I Babbari

"Leone I e Attila",
dal "De Civitate Dei" di Agostino,
V sec. d.C. , miniatura
Parigi, Bibliothèque de Sainte Geneviève.

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Nel 455 muore l’ultimo imperatore d’occidente degno di questo nome: Valentiniano III. Un uomo che aveva avuto molto potere e che aveva regnato per 30 anni. Da quel momento in poi è il crollo. In 21 anni si succedono 9 imperatori fantoccio: erano messi sul trono da generali barbari dell’esercito romano. Ormai erano loro che comandavano. Anzi, tutto l’esercito era costituito da mercenari germanici e volevano delle terre: l’Italia infatti era l’unico luogo dove non si erano creati dei regni barbari. Di fronte al continuo rifiuto di concedere loro terre, le truppe si ammutinarono. A guidarle era un ufficiale barbaro, Odoacre (pensate un ex segretario di Attila). Ed è proprio lui a deporre l’ultimo imperatore, Romolo Augusto: un ragazzo (chiamato percio’ Augustolo, che non era neppure romano ma il figlio di un barbaro, Oreste, che lo aveva messo sul trono, quindi diciamo era un affare tra germani). Viene mandato in esilio vicino a Napoli con una pensione di 1000 monete d’oro all’anno. Odoacre non elegge nessun altro imperatore: ritiene che non ce ne sia più bisogno. Odoacre manda le insegne d’occidente all’Imperatore, a Costantinopoli, e gli dice più o meno che d’ora in poi sarà lui l’unico imperatore mentre egli stesso, Odoacre, sarà un suo viceré in Italia.

Era il 476 d.C. Senza che il mondo se ne accorgesse, l’Impero Romano d’Occidente si era dissolto. Una caduta senza rumore. Da allora per tutti i libri di Storia finisce il mondo antico e comincia il medioevo.
 
Era il 476 d.C. Senza che il mondo se ne accorgesse, l’Impero Romano d’Occidente si era dissolto. Una caduta senza rumore. Da allora per tutti i libri di Storia finisce il mondo antico e comincia il medioevo.


Ma è proprio vero? Il nostro conto alla rovescia, certo, è arrivato al punto zero, ma non si è fermato: le lancette continuano ad andare avanti. Infatti l’Impero è finito solo tecnicamente (non ci sono più imperatori quindi non c’è più impero…) ma sulla carta nulla è cambiato: c’è sempre il Senato, le famiglie patrizie, si va alle terme, si mangia nei triclini (Attenzione: mai dire SUI triclini), si parla il latino…Solo che tutto questo si chiama in modo diverso: non più Impero Romano d’occidente, ma regno di Odoacre. Un regno germanico: finalmente i barbari hanno avuto il loro regno in Italia. E’ la fine? No, paradossalmente a questo punto per l’Italia comincia un periodo di grande potenza e di nuovo splendore. Odoacre viene assassinato e al suo posto entra un uomo che passerà alla Storia: Teodorico il re degli ostrogoti. E il nostro paese diventerà il Regno ostrogoto.
 
"...Veniva dalle selve inestricabili dove vivono il cinghiale e l'uro:
era bianco, coraggioso, innocente, crudele a modo suo,
leale al suo capo ed alla sua tribù..."
J. L. Borges


tratto da "LA VERA STORIA DI RAVENNA" Di Dario Fo
edizioni Franco Cosimo Panini - 1999



E'sempre la stessa storia.
Saltiamo alla soglia della caduta dell'impero romano d'occidente. Nel 475-477 i barbari di varia stirpe (Alani, Sciri, Goti) che combattono come mercenari per l'imperatore Augusto (chiamato Augustolo per la sua tenera età e il delicato aspetto), pretendono dal padre suo il generale Oreste, di essere pagati. fra i barbari primeggia un certo Odoacre, detto "doriforo" (combattente armato di lancia). Costui promette che, se lo sosterranno come loro comandante, sarà in grado di ottenere ciò che essi chiedono. Alla testa dei barbari, Odoacre coglie di sorpresa le guardie fedeli di Oreste. Le immobilizza e uccide il generale. Quindi, raggiunta Ravenna, dove entra fingendo di essere al servizio della guarnigione, il barbaro massacra un congruo numero di resistenti e sfonda il portale del palazzo imperiale. Ma, giunto al cospetto del fanciullo assiso in trono, "intenerito per la sua giovane età e la di lui bellezza", lo risparmia.


