....è in partenza dal 2° Binario il treno per.....

Il Pianista scende dal treno che proviene da Sondrio. Una volta sul marciapiede guarda in su. Solo allora si rende conto che c'è un'unica stella in cielo e per il resto nuvolaglia. Per lui fa lo stesso. L'importante è che ci sia in giro gente, bordello, confusione. E' la sera del 5 gennaio 1966, festa dei Re Magi a Bellano. Fiere, feste di paese sono il suo pane. E' lì per quello. Mica per la festa. Per il bordello, la confusione. La possibilità di rubare qualcosa: portafogli, orologi, magari un motorino, vedrà.
Lo chiamano Pianista per via delle mani magre, le dita affusolate. Il resto, la scoliosi, il naso a becco, i capelli neri lunghi e unti, non contano. Un ladro si misura dalla mani. Con quelle si sistema le palle ed esce dalla stazione. Alle sue orecchie giungono note diffuse da un altoparlante, la festa sta cominciando. Esce dalla stazione riflettendo che per quella sera i caramba avranno ben altro da pensare che a lui. Quattro passi ed è in paese. L'aria è fredda, pregna di odori forti, vin brulè e trippa. L'atmosfera è vibrante, finestre illuminate, voci. Si sente che la festa è imminente. Glielo avevano detto che per Bellano quella è una sera particolare, da favola, che attira un sacco di gente. Bene. Sono le sei, il cielo una nuvola unica, quell'unica stella sparita. Il Pianista decide di fare prima di tutto un giro di ispezione. Individuare i luoghi giusti, quelli dove la gente si accalca, si stringe. Dove le sue mani magre, le sue dita affusolate possono avere tutto il comodo di lavorare. Anche quelli isolati, dove si parcheggiano motorini, macchine. In qualche modo dovrà tornare a casa se non gli riuscirà di prendere l'ultimo treno, alle undici. Motorini e macchine non hanno segreti per le sue mani. Una volta fatta la ricognizione, si infilerà in un'osteria: un piatto o due di trippa, un mezzo di rosso, per prepararsi alla notte di lavoro.

Da "Pianoforte vendesi" di Andrea Vitali
 

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Camminai fino a non pensare più
Che a portarmi fino a qui eri stata tu
Nascosta nei miei sogni come ieri
Sola dentro di me, nei miei pensieri
E così è oggi, così era ieri
Sopra un treno ad una sola direzione
L’Impossibile la mia destinazione
Sopra un carro trascinato da un leone
Viaggio verso di te senza più ore
Un tempo nuovo che ho nel cuore

Prima o poi tu saprai la verità
Non é una, ma qualcosa che si muove
Da infinite possibilità d’errore
Nacque un giorno così tra noi l’amore
Apri la porta se lo sentirai bussare.


http://www.youtube.com/watch?v=Td-y9fnqcZ8

Apri la porta - Sergio Cammariere
 

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Mafalda, Tubicina....
io ho già finito il restauro, mi spiace per voi che non siete entrati in società con me.
Guardate un pò che roba : :p

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Ciao ciao e buona giornata,
Artemio.
:)

 
Quel treno di quaranta' anni fa...

