I Babbari

Uomini «dalla lunga barba», biondi e di elevata statura nonché abilissimi guerrieri nonostante la pochezza numerica, i Longobardi provenivano dalla Scandinavia. Dopo una permanenza di qualche secolo nel territorio dell'attuale città di Amburgo, risalgono il corso dell'Elba, passano in Moravia e in Austria, attraversano intorno al 530-540 il Danubio, occupano la Pannonia (oggi Ungheria occidentale) e, finalmente, con il re Alboino, calano in Italia nel 568, giungendo in qualche anno fino alle lontane terre calabre e beneventane.

Tutta la penisola, salvo i domini di Roma papale e quelli di Ravenna bizantina, è suddivisa in 35 ducati, il primo dei quali si estende nell'Italia orientale con capitale a Cividale del Friuli, già municipio romano col nome di Forum Iulii (da cui Friuli) e, quindi, Civitas Austriae (o città più orientale ed australe d'Italia) sotto i Longobardi. Il primo duca forogiuliense è Gisulfo, nipote del re, che organizza la regione, servendosi per concessione regia delle più forti fare (o gruppi nobiliari) longobarde e delle migliori mandrie di generose cavalle.
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I ducati nell'insieme formano il Regnum Langobardorum, con a capo un monarca eletto direttamente dall'assemblea dei liberi guerrieri longobardi. Il primo re è Alboino, la sede reale è, prima, a Verona e, poi, stabilmente a Pavia. Nei primi anni del regno disordini e violenze prevalgono, le terre vengono confiscate e i Longobardi si sostituiscono ai grandi proprietari romani, mentre il trono rimane vacante.

Con Autari e Agilulfo le cose si assestano, prima l'uno e poi l'altro re sposano Teodolinda, figlia del duca di Baviera, fervente cattolica e animatrice della conversione del popolo longobardo alla religione ortodossa romana.

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Lentamente i Longobardi si accostano alla civiltà romana e italica, ne assumono forme e tradizioni culturali, tecniche e modi di produzione. Le antiche consuetudini longobarde vengono codificate nell'Editto di re Rotari nel 643, ove civiltà latina e civiltà longobarda si influenzano vicendevolmente. Romani e Longobardi sono ormai più vicini, i loro rapporti vengono regolati dalla legge comune, la lingua della maggioranza del popolo è quella latina, nella quale però si inseriscono molti termini germanici, ancora oggi presenti nel linguaggio di molte regioni italiane, particolarmente in quella friulana.

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Con la pace sociale, anche la popolazione cresce di numero, mentre l'economia e il commercio rifioriscono. Il mezzo di scambio ufficiale è la moneta aurea; dapprima i Longobardi battono moneta imitando quella aurea dell'Impero bizantino, poi a partire dal regno di Rotari coniano una propria moneta d'oro detta tremisse, che in peso rappresenta la terza parte del soldo aureo bizantino.

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Una solida tradizione funeraria accompagna i Longobardi nel loro lungo cammino dalle foci dell'Elba sino all'Italia meridionale. Nelle loro vaste necropoli, generalmente sistemate ai margini delle città conquistate, i defunti vengono seppelliti con i piedi e gli occhi rivolti ad Oriente e con un corredo funerario formato da oggetti più o meno ricchi a seconda del ceto sociale dell'inumato.

Ma per lo più l'uomo porta con se le armi che lo distinguono (spada a due tagli, sax a un taglio, lancia di varie forme, frecce, scudo con l'ambone spesso decorato e dorato, ascia di guerra, etc.) e le guarnizioni dell'abbigliamento e della bardatura del cavallo, fedelissimo compagno del libero guerriero. Speroni, fibbie, guarnizioni di cinture e molti oggetti d'uso comune sono fabbricati in ferro, bronzo, argento, oro. Tutte le tecniche ornamentali sono conosciute e applicate, dalla filigrana, alla godronatura, alla damaschinatura, al niello, all'agemina su ferro e così via.

