Gerard schneider

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ho una carta del 1951, molto bella, artista valido.
 

Stefano Perrini

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Sicuramente, ma su Schneider c’è una grande operazione di rivalutazione in corso, c’è coinvolta la figlia e la galleria diane de polignac, poi sta per uscire il catalogo ragionato e l’opera, ovviamente ne farà parte.

Premetto che Gérard Schneider è un ottimo artista. Quando però partono queste operazioni di mercato, si fa presto a riscrivere la storia e a far apparire l’artista di turno come un genio assoluto.

Ho provato a fare un “punto nave” sull’artista guardando alcuni testi di storia dell’arte.

Uno dei testi di riferimento in lingua inglese è “Art since 1900”, pubblicato da Thames & Hudson, Londra, e curato da Hal Foster, Rosalind Krauss, Yve-Alain Bois, Benjamin Buchloh e David Joselit.
Il testo è organizzato cronologicamente e, al 1946, dedica un intero capitolo a Dubuffet, Wols e Fautrier, cioè i padri dell’informel. Gérard Schneider non è mai citato nel libro.
Hartung, che qualcuno ha nominato qui nelle pagine precedenti, ha solo due citazioni e la seconda è molto dura, se pensiamo a Schneider. Traduco dall’inglese:

La “Giovane Scuola di Parigi” è un’espressione-ombrello ripetutamente usata negli anni ’50 per indicare il tipo d’astrazione (gestuale, post-cubista o post-Klee) avviato da artisti del calibro di Pierre Soulages, Jean Bazaine, Alfred Manessier, Viera da Silva, Serge Poliakoff, Jean (sic, penso si intenda Maurice) Esteve, Bram van Velde e Hans Hartung nell’immediato dopoguerra e poi emulato da un esercito di imitatori accademici (questo fenomeno è paragonabile alla produzione di massa di opere annacquate dell’Espressionismo Astratto nella New York degli anni ’50, una produzione che Clement Greenberg spregiativamente etichettava come arte “della Decima Strada” con riferimento al proliferare di gallerie d’arte proprio in quel luogo).

Gérard Schneider non solo non è citato, ma rischia di apparire tra quelli che si sono adeguati a un certo stile, senza apportare elementi di originalità. Faccio anche notare che, al contrario, vengono fatti nomi che in Italia non si sentono mai nominare.
A proposito d’Italia, nel vecchio testo di Dorfles il nome Gérard Schneider ha tre citazioni (ma ad altri artisti, compreso Hartung, sono dedicate intere sezioni).

Combinazione, sto leggendo un libro recente della storica dell’arte Béatrice Joyeux-Prunel che si concentra proprio sull’arte tra il 1945 e il 1970. Sarebbe il terreno ideale per una rivalutazione di Gérard Schneider: non solo l’autrice insegna all’università di Ginevra e il testo è pubblicato in francese a Parigi (l’artista è di origine svizzero-francofona, poi naturalizzato francese), ma vuole dimostrare la centralità dell’Europa contro il mito dell’arte che si sarebbe spostata negli Stati Uniti dopo la guerra. Anche in questo caso, a Gérard Schneider toccano però solo quattro citazioni del nome.

Mi fermo e mi scuso per la lunghezza.
 
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terminator1962

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Premetto che Gérard Schneider è un ottimo artista. Quando però partono queste operazioni di mercato, si fa presto a riscrivere la storia e a far apparire l’artista di turno come un genio assoluto.

Ho provato a fare un “punto nave” sull’artista guardando alcuni testi di storia dell’arte.

Uno dei testi di riferimento in lingua inglese è “Art since 1900”, pubblicato da Thames & Hudson, Londra, e curato da Hal Foster, Rosalind Krauss, Yve-Alain Bois, Benjamin Buchloh e David Joselit.
Il testo è organizzato cronologicamente e, al 1946, dedica un intero capitolo a Dubuffet, Wols e Fautrier, cioè i padri dell’informel. Gérard Schneider non è mai citato nel libro.
Hartung, che qualcuno ha nominato qui nelle pagine precedenti, ha solo due citazioni e la seconda è molto dura, se pensiamo a Schneider. Traduco dall’inglese:

La “Giovane Scuola di Parigi” è un’espressione-ombrello ripetutamente usata negli anni ’50 per indicare il tipo d’astrazione (gestuale, post-cubista o post-Klee) avviato da artisti del calibro di Pierre Soulages, Jean Bazaine, Alfred Manessier, Viera da Silva, Serge Poliakoff, Jean (sic, penso si intenda Maurice) Esteve, Bram van Velde e Hans Hartung nell’immediato dopoguerra e poi emulato da un esercito di imitatori accademici (questo fenomeno è paragonabile alla produzione di massa di opere annacquate dell’Espressionismo Astratto nella New York degli anni ’50, una produzione che Clement Greenberg spregiativamente etichettava come arte “della Decima Strada” con riferimento al proliferare di gallerie d’arte proprio in quel luogo).