Sembrano lontani anni-luce i ricordi di una trascorsa giovinezza. L’ansia per quel breve viaggio, che avrebbe sancito l’inizio di una lunga estate metapontina, tra limpide acque e doratissime spiagge non erose ci facevano, da bambini, fremere al punto da passare frequenti notti insonni. Si partiva alle 8,30 su una gremita corriera, con la radio che scandiva “Sapore di sale” di Gino Paoli, “L’isola di White” dei Dik Dik, “Azzurro” di Celentano. L’odore intenso della marina già si avvertiva in prossimità del passaggio a livello della stazione di Metaponto, mentre la frequente attesa dovuta al transito di qualche convoglio merci o passeggeri non spezzava il sottile filo magico che univa la fantasia all’intensa stimolazione olfattiva. Tutto era più naturale e piacevolmente genuino. Non conoscevamo i condizionatori né il traffico pazzesco di questi tempi frenetici. I finestrini aperti creavano un piacevole turbinìo di vento misto ad intensi profumi d’oleandro. Domenica 6 luglio 2008, tutti in auto per la partenza puntuale alle 8,30: destinazione mare. I bambini hanno riposato poco, per via di una analoga frenesia di correre sulla spiaggia. Imboccato il nuovo svincolo sulla Basentana, noto nello specchietto retrovisore un poderoso scintillìo di luci accese che sopraggiungono. Le auto che mi precedono sono così tante che non ci si può distrarre, mentre la radio trasmette musiche più ritmate e canzoni meno romantiche. Neanche cinque minuti, giunti all’altezza del bivio della frazione Giulianella (a circa 3 Km dal nuovo svincolo in fase di realizzo sulla S.S. 106 Jonica), l’inattesa coda: migliaia di auto incolonnate che procedono a ritmo alternato, 10 secondi ferme e 10 secondi a passo d’uomo, giusto per percorrere pochi metri. C’è voluta più di un’ora, sotto il sole cocente e l’asfissiante tanfo dei gas di scarico per arrivare al bivio-rotatoria sulla 106. Mi chiedo: non si potrebbe modificare quell’alternanza portandola all’ordine dei minuti, invece dei secondi? Come se si dovesse aspettare il passaggio di quel treno di quarant’anni fa. Nell’attesa, una volta spenti i motori e usciti dagli abitacoli roventi, avremmo di nuovo assaporato i caldi profumi dell’estate metapontina. Ma soprattutto, in quell’attesa meno nevrotica e insofferente, avremmo potuto raccontare ai nostri bambini di una domenica d’estate di tanto tempo fa.

Antonio Forcillo

http://www.youtube.com/watch?v=R76Abv8-Mbc


http://www.youtube.com/watch?v=DJZWGnqSRQ0

http://www.youtube.com/watch?v=DSxFSwdLzEg
 

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E mentre brucia lenta questa sigaretta
io sto seduta qui, che non ho fretta,
ti ascolto, dimmi, tanto è come l'altra volta
facciamo pace a letto e non dentro la testa,
chiunque ci sentisse in questa discussione
direbbe lei cretina ma lui che gran ********.
Oh, quante bugie mi hai detto, dove ti ho trovato,
in quale maledetto giorno t'ho incontrato,
lo sai che se ti guardo adesso non mi piaci
ridammi le mie chiavi, dimentica i miei baci,
non voglio più nemmeno toccare le coperte
dove ti sei sdraiato, dove ti senti forte.
Che cosa c'è da dire, cosa c'è da fare.
Siamo due cuori affetti dallo stesso male.
Non c'è niente da dire,niente più da fare.
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè.
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia,
vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore.
E mentre brucia lenta questa sigaretta
sorrido fingo e ti accompagno sulla porta,
io nei tuoi occhi leggo Scusa un'altra volta
poi la tua schiena si allontana quanto basta
così ti vedo andartene su queste scale
da questo astratto amore, da questo stesso male, che mi fai.
Che cosa c'è da dire cosa c'è da fare.
Siamo due cuori affetti dallo stesso male.
Non c'è niente da dire, niente più da fare.
Portati via le tue valigie, il tuo sedere tondo, i tuoi caffè.
Portati via i fiori finti, la tua faccia, la tua gelosia,
vai via, portati lontano da me.
Portati via tutto questo amore che non è mai amore.
portati via
portati via
vai via portati lontano da me.
E mentre brucia lenta questa sigaretta
io sto seduta qui non ho fretta

http://www.youtube.com/watch?v=rwpTIwRrb6E
MINA "Portati via" Mare in burrasca
 

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The Big Journey -Diretto da: Michael Engler
Sex and the city

Trama
Carrie affronta un terribile viaggio in treno con Samantha per promuovere il suo libro e incontrare Big, che però vuole passare la notte a parlare di quanto e come l'ha fatta soffrire. Charlotte viene sedotta dal suo avvocato divorzista, Harry Goldenblatt.

http://www.youtube.com/watch?v=9_vbEMOb5_4&feature=related
 

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TITO & TARANTULA ::: Screaming Silent Train
http://www.youtube.com/watch?v=ALBiD0ExQfs

“Mi sono innamorata dell’ultima persona di cui avrei dovuto… eravamo fatti di una materia impossibile di legare. Non ha mai capito l’abc della mia vita, non mi ha mai capito come essere umano, come persona…. Ancora mi chiedo perchè ho sopportato tanto, perché sono tornata sempre. (…) Una notte mi chiamò, disperato, chiedendomi che andassi da lui. Io ero con qualcuno che mi amava e lo lasciai per andare a passare una notte con lui. E ricordo che l’unica cosa che abbiamo fatto è stato quella di metterci schiena contro schiena, a leggere un libro, lui il suo, io un altro. Il mattino dopo lo presi dalla testa e gli dissi: sei un asino, Onetti, sei un cane, una bestia. E me ne sono andata”.