Come ogni condottiero di stirpe germanica che si rispetti, Teodorico si muove con l'intero esercito composto di 40.000 armati, ma si porta appresso anche tutto il suo popolo al completo, donne, vecchi, bambini e bestiame. Nell'agosto del 489 raggiunge l'Isonzo, dove si scontra con Odoacre e lo sconfigge. Odoacre si ritira con i superstiti, rifugiandosi a Verona. Raccoglie un nuovo esercito con il quale riaffronta i Goti sull'Adige in un sanguinoso combattimento, e viene nuovamente sconfitto. Odoacre s'incammina verso Roma con il resto dei suoi uomini, ma i Romani gli chiudono le porte in faccia. Odoacre quindi si rintana in Ravenna. Teodorico, con nuovi rinforzi, s'appresta a stringerla d'assedio, ma, come giunge nei pressi delle città, è preso dallo sgomento: non s'aspettava che la laguna intorno a Ravenna fosse a tal punto vasta e invalicabile.




Teodorico decide di occupare la vicina Rimini, vi sequestra tutte le navi, e si porta, con quella flotta, di fronte alla costa ravennate, bloccandovi ogni accesso. La popolazione degli assediati comincia a soffrire la fame. Ma il guaio peggiore sono le febbri, di cui soffrono quasi tutti gli armati e il popolo di donne e bambini al loro seguito. A questo punto, il 27 febbraio del 493, entra in scena il vescovo di Ravenna Giovanni, il quale, come narrano le cronache, è fortemente angustiato per le sofferenze del suo popolo che vede soccombere sotto i morsi della fame. Cerca di convincere il re dei barbari, Odoacre, a trovare un accordo onorevole di resa. Sistemato il problema del potere unico, Teodorico raduna nella piazza principale la popolazione superstite. Ha già provveduto a distribuire cibo. Tutti lo applaudono festosi. Egli tuttavia sa bene che quelle sono ovazioni non certo dettate da affetto, ma dal terrore. Quelle gente bisogna conquistarsela coi fatti. Teodorico ha elaborato un programma. Innazitutto riceve pubblicamente il vescovo che ha tanto contribuito alla vittoria e gli elargisce gran numero di privilegi. Ossequia i rappresentanti delle altre comunità religiose, a cominciare dai vescovi Ariani, cioè dai maggiori rappresentanti della sua dottrina. Riceve i rabbini della comunità ebraica, allora molto numerosa, e i sacerdoti della dottrina pagana. A tutti garantisce la totale libertà di culto: nessuna persecuzione contro gli eventuali eretici di qualsiasi credo.




Costruisce nuovi palazzi e un buon numero di edifici per il culto ariano. Esempi ancora esistenti della sua attività edilizia sono: il Battistero, detto appunto degli Ariani, e Sant'Apollinare nuovo, nonchè il famoso Mausoleo, detto di Teodorico.
Teodorico si trova in conflitto con il suo consigliere, specie per quanto riguarda l'etica del potere. Il pensiero di Boezio, relativo all'ingerenza del re nella giustizia e nella gestione della dottrina religiosa, irrita fortemente Teodorico. Costui, pur di eliminarlo, si avvale di una falsa delazione dei due calunniatori già condannati da Boezio, e lo fa incriminare come fomentatore di una rivolta a suo danno. Il grande filosofo, conosciuto come precursore degli scolastici, viene portato a Pavia, sede ormai storica degli Ostrogoti. Viene rinchiuso in una torre. Non solo per i filosofi sono tempi duri, ma anche per i Pontefici; infatti Teodorico, per divergenze politiche con Papa Giovanni I, lo fa incarcerare e non lo libera nemmeno quando viene a sapere che il sant'uomo sta per morire.





