Furto generazionale: I "miracoli" del "modello europeo"

Finanziaria, lavoro: accordo tra generazioni
I dipendenti più anziani potranno ridurre il proprio orario, su base volontaria, per favorire l'assunzione, per la quota di orario mancante, di giovani al di sotto dei 25-29 anni









ROMA
- I lavoratori più anziani potranno ridurre il proprio orario, su base volontaria, per favorire l'assunzione, per la quota di orario mancante, di giovani al di sotto dei 25-29 anni. La novità si chiama «accordo di solidarietà tra generazioni» ed è prevista in uno degli emendamenti alla Finanziaria proposti dal governo. La norma non entra nel dettaglio ma, ad una prima lettura, non sembra precludere la possibilità di uno scambio tra genitore e figlio. Le regole saranno stabilite entro febbraio dal ministro del Lavoro.
DECRETO DA ADOTTARE ENTRO FEBBRAIO - La norma stabilisce che «al fine di promuovere la creazione di nuovi posti di lavoro e ridurre le uscite dal sistema produttivo dei lavoratori anziani, è istituto l'accordo di solidarietà tra generazioni, con il quale, è prevista, su base volontaria, la trasformazione a tempo parziale dei contratti di lavoro dei dipendenti che abbiano compiuto i 55 anni, e la correlativa assunzione con contratto di lavoro a tempo parziale per un orario pari a quello ridotto, di giovani inoccupati o disoccupati di età inferiore a 25 anni, oppure ai 29 anni se in possesso di diploma di laurea». La regolamentazione è demandata ad un decreto del ministro del Lavoro (in accordo con quello dell' Economia) da adottare entro febbraio, sentite le organizzazioni sindacali e degli imprenditori più rappresentative. Il decreto stabilirà le modalità di stipula, i contenuti degli accordi, i requisiti di accesso e la ripartizione delle risorse previste per gli accordi. Nel complesso 3 milioni di euro per l'anno 2007 e 82,2 milioni per ciascuno degli anni 2008 e 2009.

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Ma la finiamo o no con sta presa per il ku.lo dell'accordo tra generazioni????? Qua c'e' una sola generazione di privilegiati che prende in giro figli e nipoti .... accordo tra generazione, patto generazionale .... ma se ve lo siete scritti da soli che cap.zo di patto e'????

Ladri, nulla piu'. :yes:
 
Sir Wildman ha scritto:
Finanziaria, lavoro: accordo tra generazioni
I dipendenti più anziani potranno ridurre il proprio orario, su base volontaria, per favorire l'assunzione, per la quota di orario mancante, di giovani al di sotto dei 25-29 anni

Pensavo fosse ormai assodato che il lavoro non e' una torta finita da spartirsi.

Il lavoro di un uomo e' il bisogno di un altro uomo. Il lavoro e' infinito, cosi' come i bisogni dell'uomo.

Ma i ministri del lavoro e dell'economia dove hanno studiato?
 
Sir Wildman ha scritto:
(...) c'e' una sola generazione di privilegiati (...)

la vera generazione di privilegiati non è quella degli attuali pensionandi (non-baby) bensì quella dei presupponenti lottizzatori nullasapienti ex sessantottini
 
ciao nbs ;) anche quelli che nel 68 erano dall'altra parte non sembra siano poi tanto normali, francamente...
 
Ferrovie, la voragine delle pensioni

Un rosso da 3,6 miliardi.
Treu: è il conto da pagare per dimezzare il costo del personale

Ci si azzuffa sul buco nei bilanci delle Ferrovie che quest’anno andranno in rosso per 2 miliardi, ma c’è un buco ancora più grande che sta nei conti dello Stato e che inesorabilmente anno dopo anno succhia risorse. E’ quello del fondo pensioni dei ferrovieri: la gestione più disastrata di tutta la previdenza pubblica italiana ma anche, e soprattutto, l’eredità di anni di ristrutturazioni societarie ed uscite anticipate. I numeri parlano da soli: oltre 240 mila pensioni in essere (166.639 dirette e 77.357 di reversibilità, secondo il preconsuntivo 2006 dell’Inps), 80-90 mila lavoratori attivi che versano contributi, nemmeno un miliardo di euro di entrate e ben 4,5 di uscite. E lo squilibrio, che da anni viaggia attorno a 3,5-3,6 miliardi di euro, è tutto a carico del bilancio pubblico: nella finanziaria appena approvata la sola voce «copertura disavanzo fondo pensioni Fs» assorbe 3,7 miliardi, in pratica la metà dei fondi destinati alle Ferrovie.

«Con la sola contribuzione ordinaria - spiega l’esperto di previdenza Giuliano Cazzola - il Fondo Fs copre circa un quinto della spesa. Ciò significa che ben 14.600 euro su 18.500, che rappresenta il valore medio delle prestazioni corrisposte nel 2006, sono a carico della fiscalità generale. In pratica, i contribuenti italiani pagano i quattro quinti di queste pensioni. Alla fine degli anni '80 si calcolò invece che dei 17 milioni di lire annue mediamente corrisposti per questi assegni, almeno 8 fossero a carico della collettività. Mentre nel 2001, su 31 milioni di lire ben 24 erano "manna" dello Stato».

