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«Debito pubblico: Bankitalia sapeva tutto»

Il Tesoro: sui numeri nessuna divergenza, discutibile il metodo. Ma Standard and Poor’s: servono misure strutturali


ROMA - Sui numeri sono tutti d’accordo. Sul metodo con cui si è arrivati alla revisione al rialzo del debito pubblico, dovuta alla mancata contabilizzazione di alcune voci, come i conti correnti postali, continua la polemica a distanza tra Tesoro e Banca d’Italia. Alla nota un po’ piccata diffusa l’altro ieri da Via Nazionale, ieri ha risposto il ministero dell’Economia con altre puntualizzazioni. La diatriba sui conti pubblici, tuttavia, pare aver ridestato l’attenzione sull’Italia delle agenzie di rating , che danno i voti alla qualità del debito. Almeno di Standard and Poor’s , che ieri ha paventato «un abbassamento della valutazione nel 2004 senza un’efficace risoluzione degli squilibri di bilancio con misure strutturali».

DEBITO, BANKITALIA SAPEVA - Alla Banca d’Italia, che lamentava di aver avuto dall’Economia i dati sulle Poste solo il 26 febbraio, il Tesoro ha replicato ieri facendo presente che quei numeri le sono stati girati lo stesso giorno, appunto il 26 febbraio, in cui «le Poste li hanno comunicati al ministero». «Ma l’esistenza del problema - aggiunge il ministero guidato da Giulio Tremonti - era nota da tempo a tutte le istituzioni coinvolte nella comunicazione dei dati sul debito». Bankitalia, dunque, sapeva. O quanto meno doveva supporre. Se non altro perché, aggiunge Tremonti, «aveva già trasmesso nel corso del 2003 alla Banca Centrale Europea le statistiche sulla base monetaria che transita per il canale postale, che è un dato parzialmente sovrapponibile a quello dei conti correnti postali dei privati».


CONTI DIMENTICATI - Un passo indietro per capire meglio. In voga per molti anni, i conti correnti postali (a tutti gli effetti una voce del debito pubblico se a detenerli sono i privati) hanno man mano perso appetibilità tra il pubblico dei risparmiatori, anche per i bassi rendimenti garantiti, fino a quasi sparire del tutto verso la fine degli anni ’90. Solo dal 2000 hanno ripreso a diffondersi, ma nessuno, a quel punto, si è preoccupato di conteggiarli nel debito. Anche perché le Poste non avevano una banca dati informatica sui titolari di quei conti. Solo nel 2003 è iniziata la ricostruzione delle giacenze e solo il 26 febbraio è venuta fuori la loro reale consistenza che si è tradotta, nel 2003, in 17 miliardi di maggior debito pubblico (cui se ne aggiungono altri 4 per un errore sulla contabilizzazione dei fondi pensione che la Banca d’Italia ammette senza riserve). Dalle statistiche della Banca d’Italia sulla base monetaria, dice tuttavia il Tesoro, qualcosa sui conti correnti postali risultava. Ma è anche vero che qualcosa doveva saperlo anche il ministero, che nella nota ammette che «la revisione è stata comunicata alla Ue di concerto tra ministero, Istat e Bankitalia, dopo un lavoro comune di mesi». Alla nota del ministro, Bankitalia ha scelto comunque di non replicare, segno che forse la polemica si sta ricomponendo.


RATING A RISCHIO - Il debito pubblico, in ogni caso, è uno degli elementi che preoccupano di più le agenzie di rating . Se Moody’s si dimostra tranquilla e pronta a tener conto dell’effetto della bassa crescita, Standard and Poor’s ricorda che il debito italiano «non solo è tra i più alti tra i Paesi che ottengono un rating, ma sta anche calando più lentamente rispetto agli altri Paesi che hanno un debito elevato». E il problema non è solo quello. Secondo gli analisti della società, «il governo non ha ancora delineato una strategia coerente per eliminare il deficit e ridurre al tempo stesso la dipendenza da misure una tantum». Quanto al progetto di riduzione delle tasse, Standard and Poor’s avverte: «Sarà possibile solo se controbilanciato da un taglio alla spesa».


