Geminello Alvi

lovercraft

HOWARD PHILLIPS
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Qualcuno di voi ha letto l'ultimo libro di Alvi?
 
si, è- interessante, ovviamente, e pone problemi reali, non essendo un economista non Sono in grado di giudicare il quadro teorico , posso dire intuitivamente quello che mi sembra criticabile .
Il Tono da "fuori della mischia e al di sopra delle parti e poi dedica finale in postfazione a Giulio Tremonti,"nel mio lavoro al Consiglio degli Esperti del Ministro dell'Economia e delle Finanze" (insomma che cosa ha consigliato mentre stava lì a ricevere la parcella? dal momento che non pare che abbiano seguito le direttive del suo libro)
Il che è tuttavia coerente con la spiegazione del debito pubblico tutta attribuita all'Euro ai sindacati e ai comunisti, che leggendo il libro sembra abbiano governato l'italia dal dopoguerra, con una falsificazione storica ormai invalsa soprattutto da parte di chi si giudica terzista e apparentemente non si schiera ne a destra ne a sinistra,
la soluzione evangelica olivettiana mi sembra un escamotage romanzesco per chiudere in bellezza.
Detto questo vale la pena leggerlo, caso mai ne riparliamo
lucio sergio
 
lovercraft ha scritto:
Qualcuno di voi ha letto l'ultimo libro di Alvi?
.
No, cmq ho trovato questo art. su IL FOGLIO, veramente interessante
.
LA RICCHEZZA ITALIANA POGGIA SOPRATTUTTO SU BASI FINANZIARIE E IMMOBILIARI SPROPORZIONATE RISPETTO AL LAVORO


Le imposte da diminuire, le rendite eccessive e i salari troppo bassi
Sarebbe la miglior cosa che scritto un libro,
ci si dimentichi di esso il prima possibile.
Perché nello scrivere come del resto
leggendo, non si vive. E sempre mi sono mantenuto
a questa regola, che impone di obliare
subito quanto si è scritto. Eppure “Una
Repubblica fondata sulle rendite” non lo so
ancora lasciare. Non per la stima e la cortese
generosità con cui i più l’hanno giudicato,
ben oltre i miei meriti. E neanche per le miserie
che il Sole24 Ore mi ha dedicato, con
tanto di articolo anonimo. Piuttosto, a farmi
scrivere di questo libro, è una circostanza
forse inevitabile in qualunque campagna
elettorale. Lo vedo tirato da tutte le parti, a
destra e a sinistra. Fingendo però ogni volta
che le rendite siano sempre e solo quelle degli
altri. Mentre riguardano tutti: è la Repubblica,
e con essa intendo la grande maggioranza
degli italiani, che si nutre di rendita.