Cosa è accaduto? «Non è colpa dei pensionati delle Fs se i conti vanno male» sostiene Cazzola. Che punta il dito contro la collocazione in quiescenza (spesso con regole di favore mantenute sino ad oggi) ampiamente utilizzata negli anni passati come ammortizzatore sociale allo scopo di gestire il massiccio ricorso agli esuberi che negli anni ha accompagnato i processi di ristrutturazione e di trasformazione delle Fs da ente pubblico a società per azioni. «In 5-6 anni abbiamo ridotto il personale da 200 mila a 100 mila unità - spiega Tiziano Treu, che si trovò a gestire la partita prima come ministro dei Lavoro e poi come responsabile dei Trasporti -. Tutta gente finita ovviamente in pensione, ma in questo modo riducevamo un poco i costi a carico dello Stato che a quell’epoca erano enormi». Una scelta praticamente inevitabile, che è servita «ad alleggerire il peso del passato» o, come la chiama Treu, «l’eredità che ci hanno lasciato i nostri padri, molto simile al debito pubblico».

In questo modo, nell'arco di un ventennio, il numero complessivo dei ferrovieri in pensione si è quadruplicato (da 61 mila nel 1981 a 246 mila nel 2001) mentre i trattamenti diretti sono passati da 36 mila a 168 mila, con un picco di +21 mila nel solo 1993. Di questi ben 56 mila maschi ha un'età compresa tra 45 e 59 anni, ben al di sotto insomma degli standard medi nazionali. Anche la spesa ne ha risentito passando da 930 milioni di euro dell’81 ai 3,9 miliardi nel 2001 sino ai 4,5 di quest’anno. «Però - rileva Treu - con la riforma del ‘97 assieme a Prodi siamo riusciti a ridurre molti dei privilegi di cui i ferrovieri godevano. Ma questo, purtroppo, valeva solo per gli anni a seguire, non per il passato».
 
La "fuga" riguarda soprattutto i maestri, ma il numero delle richieste è la più alta degli ultimi dieci anni. Via libera alle 150mila nuove assunzioni previste dal governo

Scuola, il maxiesodo dei professori
in trentamila verso la pensione


di SALVO INTRAVAIA

Continua la fuga degli insegnanti dalla scuola. E la possibilità di 150 mila assunzioni in tre anni prende corpo. Secondo i primi numeri provenienti dagli uffici scolastici provinciali (gli ex provveditorati agli studi), che stanno completando le operazioni di caricamento dei dati, hanno appena presentato domanda per andare in pensione (il termine scadeva lo scorso 10 gennaio) circa 32 mila docenti: un numero mai registrato negli ultimi 10 anni. Per avere un'idea dell'esodo che sta interessando da alcuni anni il mondo della scuola italiana basta confrontare quest'ultimo dato con quello del 2001.

Appena cinque anni fa, decisero di abbandonare la cattedra in 15 mila mentre già l'anno scorso si era a quota 29 mila. Un boom di pensionamenti (più dieci per cento rispetto a dodici mesi fa) era in effetti atteso anche in vista del piano di immissioni in ruolo promesse dal ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni. Se non si liberano abbastanza posti no sarà possibile eliminare il precariato nella scuola.

Le cause dell'esodo. Sono almeno tre le cause che portano nel nostro Paese sempre più maestri e professori a chiudere con l'insegnamento. In primo luogo, è l'età media degli insegnanti a portare una valanga di pensionamenti. Secondo gli ultimi dati resi noti da viale Trastevere l'età media dei docenti italiana è di 50 anni. Con metà del corpo docente over 50 e 5 insegnanti su 100 addirittura over 60. Nel 1997/1998 le cose erano diverse con 'appena' il 27 per cento di insegnanti ultracinquantenni.

Una seconda motivazione è da ricercare nella riforma delle pensioni messa su dal precedente governo. Quella appena scaduta era l'ultima possibilità, a meno che non intervengano interventi legislativi da parte del governo Prodi, di andare in pensione a 57 anni con 35 anni di servizio. Dal primo gennaio 2008 l'età pensionabile si innalzerà bruscamente a 60 anni. Si tratta dell'ormai famoso 'scalone' croce e delizia del governo: una parte vorrebbe abolirlo ritornando a 57 anni, la restante parte lo vorrebbe 'addolcire' per consentire una libera scelta.

La terza causa, non secondaria, è da ricercarsi nella sempre maggiore fatica che fanno gli insegnanti a stare in cattedra. Gli alunni, si sa, non sono più quelli di vent'anni fa e come è stato confermato da diversi studi in materia il bournout degli insegnanti è in rapida crescita. E chi può passa volentieri la mano.

Il piano di assunzioni. La notizia di 32 mila pensionamenti sarà accolta certamente con soddisfazione a Palazzo della Minerva e non solo. Con un livello di uscite dal servizio che supera le 30 mila unità, in tre anni si possono liberare anche 100 mila posti che sommati ai 36 mila posti attualmente vacanti possono dare l'opportunità a 150 mila supplenti di coronare il sogno della cattedra. Resta il dubbio sulle 14 mila cattedre che salteranno già da quest'anno per effetto dell'elevamento del rapporto alunni-classe di 0,4. Taglio che potrebbe essere compensato da una quota di assunzioni aggiuntiva per i docenti di sostegno.

I numeri. A lasciare in massa le aule scolastiche saranno soprattutto maestre e maestri. Mentre il numero dei pensionamenti tra i prof della scuola media e superiore conferma quello dello scorso anno, gli abbandoni cresceranno del 14 per cento nella scuola dell'infanzia (l'ex materna) e addirittura del 18 per cento nella scuola primaria. In cima alla lista è la Lombardia che il prossimo primo settembre saluterà 3.700 insegnanti.

