Esperimento di coalizzare piccoli azionisti: generali

FaGal

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26 maggio 2003
RIVOLUZIONI Un professore e un manager fondano il primo sindacato italiano di risparmiatori

Piccoli azionisti del Leone unitevi!

Primo obiettivo: il 2% di Generali. E se funziona, poi toccherà a Eni, Enel e altri big

Quesito: è possibile coalizzare i 100 mila piccoli azionisti tra i quali è disseminato il 27% di Generali, creando una forza d'urto dirompente nell'unica public company italiana? Loro ci provano. Hanno un obiettivo concreto e un sogno nel cassetto: l'obiettivo è comporre almeno il 2% dell'azionariato, proprio la quota per la quale rischiarono di svenarsi, il mese scorso, i colossi bancari raccolti attorno a Unicredito; il sogno, accarezzato ma a malapena confessato («non vogliamo strafare, però i tempi sono maturi»), è d'innescare un circolo virtuoso che dopo il Leone coinvolga l'Eni, l'Enel, la Finmeccanica e le altre regine di Borsa, moltiplicando quei sindacati dei piccoli azionisti familiari a Wall Street ma ancora sconosciuti a piazza Affari. «Loro» sono Luigi Chiurazzi, 66 anni, docente universitario di Matematica attuariale a La Sapienza di Roma, consulente bancario e assicurativo in materia di fondi pensione, e Paul Nassutti, dirigente d'azienda italo-americano ed esponente dell'azionariato storico triestino, che in questi giorni sta girando l'Europa anche per raccogliere adesioni al progetto. «E sono già numerose», precisa Chiurazzi. I due non si conoscevano prima dell'assemblea del Leone dello scorso 26 aprile. Ma quando dalla platea il docente universitario ha lanciato il proposito di chiamare a raccolta l'esercito dei piccoli azionisti, la scintilla è scoccata e il progetto è decollato in quattro e quattr'otto. «Da dieci anni - dice Chiurazzi - ripeto in molte assemblee, a costo di passare per uno dei soliti rompiscatole in cerca di due minuti di gloria, che solo i piccoli risparmiatori possono moralizzare la finanza italiana. E stavolta la macchina è in moto».
Il sindacato è già stato formato: si chiama Apag (Associazione piccoli azionisti Generali), ha un sito internet provvisorio (www.geocities.com/chiurazzi/apag.html) e uno statuto in corso di stesura, il cui nucleo consiste nelle finalità dell'iniziativa: «proteggere gli interessi dei piccoli azionisti delle Assicurazioni Generali, a salvaguardia dei loro investimenti, unitamente a un leale, costruttivo sostegno all'attività aziendale». L'adesione è gratuita e si concretizzerà nella delega al diritto di voto. Un atto banale ma, nelle speranze dei promotori, rivoluzionario. Le Generali registrano 298 mila nomi nel libro soci, di cui un terzo, si stima, piccoli risparmiatori tra i quali è distribuito il 27% del capitale. Ma in una compagine societaria in cui solo Mediobanca supera il 10% (13,6%), determinando con ciò nomine e indirizzi del gruppo, anche l'auspicato 2% garantirebbe un peso specifico non da poco.
L'Apag avrà tre sedi, Milano, Roma e Trieste. Chiurazzi ha già chiesto al presidente della compagnia Antoine Bernheim la disponibilità dei locali nei palazzi del Leone nelle tre città, per le riunioni che si prevedono trimestrali. «Ho trovato molta disponibilità in Bernheim sulla nostra iniziativa - dice il docente -. Quanto ai manager, li giudicheremo dai fatti. La compagnia ha bisogno di manager tecnici, che si occupino della gestione e non delle grandi manovre nella finanza italiana».
Sono due i punti sostanziali di contestazione da parte dei «cassettisti»: la trasparenza e i criteri gestionali. «Noi piccoli azionisti - sottolinea il docente romano - abbiamo interessi in contrasto con i grandi, e da sempre siamo visti come pecore da tosare. Noi guardiamo solo al buon andamento dell'azienda, loro hanno ritorni collaterali nel grande gioco della finanza. Noi vogliamo un dividendo distribuito, loro accantonano non per progetti industriali, che saremmo pronti a finanziare, ma per acquisizioni che rispondono a quelle logiche collaterali. Noi chiediamo chiarezza. Non conta se il mandato degli amministratori sia annuale o triennale, ma i motivi che si celano dietro ai continui ricambi. Perché, per dire, Desiata fu mandato via? Non ce l'hanno mai spiegato. Dov'è finita la plusvalenza realizzata con la vendita di parte del patrimonio immobiliare dell'Ina? Io, da azionista, non ne ho idea. E da tecnico delle riserve matematiche, dico che gli immobili non si devono toccare. Se riusciamo a fare fronte comune, avremo molto da dire. Su tutto».
http://www.assinews.it/rassegna/articoli/ce260503ge.html
 
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