Tant’è che le rendite sono in una sproporzione
palese alla base produttiva. Per ogni
lavoratore dipendente, fatta esclusione gli
statali, c’è ben più di un pensionato; e poco
meno di un terzo di questi pensionati ha tra
40 e 64 anni. Sedici milioni e mezzo di redditieri,
alla media di mille euro al mese, ben
superiori ai versamenti fatti, e ai contributi
previdenziali dei sopradetti lavoratori.
E non
si è detto della parte degli interessi e delle
locazioni, cresciute oltremisura. E pure loro
incassate perlopiù da anziani o finti tali, che
le redistribuiscono ai figli. Insomma come
l’economia dell’URSS esisteva per produrre
carri armati e missili, tutto il resto era accessorio.
Così lo stato esiste da noi per trasferire
rendite a famiglie che le smistano a
integrare i redditi dei loro figli o nipoti, anche
da loro impoveriti con tasse e contributi.
E ci sono gli statali. Dire che essi lavorino
è una parola grossa. Ma a giustificare il fatto
che debbano tenersi proprio distinti dai dipendenti
produttivi ci sono sia la logica, sia i
numeri. Gli statali sono pagati con le tasse,
dunque con un prelievo su salari e profitti ricavati
dalle merci vendute. E i loro stipendi
si sono assicurati un vantaggio rispetto ai salari
dei dipendenti produttivi. Lo svantaggio
del reddito procapite netto dei salariati produttivi,
rispetto a quello degli stipendiati statali,
si è più che raddoppiato, tra il 1995 e il
2003. Peraltro giacché il cittadino deve anche
pagare polizie private, scuole private, cure
mediche private, ripaga due volte tutto quello
che lo stato gli dà. E’ per logica ovvio dedurne
che una parte non minima degli stipendi
degli statali sono rendite.
Ma ci sono pure le rendite che si vestono
da profitti. Con un calcolo piuttosto elementare,
anche se laborioso, ho stimato il risultato
lordo di gestione dei vari settori. E l’ho
diviso per i valori aggiunti, così da averne il
valore unitario. Verificando che questo profitto
unitario non tende ad eguagliarsi. I
prezzi di alcuni settori sono cresciuti più che
in altri, ad esempio più che nei settori esposti
alla concorrenza. Dunque la differenza
con la crescita dei prezzi di questi settori
permette di dare una misura al privilegio degli
altri ovvero di misurarne la rendita. Il risultato?
E’ che la ripresa prima, e la tenuta
poi dei profitti, nel quindicennio da me analizzato
dipendono per buona parte da queste
rendite. Superiori a quelle lucrate dai farmacisti
o dai notai, gli unici a essere esecrati,
sui grandi giornali.
Questa premessa per dire che le rendite,
ovvero il privilegio, non sono in Italia affare di
una minoranza, ma costitutive della maggioranza.

E lo stato, ovvero la sua redistribuzione,
ne è il primo complice. Non sempre per il
peggio. E’ stata infatti la Repubblica a disseminare,
cogli interessi sui titoli emessi a fronte
dei suoi deficit, la ricchezza degli italiani. E
a farla poi levitare con l’Euro. Tant’è che la
ricchezza procapite degli italiani risulta ora
comparabile, secondo alcuni indici, a quella
degli Stati Uniti. Insomma i salari languono,
hanno perso molto potere d’acquisto; e pei
profitti andrebbe peggio senza i monopoli o le
altre prebende trasferite dallo stato. Ma l’Italia
non può dirsi povera. Ha una ricchezza finanziaria
e immobiliare enorme, e diffusa. Insomma
l’Italia è ricca, ma la sproporzione delle
rendite e della ricchezza detenuta dalla famiglie,
rispetto ai salari e ai profitti è insana.

Tale da rendere ormai poco conveniente il lavoro.
E’ questo che i giovani, la maggioranza
di loro che ha i genitori con case proprie e titoli,
lamentano. Ma all’origine di questa perversione
c’è lo stato, l’eccesso di tasse e contributi,
che diventano sprechi degli stipendi
statali, pensioni, prebende per gli industriali.
Per non dire della politica urbanistica e del
territorio di sinistra il cui effetto di lungo periodo
è stato quello di congestionare le città
ed elevare le locazioni. Perciò aumentare le
tasse sarebbe una follia. Vanno invece diminuite.
Occorre prima dare nuova forma alla
redistribuzione statale, il che significa rifare
lo stato. Era lui, non la lira che doveva essere
cambiato. Ma Prodi e il centrosinistra non lo
faranno. Incarnano e danno forma politica a
una redistribuzione statale insana, e a una
rappresentanza del lavoro scellerata.
Quanto
al centrodestra: finché ha governato ha in fondo
rinunciato alla riforma che urge in Italia:
rifare lo stato, ovvero decumularlo.
Geminello Alvi
 
Soluzione: meno Stato

Pericoloso, per Geminello Alvi, tassare le rendite


Aumentare i salari, ma diminuire le rendite e la spesa statale. In pillole, è questa la ricetta per risanare l'economia italiana che Geminello Alvi affida al suo ultimo libro: 'Una Repubblica fondata sulle rendite' (Mondadori). Di quali rendite si tratta? Degli interessi pagati dallo Stato sul debito pubblico, degli affitti delle case, e delle pensioni, la cui crescita, negli ultimi 15 anni, ha contato per le famiglie

più di quella dei salari. Nel 2004 c'erano 11.900 euro

di rendite correnti per famiglia contro 10.100 di salari,

che hanno perso via via potere d'acquisto. Ma non basta, argomenta Alvi, le famiglie italiane hanno accumulato bei patrimoni, e sono ricche, molto più di quanto non appaia.

