Gulliver

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Nel 1726 venne pubblicato anonimo a Londra I viaggi di Gulliver, in realtà opera di Jonathan Swift, uno dei maggiori autori satirici inglesi e della letteratura universale. Il libro ebbe un successo immediato e immenso, suscitando apprezzamenti entusiastici per la fantasia creativa, per la lucidità della satira, per la semplicità della scrittura.

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Certamente il testo nasce come una dura e amara satira della condizione umana in generale e dei sistemi politico-sociali, dell'Europa del tempo e dell'Inghilterra in particolare; ma 'I Viaggi' sono anche una scanzonatissima e divertitissima successione di invenzioni brillanti, a volte comiche a volte stranianti.
 
E' soprattutto questo aspetto che più ha contribuito alla diffusione e alla notorietà dell'opera, nonché alle numerose riduzioni per l'infanzia. E, da queste, alle trasposizione per il cinema e per i cartoni animati.

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Sono le immagini che per prime ci vengono alla mente quando pronunziamo i nomi Gulliver o Lilliput. Purtroppo ognuna di queste trasposizioni ha operato dei tagli drastici sulla storia originale, limitando le peregrinazioni di Lemuel Gulliver solamente ad alcuni dei mondi descritti nei viaggi.
 
Lo stupore è forse il sentimento dominante e costante dell'opera, uno stupore che raggiunge spesso lo straniamento nel confronto costante tra i mondi visitati e il proprio d'origine.
Nonostante siano passati quasi tre secoli, il testo di Swift mantiene inalterata la propria freschezza, sia per l'invenzione formale (il minuscolo, il gigantesco, l'alienato, il naturale), sia per il rispecchiamento con un mondo, il nostro, che allora come oggi ci mostra, accanto a straordinari progressi, aspetti meschini, ridicoli, assurdi, palesi errori e colossali follie.
 
La storia porta il protagonista a navigare e a naufragare su isole e continenti popolati da esseri diversi, con culture, abitudini, ordinamenti particolari ed assoluti. A Lilliput, un mondo in miniatura, gli abitanti sono alti la dodicesima parte di noi: uomini meticolosi, un po' cerebrali e ottusi. A Brobdingnag si troviamo invece alle prese con un mondo gigantesco, popolato da uomini che sono dodici volte più grandi di noi; qui già ci troviamo in una dimensione morale più alta, e più semplice. Dopo un altro naufragio Gulliver visita una specie di arcipelago, con un'isola volante che controlla un intero continente: ognuna di queste isole affronta diversi gradi di follia, dall'Accademia di inventori e scienziati alle prese con i più assurdi esperimenti, all'isola dei vecchi annoiatissimi immortali. Infine Gulliver arriva nel paese dei cavalli saggi, gli Houyhnhnms, che vivono di virtù e di astrazione, allevando gli Yahoo, caricatura grottesca degli uomini.
Normalmente nelle versioni per l'infanzia e nelle trasposizioni per lo schermo vengono presi in considerazione soltanto i primi due viaggi, a Lilliput e Brobdingnag. Crediamo invece sia altrettanto importante la seconda metà della storia, anzi essenziale dal punto di vista dell'equilibrio compositivo e del ragionamento filosofico.
 
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Swift è stato il massimo scrittore inglese del tempo, e uno dei più grandi satirici esistiti. Spirito libero e razionale, in capace di illusione. La sua critica dei valori, della religione, della scienza, della politica e della cultura è spinta fino a mi nacciare le radici stesse dell'esistenza. Una occulta disperazio ne, una componente ossessiva della sua personalità, ma che si espresse con una scrittura estremamente equilibrata e classica. "I viaggi di Gulliver" sono esemplati sulle narrazioni di viaggi che da oltre un secolo appassionavano l'europa. Non esiste in tutta la letteratura occidentale una condanna del genere umano paragonabile a quella espressa in questo libro. Si veda così nel la quarta parte che descrive l'arrivo di Gulliver nella società ideale degli Houyhnhnms, i cavalli pensanti che vivono secondo "ragione e natura". Gulliver trova immediato disgusto per gli Ya hoos, gli abietti schiavi degli Houyhnhnms, prima di accorgersi che essi sono in tutto simili agli uomini. D'altra parte il li vello di razionalità degli Houyhnhnms sembra escludere amore e passione. Come suggerisce *Orwell, la "ragione" in base alla qua le gli Houyhnhnms governano è identificabile con il desiderio di morte, con la negazione della vita. Le ultime pagine di "Gulliver" sono intollerabili per la mag gior parte dei lettori: è vano cercare nel testo qualcosa che ne attenui il nichilismo totale.
 
