E' estate, è tempo di lettura, pertanto vi propino uno scritto di carattere culturale

  • Ecco la 56° Edizione del settimanale "Le opportunità di Borsa" dedicato ai consulenti finanziari ed esperti di borsa.

    Settimana da incorniciare per i principali indici internazionali grazie alla trimestrale più attesa dell’anno che non ha deluso le aspettative. Nvidia negli ultimi tre mesi del 2023 ha generato ricavi superiori all’intero 2021, confermando la crescita da record della società grazie agli investimenti globali nell’intelligenza artificiale. I mercati azionari hanno festeggiato aggiornando i record assoluti a Wall Street e in Europa, mentre il Nikkei giapponese raggiunge un nuovo massimo storico dopo 34 anni. Le prossime mosse delle banche centrali rimangono sempre al centro dell’attenzione. Per continuare a leggere visita il link

orario continuato

Nuovo Utente
Sospeso dallo Staff
Registrato
5/5/03
Messaggi
1.534
Punti reazioni
75
so che siete intenti a preparare le sardone, però so anche che con questo caldo avete problemi di insonnia, così vi aiuto a conciliare il sonno con questo splendido saggio che mette a confronto tre diverse civiltà:

Irochesi,
Yanoama,
Greci

il saggio è di un carissimo amico, Giancarlo Mauri, che potete conoscere meglio sul sito www.matadevi.com

I nobili inglesi del secolo scorso non consideravano completa l'educazione di un "giovin signore" sino a che non aveva portato a compimento il viaggio d'istruzione nelle terre del Sole, nella culla della civiltà classica che tanto li affascinava. Viaggio di piacere e d'istruzione. Viaggio nell'antichità, ma anche nel presente perché l'osservazione del diverso può far comprendere meglio il proprio mondo.

Personalmente, non sono certo un nobile inglese (sorvolo sul "giovin"), eppure fin da sempre alla base di ogni mia ricerca vi è stato "il viaggio" - inteso sia in senso metaforico sia in senso reale - che mi ha portato a vivere, sebbene momentaneamente, con alcune società tribali che altri (i cattedratici, di norma) troppo spesso hanno definito "primitive" e considerate quali società progenitrici, i nostri antenati (e talvolta, con spregio colonialista, il nostro retaggio "scimmiesco").

All'opposto, ho sempre trovato società strutturate sì su altre scale di valori (in quanto hanno percorso cammini culturali diversi dai nostri), ma composte da individui maturi in grado di riflettere su se stessi e sulla loro cultura, capaci di operare scelte coscienti. Società clastriane direi, in cui la chieftainship ha un'autorità diversa dalla nostra: tra loro, "capo" non è colui che tenta di imporsi con la forza dell'effimero grado, ma chi dispone di un affermato prestigio personale.

Pertanto, in queste società le decisioni sono collettive, prese nel corso di discussioni più o meno formali ma sempre all'unanimità. In questi ambiti sociali mancano totalmente il rapporto comando/obbedienza e le strutture/istituzioni di coercizione.

Non bisogna però pensare che queste società siano tutte eguali tra loro. Esistono differenze abissali tra società e società, ma tra le mille differenze e contraddizioni si possono focalizzare alcune caratteristiche che sono in netta contrapposizione con quelle delle società a base statale. Caso o scelte coscienti? Se le consideriamo società adulte dobbiamo anche presupporre che siano in grado di scegliere, e la conferma arriva da alcune vere e proprie strategie attive poste in atto, come le difese contro ogni possibile concentrazione di potere.

siete ancora svegli?:p
 
Ultima modifica:
Mi spiego: per poter evitare le spinte centripete e per poter vivere la propria autonomia, molte di queste società hanno adottato connotazioni fortemente guerriere. Il guerriero è quindi una figura prestigiosa, ma è anche colui che, proprio per la sua fama, per le sue capacità e per la sua importanza potrebbe concentrare tutto il potere nelle sue mani, diventando un pericolo per la società che lo prodotto.

Ed allora la società si difende, costringendo il guerriero a mantenere il suo prestigio nel tempo compiendo azioni sempre più audaci e sempre più pericolose, fino a sfidare da solo, ad esempio, una intera tribù nemica dove di certo troverà la morte e la gloria .