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Nelle tombe femminili predominano strumenti della casa, oggetti ornamentali, orecchini, anelli, borse per contenere i piccoli oggetti come accendiesca, forbici, pettini di ogni tipo e forma e, soprattutto, collane variopinte splendenti di pietre colorate, di ambra e cristalli di rocca in funzione apotropaica, e poi le fibule a chiusura delle vesti, ornate di oro, argento e pietre preziose. In molte tombe di ricchi longobardi è anche presente una crocetta aurea, simbolo della cristianità del defunto, o il bacile di bronzo fuso, proveniente dalle officine copte di Alessandria d'Egitto e giunto tra i longobardi col mezzo del commercio ravennate.
 
L'uomo libero longobardo è nel contempo guerriero e artigiano, cavaliere e orafo abilissimo nella lunga tradizione dei popoli cosiddetti «barbarici»; la sua produzione è ricca di modelli esclusivi e di forme raffinate che continuano per tutto il secolo settimo, fino alla conversione ufficiale dei Longobardi al cattolicesimo nel 696. Da questo momento, in ossequio alle costumanze del cristianesimo ortodosso, i defunti longobardi vengono deposti nella fossa senza accompagnamento di corredo funerario.

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La produzione di oggetti metallici decade fortemente e la storia longobarda non ha più modo di avvalersi delle preziose testimonianze dell'archeologia funera. Non per questo, tuttavia, la documentazione storica scompare. Nel secolo ottavo, infatti, con lo sviluppo della società e dell'economia italiana, rinascono opere e arti prima quasi scomparse.

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Durante il lungo regno di Liutprando (712-744), si moltiplicano le costruzioni di chiese e monasteri (si pensi a S. Maria in Valle di Cividale o a Sesto al Reghena), di ville e palazzi da parte della famiglia reale, ma anche per opera dei ricchi longobardi o dei duchi stessi; rifioriscono architettura, scultura e pittura, alle quali partecipano in qualche misura anche artefici o artigiani longobardi. Ne sono testimonianza indubitabile a Cividale il Tempietto longobardo, da un lato, e l'Altare di Ratchis, dall'altro, ove architettura e scultura raggiungono livelli elevatissimi, anche se proporzionati ai tempi non facili.

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L'ultimo e sfortunato re dei Longobardi è Desiderio; il suo regno, osteggiato fieramente dal Papato, è vinto (773) e assorbito da Carlo Magno re dei Franchi, ma duchi e grandi funzionari longobardi mantengono in gran parte le loro posizioni, partecipando nei gradi elevati alla direzione del nuovo Regnum Francorum et Langobardorum.

Lentamente, i Longobardi, i quali numericamente rappresentano una modesta minoranza, scompaiono mescolandosi alla popolazione dell'Italia latina e romana, lasciando tracce di sè nella lingua, nella toponomastica, nei costumi e nelle tradizioni popolari. Di molte potenti famiglie il nome è presente lungo tutto il Medioevo, apparendo ogni tanto nei documenti scritti come famiglie ancora viventi ex lege Langobardorum, vale a dire professanti ancora certe regole di vita tipiche dell'antica Langobardia italica.

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"Alboino e i suoi successori erano stati degli scomodi padroni, più scomodi di Teodorico, finchè erano rimasti barbari accampati su un territorio di conquista. Ma ormai si stavano assimilando all'Italia e avrebbero potuto trasformarla in una Nazione, come i Franchi stavano facendo in Francia. Ma in Francia non c'era il Papa, in Italia, sì." Con questa eloquente riflessione, che gioca un po' con lo spirito da toscanaccio del suo autore, Indro Montanelli, nella Storia d'Italia scritta insieme a Roberto Gervaso (1), riassume bene quello che, con un termine che calza male a vicende tanto remote, potremmo definire "revisionismo storico" sulla lontana ed oscura pagina della dominazione longobarda in Italia.

Quattrocento anni prima, un altro "toscanaccio" lo aveva precorso nella stessa convinzione: "i longobardi non ritenevano di forestieri altro che il nome", osservò Niccolò Machiavelli a proposito degli ultimi re insediati alla corte di Pavia. Per "par condicio" è doveroso citare anche chi nel corso dei secoli, l'ha pensata diversamente; e proprio un grande longobardo (cioè lombardo), il Manzoni, tiene bene questo partito. "Chi fonda l'identificazione delle due nazioni longobarda e latina sul loro lungo convivere nello stesso paese, ragiona a un dipresso come se dicesse: quel carceriere abita da tant'anni nelle prigioni, che ormai può essere chiamato prigioniero"; così si espresse l'autore dell'Adelchi nel Discorso sulla storia longobardica, premesso alla seconda tragedia manzoniana e venato di sottintesi antiasburgici (2).