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Swift è riuscito a dare a quest'opera un assoluto equilibrio d'insieme, l'ha costruita come un prodigioso giocattolo meccani co. Il suo terribile significato allegorico è accessibile a chi vuole intenderlo, ma non danneggia mai la capacità immaginativa di Swift, né le sue suggestive costruzioni fantastiche. Di qui l'apparente ironia per cui la più crudele e elaborate delle sati re contro il genere umano, abbia avuto fortuna come libro di ame na lettura, e sia diventata, con gli opportuni tagli, un classico per l'infanzia.
 
C'era un Architetto molto ingegnoso che aveva escogitato un nuovo Metodo per costruire Case, cominciando dal tetto, e lavorando all'ingiu' fino alle Fondamenta. ("I viaggi di Gulliver")
 
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Swift è considerato il massimo scrittore di lingua inglese del suo tempo ed uno dei più grandi satirici mai esistiti.
Era figlio di genitori inglesi stabilitisi in Irlanda e durante l'infanzia studiò a Kilkenny (Kilkenny School) e poi a Dublino (Trinity College). Recatosi in Inghilterra dietro consiglio della madre, conosce, nella casa di Sir William Temple, Esther Johnson (Stella), alla quale rimarrà legato per tutta la vita. Dopo aver preso gli ordini religiosi viene nominato parroco di Kilroot, vivendo però prevalentemente a Londra dove partecipa ai circoli politici più importanti. Diviene consigliere del governo Tory appoggiandolo con libelli ed articoli.
Con la caduta del governo Swift torna in Irlanda avendo ottenuto il ruolo di decano della Chiesa di St. Patrick a Dublino. In questo periodo di permanenza nell'isola denuncia le vessazioni a cui il popolo irlandese (che egli peraltro disprezza) è sottoposto da parte degli inglesi e del governo locale. Dopo la morte delle persone a lui più care i suoi disturbi mentali si acuiscono sempre di più fino a portarlo alla morte.
 
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Chi crede che "I viaggi di Gulliver" sia un libro per ragazzi si sbaglia di grosso. Il romanzo di Swift e' uno dei testi base della Storia della Letteratura Inglese, sicuramente il piu' importante dell'eta' augustea, assieme al "Robinson Crusoe" e a "Tom Jones". Ed e' forse la migliore satira sociale, politica e storica mai scritta in lingua inglese.
Strutturalmente, non siamo davanti a nulla di nuovo. "I viaggi di Gulliver" e', apparentemente, il classico journey-report, genere decisamente fiorente che si configura come uno degli antenati piu' prossimi del romanzo moderno, accanto a quello epistolare. La particolarita', semmai, sta nel fatto che non e' di un viaggio reale che si racconta (anche se, nelle intenzioni, il narratore, Lemuel Gulliver, pare avere questa pretesa) ma di diversi viaggi in altrettanti mondi immaginari, che diventano i paradigmi dell'Inghilterra del tempo.
Lilliput e i suoi abitanti sono entrati praticamente nel mito e chi non ricorda, anche se solo vagamente, le avventure di Gulliver nella terra dei giganti? I due mondi sono perfettamente speculari e se tra i lillipuziani Gulliver ci appare come un gigante, tra i giganti diventa, invece, egli stesso un lillipuziano. Gia' dopo aver visitato questi due mondi e aver vissuto tra popolazioni tanto diverse tra loro ma anche tanto diverse da quella inglese, Gulliver inizia una specie di percorso personale che si concludera' soltanto dopo il soggiorno nella terra dei cavalli saggi.
Le esperienze di viaggio offrono a Gulliver lo spunto per osservare la realta' inglese da punti di vista differenti dal suo. E, come in un climax ascendente, se all'inizio la critica (e la satira, chiaramente) si rivolge solo agli inglesi, si diffonde poi, a macchia d'olio, a tutte le popolazioni europee per diventare, infine, critica all'intera umanita'.
Swift e' l'autore che piu' di ogn i altro ha attaccato e disprezzato il genere umano. Era solito dire: "Odio l'umanita' ma questo non escluda che poi possa amare Pietro o Giovanni". E come dargli torto?
 