Idea Vilariño ( questa e' tosta ..... OK! )
 
Verrà l'estate
sarà nel vento
nel fiato caldo dietro le persiane
nelle campagne gialle consumate
nelle strade vuote

Verrà l'estate
senza avvisare
Un treno lento che costeggia il mare
Sul marciapiede vuoto alla stazione
ti farai trovare

Sempre ti aspetto
Apro per te ogni finestra
respiro e l'aria e' fresca

Salterà i muri,
le cancellate
Starà nei pozzi, in fondo ai corridoi
E verrà a prenderti, a portarti fuori

Sempre ti aspetto
salvami stanco e infelice
Nell'aria la tua luce


"Verrà l'Estate" - Pacifico - Malika

http://www.youtube.com/watch?v=ZIsTfDRzV1c
 

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Eleonora Duse era irrimediabilmente malata di tubercolosi. Nei suoi polmoni tirava ancora il vento gelido di quando era piccola e aggirava, vestita a lutto, la paura della morte. E a peggiorare le cose, più tardi, si era aggiunta anche una violentissima forma d'asma. Di questa difficile situazione ne parla uno fra i dottori più fidati della Duse. Il giovane medico bolognese Gino Ravà che, in una lunga lettera, racconta anche un piccolo aneddoto legato alla vita dell'attrice:
"Vado e la trovo in uno stato pietoso. asma, espettorazione purulenta abbondantissima, depressione nervosa tale da non lasciarle azzardare a viaggiare da sola. La convinco facilmente a partire con me. Bisognava rimetterla in forze fisiche e morali; aveva necessità di un luogo tranquillo e pieno di conforto: pensai di condurla la lago di Dobbiaco ove era un albergo adatto. Ricordo sempre il nostro arrivo col treno a Dobbiaco e l'attesa lunga, e per la Duse penosissima, cui fummo obbligati per ottenere una vettura che ci conducesse al lago, distante tre chilometri. Eravamo seduti davanti all' unico albergo riaperto allora dopo le distruzioni della guerra, e Eleonora attendeve seccata e sofferente, quando vidi giungere una automobile di lusso aperta, sulla quale erano un uomo aitante e una giovane signora. Si fermano e si slanciano meravigliati a salutare la Diva. Egli le bacia la mano e la giovane le se inginocchia davanti piangendo. Io mi trattengo in disparte. Si trattava della popolarissima giovane attrice Vera Vergani e del drammaturgo e regista Dario Niccodemi. Dopo averla salutata con grande effusione, i due risalirono sulla loro costosa automobile e ripartirono. L'amaro commento della Duse fu: "Queste giovani attrici quando mi vedono piangono per la commozione! Tenessero le lacrime per altro!". "Signora - le dissi - siamo qui disperati perchè non riusciamo atrovare una carrozzella e lei si lascia sfuggire quella bella automobile". Sorrise, Non ci aveva pensato. Così facilmente dimenticava a un tratto sè stessa. E forse fu questa facoltà portentosa che l'aveva resa la più grande attrice del suo tempo....".
 

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Eleonora Duse: "Almeno a lei non mancherà niente!"

Giuseppe Primoli, il conte, amicissimo devoto di Eleonora, fotografo “quasi” ufficiale della Duse privata, fonte più o meno “autorevole” di ricordi vari sull’attrice, press-agent e mentore e destinatario di molte missive della “divina” :
«E’ nata su un treno il 3 Ottobre 1859 [sic!] da padre repubblicano e da madre veneziana, figlia della gaiezza e della poesia. I suoi genitori erano poveri attori d'infimo ordine che giravano per la provincia, spesso senza trovare nè pane nè alloggio. Ha sofferto il freddo e la fame. Più d'una volta ha chiesto l’elemosina.

Mentre il padre e la madre andavano a recitare la sera, la piccola restava sola in casa, senza luce naturalmente, per economia; la solitudine e l'oscurità spaventavano la bambina al punto che saliva sul tetto, preferendo rabbrividire sotto le stelle nei suoi miseri cenci anzichè aspettare il ritorno dei genitori, tremando di paura in un angolo della cameretta buia.