Se le cose stanno così non dovrebbe essere così difficile parlare di tassare le rendite finanziarie o immobiliari...

"Sarebbe pericoloso farlo, perché c'è il rischio di indebolire quella accresciuta ricchezza delle famiglie che compensa la diminuzione dei redditi".

Eppure dalla sua indagine emerge che i patrimoni delle famiglie sono belli grassi: stiamo meglio degli americani.

"Per certi versi sì, ma il paradosso sta nel fatto che si tratta di valori di patrimonio sensibili al livello dei tassi di interesse e dell'imposizione fiscale. Con conseguenze che potrebbero diventare assai delicate in un periodo di rialzo dei tassi di interesse per quello che riguarda la gestione del debito pubblico e la gestione della bolla immobiliare".

Allora tassiamo le rendite?

"Sarebbe più semplice tagliare la spesa statale (e quindi le tasse) che è all'origine di gran parte delle rendite da me calcolate: lo Stato paga pensioni sproporzionate ai contributi, una politica urbanistica che per molto tempo ha nutrito la rendita immobiliare nelle grandi città, una politica sbagliata delle privatizzazioni e il fatto che il vantaggio degli stipendi pubblici è aumentato rispetto a quelli privati. Sarebbe assurdo che adesso ci si rifacesse tassando i Bot".

Perché?

"Perché gran parte delle rendite ne resterebbero indenni. Sono convinto che la soluzione migliore è diminuire le tasse, non aumentarle. Anche il calo della spesa in conto interessi è stato divorato dalle altre spese dello Stato.

Per intaccare davvero le rendite, bisogna ridurre il ruolo dello Stato nell'economia, e quindi la spesa corrente, affidando sanità e scuola a soggetti non statali, magari di natura pubblica come le fondazioni".

Lei evidenzia la crescita della speculazione immobiliare e delle rendite delle imprese: neanche su questo fronte il fisco dovrebbe cambiare?

"Le rendite delle imprese, ovvero quella parte di profitto che corrisponde all'andamento dei prezzi del settore superiore a quello dei prezzi esposti alla concorrenza internazionale o all'andamento dei prezzi al consumo, implica riforme di funzionamento del mercato, non più tasse". P. P.