Sulle ragioni e sulla meccanica della sua fine esiste più di una versione: secondo la favola, ripresa dai poeti romantici, che vede il re cavalcante il suo destriero, sulla cima di un vulcano, addirittura l'Etna, il cavallo impazzito, si butta nel cratere infuocato, trascinando con sé il disgraziato re che, precipitando, urla sconvolto: "Ma che ci son venuto a fare io, qui, in Sicilia?"
L'altra versione, grottesca ma più attendibile, è quella che descrive Teodorico roso dai ricordi delle sue orrende azioni. Egli si mette a tavola. La bocca del pesce si spalanca e fra i suoi denti appare la testa di un uomo: è quella del senatore Simmaco! Il re, qualche giorno prima aveva ordinato che gli venisse mozzato il capo, e quindi gettato in mare. A Teodorico sfugge un urlo di raccapriccio, trema, poi spalanca gli occhi e la bocca in una terrificante smorfia. Si rovescia in avanti verso il pesce e si ritrova faccia a faccia con il capo mozzo del senatore. Entrambi morti stecchiti.

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Cosa si puo’ dire di questo regno cosi’ poco conosciuto, e che pure rappresenta una grande opportunita’ per la nascita di uno Stato italiano? Riassumendo con una battuta si potrebbe dire che si instaura una fortunata coincidenza: ognuno fa quello che sa fare bene, i barbari si occupano dell’esercito, i romani dell’economia, dell’amministrazione, dell’edilizia… I barbari hanno un solo desiderio: non distruggere ma integrarsi. Imparano a scrivere e leggere, imparano le leggi, ecc. Più che un Impero barbarizzato sono i barbari ad essere romanizzati. Paradossalmente i romani avevano perso sul piano della forza, ma avevano vinto sul piano culturale. La parola barbaro venne proibita dal vocabolario ufficiale per non urtare la suscettibilità dei nuovi padroni, anche se nella mente dei romani tali restavano. C’erano delle distinzioni tra le sue comunità: gli ostrogoti vivevano in quartieri separati e c’era il divieto di matrimonio misti. Grazie a questa convivenza e collaborazione, in Italia il Regno ostrogoto (Italia + Austria Ungheria + metà della Jugoslavia) diventa uno stato potente ed influente.

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L’Italia era lo stato leader in Europa, tutti gli altri regni dei barbari prendevano consigli dal suo re. Era culturalmente forte, economicamente solida, con tutte le strutture romane ancora in piedi (città strade, acquedotti). Era nato il primo grande stato della futura Europa. Avrebbe potuto diventare una nazione riconoscibile nei secoli come lo sarebbero poi state ad esempio la Francia, la Spagna. Questa convivenza tra romani e barbari durò molti anni ma poi inevitabilmente si deteriorò. Il governo ostrogoto compì degli abusi ed i romani insorsero. Quando Teodorico morì nel 526 la situazione era ormai di aperta ostilità e soprattutto, da Oriente apparve una minaccia che avrebbe posto la fine al grande regno degli ostrogoti: i bizantini. I bizantini non erano altro che i discendenti del resto dell’Impero Romano quello d’Oriente, ora il loro imperatore più famoso, Giustiniano, voleva riconquistare l’Impero perduto. Si riprese tutto il Nordafrica spazzando via i Vandali, parte della Spagna. E poi l’Italia. Ostrogoti e Bizantini si affrontarono in un conflitto durissimo (le famose guerre gotiche) che distrusse tutta la penisola. Campagne e città furono devastate. In pochi anni l’Italia passò da nazione forte con grande prosperità a campo di battaglia costellato di morti e rovine. Era tramontata per sempre la possibilita’ di diventare un futuro grande Stato del continente Europeo.
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E’ il 533 d.C. Secondo molti studiosi forse è proprio adesso che adesso che comincia il vero Medioevo. Se visitavate l’Italia, prima delle guerre gotiche avevate l’impressione di trovarvi ancora in epoca romana dopo vi sembra di stare già nel Medioevo. Anche perché i Bizantini dopo aver conquistato faticosamente l’Italia sono costretti ad abbandonarla in gran parte, costretti da nuovi invasori: il sogno di Giustiniano di ricostruire l’antico Impero Romano era bello ma impossibile. Mantenere tutti quei territori conquistati costava troppo in termini di soldati e soprattutto di soldi. Alla sua morte i Bizantini, ormai con le casse vuote, si ritirarono gradualmente, lasciandosi dietro un Italia devastata: non è più un regno, un impero o uno stato, è una semplice estensione geografica che per secoli varie potenze si suddivideranno. Da questo punto in poi l’Italia non sarà mai più unita fino a Garibaldi.
 