Daniel Defoe


Nato a London nel 1660, figlio di un piccolo negoziante, ebbe una istruzione disordinata. Viaggiò a lungo in europa, tentò varie iniziative commerciali sempre con risultati deludenti o disastrosi: fu mercante, prima di maglieria e poi di mattoni e tegole, fece bancarotta più volte. Intorno al 1700 si stabilì defin tivamente a London, cercando di vivere come giornalista e libellista. Prima partigiano dei wighs (di questo partito divenne consigliere), passò al partito tory, che poi tradì diventando agente segreto al servizio del governo wigh. Fu più volte in prigione, per motivi politici e per debiti. Fondò nel 1704 e diresse «The Review», dove espresse le sue eccezionali doti di giornalismo, ciò per cui viene considerato tra i fondatori del giornalismo moderno. Intorno ai sessant'anni si distaccò progressivamente dall'attività pubblica e nel giro di pochi anni scrisse i romanzi per cui è rimasto famoso. Morì a London nel 1731.

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La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe (The life and strange surprising adventures of Robinson Crusoe, 1719) ebbero un tale immediato successo che Defoe si affrettò a scriverne la continuazione con Le ulteriori avventure di Robinson Crusoe (The farther adventures of Robinson Crusoe, 1719). "Robinson Crusoe", come lo si indica comunemente, si ispira a una esperienza veramente vissuta da un marinaio inglese, Selkirk, abbandonato sull'isola Juan Fernandez. Nel romanzo troviamo Robinson Crusoe che, smanioso di avventure, fugge da casa a diciotto anni e va per il mondo. Dopo un primo naufragio, viene catturato da un pirata. Evade, va in Brasile, fa il piantatore, si imbarca per la Guinea, fa naufragio per la seconda volta. Le onde lo trascinano su un'isola deserta alle foci dell'Orinoco. Riesce, con ingegnosità e abilità a procurarsi ciò che gli è necessario per la sopravvivenza, restando in completa solitudine, finché salva la vita a un selvaggio inseguito dai cannibali. Robinson chiama il giovane Venerdì, ne fa il suo servitore fedele. Dopo essere rimasto 28 anni sull'isola, Robinson è trovato da una nave e riportato in patria. La continuazione risulta oggi inferiore al primo per ispirazione e forza rappresentativa. Il successo del romanzo era dovuto, oltre alla fortuna di cui godevano allora i racconti di viaggi, allo stile semplice, e alla creazione di un eroe nel quale la classe media si riconosceva. "Robinson Crusoe" divenne una lettura obbligata, accanto alla "Bibbia" e al "Viaggio del pellegrino" di Bunyan.
 
Gli infortuni politici e sociali, le molteplici umiliazioni subite che avevano fatto di lui un agitatore ed un propagandista a cachet, l’accanimento dei suoi nemici e l’ingratitudine di quelli ch’egli aveva difeso lo allontano definitivamente dalla lotta politica. Si dedica allora, a sessanta anni suonati, a opere romanzesche, quasi a comando, ovvero che fiutano e soddisfano le richieste del nascente e moderno ( popolare e non dotto) pubblico di lettori. Robinson Crusoe appare nel 1718. È ancora il caso di un “doppio gioco” questo di Defoe: racconto in realtà immaginario (romance) spacciato per resoconto di un fatto realmente accaduto (novel), non firmato per aumentare la patente d’autenticità, ispirato in effetti all’avventura del marinaio scozzese d’origine tedesca, Alexander Selkirk finito in un’isola deserta a seguito di un naufragio, e che, con mezzi di fortuna e col sussidio del suo ingegno, riesce a costruire da zero il mondo inglese e borghese (quindi occidentale) dal quale era fuggito per insofferenza della sua stessa condizione borghese e per ulisseica “vaghezza d’ignoto”, segna - più che il Don Chisciotte -, la vera nascita del romanzo moderno come noi oggi lo conosciamo. Il successo è immenso ed immediato e dura ancora oggi.
 