PIL DELUDENTE - Anche mettendo da parte quello dei conti pubblici, resta il problema della bassa crescita. I dati del prodotto interno lordo, cresciuto nel 2003 di appena lo 0,3%, «sono purtroppo deludenti» ha detto il presidente di Rcs Quotidiani Cesare Romiti. «Per il 2004 - ha aggiunto - non mi pare che allo stato dell’arte si possa pensare a miglioramenti notevoli». Il vice presidente del Consiglio, Gianfranco Fini, ribadisce: «Siamo convinti di poter ridurre le tasse entro il 2006». Umberto Agnelli, presidente della Fiat, riconosce che il problema non è solo italiano, ma europeo e dice che «bisogna cominciare a reagire». Lo stesso presidente del Senato, Marcello Pera, sollecita una risposta europea, mentre il ds Pierluigi Bersani obietta: «Siamo a crescita zero, non è vero che siamo nelle stesse condizioni di Francia e Germania».
Mario Sensini


Economia
 
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04-03-2004
La macroeconomia dei comunicati stampa
Roberto Perotti


Il 1 marzo l’Istat comunica i dati sull’indebitamento netto e il debito delle amministrazioni pubbliche per il 2003, e alcune importanti revisioni per gli anni precedenti. I nuovi dati danno un rapporto debito/Pil pari al 106,2 per cento nel 2002 e 108 per cento nel 2003.

La guerra dei comunicati

Comunicato no. 1
In un comunicato stampa lo stesso giorno, il ministero dell’Economia e delle finanze (Mef) fa notare che gli stessi numeri sarebbero del 104,5 e 106,7 per cento, rispettivamente, se non fosse che Istat e Banca d’Italia (BdI) "hanno rilevato (ora, nel 2004) un maggiore debito pubblico per fatti che risalgono a 6 anni fa (1999)".

Comunicato no. 2
Quest’ultima frase, di una durezza inusuale, è probabilmente il motivo sottostante il comunicato stampa della BdI dello stesso giorno, secondo cui "i dati [necessari per le revisioni] sono stati comunicati il 26 febbraio scorso alla BdI dal Mef".

Comunicato no. 3
A sua volta, è probabilmente quest’ultima frase, che qualcuno potrebbe interpretare come "noi non sapevamo niente, solo il Mef aveva i dati e ce li ha dati pochi giorni fa", a causare un nuovo comunicato del Mef del 2 marzo. In esso si afferma che "l’esistenza del problema era nota da tempo a tutte le istituzioni coinvolte nella comunicazione dei dati sul debito: la BdI, per esempio, aveva già trasmesso nel corso del 2003 alla Banca Centrale Europea dei dati che avrebbero potuto essere utilizzati per la revisione del debito.

I fatti

Dunque la revisione dei dati sul debito è responsabile per un incremento del debito dell’1,3 per cento nel 2002 e dell’1,7 per cento nel 2003. La prima ragione per la revisione verso l’alto del debito pubblico (per il 0,3 per cento del Pil nel 2002 e il 0,4 nel 2003) può apparire arcana ai non addetti ai lavori. I titoli pubblici detenuti da un fondo pensione che fa parte delle amministrazioni pubbliche sono una passività di una componente delle amministrazioni pubbliche – il settore statale – ma anche un’attività di un’altra componente delle amministrazioni pubbliche – il fondo pensione. Essi dunque si elidono e non fanno parte del debito pubblico. Gli stessi titoli, detenuti da un fondo pensione privato, sono invece parte del debito pubblico. Erroneamente, la BdI non ha registrato la privatizzazione nel 1999 di certi fondi pensione, e quindi si è dimenticata di aumentare il debito pubblico della quantità di titoli pubblici da essi detenuti. Se ne è ricordata ora, il che ha comportato una revisione al rialzo del debito dal 1999 ad oggi. Questo è un errore genuino della BdI.

La seconda ragione, responsabile per la revisione più consistente - l’1,0 per cento del Pil nel 2002 e l’1,3 per cento nel 2003 - sta anch’essa in una posta abbastanza oscura, i depositi di privati presso le Poste. I depositi raccolti dalle Poste vengono depositati presso la Tesoreria, parte delle amministrazioni pubbliche. Ma solo quelli dei privati vengono contabilizzati come debito delle amministrazioni pubbliche; quelli di altri enti delle amministrazioni pubbliche, come gli enti locali, sono al tempo stesso un attivo dell’ente depositante e un passivo delle Poste, e come nel caso precedente si elidono fra loro all’interno dell’aggregato amministrazioni pubbliche.