l’Impero Bizantino era riuscito a resistere alle invasioni barbariche (vedi scenario “Barbari” del grande Tayoke) che avevano portato alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C. Odoacre aveva deposto Romolo Augustolo e stava instaurando una politica autonoma e mirava ad espandere il suo regno in Dalmazia.
L’imperatore bizantino Zenone si alleò con gli Ostrogoti, allora stanziati in Mesia (Bulgaria) come federati dell’Impero, per scacciare Odoacre dall’Italia.
Nel 488 Teodorico (re degli Ostrogoti) partì alla volta dell’Italia e negli anni successivi riportò alcune vittorie, prima di porre l’assedio definitivo a Ravenna.
Nel 493 Odoacre fu costretto ad arrendersi e, in seguito, fu ucciso a tradimento.
Si instaurò così in Italia, contro le previsioni di Zenone che sperava di annettere l’Italia all’Impero Bizantino, un forte regno Ostrogoto.
In Oriente, infatti, stavano aumentando le persecuzioni contro l’arianesimo (la religione degli Ostrogoti) e Teodorico, che temeva una congiura dei cristiani contro il suo regno, fece assassinare molti suoi collaboratori romani.
La morte di Teodorico (526 d.C.) non pacificò gli animi, anche se la figlia Amalasunta cercò di migliorare i rapporti con Bisanzio e la Chiesa. L’assassinio di quest’ultima, avvenuto nel 535 d.C., offrì a Bisanzio il pretesto per un intervento armato in Italia.
Iniziò cosi una guerra che si sarebbe protratta per 35 anni, arrecando ulteriori danni alle già precarie condizioni della penisola.
 
Non si era ancora spenta l'eco della guerra gotica che un numeroso popolo nordico, guidato da re Alboino, si riversò sull'Italia nord-orientale. I Longobardi erano una popolazione di stirpe germanica affine per lingua, organizzazione politica, usi e costumi ai Frisi, agli Angli ed ai Sassoni, il loro nome sembra derivi da lang bart ossia popolo dalla lunga barba, oppure da lang barte, dalla lunga alabarda, vennero citati da Tacito come popolo ricco di coraggio e valore guerriero. Insediati originariamente nel basso corso del fiume Elba e poi migrati in Pannonia, l'odierna Ungheria occidentale e di lì pure in Moravia, attuale repubblica Ceca. Alboino nel 568 mosse dalla Pannonia verso l'Italia assieme ad altre popolazioni germaniche, nel marzo 569 occupò Forum Iulii, l'attuale Cividale del Friuli, superò quindi ogni sbarramento difensivo, discese dalla pianura veneta occupando Aquileia, Vicenza, Verona, Milano, che era allora la città più romanizzata del settentrione d'Italia e tutta la regione allora chiamata Liguria, che poi avrebbe preso il nome di Longobardia, l'attuale Lombardia. Dalla Lombardia i Longobardi dilagarono attraverso l' Emilia, nella Tuscia, l'attuale Toscana e giunsero quasi fino a Roma, la superarono e occuparono Benevento.

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Nel 568 l'Italia fu invasa dai Longobardi. Erano costoro dei barbari originari della Scandinavia, ferocissimi e implacabili guerrieri dalla forza distruttiva. L'etimologia del loro nome è incerta: qualcuno sostiene che esso derivasse da "Longobardiz" (guerrieri che attraversano il mare) altri credono che fossero così chiamati per via delle lunghe barbe (Longbarte) che erano soliti portare, o per la lunga lancia (alabarda) che essi usavano in guerra.

Quando i Longobardi, guidati dal re Alboino, invasero la penisola, l'Italia era sotto il controllo dell'Impero d'Oriente. Dopo l'invasione l'Italia rimase divisa in due: una parte (Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino, Friuli, Emilia, Toscana, Abruzzo, l'interno della Campania e della Basilicata) fu occupata dai Longobardi, l'altra rimase sotto il dominio bizantino. L'Italia perdeva così la sua unità politica, che avrebbe riacquistato solo 1300 anni dopo.

La capitale del regno longobardo fu prima a Verona e poi a Pavia. Il territorio era diviso in ducati, a capo del quale c'era un duca. Alcuni duchi, come quelli del Friuli, di Spoleto e di Benevento, erano molto potenti e talvolta insofferenti all'autorità regia; i rapporti tra il re e i duchi era spesso segnato da conflitti, congiure, tradimenti.

