Fondazioni bancarie..padroni...

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GRANDI BANCHE


Fondazione padrona


Sono state salvate da Tremonti complici Bankitalia e l'ex Dc. Ora dettano condizioni


di Massimo Mucchetti e Luca Piana (Espresso in edicola)


L'unica testa tagliata, alla fine, è quella di Pierluigi Piccini. L'ex sindaco di Siena aveva tutti i consensi locali per arrivare alla presidenza della Fondazione Monte dei Paschi, ma l'allora ministro del Tesoro, Vincenzo Visco, gli sbarrò il passo con un decreto ad personam. Bocciato dal Tar del Lazio e ora all'esame della Corte costituzionale, quel provvedimento è rimasto in vigore il tempo necessario per bloccare l'aspirante banchiere, troppo autonomo da Roma. Era la tarda primavera del 2001. Da allora sulle fondazioni bancarie si è scatenata una battaglia senza esclusione di colpi per la conquista dei consigli di amministrazione dai quali molto si influisce sui cinque maggiori gruppi bancari italiani: Unicredito, Sanpaolo Imi, Intesa, Monte dei Paschi e Capitalia.

Ad andare all'attacco è stato il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, con un maxi-emendamento alla finanziaria del 2002. Ma dopo l'ultima sentenza del Consiglio di Stato resa nota l'11 febbraio, il ministero sembra ormai battuto sul fronte del diritto, anche se pendono due ricorsi allo stesso Consiglio e alla Suprema Corte. Chi ieri tremava si sente al sicuro. Giuseppe Guzzetti, presidente dell'Acri, l'associazione delle fondazioni, registra la più brillante delle sue vittorie, ottenuta con l'appoggio della Banca d'Italia. Tuttavia non c'è molto da festeggiare. Salvato il loro ruolo di azionisti strategici, i signori delle fondazioni si trovano a doverlo esercitare mentre i bilanci fanno acqua e franano le quotazioni dei titoli.

Le fondazioni, si dice, sono soci un po' speciali. Se i manager ragionano sulla base delle trimestrali e gli azionisti classici sull'orizzonte di qualche anno, le fondazioni possono investire a lungo termine. Quasi tutte hanno i forzieri pieni di liquidità, grazie alla vendita della prima tranche delle loro partecipazioni, e questa basta per la beneficenza istituzionale. Le partecipazioni residue nelle grandi banche servono a giocare sulla scena dell'alta finanza.

Per capire dove andranno a parare le fondazioni, bisogna ricordare i pericoli che, dal loro punto di vista, sono riuscite a scongiurare. Tremonti, infatti, voleva abolire gli statuti appena approvati in base alla precedente riforma Ciampi e sostituirli con nuove edizioni che attribuissero agli enti locali - alle Regioni in particolare - i due terzi dei seggi in consiglio. Non pago, il ministro dell'Economia - un professionista colto che rappresenta l'ala laica di Forza Italia e non snobba gli umori bossiani al punto di presenziare all'elezione di Miss Padania - puntava a vincolare una parte dei redditi e del patrimonio delle fondazioni alle opere pubbliche che il Tesoro non è in grado di finanziare. Dulcis in fundo, Tremonti intendeva affidare le partecipazioni bancarie delle fondazioni a società per la gestione del risparmio, le cosiddette Sgr, la cui scelta avrebbe dovuto ottenere il benestare del ministero di via XX Settembre.

La politica ha sempre avuto un'influenza rilevante nella designazione dei vertici delle fondazioni, filtrata però da ampie rappresentanze della società civile e dalla pratica della cooptazione dei nuovi amministratori da parte dei vecchi. Con la tentata riforma Tremonti, tutte queste cautele sarebbero state spazzate via per far posto ai proconsoli dei governatori delle Regioni, quasi tutti polisti, e al controllo centralizzato del ministero. Ma l'impianto giuridico dell'emendamento e del regolamento delle Sgr non ha retto al vaglio del Tar e, soprattutto, del Consiglio di Stato. I maligni osservano che a presiedere la sezione del Consiglio che ha esaminato i provvedimenti è quel Pasquale De Lise che nel 1992 fu capo di gabinetto dell'allora ministro delle Finanze, Giovanni Goria. Una mente fine allevata alla scuola della sinistra dc. La stessa dalla quale provengono Guzzetti e il presidente della Commissione industria della Camera, Bruno Tabacci, sponda polista, assieme all'altro ex democristiano Luigi Grillo, del "partito" delle fondazioni.

