nel frattempo ho maturato i 5 anni necessari per poter concorrere per la dirigenza, quindi sto facendo domanda per tutti i concorsi per dirigenti non medici che escano; il problema è che vengono tutti rinviati sine die e di questo passo i 5 anni diventeranno 10 :D
 
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San Siro

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Per il cancelliere non serve la laurea.
Il cancelliere è un profilo ad esaurimento di area prima, per il quale è sufficiente la scuola dell'obbligo. L'ultimo bando per cancellieri, dopo tanti anni che non se ne assumevano, è uscito una decina d'anni fa ed era riservato a iscritti alle liste di cui alla legge 68/1999 (disabili/invalidi). Dopodiché è stato creato il profilo di cancelliere esperto e quello di cancelliere semplice è stato messo ad esaurimento.
Il cancelliere esperto è di area seconda e ha il diploma. L'assistente giudiziario, che può svolgere anche funzioni di cancelliere, idem.
Il funzionario giudiziario, laureato, e il direttore giudiziario, almeno laureato (il bando potrebbe chiedere titolo aggiuntivo), sono di area terza (il direttore accede direttamente dalla terza fascia retributiva, alla quale comunque può arrivare anche il funzionario con le progressioni). Costoro non stanno in udienza.
Con il PNRR è stato introdotto l'addetto all'ufficio per il processo, a tempo determinato, di area terza, se non sbaglio con laurea magistrale, al quale è stata successivamente attribuita anche la possibilità di assistere il magistrato in udienza, assorbendo le funzioni di cancelliere.

Che poi nei fatti la maggior parte dei cancellieri sia laureata (ed è per questo che si vede spesso scritto «dott.» davanti ai nomi dei cancellieri), questo è un altro discorso. Del resto perlomeno gli ultimi tre-quattro concorsi per cancellieri e cancellieri esperti per essere superati richiedevano una tale preparazione giuridica che anche una laurea in Scienze politiche con indirizzo politico-amministrativo sarebbe stata insufficiente per superarli, in quanto carente nel diritto processuale.

Inoltre non è affatto detto, in Italia, che un laureato sui 32-35 anni, sebbene abbia concluso gli studi all'età minima possibile, abbia accumulato una decina d'anni di esperienza. Sovente a 30 (e oramai oltre) è al primo impiego. Ma questa è un'altra storia.


Ti ringrazio per la stima, oltre che per i consigli, ma almeno finché non sarà attuata la quarta area di Brunetta (che peraltro è un pacco sotto molti punti di vista) la mia posizione è la più alta che esista. Intanto ho ottenuto maggiore serenità poiché mi sono fatto comandare a prestare servizio presso un'altra amministrazione in cui si guadagna di più; il problema è che pensavo che sarei andato a migliorare anche dal punto di vista economico, invece prendo meno di prima perché la mia amministrazione di appartenenza organica (comandante) mi ha revocato le indennità (mi paga solo lo stipendio tabellare, rimborsato dall'ente che ha richiesto di avvalersi della mia professionalità) e quella in cui presto servizio (comandataria) non mi paga la propria, ben più alta, in quanto ritiene che spetti solo al personale inquadrato nei propri ruoli. Per farmi pagare questi soldi mi sa che sarò costretto a convenire entrambe le amministrazioni dinnanzi al giudice.
Comunque nel frattempo ho maturato i 5 anni necessari per poter concorrere per la dirigenza, quindi sto facendo domanda per tutti i concorsi per dirigenti non medici che escano; il problema è che vengono tutti rinviati sine die e di questo passo i 5 anni diventeranno 10 :D

Secondo me il tuo è più un problema psicologico-esistenziale.

Ho la netta impressione che la questione economica sarebbe secondaria se tu facessi quello che ti interessa, o comunque avessi una mansione che tiri fuori il meglio delle tue capacità.

Ti sei trovato in un posto che, fosse stato per te, non avresti scelto. E questo pesa, non c'è dubbio.

A questo punto, non saprei proprio cosa consigliarti.