Anche lo sciamano - che proprio per la sua funzione di mediazione con il sacro potrebbe essere un punto di aggregazione del potere - è costretto a non diventare troppo famoso, a non essere troppo temuto, altrimenti rischia di essere accusato di magia nera, negativa per l'intera società, e quindi scacciato o ucciso.

tenete duro:p
 
Essendo società che hanno rifiutato il concetto di Stato e di storia, esse si sono strutturate diacronicamente in due soli periodi: il presente (che può coprire anche un paio di generazioni) e il passato, il tempo mitico, eterno, senza cronologia; è il tempo delle leggende, del fondamento stesso della società .

Società del ruolo, si potrebbero anche chiamare, dove non si può esistere nell'ambito sociale soltanto come individuo: io e basta. Si deve essere sempre qualcosa, in cui il qualcosa definisce lo status, i legami, i diritti/doveri, gli obblighi relativi alla propria condizione. E le caselle sono tante ed intercambiabili perché tutte dello stesso valore, e queste si possono scegliere e riscegliere nel corso della vita.

Dopo questi presupposti "di fondo", eccoci pronti al "viaggio": una incursione nei mondi degli Irochesi e degli Yanoama, due società entrambe contro lo Stato ma differenti tra loro, viste - in tempi e luoghi diversi - attraverso gli aneddoti raccontati da due donne dal comune destino: entrambe rapite adolescenti e adottate dai loro rapitori.
 
Mary Jemison venne rapita a dodici anni, nella seconda metà del '700, dagli amerindi.

Adottata da una famiglia Seneca, visse il resto della sua vita tra gli Irochesi, si sposò due volte ed ebbe dei figli. Lei stessa ci informa che un giorno, mentre viveva con il suo secondo marito - Hiokato, un grande guerriero ormai vecchio e stanco - vide una coppia, lui bianco lei indiana, che litigava perché il marito, geloso, sospettava della moglie.

Il litigio degenerò e il bianco cominciò a picchiare la moglie che tentò di fuggire, arrivarono davanti alla casa della Jemison. Hiokato, che era seduto di fronte alla porta, si senti: "oltraggiato dal comportamento non umano del bianco.

Corse in casa a prendere il proprio tomahawk e poi si mise a rincorrere l'uomo intimandogli di andarsene o affrontarlo".

Impariamo così che tra gli Irochesi un uomo si poteva sentire offeso dal fatto che un altro picchiasse una donna, anche se a lui sconosciuta. Semplicemente per un Irochese il comportamento violento nei confronti di una donna era mostruoso o demoniaco; semplicemente : non umano.

eh ........:p
 
Ma chi erano gli Irochesi, questi amerindi del Nord resi famosi da molta letteratura (e dai films "western")?

Dunque: sotto questo nome gli antropologi riuniscono le tribù che appartenevano alla Lega Irochese o Lega Hau-de-no-sau-nee, un insieme di gente che avevano in comune una stessa lingua, una stessa cultura, gli stessi ordinamenti sociali.

Fino alla fine del '700 gli Irochesi vivevano in un territorio - grande quasi come mezza Europa - compreso tra la foce del fiume San Lorenzo e i Grandi Laghi, ad ovest, e la foce del fiume Susquehanna, a sud, fin oltre la città di New York.

Matrilineari e matrilocali , impressionarono i primi viaggiatori europei per essere fieri, valorosi, talvolta feroci guerrieri e nello stesso tempo tranquilli, pacifici, gentili.

Stupirono inoltre per la loro organizzazione sociale, altamente complessa, e per l'importanza sociale ed il prestigio che tributavano alle donne all'interno delle loro tribù.



:p
 
Per essere più esatti, si dovrebbe specificare che la società Irochese più che una sola era l'equilibrio dinamico di due società: quella femminile e quella maschile, i cui compiti e raggi d'azione erano ben delimitati.

Non è un caso che la lingua Irochese registrasse queste divisioni e che per definire se stesso, questo popolo usasse due termini, uno che significava l'umanità intesa in senso femminile, l'altro in senso maschile.

E' importante notare che anche la struttura spaziale e formale della casa era focalizzata sulla donna.

Essendo il matrimonio esogamico, (obbligo di sposarsi al di fuori del proprio clan) il marito era sempre un po' ospite e un po' straniero nella casa della moglie. La sua vera casa - quella a cui doveva tornare per prendere le decisioni, discutere, informarsi - restava quella della propria madre.

E siccome la casa ed i figli appartenevano al clan della famiglia materna, anche i divorzi erano una decisione soltanto femminile


vi piacerebbe eh:p
 
In conseguenza a questa marcata connotazione sessuale, la divisione dei lavori e delle competenze nella società Irochese aveva funzioni non soltanto sociali, ma anche simboliche, dove le donne si occupavano sia dell'organizzazione della vita sia del benessere fisico e psichico della società, in tutte le sue forme individuali e collettive.