La "questione longobardica", com'è noto, non è argomento nè inedito nè secondario nella storiografia nazionale ed europea. Essa, in estrema sintesi, si può riassumere così: cosa hanno rappresentato, per la nascita di una nazione "italiana", quei duecento anni di Medioevo profondo (568 / 774 d.c.) nei quali su gran parte dello stivale fu tracciata la dicitura "Regno dei longobardi"? Il deserto della barbarie, oppure un momento storico dotato di caratteristiche originali e, quel che più importa, passate in eredità all'età successiva?


Fra i primi a cercare di rispondere, Ludovico Antonio Muratori (3) espresse un'opinione che già precorre la sensibilità di chi, nella sovrapposizione anche cruenta dei popoli, vede vincere alla lunga le spinte all'integrazione sugli steccati di qualsivoglia natura. Con l'invasione longobarda, notò infatti il Muratori, l'Italia è percorsa da una cesura profonda, ma non necessariamente negativa, rispetto al mondo romano, che cede il posto a qualcosa di nuovo. Molte istituzioni classiche, che Teodorico aveva rispettato, non sopravvivono, il papato si avvia a diventare potere autonomo, si rinnovano i culti religiosi, le tradizioni, persino l'arte ed il linguaggio. Ecco perchè il Muratori propose il 568 d.c., data della calata di Alboino alla testa del suo popolo, come inizio del Medioevo italiano.
Ciò che il Muratori osservò sul nostro Medioevo, gli storici contemporanei, almeno alcuni, l'hanno esteso all'Europa intera. Con l'insediarsi della potenza longobarda nel centro - nord della penisola, infatti, la Chiesa romana - allora come oggi forte d'autorità morale ma "senza divisioni" da schierare - fu costretta a scegliere un alleato politico fra franchi, bizantini e gli stessi longobardi. E' la ben nota origine del Sacro Romano Impero, idea guida dell'età medievale.


Insomma ci si può spingere a dire che, senza longobardi, forse non sarebbe nata - o ci avrebbe messo più tempo - l'Europa carolingia, un'entità geografico-culturale non poi così dissimile da quella di oggi, con il baricentro saldamente continentale e non più collocato nel Mediterraneo, ormai islamico per metà.
Ci sono proprio questi interrogativi e queste finalità alla base dell'imponente mostra aperta sino al 19 novembre prossimo nei musei del complesso monastico di Santa Giulia a Brescia (edificio di fondazione longobarda). "Il futuro dei longobardi", sottotitolo "L'Italia e la costruzione dell'Europa di Carlo Magno" (organizzazione Cab, patrocinio di Regione Lombardia e Comune di Brescia) al di là dell'eccezionale completezza della documentazione raccolta - 400 pezzi da tutta Europa - intende provocare interrogativi storiografici più ampi. Interrogativi che non vengono elusi, ma ai quali si tende ad offrire una risposta nei termini "revisionistici" sopra accennati. Così si esprime ad esempio Jacques Le Goff, che dell'iniziativa bresciana è presidente, in un intervento apparso su "Il Sole 24 Ore" di domenica 11 giugno 2000:"...E' qui dimostrato come sia inconsistente il disprezzo con cui è considerato l'inserimento dei "barbari" nell'Impero Romano e in particolare dei longobardi... Al di là delle violenze che hanno contrassegnato questo episodio storico, occorre ritrovare e mettere in valore la continuità e il rinnovamento di questa civiltà... Nel campo dell'arte, della cultura scritta, del diritto, i Longobardi... hanno in parte salvato, proseguito e rinnovato pezzi interi dell'antichità romana classica e post classica." Forse non tutto è così lineare, forse c'è in questo un eccesso di mitizzazione del "buon selvaggio", ma si può dire che l'iniziativa raggiunga nella sostanza l'obiettivo di mostrare come i secoli del doloroso trapasso dalla romanità al Medioevo non grondano semplicemente sangue, ma mostrano il tentativo, certamente rozzo e fragile, di dare vita ad una nuova civiltà, nella quale l'eredità romana non è soffocata e basta. Per dimostrarlo, la mostra si avvale soprattutto del linguaggio dell'arte, nel quale però, occorre dirlo, la sintesi fra culture differenti è più facilmente raggiungibile che altrove (nel diritto, ad esempio, o nella religione). Attenzione però anche all'uso sporadico di altri linguaggi, quello della monetazione ad esempio, che mostra come i longobardi coniassero ancora in oro mentre al di là delle Alpi, tra i sudditi di Carlo, ci si fosse ridotti a qualche rara e modesta moneta d'argento. Più stiracchiati appaiono invece alcuni sottintesi "politici" che si sono voluti attribuire all'iniziativa bresciana, giustamente criticati, ad esempio, da uno studioso come Franco Cardini in un recente intervento su "L'Espresso" (4). Sia che si voglia vedere nei Longobardi gli antenati dei "federalisti" di oggi, sia che si descriva l'Italia longobarda come antesignana della società multietnica, tutto ciò appare un "cappello" di forzata modernità giustapposto a popoli ed eventi assolutamente non riconducibili alle categorie mentali ed ai problemi di oggi.