(19 gennaio 2007)

Fonte: la Repubblica.it
 
IL RETROSCENA

Età pensionabile e coefficienti
una "bomba" da 200 miliardi


I due paletti di Padoa-Schioppa "Impossibile non intervenire"

di MASSIMO GIANNINI

"SULLA riforma delle pensioni sento circolare troppe parole al vento. E invece è ora di fare i conti con la realtà: è in gioco la nostra credibilità con l'Europa, la stabilità della nostra finanza pubblica, e soprattutto il futuro dei nostri giovani". Tommaso Padoa-Schioppa è preoccupato. Da Damiano a Epifani, da Ferrero a Bonanni, ministri e sindacalisti sdottoreggiano di "scaloni" previdenziali da eliminare, invece che da perfezionare. Di coefficienti di trasformazione da aumentare, invece che da ridurre. Visti dalla "trincea" del Tesoro, a Via XX Settembre, sembrano i passeri di Arthur Koestler, che in "Schiuma della terra" cinguettano sui fili telegrafici, mentre il telegrafo trasmette l'ordine di uccidere tutti i passeri.

Sul tavolo del superministro dell'Economia c'è un dossier di 20 pagine, appena sfornato dalla Ragioneria dello Stato, che spazza via senza pietà le "troppe parole al vento" che volano in questi giorni, dentro e fuori dalla maggioranza.

Se il governo ascoltasse davvero le richieste che fioccano da Cgil - Cisl-Uil e da tante parti dell'Unione, e rinunciasse a qualunque intervento sulle pensioni, l'effetto per i conti pubblici sarebbe "devastante", come scrivono i tecnici. La rinuncia all'applicazione del famigerato "scalone" introdotto dalla riforma Maroni (che nel 2008 porta l'età pensionabile da 57 a 60 anni) di qui ai prossimi vent'anni costerebbe a regime una cifra astronomica: 164,1 miliardi. La rinuncia alla rivalutazione dei coefficienti di trasformazione (che pure è già prevista dalla legge Dini e dal memorandum firmato con le parti sociali a settembre scorso) sempre di qui ai prossimi 20 anni costerebbe a regime la bellezza di 35 miliardi. In totale, secondo il dossier della Ragioneria, una "bomba" da 200 miliardi di euro.
Quasi 400 mila miliardi di vecchie lire.

Se Prodi e Padoa-Schioppa cedessero al canto dei passeri che cinguettano sui fili del telegrafo unionista, di qui al 2028 il sistema previdenziale esploderebbe e il bilancio dello Stato salterebbe per aria.

"Lo voglio dire senza alcuna intenzione polemica - chiarisce in queste ore il ministro del Tesoro - ma solo per amore di verità: queste sono le cifre con le quali dobbiamo fare i conti. Ed è bene che queste cifre le conoscano tutti, alla vigilia del confronto sul Welfare e sulla previdenza". Padoa-Schioppa, nei colloqui di questi giorni con il premier e con i suoi interlocutori internazionali, ci tiene a chiarire che "il problema delle pensioni, per l'Italia, va visto sotto tre profili diversi".

Il primo è un profilo di sostenibilità della finanza pubblica. "Chi sostiene che i soldi ci sono, e che possiamo rinunciare senza problemi allo scalone e alla revisione dei coefficienti, deve tenere conto dei numeri veri". Il costo di questa rinuncia, come dimostra il dossier della Ragioneria, è pari appunto a 200 miliardi di euro. "Chi dice che possiamo lasciare le cose come stanno - è il ragionamento del ministro - ha ora anche il dovere di dire: come colmiamo questo enorme buco che si crea, nelle casse della previdenza e nei conti dello Stato?".

A preoccupare Padoa-Schioppa, in questi ultimi giorni, sono state alcune dichiarazioni di qualche suo collega, che con troppa disinvoltura si è affrettato a dire che rinunciare allo scalone di Maroni costa solo 450 milioni nel 2008, e che dunque le risorse compensative ci sono tutte. L'obiezione del ministro del Tesoro è indiscutibile: "I calcoli vanno fatti a regime". E a regime, secondo il dossier della Ragioneria, il costo del mancato scalone sarebbe il seguente: 450 milioni nel 2008, 4,4 miliardi nel 2009, 6,8 miliardi nel 2010, 8,5 miliardi nel 2011, e 9 miliardi all'anno per tutti gli anni successivi. Un'escalation inarrestabile. Tale, secondo le previsioni dei tecnici, da "alterare l'equilibrio della finanza pubblica e pregiudicare il risanamento per i prossimi anni".

La stessa preoccupazione, per Padoa-Schioppa, è arrivata di fronte alle dichiarazioni dei leader sindacali, che si dichiarano contrari all'aumento dei coefficienti, se non addirittura favorevoli ad una loro riduzione. Ma anche su questo punto, il responso della Ragioneria è choccante: "Il mancato aggiornamento dei coefficienti di trasformazione - si legge nel dossier - comporta un onere aggiuntivo per i conti pubblici pari a 35 miliardi nei prossimi 20 anni, a 250 miliardi da adesso al 2040 e a 510 miliardi da adesso al 2050".