Un giorno ebbe una grande gioia; un signore, colpito dalla sua gentilezza e dalla sua grazia, le diede una bambola che era, o che le sembrava, una vera meraviglia. Lei conserva ancora un ricordo meraviglioso di quel giocattolo, e non vuole che se ne metta in dubbio la bellezza. Fu una compagnia per lei, non era più sola, le parlava coi suoi occhi celesti di porcellana, non aveva più paura e non saliva più sui tetti per paura di far prendere il raffreddore a sua figlia. Insomma, tutta questa sovrabbondanza di sentimentalità che traboccava in lei, la riversava sull'oggetto amato che si animava alle sue carezze (come le madonne davanti agli slanci di fede dei devoti). Quando andavano a Verona o a Vicenza a recitare, la coppia abitava in case di povera gente.

Non avevano guadagnato soldi, e alla vigilia della partenza il padre si accorge che non puo' pagare l'affitto. Va dall'uomo che gli subaffittava la camera e gli espone con tutta franchezza il suo caso. Fra povera gente si è spesso e volentieri più indulgenti che fra il gran signore e l'indigente; ci si sente più esposti a una vita simile, e ci si mette più volentieri nei panni del proprio collega in povertà. "Pazienza", dice il brav'uomo, "voi non avete guadagnato abbastanza, non potete pagare sentite, vostra figlia ha una bambola che a mia figlia piace tanto, ha tanto voglia di averla, voi dategliela e siamo pari". Il padre dovette ringraziare per questo generoso baratto, andò da sua figlia, e la trovò che cullava la propria figlia di porcellana. La guardò, e non ebbe il coraggio di parlarle. In due parole mise la madre al corrente dell'accaduto, e la incaricò di farsi dare la bambola. La madre prese la bambina fra le braccia come la figlia teneva la sua bambola. Le fece comprendere tutta la loro povertà, e il sacrificio che ci si aspettava da lei. “Va bene" disse la piccola, senza versare una lacrima "ma voglio darla io stessa". E andò direttamente dalla figlia del proprietario: "Prendi" le disse, tendendole sua figlia - E ritornò da sua madre, a mani vuote. Era talmente povera che il pezzo di misero tappeto sul pavimento davanti al letto di quella gente le sembrò il massimo del lusso. "Almeno lei non mancherà di niente" - si disse.

Il giorno dopo lasciando la casa la piccola volle gettare un ultimo sguardo nella camera della nuova madre di sua figlia - quale non fu la sua disperazione quando vide, sul pezzo di tappeto che l'aveva tanto colpita la sera prima, la bambola sventrata, decapitata, in mille pezzi. Lei che non aveva pianto al momento del sacrificio scoppiò in lacrime alla vista di quella mutilazione, di quello scempio. La miseria le tolse presto la madre: lei m'ha confessato senza falsa vergogna che più d'una volta fu ridotta a tendere la mano. Era orfana in una compagnia di guitti che giravano per le fiere e durante gli intervalli facevano i cavadenti. Cresceva come poteva».
 

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ETTORE BUGATTI....NON SOLO AUTO!

Pur essendo un costruttore di automobili, nel 1932 Ettore Bugatti comincia ad impegnarsi con il governo francese per la relizzazione di un treno passeggeri mosso da motori a scoppio. Il progetto andrà in porto e i treni Bugatti diverranno una realtà. Spesso si dice che Bugatti abbia progettato le motrici ferroviarie solo per reciclare gli enormi motori delle Royale rimaste invendute (e mai reliazzate per intero), visti i risultati, sembrerebbe proprio che il motivo non fosse solo quello. Certo l'azienda era in difficoltà ma questo progetto per Ettore doveva essere anche un sorta di sfida.

Per la cronaca le motrici ferroviarie Bugatti hanno prestato molti anni di onorato servizio nelle ferrovie francesi, conquistando anche un record di velocità su rotaia (196 Km/ora) per motrici non a vapore. Erano mosse da 4 motori Bugatti Royale (gli stessi usati sulla Bugatti omonima) da 11.000 cc. e 200 Cv. accoppiati alla trasmissione tramite giunti idraulici. I treni Bugatti furono sostanzialmente un successo e forse anche una sorta di rivincita di Ettore sull'insuccesso commerciale della Royale.
Proprio mentre il padre era impegnato nella realizzazione del suo treno Jean sviluppava la 57 ovvero quella che, guarda caso, sarebbe divenuta la Bugatti di maggior successo.
 

