Eccolo il centrosinistra senza troppi Casini

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Vendola marca il suo peso nel risultato: «Monti archiviato, il voto chiede il cambiamento. Ma non faremo trattative litigiose sul programma». No all'Udc. Terza gamba centrista nella coalizione Nessuna apertura a De Magistris. Niente lista unica e consultazione per la scelta dei candidati Il Bersani day after ha un rovello: come trattenere il tesoretto di Renzi

DANIELA PREZIOSI - 04.12.2012
La soddisfazione è «grande», dice Nichi Vendola ieri pomeriggio alla fine della riunione della direzione di Sel. C'è da crederci: forse anche più grande del primo turno delle primarie, dove pure ha partecipato in prima persona portando a casa un 16 per cento che a qualcuno era sembrato un risultato non smagliante. E non solo nella sinistra radicale, che pure non gli risparmia accuse di «essere prigioniero del Pd», come ieri ha detto il trozkista Marco Ferrando, ma come in realtà ha ripetuto quasi all'unanimità l'assemblea degli arancioni di sabato. «Nessuna prigionia», risponde Vendola, senza interesse per la polemica a sinistra. Quello che tiene a sottolineare è altro: dati alla mano, «il voto delle primarie per Bersani ha dato un segno marcatamente di sinistra. Dalle urne esce la domanda di cambiamento». Vendola rivendica il risultato di Sel al secondo turno. A Roma Bersani sfiora il 70 per cento, contro il 32 di Renzi, incassando quasi per intero i voti di Sel; tanto per fare un esempio, nel popolare quartiere del Tufello, enclave vendoliana dove il presidente della Puglia aveva preso il 55 e Bersani il 35, il leader Pd poi prende 93 per cento. Risultato notevole, e a trazione di sinistra, anche a Napoli (e non a Salerno, feudo del sindaco De Luca, che incassa la percentuale più bassa della Campania). In Umbria i voti di Sel ribaltano l'iniziale vittoria di Renzi al primo turno.
Ora Vendola più che passare all'incasso vuole stabilizzare l'asse privilegiato con Bersani, spingendolo a leggere il voto come «la necessità di una svolta che riguarda i giovani, la scuola ferita e il mercato del lavoro». Quel famoso «profumo di sinistra» che Vendola ha chiesto, e che Bersani ha citato la notte della vittoria. Non una trattativa sui singoli temi, «non il manuale Cencelli», dice Bersani, «L'alleanza non va considerata una resa, ma non intendiamo nemmeno ribadire le nostre differenze con un petulante litigio sul programma», conferma Vendola. «Non faremo la sinistra del centrosinistra», spiega Gennaro Migliore, «ci rivolgeremo a tutti e i nostri temi verranno introdotti nel programma della coalizione, puntiamo a una rivoluzione culturale del centrosinistra».
Vendola punta a imbullonare il programma della coalizione ai temi della sinistra: la Carta di intenti, dice, archivia l'ipotesi di un Monti bis e della sua agenda, anzi ne celebra il «funerale». Ma sarà una bella fatica. Ieri a Porta a Porta Bersani già professa il rigorismo montista: «Per reggere i sistemi di welfare, parlo della sanità per esempio, inevitabilmente viene il momento in cui, almeno per certe parti di quel servizio, ci vuole una contribuzione diretta anche per regolare il flusso delle spese».
Poi c'è il tema della coalizione. Stando ai sondaggi, ragiona Vendola,«il polo progressista può vincere bene la partita: si può andare tranquillamente oltre il 40 per cento». A patto che Bersani mantenga alla coalizione l'elettorato di Renzi, e lui stesso nello «squadrone». La risposta dello sconfitto di successo è ancora sibillina: nessun inciucio, ma «darò una mano da militante del Pd e da sindaco di Firenze».
L'allargamento della coalizione resta una strada obbligatoria. E il borsino di oggi dà in discesa il matrimonio con l'Udc. Ieri l'ultimo botta e risposta a distanza Vendola ( «Mi pare che abbia anche problemi di collocazione nel centro») e Casini («Io e Vendola abbiamo un'idea diversa di serietà»). La terza gamba della coalizione potrebbe essere una lista di centro, incentrata sui temi della legalità e composta dai moderati di Portas, l'ex Idv Donadi con il pezzo di partito che lo ha seguito, esponenti della Cisl, Tabacci, socialisti e esponenti del civismo ancora ieri invocati da Bersani. Difficile immaginare in questa gamba i radicali, («Finora e per sua scelta Bersani ha scelto di non essere nostro interlocutore», ha detto ieri Emma Bonino a Radio Radicale). E all'estremo opposto è difficilissimo immaginarci anche Di Pietro. Che del resto ormai ha perso le speranze e si è rivolto agli arancioni di Alba, 'Cambiare si può' e De Magistris. Il quale però lo ha gratificato (poco) con un laconico «Vediamo». Del resto «cittadinanza attiva e due passi indietro dei partiti» sarebbe stata la condizione posta dal procuratore Ingroia, ancora sabato, per impegnarsi in una lista arancione.
Così come sembra sbarrata la strada di un avvicinamento degli arancioni al centrosinistra, che pure negli scorsi giorni il sindaco di Napoli non aveva escluso a patto di «un cambiamento radicale nei contenuti». Sono espliciti i socialisti («È singolare che De Magistris ponga condizioni per sedersi a un tavolo a cui nessuno l'ha invitato», Marco Di Lello). E sembra improbabile che Sel possa accogliere nella propria coalizione una lista civica che gli fa concorrenza sui temi dell'antimontismo. Proprio ora che Vendola rivendica per sé la vittoria di aver «archiviato» l'agenda Monti dal programma del centrosinistra.
PREVISIONI DI VOTO
Restano alte nei sondaggi elettorali le stime per il Movimento 5 stelle: comunque sopra il 15% fino ad oltre il 20% a seconda dell'istituto di rilevazione. Ma negli ultimi giorni pesano per i grillini una serie di polemiche interne e la ripresa del centrosinistra dopo le primarie.


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