Grandezze esorbitanti, pari rispettivamente a 17 e a 34 punti di Pil. "Ne risulterebbe compromessa in misura assai significativa - è la conclusione dei tecnici - la sostenibilità di medio-lungo termine dei conti pubblici italiani, con pesantissime ripercussioni sull'andamento sia del debito che del deficit". Di queste cifre, secondo il ministro, Epifani, Bonanni e Angeletti non possono non tener conto. Per ragioni di compatibilità finanziaria, ma anche per motivi di lealtà politica. L'aggiornamento dei coefficienti, oltre che riconfermato nel memorandum d'autunno, è previsto nero su bianco dalla legge Dini del '95.

La conseguenza logica che ne trae Padoa-Schioppa è chiarissima: "I sindacati hanno concordato quella legge con il governo di allora, articolo per articolo. E oggi non è proprio possibile concertare l'attuazione di una legge". Il principio è inattaccabile: stupisce semmai che ora Cgil-Cisl-Uil abbiano il coraggio (o l'incoscienza) di rimetterlo in discussione.

Il secondo profilo nel quale il ministro del Tesoro inquadra il problema delle pensioni è la credibilità del Paese. Rispetto all'Europa, quindi alla Commissione Ue e alla Bce. "Abbiamo assunto degli impegni precisi - è la riflessione di Padoa-Schioppa - come la Commissione aveva approvato nel 2005 l'ultimo Dpef di Tremonti, che inglobava la riforma Maroni, quest'anno ha approvato il nostro Dpef di luglio che ha un'ottica di legislatura, e prevede il pareggio di bilancio nel 2011. Ora non possiamo cambiare le carte in tavola, con una scelta rinunciataria sulle pensioni che farebbe saltare completamente quegli impegni e quegli obiettivi".

In questa chiave, il ministro ha letto e apprezzato il doppio intervento di questi ultimi due giorni, a sostegno della sua linea di rigore contabile e di rispetto dei patti. Il primo di Lorenzo Bini-Smaghi, che per conto della Bce ha incitato l'Italia a non uscire dalla rotta del risanamento. Il secondo di Joaquin Almunia, che per conto della Ue ha incitato Prodi ad "attuare integralmente le riforme già adottate nel settore delle pensioni".

Tra Via XX Settembre, l'Eurotower di Francoforte e la Commissione di Bruxelles c'è un "gioco di squadra", come lo chiamano al Tesoro, che ha già funzionato sulle quantità della Legge Finanziaria, e che ora può funzionare anche sulla qualità della riforma previdenziale.

Ma c'è un terzo ed ultimo profilo, che a Padoa-Schioppa sta a cuore perfino più dei primi due. Come ha ben detto Bini-Smaghi, "chi dice che sulle pensioni tutto deve restare com'è ha il dovere di spiegare ai giovani che entrano oggi sul mercato del lavoro come intende risolvere il loro problema previdenziale, che è forse il più grave e il più serio di tutti". Anche per questo, è non solo tecnicamente impossibile, ma sarebbe anche moralmente intollerabile l'idea di non toccare i coefficienti, e di non intervenire sull'età pensionabile. Il dossier della Ragioneria parla chiaro anche su questo: il tasso di occupazione degli ultra - 50enni è pari al 30% in Italia, contro il 37% della Francia, il 41% della Germania, il 56% della Gran Bretagna, il 61% della Danimarca, e il 40,7% della media Ue. E' l'ennesima anomalia italiana, sulla quale non si può non intervenire. "Vedremo come", è l'osservazione che Padoa-Schioppa fa in queste ore di turbolenta vigilia del confronto. Ma con due paletti ben piantati fin dall'inizio: non c'è scambio possibile tra eliminare lo scalone o rinunciare alla rivalutazione dei coefficienti. La seconda è irrinunciabile perché sta scritta in una legge. Il primo può essere perfezionato, ma piuttosto che eliminarlo è preferibile tenerselo così com'è.

Questa è la sfida: il sindacato accetterà di fare lo slalom tra questi paletti? Il ministro del Tesoro ha le idee chiare. Vuole discutere a tutto campo, e discutere con tutti. Per questo, a Via XX Settembre si sta studiando un colpo a sorpresa: convocare al tavolo sulle pensioni, insieme alle confederazioni sindacali e alle imprese, anche gli organismi più rappresentativi dei giovani e degli studenti. "Perché la riforma delle pensioni - è la conclusione di Padoa-Schioppa - riguarda anche e soprattutto loro. E perché un Paese che non sa più pensare ai giovani, è un Paese senza futuro".

(25 gennaio 2007)

Fonte: la Repubblica
 
Padoa schippola e' un burocrate senza visione, infatti non mi piace.

Ma almeno la matematica la conosce, cosa che sembra mancare totalmente a gran parte della sinistra.
Rileggetevi i numeri e non potete che concordare il fatto che i sindacati confederati vanno aboliti. (A cosa servono?)
 
klaus_roma ha scritto:
Padoa schippola e' un burocrate senza visione, infatti non mi piace.