espresso
 
Critico Mi sembrate rassegnati di Geminello Alvi
Gentile Presidente Montezemolo, Le scrivo dopo aver appena scoperto sul sito della Confindustria, che la sua è «l'Associazione imprenditoriale più diffusa, e più articolata al Mondo». E, me ne sarei complimentato con Lei, subito. Non ci trovassimo in questi giorni di nomine, con appena eletti un comunista e un sindacalista a presiedere le Camere, e un reduce del Partito comunista italiano alla presidenza della Repubblica. Per non dire del governo dove solo all'Est ci sono più comunisti, pentiti o meno. Mi viene perciò l'irrispettoso dubbio di chiederLe: come è possibile? L’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha certo i suoi difetti. Ma è ben strano risultato che tutti i grandi giornali, di cui sono azionisti poteri e imprese «dell'associazione più diffusa e articolata al Mondo», abbiano aiutato la loro vittoria per un pelo. E il tutto dopo che proprio Lei, al convegno di marzo a Vicenza, nel suo discorso che aveva avuto buoni momenti, aveva spiegato splendidamente: «Dobbiamo ridurre la burocrazia a tutti i livelli. Non è possibile che la più grande azienda del paese sia la politica...».
Certo l'Italia è complicata, e il governo di centrodestra ha deluso. Ma con un patrimonio nel 2004 di 321.222 euro correnti per famiglia italiana, e l’organizzazione confindustriale più bella del mondo, ci troviamo governati come neanche ora in Serbia.
Lei ancora diceva: «Nel 1996 c'erano trenta aziende municipalizzate in forma di società per azioni e oggi ce ne sono settecento. E praticamente tutte sono a controllo pubblico...invece di liberalizzare il mercato si allarga la concorrenza sleale di chi opera in regimi protetti con i soldi dei cittadini». Bene. Ma è pensabile che i poltrone-occupanti nelle municipalizzate o negli immobili degli enti Locali si sentano ora scoraggiati?
Per lo più ex sindacalisti, rifondatori, o politici di mestiere, mi paiono più che confermati dalle elezioni nei loro interessi. Insomma lo scenario è il peggiore prevedibile: un potere, ch'è persino nei nomi un ritorno da incubo agli Anni Settanta, non può riformare i danni che la politica da allora ha fatto e fa all'Italia.
E, detta la perplessa sorpresa mia, per i recenti eventi politici, ecco l'altro dubbio che ne consegue. Lei spiegava: «Abbiamo vissuto troppo a lungo un'epoca di assistenzialismo. E oggi abbiamo un Paese che si è imborghesito senza aver creato una vera borghesia che sia classe dirigente». Detto ancora bene; ma per logica allora il primo compito di chi avversa una Repubblica fondata sulle rendite, sarebbe rifare lo Stato. Diminuirlo privatizzando le sue attività così da tagliare il debito; e inoltre sfoltire di molto gli statali in obbedienza al principio di sussidiarietà. Il che implica tagliare le tasse: la sola maniera seria di tagliare la spesa per manutenzioni, statali in eccesso, pensioni ai cinquantenni.
E questa sarebbe appunto la vera rivoluzione da fare nel nostro Paese: diminuire il carico fiscale. E invece temo molto che Lei proporrà forse altro alla prossima assemblea di Confindustria di giovedì: mi pare più orientato a proporre semmai una sua redistribuzione. Per far diminuire il carico fiscale, e il costo delle retribuzioni lorde, al convegno di Vicenza già anticipava: «Parte delle risorse possono essere recuperate con una diversa redistribuzione del carico fiscale e contributivo tra le varie categorie di reddito e uno spostamento del carico fiscale da quello diretto a quello indiretto».
Il che, sempre se ho ben capito, implica un aumento dell'Iva e più contributi per i lavoratori a progetto e precari. In breve si lascia fare il carrozzone della felicità prodista: il che significa pressione fiscale in crescita, e sprechi continuati della politica: appunto «la più grande azienda del Paese».
E la mia deduzione maligna è quindi che la confederazione degli industriali si sia da anni rassegnata a questa azienda; e che badi soltanto a conviverci. Al prezzo appunto di qualche ribasso delle retribuzioni lorde e tasse e contributi redistribuiti sui lavoratori non rappresentati.
Col risultato di un sacrificio della domanda interna; giacché ai lavoratori dipendenti non toccheranno benefici di molto maggiori in busta paga di quelli dati dal precedente governo.
Forse ho capito male; ma pure per le liberalizzazioni, mi pare che l'enfasi sia tutta concentrata sui farmacisti o sui tassisti. Non una riga ho ancora letto nei suoi discorsi, ma spero di leggerla, sulle Ferrovie dello stato. Azienda di fatto cogestita da sindacati e commesse di grandi imprese. Eppure ogni treno trasporta quanto duecento tassisti per volta. Insomma mi riconfermo nel maligno dubbio che sopra le ho detto.
Per favore me lo cancelli. corriere
 
io l'ho comprato, e l'ho piantato a meta'

un classico instant-book, un inutile libercolo di una cinquantina di pagine a margine mooolto largo, pieno di banalita' in stile bar sport attraverso le quali l'autore pretende di dimostrare un paio di tesine presentate come "scomode e rivoluzionarie", ma che in realta' sono dei luoghi comuni triti e ritriti

il tutto iu una prosa ridicolmente pomposa, diretta immagino ad impressionare le menti semplici con l'ampia cultura che l'autore pensa di avere