La dominazione longobarda fu, inizialmente, crudele e oppressiva. I vecchi abitanti della penisola furono ridotti in una condizione servile o para-servile, i terreni furono espropriati, le leggi germaniche presero il posto delle leggi romane. Al vertice della gerarchia sociale c'erano gli arimanni, i guerrieri che costituivano l'esercito e facevano parte della assemblea popolare, preposta ad eleggere il re e ad assistirlo nelle decisioni più importanti. Venivano poi i gli altri Longobardi, unici che potessero considerarsi "uomini liberi" e che detenevano la maggior parte della proprietà terriera. Alla base della piramide sociale erano i Latini, considerati "semi-liberi" o "non liberi". Con il tempo le differenze tra Longobardi e Latini si attenuarono e i Latini riuscirono addirittura a rivestire cariche di rilievo.

Anticamente pagani, i Longobardi si erano poi convertiti all'arianesimo. Essi perseguitarono i cattolici, bruciarono le chiese, confiscarono i beni agli ecclesiastici. Solo da quando divenne regina la cattolica Teodolinda (591) l'atteggiamento dei Longobardi verso i cattolici si fece progressivamente più mite; sotto l'impulso di Papa Gregorio Magno (590-604) la regina decise infatti di convertire il suo popolo al cattolicesimo. La conversione fu piuttosto lenta, e per anni la popolazione longobarda fu divisa tra ariani e cattolici, fino alla prevalenza di questi ultimi. Dopo la conversione, i Longobardi eressero molte chiese, che possiamo ancora oggi ammirare: celebre la chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro a Pavia, costruita da Liutprando, che ospita le reliquie di Sant'Agostino
 
Il più grande re longobardo del VII secolo fu certamente Rotari (636-652). Egli emanò il celebre Editto che porta il suo nome, nel quale raccolse tutte le leggi civili e penali, codificando il diritto consuetudinario longobardo, aprendolo però all'influenza del cristianesimo e del diritto romano. Rotari sostituì la faida, una forma di vendetta personale, con il guidrigildo, basato sul principio del risarcimento pecuniario dell'offesa. I delitti più gravi erano sanzionati con pene corporali o con la pena di morte.

Nel 712 fu eletto re Liutprando, probabilmente il più grande sovrano longobardo. Egli modificò l'Editto di Rotari aggiungendo nuove leggi e combatté vittoriosamente contro i Bizantini, sottraendo loro dei territori. Il tentativo di unificare l'Italia sotto lo scettro longobardo fu continuato da Astolfo (749-756), che riuscì a conquistare la più importante roccaforte bizantina, Ravenna. Ma quando egli tentò di conquistare anche Roma, il Papa invocò il soccorso del re dei Franchi, Pipino il Breve, che sconfisse i Longobardi (756). L'ultimo re dei Longobardi, Desiderio, cercò di stringere un'allenza con i temuti Franchi, dando in sposa sua figlia Ermengarda al re franco Carlo Magno. Quando però Desiderio sottrasse alcuni territori al Papa questi chiamò nuovamente in aiuto i Franchi; Carlo Magno ripudiò Ermengarda, discese in Italia e, con la complicità di alcuni duchi traditori, sconfisse l'esercito longobardo (773). Il figlio di Desiderio, Adelchi, fuggì a Bisanzio, da dove ritornò in Italia con un nuovo esercito: ma fu sconfitto e ucciso in battaglia dai Franchi. Sedate le ultime ribellioni dei duchi, Carlo Magno consolidò il dominio franco in Italia.



Cosa è rimasto della dominazione longobarda in Italia? Innanzi tutto, molte opere d'arte: alcuni importanti monumenti, come l'Altare del duca Rachis e il Battistero di Callisto, sono conservati nel Duomo di Cividale; sempre a Cividale, nel Museo Archeologico, sono conservati molti prodotti dell'arte e dell'artigianato longobardi. Nel Duomo di Monza si possono ammirare la Corona ferrea di Teodolinda e la splendida croce pettorale di Berengario. Altri reperti dell'epoca longobarda sono sparsi per l'intera penisola. Ai Longobardi dobbiamo il nome della regione Lombardia (da Longobardia), alcuni nomi di città (come Sala e Gualdo), di persona (Corrado, Aldo, Federico) e parole entrate nella lingua italiana, come bosco, sala, stamberga, graffio, trappola, zaino, spada, maresciallo.
 