Ma almeno la matematica la conosce, cosa che sembra mancare totalmente a gran parte della sinistra.
Rileggetevi i numeri e non potete che concordare il fatto che i sindacati confederati vanno aboliti. (A cosa servono?)
:no: :angry: :no:

a Qualcuno servono ...

o meglio:

Qualcuno servono

(non certo i lavoratori e il bene della comunità)
 
klaus_roma ha scritto:
(...)
Ma almeno la matematica la conosce, (...)

il padulo scoppiato, letterato mancato, conoscerà certo la matematica... ma non abbastanza da rifiutarsi di prestare la sua faccia da iperpagato euroburocrate alla colossale presa per i fondelli sui conti pubblici perpetrata da quest'accozzaglia di malgoverno
 
Corte dei Conti - Pensioni, senza innalzamento età sistema insostenibile

Giovedì 1 Febbraio 2007, 13:58

ROMA (Reuters) - L'età pensionabile deve essere innalzata per evitare il collasso del sistema previdenziale italiano, anche se in modo graduale ed escludendo i lavori usuranti . I coefficienti di trasformazione devono essere rivisti come prevede la legge Dini del 1995.

Lo sostiene il presidente della Corte dei Conti, Francesco Staderini, sollecitando anche una riforma degli ammortizzatori sociali.

"Nonostante gli effetti benefici indubbi della riforma Dini e di quella successiva il sistema rischia, senza interventi, di non essere più sostenibile. Nel 2038, senza alcuna modifica, si arriverebbe ad una spesa pensionistica incrementata del 2% rispetto a quella di oggi", ha spiegato Staderini in una conferenza stampa al termine della inaugurazione dell'anno giudiziario.

"La spesa pensionistica in Italia è superiore a quella della media degli altri Paesi europei. L'età pensionabile in Italia è la più bassa rispetto alla media degli altri paesi europei e anzi in alcuni di questi ci si sta muovendo per alzare ulteriormente l'età pensionabile, mi riferisco alla Germania dove si sta pensando a 65 anni", ha aggiunto.

Secondo Istat, nel 2005 la spesa complessiva per previdenza e assistenza è aumentata in Italia del 3,3% rispetto al 2004 con una incidenza sul Pil del 15,16%.

La spesa totale nel 2005 è stata pari a 214,881 miliardi, sempre secondo Istat.

"Questo non esclude l'esigenza di individuare lavori usuranti e di eliminarli dagli interventi, così come sarà opportuno aumentare la spesa sociale introducendo ammortizzatori in caso di disoccupazione e favorendo quella maggiore elasticità del sistema lavorativo che manca nel nostro ordinamento", ha aggiunto Staderini.

A chi gli chiedeva cosa pensasse della riforma previdenziale varata dal precedente governo di centrodestra e dello scalone, che dal primo gennaio 2008 prevede il repentino innalzamento dell'età pensionabile a 60 anni da 57, Staderini ha detto: "Già in Parlamento la Corte si è mostrata favorevole agli obbiettivi che perseguiva [la legge Maroni], con due inconvenienti: l'entrata in vigore della legge al 2008 e il cosiddetto scalone per gli effetti negativi che avrebbe avuto sul sistema. Ponevamo l'esigenza di aumentare l'età pensionabile con gradualità ed eventualmente con incrementi annuali".

Il governo sta studiando come innalzare l'età pensionabile eliminando lo scalone che a regime garantisce 9 miliardi di risparmi dal 2011. A breve dovrebbero partire i tavolo con le parti sociali per la riforma del welfare.

Fonte: Yahoo Notizie
 
oh oh oh !!! si mette male ...possiamo noi andare per un'altra
strada?????
.
GERMANIA: BUNDESTAG APPROVA PENSIONE A 67 ANNI / ANSA

(di Gaetano Stellacci) (ANSA) - BERLINO, 9 MAR - La

pensione a 67 anni da oggi in Germania è realtà: il Bundestag

ha approvato con 408 voti a favore, 169 contrari e 4 astenuti

una legge in base alla quale i nati dal 1964 in poi potranno

andare in pensione a pieno diritto solo a 67 anni.

Contro la riforma del sistema pensionistico attuale

finanziato con i contributi sociali dei lavoratori occupati

costretti ora a lavorare più a lungo (il cosiddetto accordo tra

generazioni), hanno protestato i sindacati e varie associazioni

sociali. Questo però non ha bloccato l'ambizioso disegno di

legge studiato dal governo di Grande Coalizione (tra destra

Cdu/Csu e sinistra Spd) guidato da Angela Merkel che da una

parte prevede l'aumento dell'età pensionistica dagli attuali 65

a 67 anni entro il 2029, e dall'altra un programma di sostegno

all'occupazione dopo i 50 anni.

La legge che sarà sottoposta a fine marzo all'esame del

Bundesrat (la camera dei rappresentanti regionali, dove non sono

previste complicazioni) prevede un graduale innalzamento

dell'età pensionistica da 65 a 67 anni a partire dal 2012. Ciò

avverrà, secondo il meccanismo ideato dal ministro del Lavoro e

vicecancelliere Franz Muentefering (Spd), con un mese di lavoro

in più all'anno dal 2012 al 2024, e poi una accelerazione a due

mesi all'anno per arrivare a 67 anni come età pensionabile nel

2029. Una eccezione è prevista solo per chi a 65 anni avrà

già versato 45 anni di contributi: in quel caso si potrà

andare in pensione direttamente e senza detrazioni sull'importo

ricevuto.

Le associazioni sindacali vedono nell'aumento a 67 anni dell'

età pensionistica una parziale riduzione delle pensioni, che in

questo modo saranno percepite ad un punto più prossimo alla

fine della vita dei singoli lavoratori e lavoratrici, ed un

aumento della disoccupazione per chi non ha lavoro e deve

aspettare la pensione ancora più a lungo.