una quindicina di euro buttati via, pazienza
 
Certo, senza far troppa politica, io sinceramente che il gov.P.
riesca a prendere decisioni favorevoli allo sviluppo del mercato
faccio fatica a crederlo...spero di sbagliarmi...
se qualcuno pensa invece il contrario e magari riesce a immaginare
qualche soluzione positiva, il forum è qui per questo...
p.s. prego omettere il taglio del cuneo fiscale.....è talmente
inadeguato, secondo me è un contentino agli imprenditori e forse
ai lavoratori...
in germania (che in quanto a competitività stanno avanti 10 anni)
stanno anche loro pensando di ridurre il cuneo..pertanto
la situazione rimarrebbe identica..
 
invece, sto' leggendo ora "salvare il capitalismo dai capitalisti" di rajan/zingales
testo di ben altra caratura, che in alcuni capitoli tratta alcune delle problematiche malamente abbozzate dal geminellino, ma con ben altra profondita' e rigore
e' molto piu' impegnativo, ma ad un prezzo simile a quello del furbo libercolo alviano da' un "ritorno" ben superiore
per quello che puo' valere la mia opinione, ve lo consiglio
 
balabiott ha scritto:
invece, sto' leggendo ora "salvare il capitalismo dai capitalisti" di rajan/zingales
testo di ben altra caratura, che in alcuni capitoli tratta alcune delle problematiche malamente abbozzate dal geminellino, ma con ben altra profondita' e rigore
e' molto piu' impegnativo, ma ad un prezzo simile a quello del furbo libercolo alviano da' un "ritorno" ben superiore
per quello che puo' valere la mia opinione, ve lo consiglio
beh tanto che ci sei...puoi anche farci partecipi di qualche
passaggio che ritieni interessante... ;)
 
Raghuram G. Rajan e Luigi Zingales
Salvare il capitalismo dai capitalisti

«Il nostro libro è una critica spietata al "capitalismo reale" in nome di un mercato libero dove siano le capacità individuali, le idee, e il duro lavoro, non il patrimonio di famiglia o le relazioni, a determinare il successo».
I capitalisti affermati hanno paura della competizione, che mina il predominio delle imprese esistenti e le costringe a riguadagnarsi la propria posizione ogni giorno. I mercati finanziari sviluppati spaventano particolarmente, perché favoriscono e alimentano la concorrenza, equiparando i punti di partenza.
L'Italia è un esempio da manuale della degenerazione del capitalismo in un sistema di élite, fatto dalle élite, e per le élite. E rappresenta, al tempo stesso, un caso emblematico del ruolo decisivo svolto dal sistema finanziario in questa degenerazione. Non è sorprendente che in Italia tutte le nuove opportunità di investimento, dai telefoni cellulari alle società di servizi pubblici neoprivatizzate, siano sempre sfruttate da pochi privilegiati. Sono gli unici
con il denaro e i contatti per farlo. E non sorprende neppure che queste stesse persone si oppongano a uno sviluppo finanziario: andrebbe a intaccare proprio la fonte della loro rendita di posizione.



Prefazione all'edizione italiana

Quando scrivemmo la prefazione all'edizione americana, gli scandali societari negli Stati Uniti e le enormi perdite causate agli investitori dalla bolla speculativa di Internet dominavano la scena. Pensavamo che non ci fosse momento più appropriato per un libro come il nostro, che analizza i rischi prodotti dalle ripercussioni politiche di simili eventi sul sistema capitalistico. Purtroppo, gli eventi successivi hanno reso il messaggio di questo libro ancora più di attualità. Le nuove rivelazioni di abusi nel settore finanziario hanno messo in dubbio la legittimità del mercato. I tragici eventi in Iraq hanno confermato la nostra tesi che è difficile creare una democrazia in un paese ricco di risorse naturali. Il crescente numero di posti di lavoro qualificati trasferiti in Cina e in India ha acuito il risentimento della gente contro il libero mercato. E come se non bastasse, il crack della Parmalat ha innescato una riflessione profonda sulla natura del capitalismo italiano.