Robinson ed il capitalismo selvaggio
MANUEL VÁZQUEZ MONTALBÁN
Vari giornali europei, dicembre 1997.

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Non riusciró piú a leggere Robinson Crusoe come ho fatto la prima volta, ovvero come l'angosciante avventura di un uomo bianco, un nero, io e un fuoco su un'isola deserta, dove di quando in quando i cannibali si recano per cibarsi delle loro vittime. Il mito dell'uomo libero nella natura libera m'aveva conquistato e ora so che l'aveva fatto per sempre. La seconda lettura fu motivata da un lavoro universitario, attraverso il filtro della pretestuosità di sintesi nell'ambito di ciò che adesso chiameremmo la decostruzione del testo e l'analisi ideologica.
Allora già sapevo che il Robinson Crusoe è una metafora e una parabola morale e ideologica sul valore dell'individuo abbandonato alla natura, senz'altro sostegno né appiglio reale se non il suo legame diretto con la Provvidenza.
Nella parabola si riflette la filosofia del mondo della borghesia attraverso uno dei piú geniali e tenaci sostenitori della coscienza crescente di questa classe: Daniel Defoe.

Marx riuscí a comprendere molto bene le intenzioni morali e politiche del Robisnon Crusoe di Defoe e di tutti i Robinson che comparvero in Europa cercando di riprodurre questo modello:

«Le robinsonate non esprimono affatto, come ritengono gli storici della civilizzazione, una semplice reazione contro una raffinatezza eccessiva e il ritorno a una vita primitiva mal compresa. Cosí come neppure il Contratto sociale di Rousseau, che tramite una convenzione si rivolge e comunica a soggetti indipendenti per natura, si basa su un simile naturalismo. Questa è solo l'apparenza estetica delle piccole e grandi robinsonate. Esse invero anticipano la società borghese che stava per nascere nel XVIII secolo e che nel XIX secolo muoveva a grandi passi verso il suo apice. In questa società di libera concorrenza, l'individuo appare come liberato dal legame con la natura, che in epoche precedenti l'aveva reso parte integrante di un conglomerato umano determinato, delimitato»


Questa lunga citazione tolta dalla Critica dell'economia politica basterebbe da sola a sostenere una tesi sul vero dell'opera La vita e le straordinarie avventure di Robinson Crusoe di York, marinaio.
Ma quello che cerco non è un significato; intendo invece recuperare la magia della lettura di uno dei dieci libri che sceglierei come determinanti per la mia condizione di lettore e di mitomane. Se non posso dedicarmici con l'innocenza della prima volta, cosí come non riuscirei mai a scrutare le persone e le cose come quarant'anni fa, e cosí come per colpa di Contributo all'estetica di Henri Lefèbvre, non torneró mai piú a isolare i colori come quando mi sembravano gioiosamente astorici, ho comunque bisogno di trovare una sintesi tra l'ingenuità del lettore scaraventato su un'isola deserta e il cinismo dell'intellettuale di fine millennio che ha letto Robinson col sospetto che sia stato l'agente segreto di Margaret Thatcher dall'origine delle specie neoliberali.

Daniel Defoe pensava d'aver scritto un'allegoria puritana: il naufrago su un'isola deserta e il castigo con il quale la Provvidenza punisce Crusoe per i suoi peccati contro l'autorità paterna, la sua pochezza di fronte a Dio e la sua scarsa fede nella Provvidenza. Ma Defoe, credendo di essere un puritano, è gia un utilitarista e annuncia il male selvaggio del capitalismo selvaggio.
Ma non mi soddisfa questa lettura cosí postmarxista, forse dettata dalla disperazione di fronte all'evidenza del finale irreversibile dell'Avventura in questa galassia.

I libri che servirono a creare immaginari del tutto nuovi, il mito dell'uomo libero nel mercato libero, meriterebbero la pietà postmodema e il diritto a essere oggetto di una drammaturgia materializzata in parchi di divertimento finanziati dalla Walt Disney Corporation, per citare un'impresa destinata a imbalsamare le mitologie e gli dei, maggiori e minori.