Note
1) Indro Montanelli - Roberto Gervaso, Storia d'Italia, V, p.163.
2) Alessandro Manzoni, Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, (1822 - 45).
3) V.Ludovico Antonio Muratori, Introduzione alla dissertazione sulle antichità italiche del Medioevo, (1751).
4) V. "L'Espresso", 29.6.2000.
 
...In questo periodo felice, si assiste anche a una iniziale vitalità artistica longobarda nelle arti figurative, salvo la pittura che sarà sempre del tutto assente (più tardi solo un paio di affreschi nell'VIII sec.).
L'espressione artistica più caratteristica fu l'oreficeria, espressa con lavori di sbalzo e cesello.

A Monza chi visita il Duomo e la sua famosa "Cappella Teodolinda" ammirerà il tesoro dei Longobardi ivi conservato e noterà uno dei più interessanti oggetti artistici lasciatici da Teodolinda.
In argento massiccio la famosa "chioccia" che riunisce i pulcini sotto le sue ali. Una immagine simbolica della protezione di cui poteva godere in questo periodo la popolazione di quella pace tra Chiesa e regno longobardo (che durò -come abbiamo già anticipato nel 605- fino a quando Teodolinda resterà regina (616), poi reggente del figlio (626).

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Fa parte di questo tesoro anche la CORONA FERREA in oro ornato di gemme e smalti.(ferrea perché cerchiata all'interno da un anello di ferro che secondo la leggenda contiene un chiodo della croce con il quale fu crocifisso Gesù Cristo).

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Quanto all'architettura longobarda solo più tardi essa determinò il sorgere e il definirsi di quello che sarebbe stato chiamato stile romanico, che ha accolto anche influssi orientali di provenienza armeno-caucasica, e bizantina come la chiesa di San Salvatore a Brescia costruita verso la fine del regno nel 753 o come a Cividale nel tempietto longobardo di Santa Maria in Valle assai noto per la complessa decorazione a stucco degli interni e per una scultura dell'altare; o il sarcofago di Teodota nella chiesa di San Martino.
In Meridione, l' arte longobarda è presente nella chiesa di Santa Sofia, fatta costruire da Arachi. Le strutture architettoniche associano elementi bizantini e gusto longobardo. Si trova qui anche uno dei rarissimi affreschi longobardi.
I campanili furono introdotti nell'architettura occidentale proprio dai Longobardi, come i menhir e gli obelischi, essi rappresentano il tema maschile, la virilità puntata verso il cielo.
Nell'architettura religiosa longobarda di grande importanza è la creazione della cripta, sacello sotterraneo ubicato nella parte più sacra dell'edificio, che corrisponde all'elemento femminile, come
"ventre" depositario di ogni segreto e di ogni fertilità.
Nell'arte longobarda il serpente ebbe sempre un simbolo ricorrente, molti si ritrovano nelle decorazioni delle chiese romaniche.
 
LA CROCE DI AGILULFO

A forma di croce latina con i bracci leggermente svasati verso le estremità, è completamente in oro tempestata di pietre preziose, contornata da due esili fili perlinati d’oro. La croce detta di Agilulfo, marito di Teodelinda, era una croce votiva appesa, con tutta probabilità al centro della corona dello stesso re decorata a sbalzo con le immagini del Cristo benedicente, degli arcangeli e degli apostoli.