Speriamo che il nostro libro possa contribuire a questa riflessione. Contiene una serie di esempi italiani, non solo perché uno dei due autori è italiano, ma perché l'Italia è un esempio da manuale della degenerazione del capitalismo in un sistema di élite, fatto dalle élite, e per le élite. Ed è un esempio da manuale dell'importante ruolo svolto dal sistema finanziario in questa degenerazione. In Italia, storicamente l'accesso al finanziamento è sempre stato molto limitato. Crescendo in questo paese, io (Luigi) pensavo che il problema fosse endemico all'interno del sistema capitalistico. Solo dopo essermi trasferito negli Stati Uniti e aver studiato Finanza mi resi conto che non si trattava di una conseguenza inevitabile, e cominciai a darne la colpa all'inettitudine dei nostri governi, che non avevano creato la struttura legale e regolamentare necessaria al corretto funzionamento del sistema finanziario.

Fu solo qualche anno fa, durante un dibattito sulla proposta di riforma Draghi, che incominciai a vedere il problema in una luce diversa. La riforma Draghi compiva un piccolo passo nella direzione di una maggiore protezione degli azionisti di minoranza, fondamentale per uno sviluppo del mercato azionario. A questo dibattito pubblico presero parte i più illustri rappresentati del capitalismo italiano: tutti invariabilmente parlarono contro la proposta Draghi, preoccupati che avrebbe dato troppo potere ai «disturbatori di assemblee». Laddove in molti altri paesi le stesse persone vengono considerate come investitori che rivendicano i propri diritti, in Italia rimanevano dei «disturbatori di assemblee». Come spieghiamo nel libro, questo atteggiamento non è prerogativa dei capitalisti italiani. È comune in quei sistemi basati su un «capitalismo delle relazioni«». Fu sintetizzato da Carl Fürstenberg, un famoso banchiere tedesco, che disse: «Gli azionisti sono stupidi e impertinenti: stupidi perché dànno il proprio denaro a qualcun altro senza avere alcun controllo effettivo sull'uso che questa persona ne fa, impertinenti perché pretendono pure dei dividendi come ricompensa per la loro stupidità».

Il fatto che questo atteggiamento sia così diffuso rende l'enigma ancora più complesso: perché i capitalisti hanno così tanta paura di mercati finanziari sviluppati? La risposta che forniamo in questo libro è straordinariamente semplice. L'opposizione suscitata dalla riforma Draghi non è che un esempio di un fenomeno più generale: i capitalisti affermati hanno paura della competizione, che mina il predominio delle imprese esistenti, costringendole a riguadagnarsi la propria posizione ogni giorno. I mercati finanziari sviluppati fanno particolarmente paura perché favoriscono la competizione, uguagliando i punti di partenza. In un mondo dove l'accesso al finanziamento è facile, sono le capacità individuali, le idee, e il duro lavoro che determinano il successo, non il patrimonio di famiglia o le conoscenze. Non è sorprendente che in Italia tutte le nuove opportunità di investimento, dai telefoni cellulari alle società di servizi pubblici neoprivatizzate, siano sempre sfruttate da pochi privilegiati. Sono gli unici con il denaro e i contatti per farlo. E non è neppure sorprendente che queste stesse persone si oppongano a uno sviluppo finanziario: andrebbe a minare proprio la fonte della loro rendita di posizione.

Quello che più sorprende è l'opposizione allo sviluppo finanziario diffusa tra la sinistra italiana. Ancora fedele all'ideologia marxista, buona parte della sinistra non riesce ad apprezzare il ruolo che lo sviluppo finanziario può giocare nel riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro, storicamente squilibrato a favore del capitale. Come potrebbero i capitalisti sfruttare i lavoratori se questi ultimi potessero facilmente produrre in proprio, ottenendo in leasing gli stessi macchinari che usano in fabbrica?