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Era un deserto la stazione
e la valigia era pesante
vuoi darla a me, se vuoi t'aiuto
che il treno parte tra un istante
faceva caldo in quel vagone
l'inverno fuori nevicava
la conoscevo da un minuto
e il mio viaggio incominciava
Aveva gli occhi troppo azzurri
per non restarla ad ascoltare
lei si voleva raccontare,
ma confondeva le parole,
nella sua voce da straniera
un sottilissimo dolore
si disegnava sulle labbra
ad ogni battito del cuore.
Via, torno a casa mia
la mia vita qui
non funziona piu'.
Tutto, scorre troppo in fretta
che se resto qui
porta via anche me.
Il treno adesso andava al buio
che il giorno s'era fatto tardi.
Le mani bianche come neve
lei che stringeva i suoi ricordi.
Io le parlai dei miei viaggi
e dei miei sogni nel cassetto,
lei tormentandosi i capelli:
io dei miei sogni ho perso tutto
al mio paese girasoli
e poca vita da sperare
si fa fatica a non partire
si fa fatica a ritornare
e un giorno prendi la tua faccia
e vai lontano e vendi amore.
Io ci ho provato e te lo giuro
non l'ho saputo sopportare.
Via, torno a casa mia
dove piu' nessuno
mi rincorrera'.
Via, torno al mio paese
dove chi mi aspetta
non lo sapra' mai.
Alla frontiera era mattina
e lei parlava lo straniero
prima di scendere dal treno
disse ti sento amico vero
il mio paese e' in cima al mondo
non ci si arriva di passaggio
mi diede un bacio da bambina
buona fortuna e buon viaggio.


http://www.youtube.com/watch?v=qvpfD85Y5S4

Pooh Buona Fortuna E Buon Viaggio
 

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è una sciocchezza, dice la ragione
è quel che è, dice l'Amore.
è un incidente, dice il calcolo
è solo dolore, dice la paura
è inutile, dice il giudizio
è quel che è, dice l'Amore.
E' ridicolo, dice l'orgoglio
è impossibile, dice l'esperienza
è quel che è, dice l'Amore.

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C’è una musica in quel treno
che si muove e va lontano
musica di terza classe
in partenza per Milano
c’è una musica che batte
come batte forte il cuore
di chi parte contadino
ed arriverà terrone.
C’è una musica in quel sole
che negli occhi ancora brucia
nell’orgoglio dei braccianti
figli della Magna Grecia
in quel sogno di emigranti
grande come è grande il mare
che si porta i bastimenti
per le Americhe lontane
(E chi parte oggi pe’ turnare crai(1)
e chi è partuto ajere pe’ un turnaremai).
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.
Grande sud che sarà
quella musica del ghetto
di chi va per il mondo
e si porta il suo dialetto.
(None none none none
Lieva la capa da lu sole
Ca t’abbruciarrai lu viso
Perdarrai lu tuo colore
None none none none
Piglia lu libro e va alla scola
Quando te ‘mpari a legge e a scrive
Tanto te ‘mpari a fa l’amore)(2)
C’è una musica nei sogni
di chi dorme alle stazioni
negli antichi sentimenti
delle nuove emigrazioni
c’è una musica nel viaggio
dalla terra di nessuno
di chi porta nel futuro
i tamburi del villaggio.
(Zehey maro nandeha
Nandeha ny lefa jialy
Nmatsiaro anareo
Matsiaro antanana).(3)
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.
Grande sud che sarà
quella musica del ghetto
di chi va per il mondo
col suo ritmo maledetto
E sarà quel racconto
E sarà quella canzone
Che ha a che fare coi briganti
E coi santi in processione
Che ha a che fare coi perdenti
Della civiltà globale
Vincitori della gara
A chi è più meridionale.
(E chi parte oggi pe’ turnare crai(1)
e chi è partuto ajere pe’ un turnaremai).
(Zehey maro nandeha
Nandeha ny lefa jialy
Nmatsiaro anareo
Matsiaro antanana).(3)
(Muessi warire ure,
muesi warire ja,
muesi wala niripachungo) (4)
(wash ddani ghir lsani ma bqit nawed tani
wash ddani ghir Imor ma bquit nawed sar). (5)
Grande sud che sarà
quella anonima canzone
di chi va per il mondo
e si porta il sud nel cuore.

http://www.youtube.com/watch?v=H3biDWU7-rU&feature=search

Eugenio Bennato Pietra Montecorvino - Grande Sud
 

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“Inizio estate, sole già caldo sulla Riviera Romagnola. Nella biglietteria di una piccola stazione, un grande ventilatore dà un parziale sollievo.