(Traduzione di Hado Lyria)
 
Defoe possedeva una modesta cultura, e più che rifarsi a modelli letterari, nei romanzi dava fondo alla sua ricca esperienza, con un linguaggio semplice, diretto, concreto. Il tema costante della sua opera, da "Robinson Crusoe" a "Moll Flanders", è la lotta per la vita. Con una incrollabile fiducia nelle proprie forze, nel proprio buon diritto, in un dio a misura d'uomo che soccorre innanzi tutto chi si aiuta. A dispetto di una vita poco irreprensibile, l'opera di Defoe ha preoccupazioni didattiche e moralistiche, e una autentica fede democratica. Figlio della borghesia, Defoe constata la corruzione e la decadenza della nobiltà terriera. Dà voce alle aspirazioni economiche e politiche della sua classe. Il personaggio di Robinson è esemplare: sete di avventura e diffidenza, operosità e avarizia, intelligenza mediocre ma spirito di osservazione acuto, religiosità prevalentemente pratica. Tutte le caratteristiche di una classe sociale. Il rapporto con il "selvaggio" Venerdì, prefigura il colonialismo e l'imperialismo britannico. La solitudine di Robinson non è solo una allegoria dell'eterna condizione umana, ma anche una scelta e una conseguenza inevitabile del dominio.
 
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Nello scrivere ciò che diventerà una delle opere più celebri della letteratura mondiale, Daniel Defoe si ispirò ad una storia vera: un marinaio di nome Alexandre Selkirk, abbandonato nel 1705 nell'isola di Juan Fernandez, al largo del Cile, viene ritrovato quattro anni più tardi allo stato quasi selvaggio.

Il canovaccio iniziale consegnato da Defoe all'editore Taylor recava come titolo: «La vita e le strane e sorprendenti avventure di Robinson Crusoè, che visse ventott'anni da solo in un' isola deserta al largo delle coste dell'America, non lontano dalla foce dell'Orinoco , approdato sulla spiaggia in seguito ad un naufragio dov'erano periti tutti i marinai eccetto lui». Taylor accetta e si attende un'opera di 350 pagine. Ne verrà fuori un capolavoro. Il personaggio di Robinson diventa mitico: vestito di pelli di capra, riparato da un immenso cappello e da un ombrello fatto di foglie, un fucile in spalla, Robinson resiste all'angoscia, allo scoraggiamento, e , grazie alla sua pazienza e al suo lavoro ostinato, perviene ad una organizzazione perfetta della sua vita quotidiana e della sua sopravvivenza. Muratore, cacciatore, falegname, allevatore, coltivatore secondo la bisogna, giunge dopo mesi a costruirsi un alloggio, a nutrirsi, a vestirsi. E «addomestica» anche il «buon selvaggio» Venerdì che converte alla cultura occidentale. Da allora la vita di Robinson che sembrava il dramma della solitudine appare invece come « il più felice trattato di educazione naturale». (J.J.Rousseau)

Un altro percorso di lettura potrebbe essere - all'interno della tipica "fabula" inglese dell'isola deserta (v.Shakespeare "La tempesta", Stevenson "L'isola del tesoro", Goldwin "Il signore delle mosche") paradigma letterario dell'isola Inghilterra -, quello di rintracciare nel testo la parabola narrativa del contrappasso destinato a chi, volendo fuggire dalla condizione di medietà sociale (borghesia), è costretto a riprendere e ad apprendere dal 'grado zero' dei rapporti naturali e societari tutto il doloroso cammino dell'homo faber occidentale. Un ammonimento perenne contro chi rifiuta o contesta l'ethos borghese e occidentale.
 
Il vero Robinson Crusoe
Il naufrago che ha ispirato Defoe si chiamava Henry Pitman

«Sono nato nell'anno 1632, nella città di York, da una buona famiglia (...) fui chiamato Robinson Kreutznaer ma, per l'abitudine che si ha in Inghilterra di storpiare le parole, siamo ora chiamati (...) Crusoe». Comincia così il celeberrimo romanzo "La vita e le straordinarie, sorprendenti avventure di Robinson Crusoe" di Daniel Defoe, dato alle stampe nel 1719.