Purtroppo questa incomprensione ha gravi conseguenze. Non capendo i benefici del mercato, la sinistra è contenta di frenare la competizione e interferire nel funzionamento del mercato per aiutare i bisognosi. Non si rende conto che lo stesso encomiabile obiettivo può essere raggiunto con un miglior rapporto tra costi e benefici. L'ironia vuole che la sinistra non si renda neanche conto che questo sistema aiuta a proteggere quegli stessi capitalisti che si ripromette di combattere. I sussidi statali alle imprese non sono aiuti ai loro dipendenti, ma a un management inefficiente. Se il vero obiettivo è aiutare i lavoratori, perché non pagarli direttamente?

Il principio fondamentale di un'economia di mercato è che le imprese inefficienti devono fallire, non che i lavoratori debbano soffrire. Una rete di protezione per i lavoratori finanziata dallo stato non è in contraddizione con un'economia di mercato, un sistema di sussidi alle imprese sì. In verità in questo libro affermiamo che una rete di protezione è necessaria per rendere il libero mercato politicamente sostenibile. Senza di essa, la sofferenza dei lavoratori può essere usata troppo facilmente per giustificare distorsioni nel funzionamento del mercato. È quello che succede ogni giorno in Italia.

C'è speranza? Pensiamo di sì. Negli ultimi tre decenni paesi così diversi come Francia e Germania, Corea e India hanno abbracciato il mercato e cercato di creare le infrastrutture necessarie perché possa prosperare. È difficile immaginare che improvvisamente i politici siano diventati più attenti all'interesse generale, o che il denaro abbia perso il suo peso in politica. La verità è che l'apertura dei mercati internazionali dei beni e dei capitali ha allineato l'interesse delle élite a quello del mercato. Quando la competizione viene da una diversa giurisdizione, una giurisdizione che le élite locali non possono influenzare, queste élite non trarranno alcun vantaggio dal soffocarla distorcendo il mercato interno. Al contrario, sotto la minaccia della competizione internazionale le imprese vogliono una infrastruttura efficiente, che permetta loro di competere ad armi pari. Il libero scambio di beni e capitali è il meccanismo più importante per promuovere mercati più efficienti e più competitivi.

In questo campo, il movimento antiglobalizzazione sbaglia completamente. Piuttosto che renderci schiavi delle multinazionali, la globalizzazione ci libera dalla schiavitù delle élite locali. Questo è un messaggio particolarmente importante, in un momento in cui l'ondata protezionistica sta montando, alimentata dalla rabbia dei colletti bianchi che si trovano per la prima volta ad affrontare la competizione internazionale.

Il secondo meccanismo per vincere la resistenza delle élite al libero mercato è di impedire che esse diventino troppo inefficienti. L'apertura alla competizione internazionale, una seria politica antitrust, e un sistema di tassazione che penalizzi i manager inefficienti, vanno tutti in questa direzione.
Il terzo pilastro di una politica volta a creare consenso a favore del libero mercato è una riforma del sistema del welfare volta a proteggere le persone, non le imprese. Molto spesso i sussidi a produttori inefficienti sono dissimulati dietro nobili cause. Quando la Fiat chiede aiuto allo stato, usa il potenziale danno inflitto ai lavoratori come scusa per trasferire alla collettività le perdite causate dal suo management inefficiente. Questo non succede solo in Italia. Negli Stati Uniti i produttori di acciaio hanno spedito 50.000 lavoratori a Washington per ottenere protezioni doganali. Ma i lavoratori possono essere usati come scudi umani degli interessi dei capitalisti solo se non hanno una protezione adeguata. Se esiste un adeguato sussidio di disoccupazione, la legittimità dei sussidi alle imprese o dei dazi doganali per difendere i lavoratori viene meno. Per permettere alle imprese di fallire abbiamo bisogno di un sistema che protegga i lavoratori. Altrimenti la resistenza politica alla «distruzione creatrice» del mercato è troppo forte.

Ma in una democrazia la più importante forza per assicurare che le regole siano nell'interesse della collettività è la consapevolezza. È il tuo interesse nel libero mercato, la tua conoscenza di che cosa non ha funzionato in passato e di che cosa potrà andare storto in futuro, che può tenere sotto controllo gli interessi costituiti. Ed è per rinforzare questa consapevolezza che abbiamo scritto questo libro.
 
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