Parlando delle donne Irochesi, Hewitt specifica i loro doveri: "C'erano 'donne capo' che erano ufficialmente incaricate di rappresentare tutte le donne e che dovevano provvedere, con collette pubbliche o richiedendo contributi vari il cibo richiesto per le feste, cerimonie, assemblee generali o per le famiglie che ne avessero avuto bisogno.

Parte dei loro doveri era essere controllori strettissime delle politiche e del corso degli affari che incidevano sul benessere della tribù.

Controllavano scrupolosamente i beni in comune e dovevano evitare che non venissero lesi gli interessi di alcuno, avevano il potere di mantenere i tesori del gruppo (stringhe e cinture di wampum, lavori di aghi di porcospino o di pelle, pellicce, granturco, carne fresca, seccata o affumicata e di ogni altra cosa che potesse servire per sostenere i vari obblighi pubblici).

Inoltre decidevano della disposizione e del contenuto del tesoro".
 
Ed è proprio perché a loro spettava la responsabilità di vigilare sul benessere della comunità che le donne avevano il diritto/dovere di evitare la guerra tutte le volte che, a loro giudizio, poteva mettere in pericolo la società.

Avevano quindi il diritto/dovere di fermare i guerrieri ambiziosi, sempre propensi a partire per qualche spedizione, obbligando i propri figli a non partecipare alla guerra, chiedendo che una vendetta non venisse eseguita - richiedere la vendetta era infatti un diritto esclusivo delle donne - e che al suo posto si accettasse il "prezzo del sangue".

Anche il cibo, essendo fonte di vita, apparteneva esclusivamente alle donne, sia quello coltivato da loro sia quello cacciato dagli uomini.

Gli Irochesi, popolo soprattutto agricolo, basavano la loro alimentazione per circa il 70% sulla coltivazione della terra, che era compito esclusivo delle donne, e per un 30% sui prodotti di caccia e pesca, compito maschile.

In ogni caso all'ingresso del villaggio tutto il cibo passava nelle mani alle donne che ne diventavano le depositarie. Un passaggio non solo reale ma anche simbolico, questo: controllando il cibo, le donne controllavano gli eventi.

Infatti, dando oppure negando le scorte ad un gruppo che partiva per una spedizione di guerra, di fatto le donne esprimevano il loro assenso o il loro dissenso a tale scorreria.

Per gli Irochesi la vita stessa passava attraverso le donne, apparteneva a loro. Non solo


:p
 
Non solo perché essendo matrilineari consideravano i figli legati al clan e al lignaggio materno - mentre la figura paterna aveva il ruolo dell'amico, compagno - ma perché tutti gli interessi e le decisioni di una persona (maschio o femmina che fosse) gravitavano intorno e all'interno del proprio clan materno.

Alla base di questa vita sociale e culturale vi era infatti la owachira (famiglia)

Qualsiasi decisione doveva prima essere discussa all'interno della owachira in un'assemblea alla quale partecipavano tutti gli uomini e le donne in età adulta della famiglia.

Poi, con un complicato sistema di deleghe e controlli le assemblee di clan, tribù, consiglio tribale - sempre all'unanimità - decidevano sullo stesso argomento.

Ma la owachira non era solo questo. Essa dava alla persona anche la propria identità, la propria posizione nei rapporti con gli altri gruppi e con i membri della stessa owachira, dava la coscienza del proprio essere, stabiliva i legami con il passato.

E la struttura della owachira, femminile, influenzava tutta la visione del mondo Irochese, tanto più che per un Irochese il clan, la tribù, la Lega non erano che una generalizzazione, un allargamento del concetto focale di owachira.

:p
 
L'altra struttura che per gli Irochesi aveva un'importanza quasi pari a quella della owachira era il clan: l'unione di più owachira che si consideravano sorelle.

Attraverso il clan veniva precisata l'identità di gruppo, i suoi diritti e doveri nell'ambito sociale, gli obblighi matrimoniali e di vendetta, i legami con il soprannaturale. E questo ultimo punto era molto importante per tutte le tribù amerinde, che avevano un concetto del soprannaturale e del magico molto diverso dal nostro.

Per gli Irochesi tutta la realtà, la materia, non era che il manifestarsi di un principio vitale, una sorta di energia cosmica chiamata orenda.

Un principio che è singolare e plurale nello stesso tempo. Come principio unico e totale è una sorta di forza universale vitale che pervade ogni cosa, essenza, materia, accadimento, frazione di vita del mondo.