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LE AMPOLLINE

Si tratta di 16 ampolline in piombo e stagno del tipo di quelle riportate dai pellegrini dalla Terrasanta. Databili verso la fine del VI-inizio VII secolo, è possibile che siano state comprate per conto della regina Teodelinda, dato che una collezione analoga si trova al monastero di S.Colombano a Bobbio al quale la regina era molto legata. Le ampolline decorate su entrambe le facce rappresentano diverse scene dell’infanzia e della passione di Cristo.

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Dlin dlon

Pausa relax.
Vuoi un the, watson? Biscotti? Latte o limone?
 
L'edificazione (753) del monastero benedettino femminile di S. Salvatore (successivamente chiamato di Santa Giulia) risale al tempo dei Longobardi e la sua fondazione è specificatamente da riferire a Desiderio, tre anni prima di divenire re, ed alla sua consorte Ansa.
Il sovrano longobardo dotò il cenobio benedettino (governato dalla figlia badessa Ansilperga) di un notevolissimo patrimonio fondiario ed immobiliare, esteso ben oltre i confini bresciani; al monastero faceva capo un'intensa attività di scambi commerciali.
Questo fervore economico radicatosi intorno al monastero trovava la sua ragion d'essere nel ruolo chiave, sia politico che sociale, da esso ricoperto come monastero "regio".
La tradizione storica vuole che proprio in S. Giulia si consumasse la straziante vicenda umana di Ermengarda, figlia di re Desiderio e sposa reietta di Carlo Magno (re dei Franchi).

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DLINNNN DLOOOOONNN

Stacca la spina, molla la colla, vatti a lavare le mani che è l'ora della merenda!
:)
 
L'oratorio di Santa Maria in Valle, noto come Tempietto Longobardo, rappresenta il monumento più completo ma anche più complesso dell’Alto medioevo occidentale. Molto discusse, infatti, sono la datazione, funzione ed attribuzione stilistica.
Per quanto riguarda la datazione sono ormai superate le tesi di un Tempietto più antico dell’VIII secolo e quelle che lo assegnavano al secolo XI o XII, le ipotesi più accreditate propendono per gli anni attorno al 760 (Gioseffi, L’Orange, Mor, Torp) o attorno all’810 (Lorenzoni, Peroni).
Anche la funzione originaria dell’oratorio presenta teorie discordanti: alcuni sostengono che si trattasse di una cappella palatina, altri lo ritengono cappella di un monastero benedettino femminile, l’esistenza del quale è confermata da un diploma dell’830.

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Re: DLINNNN DLOOOOONNN

Scritto da Anita
Stacca la spina, molla la colla, vatti a lavare le mani che è l'ora della merenda!
:)

tra poco ho finito.
 
Da qualche tempo e da qualche parte, a proposito e più spesso a sproposito, quando si parla della cosiddetta Padania della quale la Lombardia è magna pars si fa un gran citare i Celti. Poco si parla invece dei Longobardi magna pars della storia della regione.

Senza nulla togliere all’autenticità delle asserite celtiche radici, rivolgiamo qui la nostra attenzione alla Lombardia longobarda, chiedendoci innanzitutto chi fossero i Longobardi?

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Secondo una tradizione raccolta da Paolo Varnefrido, meglio noto come Paolo Diacono, e accreditata più di ogni altra fra gli studiosi, la stirpe teutonica che nel VI secolo ridiede energia alla gente, ormai in declino, dei “romani del nord” era in origine quella dei Winnili, cioè «combattenti vittoriosi» e assunse poi il nome di Longobardi in omaggio al loro dio Wotan (Odino), al quale spettava l’epiteto di Langbardr in virtù della sua folta barba. Odino, invocato anche con l’appellativo di Valfader, padre degli eroi, era il marito di Freia o Frigga, dea della fertilità della terra.
Presso gli abitanti delle valli bergamasche, da tempo cristianizzati, e forse per questo inclini all’irriverenza verso l’Olimpo pagano, il nome della dea fu lievemente modificato in fregna a designare l’organo sessuale femminile.