Gérard Schneider non solo non è citato, ma rischia di apparire tra quelli che si sono adeguati a un certo stile, senza apportare elementi di originalità. Faccio anche notare che, al contrario, vengono fatti nomi che in Italia non si sentono mai nominare.
A proposito d’Italia, nel vecchio testo di Dorfles il nome Gérard Schneider ha tre citazioni (ma ad altri artisti, compreso Hartung, sono dedicate intere sezioni).

Combinazione, sto leggendo un libro recente della storica dell’arte Béatrice Joyeux-Prunel che si concentra proprio sull’arte tra il 1945 e il 1970. Sarebbe il terreno ideale per una rivalutazione di Gérard Schneider: non solo l’autrice insegna all’università di Ginevra e il testo è pubblicato in francese a Parigi (l’artista è di origine svizzero-francofona, poi naturalizzato francese), ma vuole dimostrare la centralità dell’Europa contro il mito dell’arte che si sarebbe spostata negli Stati Uniti dopo la guerra. Anche in questo caso, a Gérard Schneider toccano però solo quattro citazioni del nome.

Mi fermo e mi scuso per la lunghezza.


Non è certo a livello di hartung, però resta a mio avviso molto sottovalutato e un buon investimento.
 

mmt

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S maiuscola, grazie
 

Stefano Perrini

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Non è certo a livello di hartung, però resta a mio avviso molto sottovalutato e un buon investimento.

Non vorrei che qualcuno si facesse l’idea che i nomi in campo siano solo due: o Hartung o Schneider.
Tendiamo a fossilizzarci sempre sugli stessi nomi. In realtà, anche in quel contesto parigino, gli artisti erano molti di più e Schneider non era un caposcuola (e forse non stava neanche in seconda fila).

La vecchia Garzantina dedicata all’Arte (terza edizione, completamente riveduta, del 2002) dedica a Schneider una voce di 7 righe, dove si dice che “dopo esperienze diverse tra surrealismo e tardo cubismo si volse, attorno al 1956, verso un gestualismo tachiste influenzato dalla grafica estremo-orientale”.

Il fatto che Schneider sia presente è una conferma che è un artista importante e non una “invenzione” del mercato. Però la data indicata, 1956, vuol dire che l’artista aveva almeno dieci anni di ritardo rispetto alle più avanzate ricerche informali.

La stessa Garzantina riteneva più importanti di Schneider altri artisti citati già nel libro inglese di cui parlavo in precedenza: Jean Bazaine, Alfred Manessier, Viera da Silva, Serge Poliakoff, Maurice Esteve, oltre naturalmente a Hartung. Infatti, nelle vecchie enciclopedie la lunghezza della voce è proporzionale alla sua importanza (ai giovani abituati a Wikipedia potrà apparire strano, perché lì questa vecchia regola non vale). Naturalmente queste posizioni della critica possono cambiare nel tempo, non è questo il punto.

Il punto, mi sembra, è che, rispetto per esempio a Jean Bazaine o Alfred Manessier, non è facile argomentare che Schneider, oggi, sia "molto sottovalutato”.
Se come tu dici, terminator, grandi gallerie stanno investendo e sta per uscire il Catalogo Ragionato, questo è un altro discorso e le quotazioni probabilmente saliranno.
 

arte2011

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Botto di Schneider tela 55x45 anni 70 da Piasa base 6000 realizza 33.000 e diritti oltre 41k:cool:
 

Deathlover

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Anche alla Borromeo una carta intelata anni 80’ ( di ottima qualità a mio avviso) ha fatto molto bene( coi diritti il doppio della stima massima se non sbaglio).
 

mmt

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Bello, grazie.
 

terminator1962

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Ottimo risultato per Schneider da Farsetti.
 

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