Posso dirti solo una cosa, ma verificalo con gli altri utenti: per farsi strada nel mondo del lavoro le competenze sono importanti, ma il carattere, la sicurezza di sé, lo sono ancora di più.

Oggi sono andato in un posto dove mi serviva un aiuto per un progetto che sto portando avanti. "Complimenti, mi ha risposto il mio interlocutore, sei venuto nel settore dove circolano i soldi".

Io sono rimasto un po' spiazzato, visto che si tratta di un progetto editoriale ed ero convinto che, se non si facesse la fame, poco ci mancava. Allora mi ha chiesto a quanto, secondo me, avevano venduto certi diritti...

"Un milione?" ho azzardato, poi subito ho cercato di ritrattare, pensando di averla sparata grossa. Invece no, avevo completamente sbagliato, ma al ribasso. La cifra effettiva mi ha lasciato di sasso.

Chiaramente il mio progetto è un bruscolino al confronto. Però ho avuto la netta percezione che quanto se ne può ricavare dipende solo in parte dell'effettivo valore dell'opera e due persone diverse, con capacità e caratteri differenti, otterrebbero probabilmente risultati quasi agli antipodi.

In conclusione, quanto può valere una persona sul mercato del lavoro è estremamente difficile da stimare in astratto. Al mio ex socio il carattere non manca di certo: non ha paura di nulla e nulla lo mette a disagio. Adesso sbarca il lunario facendo commissioni nei vari rioni della sua città natale...

Quindi, il carattere non è tutto.

Ma anche le capacità, senza carattere, fanno fatica a esprimersi, perché il mondo del lavoro è un'interazione continua con gli altri.

Secondo me, è questo che devi valutare.

Obiettivamente, provare nel privato o, ancor di più, metterti in proprio, è un salto nel buio.

Ma c'è chi lo affronterebbe dicendo che ogni cosa è un salto nel buio e quindi tanto vale rischiare...
 

Franceschiello

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Secondo me il tuo è più un problema psicologico-esistenziale.
Penso di averlo detto per primo.

Ho la netta impressione che la questione economica sarebbe secondaria se tu facessi quello che ti interessa, o comunque avessi una mansione che tiri fuori il meglio delle tue capacità.
Credo che tu abbia centrato il punto. Al momento non faccio ciò che mi piace e quindi la bassa retribuzione mi pesa ancora di più. Se facessi qualcosa di più gratificante in sé, sarebbe maggiormente sopportabile. Entrambe le cose pesano e si compensano vicendevolmente.

