Gli alti tassi Usamettono in crisi i bond

FaGal

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21/7/02
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ALLARME-bolla suimercati
dei bond. A Wall
Street il titolo di Stato
Usa a 10 anni, rating AAA, ha
perso in una seduta lo
0,438%, ossia 4,38 dollari per
ogni mille investiti, che per
un bond ultrasicuro non è
poca cosa. Automaticamente,
il rendimento per chi ha
comprato al nuovo prezzo è
balzato dello 0,056%, a quota
4,742%, un livello che non si
vedeva dal 28 giugno del
2004. Lunedì 6 marzo, a
Milano, l'ufficio studi della
Bnl ha alzato la previsione
del rendimento del bond decennale
in dollari al 4,80%
entro tre mesi e al 5% entro
un anno. Il 5% è una soglia
psicologica che era stata indicata
da varie banche, per
esempio la Merrill Lynch,
come tappa che si sarebbe
raggiunta nel 2004 e nel
2005, e che poteva diventare
il via alla corsa alla vendita
delle obbligazioni di lungo
termine da parte degli investitori
impauriti. L'alzarsi
del rendimento dei bond, infatti,
è il risultato del calo
delle loro quotazioni. E, come
per le azioni, quando si
avvia un trend di discesa dei
prezzi si può verificare l'effetto-
gregge, con i detentori dei
vecchi bond che si affrettano
a venderli per evitare di vederli
perdere ancor più di
valore in futuro.
Il balzo dei tassi avviene
in America nel contesto di
una ripresa economica che
dura da tre anni e ha abbassato
la disoccupazione al 4,7%:
le tensioni sul mercato del
lavoro cominciano a farsi
sentire sugli stipendi, alimentando
l'inflazione che a sua
volta spinge la banca centrale
a continuare nella stretta
monetaria, iniziata con i tassi
all'1% e già arrivata al
4,5%. Finora, la manovra della
Fed aveva soprattutto fatto
«prevedere» la Bolla, ma a
parte due precedenti picchi
appena sopra il 4,50% nel
2004 e a fine 2005, le correnti
di acquisto di bond Usa, sia
dall'interno sia dall'estero,
hanno sempre provveduto a
tenere alte le quotazioni e
bassi i rendimenti. Ora il
fenomeno dei tassi più cari, e
quindi delle emissioni più
remunerative per i nuovi investitori,
si è esteso all'Europa,
la cui Banca Centrale ha
ritoccato di mezzo punto in
due aumenti il costo dell'euro,
a quota 2,50%. Il Giappone
è su questa strada, dopo
anni di tassi zero: la banca
centrale di Tokyo potrebbe
arrivare all'1% l'anno venturo.
Significa che le altre monete
(l'euro subito, lo yen in
prospettiva) cominciano ad
esercitare una certa concorrenza
rispetto al dollaro: meno
ampio è il differenziale
dei rendimenti tra i bond Usa
e quelli europei, e più risparmiatori
europei e internazionali
sono tentati di abbandonare
i titoli americani. Contro
la convenienza dell'attuale
differenziale, che è di due
punti a livello di tassi ufficiali,
ma molto di meno nelle
quotazioni del mercato secondario,
ci sono dunque il
rischio valutario e quello,
citato, dello scoppio della
Bolla. In Borsa (vedi tabella),
il 6 marzo il Bund tedesco
decennale dava il 3,58% contro
il 4,71% del decennale
statunitense, l' 1,13% in meno.
Ma il Btp a 10 anni, che
registra di norma un differenziale
di una ventina di centesimi
rispetto al Bund per il
rating inferiore (AA-, contro
AAA della Germania), segnava
un rendimento del 3,86%,
ossia solo lo 0,85% meno del
bond Usa. Per valutare l'opportunità
di avere una quota
di titoli in dollari in portafoglio,
un risparmiatore italiano
deve insomma tenere conto
di tre variabili: il rischio
valutario, il differenziale del
tasso di rendimento, le prospettive
in termini di tassi
delle due valute. Anche se
l'economia Usa appare ancora
in solida crescita, due
nubi sono già ben visibili: il
rallentamento del settore
del mattone, provocato dal
rincaro dei tassi dei mutui
dopo anni di corsa delle
vendite e dei prezzi; e l'elevato
indebitamento delle famiglie
- 8 mila miliardi di
dollari nel 2005 contro i 5
mila miliardi del 2000 -, che
potrebbe aggravarsi con la
salita dei tassi dei mutui
variabili, frenando i consumi
e quindi la crescita generale.
Ciò spingerebbe però la
Fed a invertire la politica
monetaria, chiudendo la lunga
fase della stretta. tuttosoldi
 

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a parte il discorso centrale , faccio solo una nota marginale : il differenziale BTP - BUND è visto costante , per cui per i prossimi mesi non si prevedono : aumento del debito pubblico e rialzi dei cds.
 
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