In fila aspettano una coppia di quarantenni e la loro figlia, una ragazzina di dodici anni, lunghi capelli lisci e occhiali da vista dalla montatura spessa. La ragazza è emozionatissima, non vede l’ora che sia il loro turno, che finalmente dall’altra parte del vetro si materializzi il biglietto per la felicità. Parigi! Primo viaggio all’estero della sua vita. L’avventura di un’intera giornata in treno, a respirare ogni paesaggio, e la sera arrivare in quella città sconfinata, che di sicuro la lascerà a bocca aperta, senza parole, ad ascoltare solo il suo batticuore.

Ecco, tocca a loro.

“Buongiorno, mi dica”, fa il bigliettaio al padre.

“Buongiorno. Vorremmo prenotare tre posti sul treno diurno da Bologna a Parigi, per il due del mese prossimo”.

Le parole magiche son tutte qui.

“Il due? – si stupisce il bigliettaio – Ne è proprio sicuro?”

Il padre è colto di sorpresa: “Sì, perché?”

“Se vuole farsi il viaggio in treno – consiglia l’uomo, sfogliando l’orario – quel giorno lì glielo sconsiglio proprio”.

“E perché?” fa eco la madre.

“Perché sarà il giorno più pieno dell’anno, a Bologna sarà un carnaio, rischiate di partire già stressati. Tra l’altro, il treno è quasi del tutto pieno, e quel giorno lì è facile che porti ritardo”.

Lo sguardo della madre trasmuta in una smorfia.

Il bigliettaio si sporge leggermente verso il padre, in fila non c’è nessun altro.

“Sa cosa farei, se fossi in voi?”

“Cosa?” chiede il padre, brusco. Rinunciare, non se ne parla. Sono i suoi unici giorni di ferie dell’anno, vuole goderseli con la famiglia in un posto che non sia il solito mare. E poi c’è la promessa fatta a sua figlia.

“Partirei o di sera, con le cuccette, che però costano di più, oppure il giorno dopo, il tre, quando sarà tutto molto più tranquillo. Potrete scegliere i posti, ci sarà meno ressa”.

La figlia mette il broncio. Ogni ora in meno a Parigi le pesa come una zavorra. Se potesse, partirebbe all’istante.

“Datemi retta – conclude il bigliettaio – Perderete un giorno di vacanza, ma poi la vivrete in modo decisamente migliore”.

Il padre esita. Sacrificare un giorno di vacanza su dieci non è mai piacevole. “Papà, partiamo lo stesso!”

“Invece, secondo me – interviene la madre – il bigliettaio ha ragione. Meglio rimandare al giorno dopo. Sono stanca, non ho voglia di partire già stressata”. La figlia la guarda storta.

Il padre riflette. Cerca di immaginarsi come potrebbe essere la stazione di Bologna quella mattina. Non ci riesce, non l’ha mai vista piena, a Bologna ci sarà andato sì e no tre volte in tutta la sua vita. Ma il pensiero di quella bolgia lo atterrisce. No, il casino prima di partire, no.

“Io le ho detto quel che penso – taglia corto il bigliettaio – poi decida lei”.

Dietro i tre arrivano altri turisti.

“Va bene – si rassegna il padre – Partiamo il giorno dopo, il tre. Se si può fare il viaggio con più calma…”

“Papà…”

“Cristina, dai, alla fine un giorno non cambia nulla”.

La figlia cova una rabbia sorda, ma si adegua. Ora quel biglietto non le sembra più così magico. Mentre escono, i genitori cercano di convincerla della loro scelta. Un gelataio accorre in loro aiuto.

“Ricordiamoci di avvisare la Gemma e Ido” dice il padre, passando davanti a una cabina telefonica.

“Non penso sia un problema – risponde la madre – e a Paolo farà piacere”.

__________________

Quelle tre persone erano mio padre, mia madre e mia sorella.