I Longobardi appartenevano al gruppo ingavonico dei Germani occidentali insieme con i Frisi, gli Angii e i Sassoni. Originari dalla Scandinavia, erano passati, in età romana sulle rive dell’Elba e successivamente, nel convulso movimento di popoli, al tempo delle grandi migrazioni, si diressero verso la penisola italiana, nella quale, attraverso il passo Predil, con altre minoranze bar_bare, guidati da Alboino, irruppero nel 568.

Raggiunto Forum Iulium, l’attuale Cividale, gli invasori si attestarono poi sulle alture bresciane, dove una località, Pralboino, ricorda ancora il nome del sovrano. In breve tempo i Longobardi dilagarono in tutta la Valle Padana e, superato I’ Appennino, si spinsero verso sud arrivando fino a Chiusi (oggi in provincia di Siena).


E’ interessante ricordare che gli scrittori bizantini designavano con il nome di Longo_bardia l’intera penisola italiana e che, nei primi decenni della conquista longobarda, chiamavano terra di Longobardia anche i territori dell’Italia meridio_nale rimasti sotto l’amministrazione bizantina. Il nome di Longobardia si localizzò al nord soltanto nel VII secolo, nella regione detta prima Liguria, poi Neustria, che si estendeva dal mar Ligure al fiume Adda. Il termine “Langobardia” appare per la prima volta nella sua nuova accezione in un diploma di Dagoberto del 30 luglio 629.


I Longobardi indossavano indumenti di fattura semplice, una tunica suc_cinta e un mantello di pelle d’animale selvatico e portavano con sé po_chi oggetti indispensabili: attrezzi per maginare i cereali, corni per contenere liquidi, crani che servivano da tazze, pentole di ferro o di rame, il tutto caricato su veicoli a quattro ruote di foggia tedesca, la cui forma si ritrova quasi per un paradosso della storia nel Carroccio, simbolo d’indipendenza dei Comuni lombardi dal potere imperiale germanico. Erano divisi in clan famigliari detti fare, parola che ha la stessa radice del verbo tedesco fahren, cioè viaggiare, e che ricorre in diversi toponimi lombardi, come, per esempio, Farfengo Cremonese e Fara di Gera d’Adda, (dove si trovano i ruderi di un castello). Gli invasori si stabilirono nelle regioni occupate, costringendo i residenti “ romani” a lavorare la terra, mentre loro, gli arimanni o “uomini dell’esercito”, si riservavano l’onere e gli onori della guerra.

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Popolo di combattenti, che si ingentilì dopo la conquista dell’italia, i Longobardi tenevano la loro assemblea nazionale, il thing, un parlamento di uomini in armi, ogni anno ai primi di marzo, nel mese più propizio per le spedizioni militari. Per annunciare la convocazione del thing, i messaggeri percorrevano la penisola agitando le lance e percuotendo col ferro gli scudi. Nel ricordo di tale barbarica usanza, nelle campagne del manto_vano, ancora fino agli anni precedenti la seconda guerra mon_diale, negli ultimi giorni di febbraio, le mamme si davano un gran da fare, per nascondere palette, molle per i cammini e recipienti metallici d’ogni genere. Bastava infatti che uno dei ragazzi del paese uscisse armato di tali strumenti perché tutti gli altri lo seguissero, attrezzati allo stesso modo, e percorressero in_ corteo le strade della borgata. L’assordante marcia era detta “uscire incontro a marzo”. Quando non impugnavano le armi, i Longobardi trascorrevano il tempo per lo più cacciando nelle foreste che all’epoca ricoprivano vaste zone della pianura padana, soprat_tutto intorno a Cremona e a Mantova, dove esistevano estese bandite di caccia del demanio reale, i gahagia (in tedesco Gehege, “bosco cintato, riserva”). Il termine longobardo si ritrova, ovviamente modificato, in numerosi toponimi come Gazzola, in provincia di Piacenza, Gazzo, una frazione di Pieve San Giacomo (Cremona) e Gazzuolo, non lontano da Mantova. Con un’espressione anch’essa legata al termine gahagia i vecchi contadini mantovani riferendosi a uno scialacquatore usavano dire: «Quel_ tale spende e spande come se avesse gazzin molin» cioè come se possedesse un mulino del demanio reale che macina farina per lui.
 