Da quella data, chiunque si sia imbattuto nelle suggestive vicende del naufrago che «visse 28 anni in un'isola deserta sulle cose dell'America, presso la foce del gran fiume Orinoco» (come recitava il frontespizio della prima edizione stampata a Londra), chiunque abbia letto e riletto questa storia di mari aperti e di pirati, di solitudine e di una straordinaria amicizia si è chiesto chi fosse davvero quest'uomo, quale fosse il suo vero nome, l'identità nascosta dietro il travestimento romanzesco.

Nessun mistero. La risposta è riportata sui libri di storia: i contemporanei di Defoe hanno da subito dato per certo che il protagonista reale del naufragio fosse un certo Alexander Selkirk, un marinaio scozzese abbandonato per quattro anni sull'isola di Juan Fernandez, a 400 miglia da Valparaiso.

Più di duecento anni dopo, qualcuno ha messo in discussione questa certezza. È infatti uscito in libreria "Seeking Robinson Crusoe", a firma di Tim Severin. L'autore inglese ha dato un volto e un nome completamente nuovi al celeberrimo naufrago.

Studiando i documenti a sua disposizione, Severin ha concluso che il personaggio che ha ispirato Defoe era in realtà un chirurgo spedito in esilio alle isole Barbados, come "ribelle condannato", dopo aver partecipato alla rivolta del Duca di Monmouth contro Giacomo II, nel 1685.

Per la cronaca, anche Defoe prese parte alla stessa insurrezione ma, per ragioni "politiche", riuscì a scampare alla severissima punizione. Nel libro di Severin, ci sono altri dettagli interessanti: il naufrago originale sarebbe un certo Henry Pitman, visto che nella sua storia (raccontata in un libretto di appena 30 pagine dal titolo "La relazione sulle grandi sofferenze e le strane avventure di Henry Pitman, chirurgo", pubblicato nel 1689), compare anche un selvaggio che ricorda molto da vicino Venerdì, l'indigeno col quale Crusoe trascorse molto tempo sull'isola.

Gli elementi che Tim Severin porta a conferma della sua tesi sono molti (non ultimo che il libretto del 1689 e il romanzo di Defoe uscirono dalle stamperie dello stesso editore, Taylor). Non resta che leggerli e decidere: Alexander o Henry?

28 giugno 2002
 

Allegati

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Robert Louis Stevenson


Nato a Edimburgo nel 1850, dopo una giovinezza ribelle e in polemica con il padre e con il puritanesimo borghese del suo am biente, divenne avvocato ma senza mai esercitare la professione. Per ragioni di salute, malato di tubercolosi, e per spirito di avventura, viaggiò a lungo in europa e in america. Nel 1879 sposò una americana divorziata, madre di due figli e di dieci anni più grande di lui. Raggiunto un certo benessere economico, nel 1888 partì per una lunga crociera nel Pacifico. Si stabilì nel 1891 nelle isole Samoa, facendovi una vita tranquilla, lavorando fino alla morte, circondato dall'amore e dal rispetto degli indigeni che difese più volte dalle prepotenze dei bianchi. Morì a Upolu [Isole Samoa] nel 1894.
 
Stevenson appartenne a quel complesso movimento letterario che reagì al naturalismo e al positivismo. L'originalità della sua narrativa è data dall'equilibrio tra fantasia e stile chiaro, preciso, nervoso, in cui Stevenson mise a frutto la lezione di Flaubert e Maupassant. Artista estremamente versatile, affrontò i generi letterari più diversi, dalla poesia al romanzo semi- poliziesco, dal romanzo storico al racconto esotico. Il nucleo della sua opera è morale. Sfruttando la libertà narrativa consentita dal racconto fantastico e dal romanzo d'avventure, espresse in forma mitico-simbolica altamente suggestiva idee, problemi e con flitti, proiettandole nelle circostanze più insolite e inattese. Luoghi e fondali si pongono quasi come matrici dell'azione e del dramma.
 