Il due, la stazione di Bologna saltò in aria.:(

Se quel bigliettaio non avesse insistito, mi sarei con ogni probabilità ritrovato, a cinque anni, orfano di padre e madre, e privato di una sorella di dodici anni che mi insegnava a leggere e scrivere. Non so con chi, né come sarei cresciuto. Mio fratello non sarebbe mai nato. E le vittime sarebbero state ottantotto. Perché i miei e Cristina dovevano essere lì, su quel binario, a quell’ora.
Per questo, tutte le volte che vedo la grande lapide vicina alla sala d’aspetto ho un brivido freddo, e penso agli ottantacinque innocenti che non ebbero la fortuna di imbattersi in quel bigliettaio, così tanti proprio perché quel giorno la stazione era davvero un fottuto carnaio. E quando sento della libertà a Fioravanti, o dell’assenza di esponenti del Governo alle commemorazioni del trentennale, mi incazzo come per poche altre cose. Perché quel giorno lì qualche ********, fin troppo noto per far finta di nulla, gettò nella disperazione ottantacinque famiglie, e quasi ci riuscì anche con la mia.

I miei genitori hanno cercato di rintracciare il bigliettaio che inconsapevolmente salvò loro la vita. Non c’era più, era stato trasferito e nessuno ricordava dove. E quel ringraziamento è sempre rimasto in sospeso. Non so se, dopo trent’anni, quell’uomo sia ancora vivo, se sia in pensione, e se gli sia mai tornato in mente quel consiglio disinteressato dato a tre perfetti sconosciuti. Ma oggi più che mai voglio e devo dirglielo: ovunque lei sia, grazie, signor bigliettaio.”
 

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Il Venice Simplon-Orient-Express è il set deccezione dellultimo spot di Chanel N°5.
La realizzazione di questo cortometraggio è stata affidata al regista francese Jean-Pierre Jeunet e presenta l'attrice Audrey Tautou quale nuovo volto della mitica fragranza. Il regista ha voluto ricreare latmosfera di un incontro romantico a bordo del leggendario Venice Simplon-Orient-Express.

Nel filmato un uomo, interpretato dal modello Travis Davenporte, si innamora del profumo di una donna, Audrey Tautou, mentre viaggia a bordo del Venice Simplon-Orient-Express. Grazie alla sua inconfondibile scia, l'uomo ritrova la cabina della ragazza, ma non osa disturbarla. Una volta arrivati nella vibrante città di Istanbul, destinazione finale del Venice Simplon-Orient-Express, si perdono di vista e si ritroveranno grazie alla fragranza unica di Chanel N°5.
Nella nuova campagna pubblicitaria, il seducente potere senza tempo di Chanel N°5 si incontra con il mondo raffinato e sensuale del Venice Simplon-Orient-Express.


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Le train bleu è un balletto di Darius Milhaud, composto su commissione di Serge Diaghilev per i Balletti Russi, su un soggetto di Jean Cocteau.

La storia narrata nel balletto non presenta un grande né articolato sviluppo in quanto tratta di una giornata qualsiasi vissuta dalla borghesia parigina in vacanza sulla Costa azzurra, capolinea del treno da cui l'opera prende il nome. In questo contesto vengono rappresentati i giochi dei villeggianti, i loro passatempi e i loro scherzi, in un clima leggero, superficiale e frivolo.

Lo sfondo della scenografia era costituito da un'enorme tela (10,4 per 11,7 metri) decorata con il dipinto del 1922 di Pablo Picasso intitolato "Deux Femme Courant Sur La Plage, gli eleganti costumi furono invece realizzati dalla giovane Coco Chanel.
 

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Presi il treno e cercai un posto
dove sedermi e dal vetro vedere
scorrere in illusione il paesaggio
da sempre uguale e immobile.
Volti confusi con me seduti
come me illusi dello scorrere
e fermo il treno con il suo tempo
mentre eravamo tutti in viaggio
Ad ogni fermata cambiavano i volti
a quelli spariti altri al loro posto
ed uno dopo tanti quello che come me
vedeva gli stessi colori al mio fianco
Insieme attraversammo valli e gallerie
tra raggi di sole e scrosci improvvisi
volti giovani e sognanti vicini a noi
ad ascoltare il nostro viaggio passato
Scesero con le valigie piene di sogni
alla nuove fermate per altri treni
da prendere verso altre mete lontane
lenta la corsa riprese senza di loro
Coscienti del paesaggio immobile
lasciammo che la sera calasse su noi
salutammo dal vetro il sole e le ombre.
Corre quel treno con noi ancora seduti
qualcuno dirà che presto si scende
uno di noi due tirerà giù la valigia
l’altro continuerà da solo e muto
tra sedili vuoti e ricordo di voci e volti
Qualcuno dirà che prossimo è l’arrivo
la notte raccoglierà l’ultimo sibilo
l’ultimo stridore di freni
gli ultimi passi sulla banchina
di una stazione ignota