L'altra sponda è stata offerta dalla Banca d'Italia. Non era scontato. Il governatore Antonio Fazio ha spesso contrastato le fondazioni. La Compagnia di San Paolo e le fondazioni di Unicredito sostenevano le offerte pubbliche d'acquisto di Sanpaolo Imi su Banca di Roma e della stessa Unicredito su Comit e Fazio ha fermato tutto. La Fondazione Mps spinge per la fusione tra il Monte dei Paschi e la Bnl, ma Fazio esige che la fondazione medesima scenda a poco più del 20 per cento, e i senesi non vogliono. La Fondazione Cariplo avrebbe gradito la fusione Unicredito-Banca Intesa, ma non ebbe mai soddisfazione a causa delle perplessità del governatore. Eppure, quando ha capito che il ministero dell'Economia stava per mettere lo zampino nel sistema bancario, addomesticando le fondazioni, Antonio Fazio si è messo di traverso. Le Sgr, alle quali affidare il potere bancario, avrebbero dovuto essere scelte attraverso una gara europea: poiché la riforma Tremonti fissava rigide incompatibilità, le uniche Sgr titolate a entrare nella stanza dei bottoni delle grandi banche italiane avrebbero finito con l'essere le Sgr francesi, tedesche o spagnole. Fazio ha avuto buon gioco a levare la bandiera dell'Italia bancaria in pericolo. Ma adesso quello stesso vessillo verrà issato sul fortino delle fondazioni. E non è detto che il gioco piacerà sempre a Fazio.

Le fondazioni di Unicredito sono finalmente libere di tenersi il loro 30 per cento. E di comandare sulla miglior banca italiana. L'uomo forte dell'azionariato, l'industriale scaligero Paolo Biasi, sa di dovere la sua poltrona di presidente della fondazione Cariverona al network democristiano che ha affossato la riforma Tremonti. D'ora in poi avrà meno timori nel rapporto con la Banca d'Italia, ma è dubbio che questa maggior sicurezza lo spinga a correggere la linea di Carlo Salvatori e Alessandro Profumo nella scottante partita di Mediobanca e delle Generali. Fino a quando porterà i risultati del 2002, il management risulterà intoccabile.

In Capitalia le fondazioni Cariroma, Manodori e Banco di Sicilia non rischiano più di veder consolidate le loro posizioni con il conseguente obbligo di cessione, come avrebbe voluto Tremonti. E possono pertanto essere convinte a stringere un patto di sindacato con la Toro (gruppo Fiat) e con gli olandesi dell'Abn Amro. Una buona notizia per il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, e per il suo protettore Fazio. Ma non sarà sempre così.

Giuseppe Mussari, presidente della fondazione Mps, ha già dichiarato che non venderà più un titolo della banca. Osserverà i precetti della legge Ciampi trasformando una parte delle azioni ordinarie in previlegiate. Magari accetterà una diluizione della partecipazione, ma solo in seguito alla fusione con altre banche. La Bnl è sempre a portata di mano per questo genere di operazioni, ma i senesi non faranno regali, perché ritengono di essere loro il contraltare tricolore al Banco Bilbao, il principale socio della Bnl. Se vuole questa fusione, Banca d'Italia dovrà rassegnarsi a una fondazione Mps al 35-37 per cento del nuovo gruppo e non al 20-22. D'altra parte, il servizio alla bandiera va remunerato. E la fondazione del Mps può aprire un precedente per tutte le altre.
 
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