Nel difendere la legge di riforma dell'età pensionistica

oggi il governo ha promesso di fare tutto il possibile per

riuscire a dare lavoro entro il 2010 ad oltre la metà delle

persone con più di 55 anni. Attualmente la quota è del 45%.

Il problema di molti Paesi industriali avanzati, tra essi

Germania e Italia, sono la bassa natalità e l'aumento della

vita media che rendono più difficile il rinnovo generazionale:

senza modifiche, si rischia una inversione del rapporto tra

popolazione attiva e pensionati, a tutto danno delle generazioni

che entrano ora sul mercato occupazionale.

(ANSA).
 
il problema non è solo italiano...anche altrove
i deficit pensionistici sono enormi..
.
Pensions

Tremble for your old age
May 11th 2007 | NEW YORK
From Economist.com

The world's underfunded pensions

IT MAY not be as certain as death and taxes, but, in the rich world, living to a ripe old age is an increasingly safe bet. Unfortunately, financing the long, leisurely retirement to which people aspire is a riskier proposition. Individuals worry that they have not saved enough, or that investments will go wrong. Or, perhaps worse, they give it too little thought. Governments struggle to muster the political support needed to keep pensions and healthcare for the elderly from ripping gaping holes in future budgets. And corporate pensions, once viewed as guaranteeing a prosperous and anxiety-free retirement, are starting to look risky too.

In order to help regulators ensure that workers who belong to occupational defined-benefit plans get the pensions they have been promised, the Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) has released, on Thursday May 10th, its guidelines for regulation of private pensions. Its recommendations are so sound and uncontroversial that they are nearly useless.

Few would disagree that pensions should contain enough assets to cover the benefits they have promised. Or that funds should get there by using expected lifespans and wages of current workers to calculate whether invested contributions will be enough to cover them. The devil is in the details: deciding what real rate of return is reasonable to expect from pension-plan assets; calculating how long people will work and how much their final salary will be; assessing how much overfunding should be expected from firms during stockmarket booms.

These problems have received particular attention in America, where the Pension Benefit Guaranty Corporation (PBGC), which insures corporate defined-benefit schemes, seems perpetually in danger of insolvency. Although its reported deficit has eased thanks to improving markets and legislative reform, the difference between assets and expected liabilities is near $19 billion. This deficit is unsurprising. According to the report, companies insured with the PBGC have a collective unfunded liability of $340 billion. While this is slightly less than in 2005, America’s corporate schemes are still far from solvency.
The OECD sensibly instructs regulators to top up those pensions as fast as possible. But what is “possible”? Politically, pension deals are always hard to strike and are thus often watered down in their final version. Last year’s reform included special treatment for American airlines. Their political clout certainly helped. But a legitimate argument existed too. Forcing financially fragile airlines to top up their pension funds too aggressively might have pushed more carriers into bankruptcy. This would worsen the PBGC’s financial position and deprive thousands of workers of full benefits.

Britain, which recently implemented a pension-insurance scheme similar to America’s, is wrestling with the same problem. In early May Watson Wyatt, which advises many large companies on their pension schemes, announced that employers could face a five-fold increase in the levy they are required to pay into Britain’s Pension Protection Fund. The PPF says it needs to raise £675m ($1.34 billion) this year, over double what it raised last year. It uses a formula which means that the extra levy falls more heavily on companies with pensions at risk of requiring a bail-out.

As in America this raises questions. The more risky a company is, the more conservative its pension plan should be in estimating future liabilities and asset returns. But the reality is more complicated. Companies whose pension funds look like bad risks to insurers usually face two problems: a badly underfunded scheme, and cashflow problems that make topping up difficult or, worse, threaten firms with insolvency. Tougher insurance schemes can address the first problem, but not the second; companies already have strong incentives to avoid bankruptcy. And in the short term, it may well make the second problem worse.

Over the long run, in America at least, the political risk may prove more daunting. These days, by far the most glaring pension shortfalls are found in state and local governments. The size of the problem is not yet clear—new regulations are forcing these authorities to disclose their unfunded pension obligations—but estimates range as high as $2 trillion for the unfunded liability of public-sector employees. Perhaps the OECD could make some recommendations to force politicians to behave as responsibly as chief executives.
 
Giovedì 7 Giugno 2007, 12:19

Pensioni: Ocse, Si Ridurranno Del 15-25%,Accumulare Risparmi

(ANSA) - ROMA, 7 GIU - I lavoratori dei paesi industrializzati dovranno risparmiare di più perché dopo l'approvazione di riforme previdenziali riceveranno in futuro una pensione più bassa del 22%. Il calo sarà invece del 25% per le lavoratrici. L'Italia è tra i paesi dove la pensione si alleggerirà in un range compreso tra il 15 e il 25%. E' quanto afferma il rapporto presentato oggi dall'Ocse, che indica i livelli di riduzione della "pensione attesa" nei vari Paesi.
Per l'Ocse solo in Ungheria e Regno Unito si registrerà un aumento della pensione futura mentre in Francia, Germania, Italia, Giappone e Svezia i benefici futuri saranno tagliati tra il 15 e il 25%. In Messico e in Portogallo la riduzione sarà superiore al 30%.(ANSA).