Così ogni clan, gruppo e owachira aveva i propri orenda e poiché il clan e l'owachira erano femminili gli orenda erano strettamente connessi alle donne.

E' per questa ragione che i "capi" venivano eletti dalle donne e solo da queste potevano essere destituiti. Custodi della orenda familiare e/o di clan, le donne erano le reali depositarie dei "poteri magici" che rivestivano la figura del "capo".



:p
 
L'unione strettissima della orenda con la vita faceva sì che ogni nascita o morte rafforzasse o togliesse energia all'orenda del clan.

Per ristabilire l'equilibrio magico infranto, dopo la morte di un membro del clan si doveva chiedere la vendetta - che poteva essere un prigioniero da adottare o da torturare, oppure uno scalpo - e toccava alle donne più anziane chiedere agli uomini che appartenevano ai clan di matrimonio dei propri figli di eseguire tale compito.

Si chiedeva la vita con la vita.

Infine, toccava sempre alle donne decidere della possibile adozione del prigioniero nella owachira, adozione che per il prigioniero significava la differenza tra la vita e il palo della tortura.

Ovviamente, quali depositarie degli orenda e perché datrici di vita, soltanto le donne potevano condurre la cerimonia d'adozione, dove l'adottato/a diventava membro del clan a tutti gli effetti in quanto il cerimoniale era inteso come un vero e proprio parto che cambiava la natura della persona adottata. La pratica era talmente comune che diversi viaggiatori del '700 sostenevano che nei villaggi Irochesi si trovavano più persone adottate che nativi.

Il concetto di adozione pervadeva anche la società in senso generale, come dimostra il fatto che l'accettazione di nuove tribù nella Lega avveniva sempre sotto la forma di adozione da parte di una tribù delle Cinque Nazioni. :eek:

:p
 
Le donne, così strettamente legate al sacro e custodi del benessere, avevano una particolare funzione anche nella ricerca dell'oyaron, lo spirito tutelare di ogni essere umano.

L'oyaron poteva manifestarsi in qualsiasi momento della vita, anche prima della nascita, ma alla pubertà ragazzi e ragazze ricercavano il proprio per tramite delle visioni. Aiutati da digiuni e separati dal resto del gruppo, con la sola compagnia di un vecchio o una vecchia ritenuti saggi, gli iniziandi dovevano raccontare al proprio tutore/tutrice i propri sogni e le proprie visioni.

Il vecchio/a, aiutato dalle donne più sagge del clan, decideva quale oyaron si era loro manifestato. Lo spirito tutelare era particolarmente importante sia perché decideva il destino della persona segnandone tutta la vita (ma poteva anche deciderne la morte), sia perché gli oyaron non erano tutti uguali essendovene di più forti e di più deboli.

Chi era legato a un oyaron forte era ritenuto in grado di conoscere sia il proprio destino sia quello altrui, capace di trovare il miglior luogo per la caccia o di prevedere l'esito di una scorreria. Era colui o colei che entrava a far parte della "Società delle false facce".

Qui imparava a conoscere le erbe per guarire le malattie, a controllare le forze benigne e maligne che agivano nel gruppo, a capire i sogni e le premonizioni, a proteggere il gruppo da tutto ciò che poteva nuocergli. Un compito molto prestigioso e che per questo doveva essere accompagnato da una vita irreprensibile, al di sopra di ogni sospetto, soprattutto dal punto di vista etico.

Chi aveva stretti rapporti con il magico non doveva mai essere temuto, pena l'accusa di stregoneria, cioè di essersi alleato con le forze magiche maligne per distruggere gli esseri viventi, accusa che poteva comportare anche la morte.

come va con il sonno?:p
 
Da quanto sopra esposto potrebbe sembrare che la posizione della donna nella società Irochese fosse invidiabile, ma non è proprio così.

Certamente la società Irochese riconosceva un prestigio particolare alle donne, dava loro una posizione sociale che in ben pochi altri gruppi è mai stata riconosciuta. Probabilmente la definizione di società matricentrica si adatta benissimo a questa società, ma la realtà più profonda della cultura Irochese era un dualismo profondo tra il maschile e il femminile, tra il gruppo degli uomini e quello delle donne. Un dualismo che prima che sociale era soprattutto culturale: vita/morte, dentro/fuori, ma anche fisico e spaziale.