L’epoca del dominio longobardo in Italia, durata per ben 200 anni, ha lasciato tracce indelebili nella storia della penisola, perché ha contribuito alla divisione del territorio italiano tra Nord e Sud, una divisione superata politicamente solo nel 1861.
 
La storia del popolo Longobardo si pone in un crocevia fondamentale per la storia d'Europa e d'Italia. Quando Alboino, re dei longobardi, conquista la pianura padana a partire dal 568 il mondo post-romano è ancora profondamente confuso e i suoi equilibri erano tutt'altro che definiti. Le invasioni delle popolazioni "barbare" arrivate dall'oltre Reno avevano sì determinato la caduta dell'impero romano d'occidente ma non erano riuscite a scalfire il potere dell'Impero romano d'oriente. Bisanzio, sotto egemonia culturale greca, possedeva ancora numerosi territori in Italia e non era allora del tutto fuori luogo ritenere che potesse tornare a essere la forza egemone su tutta la penisola. La chiesa di Roma era ancora profondamente influenzata da Bisanzio e ai tempi il papa non aveva ancora costituito un dominio territoriale molto ampio.
Eppure dopo appena due secoli il quadro politico del Mediterraneo e dell'Europa saranno radicalmente differenti. I musulmani cominceranno a erodere il potere Bizantino, la chiesa, grazie all'aiuto dei franchi, si distaccherà definitivamente dall'oriente, sovrapponendosi sui suoi territori d'Italia fondando così lo Stato della chiesa che cadrà solamente nel 1870 quando le truppe sabaude conquisteranno Roma. Carlo Magno re dei franchi oltre a sconfiggere i Longobardi sconfiggerà gli Arabi nella battaglia di Poitiers arrestandone definitivamente l'avanzata. L'Europa si chiuderà fino a dopo l'anno mille in se stessa determinando così un forte arretramento culturale rispetto a civiltà molto più fiorenti come quella Araba e quella Bizantina.
 
Il 2 aprile 568 i Longobardi, guidati dal loro epico re Alboino, danno inizio all'esodo dalla Pannonia e, dopo la traversata delle alpi raggiungono il Friuli per raggiungere poi, il 3 settembre 569 Milano. All'inizio del 570 tutta la regione padana compresa tra le alpi e il Po era conquistata, e Alboino appariva il dominus Italiae. Terminata la conquista Alboino pone la sua residenza a Verona nel palazzo che fu di Teodorico, intorno all'anno 572. Fu paradossalmente allora che i problemi per il glorioso capo dei Longobardi cominciarono e l'unità del suo popolo dovuta perlopiù all'ansia di conquista comincia a sfaldarsi. Fu una congiura
a portare alla morte Alboino, una congiura che vede sua moglie Rosmunda pronta a vendicarsi di quello che non era solo suo marito, ma anche l'assassino di suo padre, il vecchio re dei Gepidi. Da allora e per dieci anni l'autorità regia sparì sostituita da quella dei duchi i quali approfittarono di un vuoto di potere per cercare di estendere e consolidare la loro influenza nelle zone appena conquistate.
I primi insediamenti longobardi in Italia ci lasciano pochi segni e poche costruzioni in modo peraltro analogo a quanto era avvenuto all'epoca della dominazione in Pannonia. Sono ancora i cimiteri a fornirci un'idea della loro struttura sociale, generalmente i Longobardi vivevano separati dalle popolazioni da loro assoggettate e fino al VII secolo l'unica costruzione che abbiamo di loro si riferisce al palazzo e alla chiesa voluti nella prediletta Monza da Teodolinda, addirittura dopo trent'anni dalla conquista.
Posizione scomoda quella che si scelgono i Longobardi, l'Italia infatti si trova proprio tra due imperi potentissimi: quello dei franchi a nord e quello dei Bizantini a sud. La mancanza di un'autorità regia rende fragili i neo-italiani e così i merovingi ne approfittano per assoggettare i longobardi che riescono così a darsi un altro re: Autari. Anche la cultura andava poco a poco mutando, da popolo di migranti i Longobardi scelgono di stanziarsi in Italia e così prestigio e ricchezza non venivano più determinate dalle conquiste ma da un quadro territoriale sostanzialmente stabile. In seguito a una nuova spedizione contro i longobardi da parte dei franchi Autari può dimostrare il proprio valore e ridare finalmente la dignità che il popolo longobardo aveva perduto dalle numerose sconfitte.
Ed è sotto il regno di Autari che i longobardi cominciano a mutare in profondità le proprie istituzioni e nell'ora della sua elezioni i duchi promettono il 50% dei beni prodotti nelle loro terre come base finanziaria del regno, introducendo così per la prima volta la fiscalità. Secondo la tradizione, ci spiega Paolo Diacono, Autari si spinse fino allo stretto di Messina e disse: "fino qui giungeranno i confini dei longobardi". Secondo quel racconto egli avrebbe identificato l'estensione tendenziale del regno in un concetto geopolitico costruito dalla cultura classica: l'Italia come unità dalle Alpi allo Stretto. Dopo la morte di Autari Teodolinda, vedova di Autari, sposerà Agilulfo determinandone così la successione al trono. Agilulfo continuerà l'opera di consolidamento delle conquiste e del potere interno, procedendo ad una violenta ed efficace repressione di tutti quei duchi che gli facevano ancora resistenza, l'autorità ducale perderà così di carattere politico autonomo per tutto il periodo del regno Longobardo.
 