Però quando mi parli di valore etc. etc. ti sfugge un particolare: il pubblico impiego, anche dopo la riforma di cui al d.lgs. 29/1993 (Bassanini), è regolato da norme imperative di diritto pubblico. Noi non possiamo contrattare lo stipendio; la negoziazione individuale è vietata e anche il solo tentativo di effettuarla, oltre al fatto che non condurrebbe a nessun risultato (non esiste una figura che detenga il potere negoziale per la controparte e che pertanto possa emanare un atto con il quale ti possa essere accordato un trattamento di maggior favore, atto che peraltro non sarebbe di certo ritenuto valido da tutti gli altri soggetti per i quali dovrebbe passare prima di arrivare all'esecuzione materiale), sarebbe perseguita penalmente (corruzione, abuso d'ufficio etc. etc.).
Periodicamente ritornano i tentativi di introdurre sistemi di incentivazione e gratificazione come emolumenti accessorî basati sul merito, ma tali tentativi sono sistematicamente vanificati da un lato dai sindacati, i quali tendono per ragioni ideologiche a proteggere soprattutto i lavoratori di basso livello (ecco perché la forbice stipendiale tra la categoria A e la categoria D negli enti locali è ridicola, nonostante ci sia un abisso a livello di competenze, titoli di studio richiesti, complessità delle mansioni svolte e responsabilità, che sono anche penali, specifiche della P.A. e sconosciute al privato, e per la categoria D anche esterne) e a promuovere il principio eguaglianza sostanziale (con varie declinazioni a seconda del sindacato, ma grossomodo invocano tutti la solidarietà nei confronti delle fasce a loro dire più deboli, non solo quelli di estrema sinistra), e dall'altro dai dirigenti, i quali non vogliono introdurre criteri oggettivi di valutazione, anche comparativa, del personale sulla base della produttività. A questo si aggiunga che più di 7000 amministrazioni (la gran parte dei comuni e gli enti minori) sono sprovviste di dirigenza e che in questi enti le funzioni dirigenziali sono svolte dai dipendenti di categoria apicale, i quali per ovvie ragioni (conflitto di interessi) non sono molto inclini a valutazioni oggettive. Alla fine la questione si risolve sempre nello stesso modo: i fondi per le risorse accessorie vengono distribuiti a pioggia, ripartiti in proporzione alle categorie (se non addirittura, nei comparti in cui è consentito, in parti uguali o addirittura in misura maggiore a chi sta in basso nella scala gerarchico-funzionale con fini di perequazione), e non fanno veramente la differenza, visto che liquidati in questo modo finiscono per rappresentare percentuali risibili della retribuzione complessiva. Io nel privato mi accontenterei perfino di una paga di base (trattamento fondamentale, costituito dallo stipendio tabellare e dal superminimo, una cosa inesistente nella P.A.) più bassa, purché però abbia una componente variabile della retribuzione di una certa rilevanza.
Il problema è far capire ai privati che lo stipendio che percepisco adesso non è basso poiché sono un inetto o un incapace, ma perché l'unica differenza sostanziale tra il pubblico impiego in regime pubblicistico e il pubblico impiego contrattualizzato (tecnicamente, impiego alle dipendenze della P.A.) è che il primo è interamente rimesso alla giurisdizione amministrativa mentre il secondo è rimesso alla giurisdizione amministrativa durante la fase del reclutamento e a quella ordinaria (giudice civile in veste di giudice del lavoro) dall'assunzione in avanti. Noto invece che molti sono convinti che noi possiamo contrattare gli stipendi (non si sa con chi) e quindi se uno percepisce somme a loro avviso basse pensano che sia o un lavoratore di basso livello oppure un *******.
 

San Siro

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Penso di averlo detto per primo.


Credo che tu abbia centrato il punto. Al momento non faccio ciò che mi piace e quindi la bassa retribuzione mi pesa ancora di più. Se facessi qualcosa di più gratificante in sé, sarebbe maggiormente sopportabile. Entrambe le cose pesano e si compensano vicendevolmente.