Fonte: Yahoo Notizie


Highlights Italia, documento PDF: Italy

Link al documento ufficiale OCSE: Pensions at a Glance - Public Policies across OECD Countries 2007 Edition
 
Pensioni, Italia non sottoscrive rapporto Ocse, dubbi su dati

Giovedì 7 Giugno 2007, 13:06

MILANO (Reuters) - Unico tra i paesi Ocse, l'Italia non conferma né sottoscrive i risultati del nuovo rapporto 'pensions at a glance 2007', volto a comparare e valutare i sistemi previdenziali, mettendone in dubbio l'adeguatezza dei dati.

Lo si legge nell'introduzione stessa al nuovo studio, oltre 200 pagine dedicare all'esame dei sistemi pensionistici dei paesi raggruppati dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

"L'Italia ha espresso seri dubbi sull'adeguatezza dei dati utilizzati dal rapporto e conseguentemente sulla comparabilità dei risultati" si legge in una nota a pié pagina dell'introduzione.

Particolare oggetto del contendere a parere delle autorità italiane, continua la nota, le stime su entrata nel mercato occupazionale e durata della carriera - rispettivamente 20 e 45 anni - diverse da quelle adottate a livello Ue e dalle attuali norme che regolano il mercato del lavoro.

"L'Italia ritiene che un'interpretazione basata su questi dati possa essere fuorviante".

Fonte: Yahoo Notizie
 
http://economia.repubblica.it/articolo/I_pensionati_finanziano_il_bilancio_pubblico/151901

I pensionati finanziano
il bilancio pubblico


di Carlo Clericetti
Il dato è contenuto nel “Rapporto sullo Stato sociale 2007” presentato a Roma alla Sapienza. Bisogna infatti considerare anche le imposte che vengono pagate sulle pensioni. I poveri in Italia sopra la media europea

151885



Sono i pensionati che finanziano il bilancio pubblico, e non viceversa. L’affermazione, decisamente controcorrente, è contenuta nel “Rapporto sullo Stato sociale 2007”, presentato oggi, 27 giugno, all’università di Roma La Sapienza. La tesi è sostanziata da una tabella a pagina 231 del Rapporto. Il saldo tra spesa e prestazioni è negativo per circa 50 miliardi di euro, ma 30 di questi sono dovuti a prestazioni assistenziali (quelle a fronte delle quali non ci sono contributi versati e dovrebbero dunque essere poste a carico della fiscalità generale); rimarrebbe un deficit di 20 miliardi, ma lo Stato ne incassa quasi 28 dalla normale tassazione sul reddito dei pensionati. Alla fine, dunque, il saldo risulta attivo per il bilancio pubblico, per quasi 7.300 miliardi.

Il Rapporto, curato come ogni anno dall’economista Felice Roberto Pizzuti e promosso dal Dipartimento di economia pubblica della Sapienza e dal Criss (Centro di ricerca interuniversitario sullo Stato sociale, presieduto da Maurizio Franzini), contesta a suon di cifre una serie di affermazioni considerate scontate nel dibattito economico-politico. Sul costo dell’abolizione dello “scalone” previdenziale, per esempio: negli attuali conteggi, osserva il Rapporto, non si considera che la prospettiva dello “scalone” ha già modificato i comportamenti, accelerando la “fuga” dal lavoro di chi ha potuto permetterselo, mentre molti sono comunque obbligati a rimanere il più possibile – a prescindere da qualsiasi norma – per procrastinare la riduzione del reddito che avranno andando in pensione. Se si rifanno i conti tenendo conto di questi fattori, il costo dell’abolizione – o della trasformazione dello scalone di tre anni in tre scalini da un anno – risulta assai ridotto.

Quanto alla famosa “gobba”, cioè l’aumento della spesa per pensioni previsto intorno al 2030, era stata calcolata stimando l’ingresso di 150.000 lavoratori stranieri l’anno, ma la media degli ultimi anni è stata un numero più che doppio: tutti lavoratori che verseranno contributi che non erano stati considerati, facendo così sparire la “gobba”.

Quella sulla previdenza è solo una delle sezioni del rapporto, che si occupa anche di sanità, inclusione sociale, formazione, problemi del mercato del lavoro.
Si rileva per esempio che le persone a rischio di povertà sono da noi oltre il 19%, contro una media europea del 16; ma nelle regioni meridionali l’incidenza della povertà è ben cinque volte maggiore rispetto alle regioni del nord.

Quanto poi al mercato del lavoro, la parola d’ordine in tutta Europa è da alcuni anni “flexicurity”, cioè aumentarne la flessibilità ma nello stesso tempo garantire alle persone una certa sicurezza, sia come sostegno economico nei periodi di disoccupazione, sia come formazione e altre politiche attive per il passaggio ad un nuovo lavoro. In Italia, però, è stata attuata solo la prima parte di questo programma, ossia la flessibilità del lavoro: l’indicatore Ocse sul grado di protezione legislativa del lavoro colloca il nostro paese nella metà più bassa della classifica. A fronte di questo, le garanzie sono del tutto insufficienti e per intere categorie semplicemente inesistenti. Oltretutto, le categorie meno protette nel mondo del lavoro non staranno meglio quando andranno in pensione, perché con i loro versamenti bassi e discontinui avranno assegni che li collocheranno senz’altro entro i livelli di povertà. Insomma, conclude il Rapporto, da noi la flessibilità viene vista solo come un modo per ridurre il costo del lavoro, a vantaggio, quindi, di imprese poco competitive e poco innovative, invece di essere utilizzata per rendere più dinamico il sistema produttivo.