Claudio Pompi
 

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Io sono semplicemente innamorato del treno, dei viaggi in treno. Ancora una volta, perché dal treno vedo, vedo tutto quello che si trova in mezzo fra la stazione di partenza e quella di arrivo. L’aereo è veloce e magnifico -mi piace per altri motivi, che hanno a che fare con la panna montata- ma fornisce una conoscenza del mondo a macchia di leopardo. Spot. Parti da Milano. Spot. Fai scalo a Roma di cui non vedi altro che il terminal. Spot. Sorvoli i continenti e atterri a Malé, l’isola-città perfettamente quadrata capitale delle Maldive. Neanche a Malé ma al suo aeroporto, che è una lingua di sabbia a un paio di chilometri di distanza. Sei salito a Milano, scendi ai tropici. Cosa c’era in mezzo, chi lo sa. Prendere il treno per andare fin laggiù sarebbe impossibile per ovvie ragioni, ma ammettendo che si potesse fare, quanto mondo si conoscerebbe? Correre sulle rotaie da Milano a Trieste e poi lungo il tracciato del vecchio Orient Express, attraverso le montagne della penisola Balcanica -o invece più a Nord, lungo il Danubio- fino al Bosforo. Attraversare Istanbul e l’intero altipiano anatolico, vedere i monti del Tauro e poi piegare verso sud, entrando nella valle dell’Eufrate, fino a Baghdad. Percorrere -in autobus o peggio, temo- gli altopiani iraniani e guardare le montagne che si fanno sempre più alte, scintillanti di nevi perenni sulle vette inaccessibili. Ritrovare i binari in Pakistan e scendere grazie alle ferrovie inglesi tutta la costa dell’India, vedere le foci dell’Indo, Bombay, Bombay, Goa. E poi imbarcarsi e raggiungere Malé con la nave, attraverso l’Oceano. Quanto mondo si vedrebbe?
Perciò amo il treno. Perché dal vagone che corre in mezzo alla pianura la puoi guardare, e forse capire. E stazione dopo stazione ti accorgi del mondo, del paesaggio, degli uomini che gradualmente si trasformano, per diventare da quelli di casa tua, quelli della tua meta. Il treno passa nel mondo, non sopra. Dentro.

(Il gatto certosino)
 

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Due biglietti per favore
quarta fila io e te
giusto in tempo c'è la pubblicità
ci sono due posti più in là

Poggia pure il tuo cappotto
gente avanti non ce n'è
quell'attore piace tanto anche a te
ma lei da meno non è

Guarda come sono bravi a fingere gli attori quando baciano
sembrano quei baci che ogni tanto mi vuoi regalare tu
dentro false luci colorate hanno i cuori che non battono
lui che mi somiglia da morire lei fa quello che fai tu

Tu ora che non sogni più
sei convinta che non servono le favole
dai torna come prima tu
voglio darti anch'io di più
Sai non è facile
aver dentro un'emozione senza te
Non arrenderti
dai non piangere
Se stiamo qui non è finita ancora
riscopriamo un po' di me
se c'è ancora dentro te
sentirai sotto la pelle un treno correre

E vedrai che questo amore tornerà a salire su
incolliamo un cuore rotto
Senza fingere come gli attori che vedi lassù

È difficile almeno provaci
Non vedi come è bella quella scena
sembra scritta per noi due
Ferma quell'immagine
Per salvare il nostro amore n questo cinema
Guarda gli altri come fanno
prova a farlo pure tu
quegli abbracci che si danno
sono ancora più veri di quelli che vedi lassù

Luci e titoli di coda
la tua mano nella mia
due biglietti per favore
per rivivere ancora la storia non voglio andar via

Gigi D'Alessio - Dentro Un Cinema
http://www.youtube.com/watch?v=PqwG9tP-51w
 

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