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La vocazione letteraria di Robert Louis Stevenson si è manifestata precocemente, verso i dodici anni, con composizioni che esaltavano i miti, i personaggi, gli eventi della Scozia, dove era nato (Edimburgo, 13 novembre 1850). La sua eccitata fantasia di bambino malaticcio, insidiato dalla tubercolosi, si alimentava di storie tra fantastiche e allucinanti: storie di mostri, di spettri, di feroci briganti. Erano temi ricorrenti, del resto, nella letteratura romantica del tempo. Stevenson ci metteva di suo la circostanza di dover vivere in maniera diversa da quella degli altri bambini, a causa delle precauzioni e dei limiti cui lo obbligavano le sue condizioni di salute. Ma fra il dodicesimo e il quattordicesimo anno compie il primo viaggio in Francia. Suo padre era un ingegnere, costruttore di fari, e questa circostanza avrà più di una conseguenza nel destino dello scrittore.
Anzitutto egli dovrà accettare di studiare ingegneria, per poi volgersi, dopo qualche anno, fino alla laurea, verso la giurisprudenza. Una seconda conseguenza della professione paterna va ricercata, più tardi, nell'amore per il mare: un mare da conoscere non più dall'alto di un faro costiero, ma da bordo di bastimenti d'alto mare.
Le tappe principali della sua vita sono sempre segnate da imbarchi e sbarchi, e la sua esistenza si conclude in una piccola isola del Pacifico. Dopo il mare, il secondo luogo del suo destino è la Francia: in Costa Azzurra, dove vive lunghi mesi, nei suoi ventitré-ventiquattro anni, comincia a scrivere con vero impegno. Impara a conoscere Villon. Baudelaire e più tardi Flaubert e Maupassant che influenzeranno il suo stile, nel senso che esso acquisterà asciuttezza e precisione. In Francia, infine, incontra la donna che diventerà sua moglie nel 1880: Fanny Osbourne, una americana in viaggio per l'Europa con i suoi due figli, in attesa di ottenere il divorzio dal marito. Stevenson la raggiungerà in America, per sposarla, imbarcandosi su una nave adibita al trasporto degli emigranti. Quel viaggio gli farà scrivere L'emigrante dilettante pubblicato soltanto dopo la sua morte.
Con la moglie decide di stabilirsi in un villaggio di pescatori sul Pacifico, Monterey. In povertà e in libertà, aiuta come può i pescatori, scrive con felice vena, l'accordo con sua moglie lo libera dalle antiche angosce. Tra gli scritti nati a Monterey, un diario dove è espresso l'amore di Stevenson per il mare, per la natura: un amore non superficialmente descrittivo, ma impegnato a comprendere le manifestazioni e i significati dei fenomeni naturali. Nel 1887 Stevenson torna in Europa con un bel carico di ricordi e di manoscritti; fra questi sarà proprio L'isola del tesoro, pubblicato dapprima in un giornale per ragazzi e poi in volume, a dargli una grande notorietà e una agiatezza che gli permetterà nuovi viaggi. Ad esempio, tornato in America, la lunga crociera sul Pacifico: Isole Marchesi, Tahiti, Honolulu, dove si trattiene sei mesi. L'anno dopo si trasferisce nell'Isola di Samoa, dove decide di stabilirsi e dove costruisce una casa (una vera casa, l'unica, tra le capanne degli indigeni) che diventerà un luogo di incontro di amici e ammiratori e un punto di riferimento (quasi la sede di un potere), per gli isolani. Essi hanno imparato a conoscere Stevenson, ad avere fiducia in lui e nei suoi consigli. A quel tempo le isole dei mari del Sud non conoscevano il turismo di massa che le ha snaturate. La gente semplice e buona amava lo scrittore, allo stesso modo che nelle Marchesi, in quegli stessi anni, amava Gauguin.
Lavora con gioia ai suoi più felici racconti, quali il Diavolo nella Bottiglia, L'isola delle voci, Nei mari del Sud, per tanta parte autobiografico, Il Signore di Ballantrae.
La morte lo coglie nel '94 per un embolo al cervello. È una morte tragica, descritta con fedeltà dal cognato Lloyd Osbourne anch'egli scrittore. Tutto il villaggio tace intorno alla casa del Grande Sapiente Bianco, rispettato come un saggio, o uno stregone, o un profeta. Lo seppelliscono con solenni cerimonie al sommo di una collina, da dove, come da uno di quei fari che costruiva suo padre, Stevenson può restare per sempre di fronte al mare.
La fama di Stevenson, oltre che all'Isola del tesoro e alle altre storie di mare, è affidata anche a Lo strano caso del Dottor Jeckill e di mister Hyde.
 
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