Il Rapporto, insomma, offre al dibattito una serie di dati e di analisi che, come ha osservato Luciano Gallino, uno dei relatori, dovrebbero essere alla base dell’attuale discussione sulle riforme dello Stato sociale, mentre sembra che ben pochi le conoscano.

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Spettacolare perla di La Repubblica. Facciamo cosi', i pensionati non pagano piu' le tasse, ma gli togliamo tutti i servizi. Paghiamo solo le pensioni nette e fine. Poi si pagano tutto da soli. Vediamo chi fa l'affare .... :D
 
Sir Wildman ha scritto:
http://economia.repubblica.it/articolo/I_pensionati_finanziano_il_bilancio_pubblico/151901

I pensionati finanziano
il bilancio pubblico


di Carlo Clericetti
Il dato è contenuto nel “Rapporto sullo Stato sociale 2007” presentato a Roma alla Sapienza. Bisogna infatti considerare anche le imposte che vengono pagate sulle pensioni. I poveri in Italia sopra la media europea

151885



Sono i pensionati che finanziano il bilancio pubblico, e non viceversa. L’affermazione, decisamente controcorrente, è contenuta nel “Rapporto sullo Stato sociale 2007”, presentato oggi, 27 giugno, all’università di Roma La Sapienza. La tesi è sostanziata da una tabella a pagina 231 del Rapporto. Il saldo tra spesa e prestazioni è negativo per circa 50 miliardi di euro, ma 30 di questi sono dovuti a prestazioni assistenziali (quelle a fronte delle quali non ci sono contributi versati e dovrebbero dunque essere poste a carico della fiscalità generale); rimarrebbe un deficit di 20 miliardi, ma lo Stato ne incassa quasi 28 dalla normale tassazione sul reddito dei pensionati. Alla fine, dunque, il saldo risulta attivo per il bilancio pubblico, per quasi 7.300 miliardi.

Il Rapporto, curato come ogni anno dall’economista Felice Roberto Pizzuti e promosso dal Dipartimento di economia pubblica della Sapienza e dal Criss (Centro di ricerca interuniversitario sullo Stato sociale, presieduto da Maurizio Franzini), contesta a suon di cifre una serie di affermazioni considerate scontate nel dibattito economico-politico. Sul costo dell’abolizione dello “scalone” previdenziale, per esempio: negli attuali conteggi, osserva il Rapporto, non si considera che la prospettiva dello “scalone” ha già modificato i comportamenti, accelerando la “fuga” dal lavoro di chi ha potuto permetterselo, mentre molti sono comunque obbligati a rimanere il più possibile – a prescindere da qualsiasi norma – per procrastinare la riduzione del reddito che avranno andando in pensione. Se si rifanno i conti tenendo conto di questi fattori, il costo dell’abolizione – o della trasformazione dello scalone di tre anni in tre scalini da un anno – risulta assai ridotto.

Quanto alla famosa “gobba”, cioè l’aumento della spesa per pensioni previsto intorno al 2030, era stata calcolata stimando l’ingresso di 150.000 lavoratori stranieri l’anno, ma la media degli ultimi anni è stata un numero più che doppio: tutti lavoratori che verseranno contributi che non erano stati considerati, facendo così sparire la “gobba”.

Quella sulla previdenza è solo una delle sezioni del rapporto, che si occupa anche di sanità, inclusione sociale, formazione, problemi del mercato del lavoro.
Si rileva per esempio che le persone a rischio di povertà sono da noi oltre il 19%, contro una media europea del 16; ma nelle regioni meridionali l’incidenza della povertà è ben cinque volte maggiore rispetto alle regioni del nord.

Quanto poi al mercato del lavoro, la parola d’ordine in tutta Europa è da alcuni anni “flexicurity”, cioè aumentarne la flessibilità ma nello stesso tempo garantire alle persone una certa sicurezza, sia come sostegno economico nei periodi di disoccupazione, sia come formazione e altre politiche attive per il passaggio ad un nuovo lavoro. In Italia, però, è stata attuata solo la prima parte di questo programma, ossia la flessibilità del lavoro: l’indicatore Ocse sul grado di protezione legislativa del lavoro colloca il nostro paese nella metà più bassa della classifica. A fronte di questo, le garanzie sono del tutto insufficienti e per intere categorie semplicemente inesistenti. Oltretutto, le categorie meno protette nel mondo del lavoro non staranno meglio quando andranno in pensione, perché con i loro versamenti bassi e discontinui avranno assegni che li collocheranno senz’altro entro i livelli di povertà. Insomma, conclude il Rapporto, da noi la flessibilità viene vista solo come un modo per ridurre il costo del lavoro, a vantaggio, quindi, di imprese poco competitive e poco innovative, invece di essere utilizzata per rendere più dinamico il sistema produttivo.

Il Rapporto, insomma, offre al dibattito una serie di dati e di analisi che, come ha osservato Luciano Gallino, uno dei relatori, dovrebbero essere alla base dell’attuale discussione sulle riforme dello Stato sociale, mentre sembra che ben pochi le conoscano.

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Spettacolare perla di La Repubblica. Facciamo cosi', i pensionati non pagano piu' le tasse, ma gli togliamo tutti i servizi. Paghiamo solo le pensioni nette e fine. Poi si pagano tutto da soli. Vediamo chi fa l'affare .... :D

:rolleyes:
 
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