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Nel Museo di Santa Giulia di Brescia è aperta la mostra "Il Futuro dei Longobardi", a cura di Carlo Bertelli e Gian Pietro Brogiolo. La città, così come la sede che ospita l’esposizione, è legata alla civiltà longobarda. Brescia era già abitata difatti da questo popolo con il nome di (Flavia) Brixia. Il Museo di Santa Giulia è un complesso di edifici, fondati dai re longobardi, Desiderio ed Ansa, che comprende le chiese di San Salvatore, di Santa Maria in Solario e di Santa Giulia. All’interno del museo si snoda l’itinerario della mostra, composto da 400 opere provenienti dai principali musei del mondo, come il British Museum di Londra o il Puskin di Mosca. Le 400 opere in esposizione annoverano gioielli, smalti, lacerti di affreschi e monete. Spicca la nota "Croce di Desiderio" (di fianco), che la leggenda accredita all’omonimo re longobardo. La croce è un esempio di tecnica orafa cosiddetta "cloisonné". Una tecnica innovativa che consiste nel suddividere il telaio in "campi" -scomparti- nei quali viene colato il vetro fuso. Oltre la "Croce", nella mostra sono presenti esempi di alta gioielleria, provenienti da Nocera Umbra e Lucca (di fianco). Rari e preziosi i manoscritti. Dai codici legislativi ai testi patristici e agiografici (cioè le vite dei Santi).
I Longobardi si sviluppano nel nord e nel centro Italia come una etnia colta, attenta allo studio della teologia cristiana e, al contempo, al fiorire della cultura in genere: ne è prova l’idea ambiziosa del popolo longobardo, che intende unificare l’Italia sotto un’unica lingua. Ma l’ostilità della chiesa non favorisce questo progetto.
Fra i testi in esposizione alcuni vergati da Paolo Diacono: un umanista che ravviva nella cultura longobarda il culto dell’antica classicità greca. E difatti nelle fibule d’oro, come nelle teste scolpite nel legno o nel marmo, o negli affreschi e nei mosaici si assiste ad un recupero della forma "classica". Cosicché si denomina non per caso il lasso di tempo della dominazione longobarda in Italia come la "Renovatio Carolingia".
A decretare il grado di avanzamento della civiltà longobarda è la produzione numismatica che arricchisce la mostra. Monete istoriate e incise, che denotano il sistema economico merovingio come quello in uso nel periodo longobardo. La mostra dunque mette in luce una civiltà attenta alla scrittura e all’arte, una civiltà di cui noi oggi siamo inconsapevoli debitori.

Il Futuro dei Longobardi
fino al 10 dicembre 2000
Brescia
 
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La croce processionale tradizionalmente detta "di Desiderio" è datata tra la fine dell'VIII e gli inizi del IX secolo. E' decorata con 210 tra pietre preziose, gemme dell'oreficeria del nord Italia in vetro ed altri elementi. Testimonia la gloria regale di cristo ed il prestigio del re, erede della romanità imperiale.
 
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