Per calcolare il debito pubblico correttamente, è quindi necessario il dato sui depositi postali dei privati. Senonché, fino a pochi giorni fa l’ultima stima ufficiale disponibile dei depositi privati si riferiva al 1998. A partire da quell’anno, le Poste conoscevano solo il valore totale dei depositi postali, non la componente privata. Poiché nel 1998 la consistenza dei depositi privati era praticamente zero (circa 40 milioni di euro), fino ad oggi, ed in assenza di altre informazioni, la BdI ha assunto un valore pari a 0 nel calcolare il debito pubblico.

Nel frattempo, le Poste hanno finalmente prodotto una stima della disaggregazione fra depositi pubblici e privati, che è stata finalizzata solo recentemente, comunicata al controllante delle Poste, il Mef, e da questi girata prontamente alla BdI il 26 febbraio.

I motivi del contendere

Alla luce di questa ricostruzione, è possibile comprendere meglio la guerra dei comunicati e, cosa più importante, la sostanza del problema e le sue possibili conseguenze. Chiaramente, da molto tempo la BdI, come del resto tutti gli altri, era perfettamente consapevole del problema dei depositi postali privati; tuttavia, non ne conosceva la soluzione perché non possedeva i dati necessari. La frase incriminata nel primo comunicato del Mef appare quindi gratuitamente offensiva: può facilmente apparire come un tentativo di deflettere sulla Banca d’Italia un problema causato da una controllata del Mef, le Poste.

D’altra parte, la BdI sapeva da tempo che erano in preparazione stime dei depositi postali privati; e sapeva anche che le stime finali erano state comunicate dalle Poste al Mef pochissimo prima del 26 febbraio. La frase incriminata nel comunicato della BdI, benché formalmente corretta, può prestarsi facilmente a una interpretazione errata.

Resta il comunicato No. 3, il secondo comunicato del Mef. La BdI fornisce periodicamente alla Bce i dati sulla base monetaria. Una componente di quest’ultima sono una parte dei depositi postali, più precisamente i depositi postali privati non bancari e quelli delle amministrazioni locali. Il Mef sostiene che, nel fornire i dati sulla base monetaria, la BdI deve aver implicitamente fatto una stima di una posta in qualche modo legata alla posta necessaria per calcolare il debito pubblico. L’accusa implicita è che la BdI avrebbe potuto e dovuto rivedere il debito prima di quando l’ha fatto, invece di aspettare un momento delicato che ha messo in imbarazzo il Governo. Questa posizione appare irragionevole, per tre motivi.

(i) Le componenti di depositi bancari che entrano nella base monetaria hanno una sovrapposizione limitata con quelle che entrano nel debito pubblico. Le prime comprendono depositi postali di privati non bancari e amministrazioni pubbliche, le seconde includono i depositi postali privati bancari e non bancari, ma escludono quelli delle amministrazioni pubbliche.

(ii) È difficile pensare che la BdI potesse utilizzare stime non finali e ufficiali per una variabile così delicata e carica di significati politici come il debito, mentre una stima approssimativa è accettabile per una componente (minima) di un aggregato, come la base monetaria, che ha una rilevanza politica quasi nulla.

(iii) Infine, le Poste sono controllate al 100 per cento dal Mef: suggerire che la BdI avesse più informazioni sul loro passivo di quante ne avesse la controllante appare peculiare.

L’altra opzione era di far finta di niente e aspettare a rivedere il debito. Tuttavia, il problema e la necessità di un intervento erano noti a tutti. Cosa sarebbe successo se le agenzie di rating avessero scoperto che BdI e Mef stavano "nascondendo" una fetta di debito pari all’1,7 per cento del Pil? Proprio dal punto di vista della credibilità e trasparenza, uscire allo scoperto non appena si sono resi disponibili i dati è stata probabilmente la scelta migliore.

Le conseguenze

La conseguenza potenzialmente più esplosiva è che questa revisione del debito deve essere "spalmata" sul fabbisogno degli ultimi anni, dato che il fabbisogno è, sostanzialmente, l’incremento annuale del debito. A sua volta, l’aumento del fabbisogno potrebbe tradursi in un aumento dell’indebitamento netto, la variabile rilevante perché sottoposta ai vincoli del Patto di stabilità e crescita. Se e in che misura ciò avverrà è una decisione che spetta all’Istat, che compila i dati sull’indebitamento. Ma il pericolo esiste.