Però quando mi parli di valore etc. etc. ti sfugge un particolare: il pubblico impiego, anche dopo la riforma di cui al d.lgs. 29/1993 (Bassanini), è regolato da norme imperative di diritto pubblico. Noi non possiamo contrattare lo stipendio; la negoziazione individuale è vietata e anche il solo tentativo di effettuarla, oltre al fatto che non condurrebbe a nessun risultato (non esiste una figura che detenga il potere negoziale per la controparte e che pertanto possa emanare un atto con il quale ti possa essere accordato un trattamento di maggior favore, atto che peraltro non sarebbe di certo ritenuto valido da tutti gli altri soggetti per i quali dovrebbe passare prima di arrivare all'esecuzione materiale), sarebbe perseguita penalmente (corruzione, abuso d'ufficio etc. etc.).
Periodicamente ritornano i tentativi di introdurre sistemi di incentivazione e gratificazione come emolumenti accessorî basati sul merito, ma tali tentativi sono sistematicamente vanificati da un lato dai sindacati, i quali tendono per ragioni ideologiche a proteggere soprattutto i lavoratori di basso livello (ecco perché la forbice stipendiale tra la categoria A e la categoria D negli enti locali è ridicola, nonostante ci sia un abisso a livello di competenze, titoli di studio richiesti, complessità delle mansioni svolte e responsabilità, che sono anche penali, specifiche della P.A. e sconosciute al privato, e per la categoria D anche esterne) e a promuovere il principio eguaglianza sostanziale (con varie declinazioni a seconda del sindacato, ma grossomodo invocano tutti la solidarietà nei confronti delle fasce a loro dire più deboli, non solo quelli di estrema sinistra), e dall'altro dai dirigenti, i quali non vogliono introdurre criteri oggettivi di valutazione, anche comparativa, del personale sulla base della produttività. A questo si aggiunga che più di 7000 amministrazioni (la gran parte dei comuni e gli enti minori) sono sprovviste di dirigenza e che in questi enti le funzioni dirigenziali sono svolte dai dipendenti di categoria apicale, i quali per ovvie ragioni (conflitto di interessi) non sono molto inclini a valutazioni oggettive. Alla fine la questione si risolve sempre nello stesso modo: i fondi per le risorse accessorie vengono distribuiti a pioggia, ripartiti in proporzione alle categorie (se non addirittura, nei comparti in cui è consentito, in parti uguali o addirittura in misura maggiore a chi sta in basso nella scala gerarchico-funzionale con fini di perequazione), e non fanno veramente la differenza, visto che liquidati in questo modo finiscono per rappresentare percentuali risibili della retribuzione complessiva. Io nel privato mi accontenterei perfino di una paga di base (trattamento fondamentale, costituito dallo stipendio tabellare e dal superminimo, una cosa inesistente nella P.A.) più bassa, purché però abbia una componente variabile della retribuzione di una certa rilevanza.
Il problema è far capire ai privati che lo stipendio che percepisco adesso non è basso poiché sono un inetto o un incapace, ma perché l'unica differenza sostanziale tra il pubblico impiego in regime pubblicistico e il pubblico impiego contrattualizzato (tecnicamente, impiego alle dipendenze della P.A.) è che il primo è interamente rimesso alla giurisdizione amministrativa mentre il secondo è rimesso alla giurisdizione amministrativa durante la fase del reclutamento e a quella ordinaria (giudice civile in veste di giudice del lavoro) dall'assunzione in avanti. Noto invece che molti sono convinti che noi possiamo contrattare gli stipendi (non si sa con chi) e quindi se uno percepisce somme a loro avviso basse pensano che sia o un lavoratore di basso livello oppure un *******.


Credo che il punto, se vuoi proporti al privato, sia quale mansione possa interessare a te e anche a loro.

Capisco la preoccupazione relativa allo stipendi, ma se gli porti una tabella con gli estremi per illustrargli come stanno le cose, ecco che un punto di debolezza può diventare un punto di forza: assumere un collaboratore di una certa caratura a un prezzo molto vantaggioso.

Il punto principale però è il primo, cioè la collocazione, cosa può interessare ad ambo le parti.
 

yumatu

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Ho 35 anni e una brillante formazione scolastica e accademica.
hai intenzione di trovare una compagna?
In alternativa ho pensato di svolgere il praticantato di consulente del lavoro o di dottore commercialista, oppure di conseguire anche la laurea magistrale in Giurisprudenza (potrei iscrivermi al quarto anno con gli esami convalidati pari a oltre tre anni) e svolgere il praticantato di avvocato, ma in tutti e tre i casi devo dimettermi in quanto i praticantati non sono compatibili con il pubblico impiego, che richiede l'esclusività della prestazione (forse il praticantato di consulente del lavoro o quello di dottore commercialista si possono svolgere trasformando il contratto in part time; quello di avvocato sicuramente no perché l'incompatibilità è anche nelle norme che regolano la professione). Inoltre diciamo che vorrei pianificare un percorso di 'riconversione' più breve.
Ma almeno sai di cosa si occupano questi ambiti? Perchè mi sembra tu scelga "a caso",ritrovandoti peggio di prima con il problema dell'impiego privato...
PS
In realtà ho pensato di entrare in società con qualcuno per un'attività già avviata, ma purtroppo a causa di limitazioni legali non posso essere amministratore né prestatore d'opera e non posso detenere partecipazioni rilevanti. Ora sul concetto di rilevanza mi devo informare, ma certamente non posso avere quote di maggioranza assoluta (e credo anche relativa). Non posso aprire partita IVA a titolo individuale (come libero professionista, imprenditore o altro).
Ambito? Eventualmente si potrebbe iniziare come hobby (dipende che attività vuoi svolgere)...
 

Aureliano 900

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e si ... bisogna rifletterci bene oppure vedere oltre l'adriatico