Il villaggio era il territorio femminile per antonomasia ed era anche il luogo della gioia, della serenità, il posto senza litigi e senza guerra. Qui viveva il gruppo sedentario delle donne, che stava insieme dalla nascita alla morte, allevava i propri figli, decideva e governava il quotidiano, aveva la responsabilità della vita, del cibo, del benessere di tutti.



:p
 
immagino vi starete chiedendo aquesto punto: ma gli uomini?:D:D

Gli uomini erano il gruppo nomade, gli ospiti temporanei della casa, quelli che partivano, coloro che passavano la maggior parte del loro tempo fuori.

All'uomo apparteneva lo spazio profondo e oscuro delle foreste, lo spazio della caccia e della morte.

Una caccia che era prima di tutto arte (per gli Irochesi come per quasi tutti i gruppi amerindi era molto più importante come si cacciava piuttosto della quantità di selvaggina colpita) e che permetteva di acquistare gloria con la propria abilità, il proprio coraggio, la propria intelligenza.

Gloria che si raccontava al ritorno, alla sera, intorno al focolare della Casa Lunga davanti agli occhi attenti di donne e bambini. Lo spazio delle foreste era anche il luogo dei nemici, degli "altri", il posto dove dare o trovare la morte insieme con una gloria ancora maggiore e imperitura.

Era il sentiero su cui condurre i giovani all'attacco delle tribù nemiche, silenziosi come gli animali che venivano cacciati. Era il sentiero utilizzato per condurre al villaggio i prigionieri, la cacciagione più ambita, dono da portare alle donne, futuri Irochesi o più raramente uomini a cui concedere l'onore del palo della tortura, la morte lenta e dolorosa (poteva durare anche diversi giorni) che misurava il coraggio del guerriero e nello stesso tempo ristabiliva l'equilibrio infranto.

Il palo era la morte più ambita dagli uomini, quella che dava il più grande onore.

Ci sarebbero state altre serate intorno ai focolari dove il nome del morto sarebbe stato ricordato insieme alle sue gesta, onorato e richiamato - non più uomo ma mito - dallo spazio esterno dove vivono gli eroi, dove si caccia beati, dove si vive in perpetua felicità.

Lo spazio della foresta era anche il sentiero che conduceva agli altri villaggi, la strada che portava ai trattati, agli altri clan, al Gran Consiglio. Lo spazio abitato dal "saggio", colui che sapeva convincere, che parlava con gli altri, che trovava le soluzioni migliori. Anch'egli sarebbe stato ricordato nelle tranquille serate, richiamato dal mondo degli eroi per la sua saggezza, per la sua parola, per il suo spirito, per le sue conoscenze

:p
 
Ogni ragazzo, dopo la visione e la scoperta del proprio oyaron, diventava un guerriero a tutti gli effetti e quindi partecipava alla sua prima spedizione, dove avrebbe cercato di conquistare uno scalpo o un prigioniero e con questo il diritto al matrimonio (nessuna donna avrebbe sposato un uomo che non avesse dato prova di coraggio).

Per anni, fino verso i trenta, avrebbe cercato di ottenere prestigio come cacciatore e guerriero, poi avrebbe deciso se continuare a praticare la guerra o invece dedicarsi al "verbo" per divenire un "saggio", un "capo".

Qualunque cosa decidesse l'uomo rimaneva comunque profondamente legato allo spazio esterno, alla foresta, alla morte.

Datore e prenditore di morte, la sua vita era una ricerca continua di gesta da far ricordare, un grande palcoscenico di cui era il protagonista, un racconto epico da rinverdire continuamente, un prestigio che veniva messo in discussione ogni volta e che solo la morte e il mito consacravano per l'eternità. Gli uomini erano il gruppo della gloria e per la gloria.



:p
 
so che siete intrippati al massimo:D, ma per oggi mi fermo qui:p
 
Ultima modifica:
Scritto da Scioc
La maestra ufficiale del regno incomincia a guadagnarsi i suoi sesterzi! :D :D :D :D


Riverente.
:p

sei forte:D:D

ma com'è che becchi sempre tutti gli errori:confused:

cosa fai, passi tutti i post al correttore rima di rispondere?:p :p
 
Scritto da Scioc
ma manco per niente! [E sorvolo sull'errore] :D :D :D


A parte gli scherzi, interessantissimo! :o

La guerra aveva una funzione decisiva per la società Irochese, una funzione fondamentale su cui si strutturava il simbolico.