La morale

Ogni trimestre si ripete il rito delle discussioni infuocate sull’andamento della finanza pubblica. Queste discussioni hanno per base un saldo (fabbisogno o indebitamento), che ha una componente ciclica estremamente elevata ma non ben conosciuta, e che in dati trimestrali è sottoposto a una enorme stagionalità. È difficilissimo, se non impossibile, fare inferenze significative a livello macroeconomico da un tale dato. Ma il costo di questa discussione è che si finisce per ignorare quasi completamente una variabile più significativa da un punto di vista macroeconomico, e più facilmente interpretabile: la spesa pubblica. E i dati, largamente ignorati, parlano chiaro: la spesa pubblica al netto degli interessi è salita dal 2001 di quasi 2 punti percentuali del Pil.



* Roberto Perotti è consulente della Banca d’Italia. Per scrivere questo contributo ha consultato un insieme bilanciato di fonti istituzionali.



http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=947?uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 
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S&P bacchetta l’Italia
(11/03/2004)



Italia, stai attenta. Il monito lanciato dalla prestigiosa agenzia di rating statunitense lascia poco spazio ai dubbi per l’economia nostrana. Infatti, un rapporto della banca d’affari sul coordinamento delle politiche fiscali dell’Unione europea mette in guardia proprio l’Italia che potrebbe ricevere un ammonimento preventivo, early warning lo chiamano gli americani.
In altre parole, il nostro Paese potrebbe essere soggetto alla procedura per deficit eccessivo.

Questo è quello che dice Standard&Poor’s, ma il nostro ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, non si lascia intimorire ed anzi si dice tranquillo, affermando piuttosto che ''le voci sono riferite ad altri Paesi, alcuni dei quali non hanno ancora fornito i dati. Ci sono dei dati – ha proseguito Tremonti - che mancano ancora per il 2003, e riguardano grandi Paesi virtuosi, esclusi quelli già avvisati”.


Insomma, il problema riguarda gli altri, non l’Italia, che può stare tranquilla, ha tenuto a precisare ancora una volta il ministro dell’Economia al termine della riunione dell’Ecofin. L'avvertimento, ha continuato, ''siamo convinti di non prenderlo.

Abbiamo ottime ragioni per escludere di prenderlo'', insiste Tremonti, perché ''ci sembra che i dati di chiusura 2003 italiani siano buoni. Siamo in grado di confermarli anche per l'anno in corso''.

E per dar man forte al ministro scende in campo il direttore generale del Tesoro, Domenico Siniscalco, che rincarando la dose ha detto: ''siamo tranquilli anche perché il rapporto con la Commissione europea, come al solito, ma anche più del solito, e' particolarmente interattivo e continuo, anche in vista delle previsioni di primavera. Stiamo dialogando molto tranquillamente su tutto”.

Per l'anno in corso, insomma, il governo punta ad un tasso di crescita dell'1,9% e ad un disavanzo che dovrebbe scendere dal 2,4% del 2003 al 2,2%. Stime che Tremonti ha illustrato al commissario Ue agli affari monetari ed economici Pedro Solbes, dal quale ha ottenuto un incoraggiamento ad andare avanti sulla riforma delle pensioni.

Solbes però non ha nascosto la preoccupazione della Commsissione europea sul debito pubblico italiano che viaggia a quota 106,2% del Pil.

“La discussione con il commissario – ha aggiunto Tremonti - e' stata molto positiva e molto costruttiva. Abbiamo parlato di tanti argomenti, dalla crescita, alle pensioni, alle riforme e abbiamo convenuto di non usare più in futuro un linguaggio ansiogeno, come preoccupazione, drammatizzazione”

Il tema delle pensioni, però, evocato con Solbes, ''non ha trovato alcun spazio'' all'Ecofin, che ha discusso soprattutto di nomine al direttorio della Bce e alla direzione generale del Fmi, rinviando entrambe le decisioni.


http://www.miaeconomia.it/retrieval...gory=101&idarticle=65185&staticpage=&pagenum=
 
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