Naturalmente non era la guerra che conosciamo noi occidentali - massacro indiscriminato perpetrato con armi che uccidono sia i soldati sia i vecchi, le donne e i bambini - ma era la guerra sempre dichiarata e più raramente guerreggiata delle società tribali, fatta di piccole scaramucce tra i gruppi, di vendette che chiamavano altre vendette, di faide secolari.

Una guerra dove era più importante dimostrare il coraggio, lo sprezzo del pericolo, la capacità di affrontare la morte piuttosto che nell'uccidere nemici.

Guerra spettacolo, gioco, un rituale che non mirava alla distruzione del nemico, che con la sua esistenza era il termine "altro" necessario all'equilibrio simbolico. Hale, e non solo lui, nota come la guerra per gli Irochesi non fosse sterminio e non comprendesse l'occupazione del territorio nemico.

Più semplicemente, finiva quando i due contendenti erano stufi di combattere lasciando le cose come stavano prima.Guerra e pace sempre presenti e sempre intercambiabili in un continuo gioco di specchi.

Un sistema che poteva funzionare solo se la guerra non diventava mai guerra per la guerra, strumento dell'ambizione personale di qualche generale paranoico. Proprio per questo il sistema Irochese prevedeva il doveroso intervento delle donne. Loro, dalla parte della vita, dovevano vigilare che il gioco non diventasse troppo pericoloso, quindi mortale per la tribù.

:p
 
Ovviamente, questo meccanismo poteva funzionare soltanto se i nemici avevano lo stesso concetto di guerra: nessuna delle parti in gioco doveva considerare la guerra massacro indiscriminato, un genocidio, altrimenti l'equilibrio si sarebbe rotto con conseguenze disastrose.

Se dall'altra parte la guerra fosse stata intesa come distruzione totale diventava poi difficile stabilire quando e come fermarsi e la guerra rischiava di divenire troppo importante, stravolgendo la società e rendendola schiava del meccanismo militare.

Soltanto una volta gli Irochesi sperimentarono questa forma di guerra. Fu molto tempo fa, forse verso il 1000 d.C., forse dopo, quando si trovarono a combattere contro una tribù forte e potente che rapiva uomini e donne per farne schiavi, una tribù pericolosa e mortale.

Fu una guerra disperata, che li costrinse ad allearsi con tutte le tribù vicine, compresi i nemici tradizionali Uroni e Algonchini. Una guerra lunghissima, forse durata più di cent'anni, che finì, unica eccezione, con la scacciata degli esausti nemici.

Una guerra che forse non lasciò indenne nemmeno la società Irochese; non è un caso che poco dopo si ritrovarono spinte accentratici anche in essa, spinte egemoniche di una tribù sull'altra. Spostamenti ed emigrazioni per cercare di bloccarle sembravano essere soltanto palliativi. Fu allora che gli Irochesi tentarono la scommessa della federazione.
 
Come spesso accade, quell'unica esperienza traumatica si trasformò nel poema epico che narra la storia della lotta degli eroi culturali contro il tiranno, dipinto come mago, stregone, mostro e demone.

Hiawatha, della tribù Onondaga, la stessa tribù del tiranno, e Deganawida, un Urone trasferitosi e adottato dai Cayuga, furono i due eroi a portare a termine vittoriosamente la lotta e il cambiamento.

Il tiranno, di nome Watotarho, era un gigante, un mostro con serpenti al posto dei capelli, con poteri da stregone, capace di uccidere a distanza e che non ammetteva né critiche né discussioni.

Aveva svuotato la forza delle assemblee tribali, dove appariva con il suo seguito di bravacci, terrorizzando tutti e comandando su tutti. Aveva distrutto completamente la famiglia di Hiawatha, costringendo lui e i suoi figli ad andarsene dalla tribù. Hiawatha iniziò cosi il suo percorso a ritroso verso la luce, e solo dopo mille avventure, nuove scoperte, nuove idee, incontrò il profeta Deganawida.

E sarà proprio Deganawida a costruire pazientemente l'unione delle tribù - la Grande Lega - andando di gruppo in gruppo, convincendo tutti della bontà della nuova idea, mostrando vantaggi e svantaggi. Sarà ancora lui a tessere la tela di ragno di intelligenza e astuzia (doti ritenute necessarie ad un "capo" durante le trattative) che porterà il tiranno ad unirsi alla Lega convinto di non aver perduto il proprio potere ed invece lasciato solo e con con armi spuntate.

Alla fine Hiawatha lo libererà dal maleficio che lo aveva ridotto a mostro permettendogli, tornato uomo tra gli uomini, di sedere al suo posto nel Gran Consiglio.

:p
 
Indietro