Barbari lo erano entrambi. I Merovingi e i Carolingi. Era quello il tempo in cui essere barbari significava innanzi tutto parlare una lingua incomprensibile – evidentemente era una parola che nasceva dall’interno della romanità e che si volgeva all’esterno, indicando quanto fosse minaccioso ed estraneo. Già i Greci l’avevano usata in tal senso. I cosiddetti barbari, a quel tempo, parlavano dialetti germanici ed erano, a cominciare da questa caratteristica linguistica, elementi estranei alla romanità; erano "non romani".

Si legge sui libri di storia di una grande dinastia di re: i Merovingi. I Carolingi vi subentrarono con maggior successo politico e lasciarono un segno ben più profondo dei Merovingi nella storia. Una dinastia reale soppiantava l'altra, la superava, otteneva, con Carlo Magno, l'autorità e il titolo imperiali.

I Franchi erano un popolo disgregato in molte tribù prima che un capo, Clodoveo, riuscisse a far riconoscere la propria autorità e ad unirle.
 
Clodoveo fu il primo re dei Franchi (481-511) e, forte della nuova compattezza delle sue schiere, sconfisse le tribù barbare di altra etnia, i Visigoti, gli Alamanni, i Turingi e i Burgundi, facendosi largo nellla Gallia. Sconfisse anche i Romani e trasformò Parigi nella capitale del suo regno. Si convertì al cattolicesimo e, esercitando con misura il proprio diritto di conquista, non esautorò, come altri barbari avevano fatto, i possidenti locali gallo-romani, confermandone i diritti di possesso terriero. Clodoveo si accontentò di appropriarsi di estensioni minori, che non giunsero ai due terzi richiesti da altri re barbari. Dopo Clodoveo altri re merovingi, suoi successori, esercitarono il proprio potere in maniera burrascosa e belligerante. La guerra era una necessità e un passatempo per le schiere barbare dei Franchi. I Merovingi furono però deboli nella continuità del proprio progetto di dominio. Non si ricordano – per quanto ci si debba confrontare anche con la frammentarietà delle fonti storiche – sovrani di prima grandezza. Fino al secolo VII, tuttavia, tennero stretto fra le mani il dominio sul fertile regno che l’intraprendenza di Clodoveo aveva acquisito loro.


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L’ascesa dei Carolingi cominciò con il colpo di mano di un maestro di palazzo merovingio, carica di grande rilievo diplomatico e burocratico. Nel 656, Grimoaldo, il figlio di Pipino il Vecchio, avendo fatto adottare il proprio figlio dal re merovingio Sigeberto, lo insediò sul trono. I due pagarono con la morte questo gesto sconsiderato, che si doveva mostrare, tuttavia, come il principio di una straordinaria ascesa. Migliore fortuna, per quanto temporanea, ebbe il maestro di palazzo d’Austrasia, Pipino II, che tentò la cristianizzazione delle terre germaniche a confine della marca di sua pertinenza, la Neustria, sulla quale aveva rinsaldato il proprio dominio. Carlo martello, con cui comincia veramente la fortuna dei Carolingi, era un figlio naturale di Pipino II. Vinse gli Arabi a Poitiers, vinse i barbari germani e si alleò con i Longobardi. Suo figlio, Pipino il Breve, fu riconosciuto da Liutprando, re longobardo, come pari (la cerimonia, di stampo germanico, prevedeva che Liutprando diventasse padrino d’armi del giovane). In quanto a dignità, a quel punto, Pipino il Breve poteva rivaleggiare con i re merovingi e i loro rampolli.
 
Occorreva, però, un altro passo: una legittimazione che, come Pipino il Breve comprese perfettamente, poteva venire al suo potere dalla Chiesa. Pipino il Breve fece riconoscere al papa che il titolo regio spettava soltanto a chi realmente avesse amministrato e tenuto il potere regio. Inoltre, si fece eleggere dall’assemblea dei Grandi e ricevette l’unzione di san Bonifacio, alla presenza dei vescovi franchi. Nel 754 si inginocchiò davanti al papa, per riconoscerne compiutamente la sudditanza e l’autorità. Il papa, in cambio del suo gesto di sottomissione, lo unse re a sua volta e gli conferì il titolo di patrizio dei Romani. Carlo Magno, su questa base, già molto solida, avrebbe compiuto un altro passo decisivo, soddisfacendo il volere di tutti quei sudditi che non si rassegnavano a lasciar svanire il fantasma imperiale. Sarebbe stato consacrato imperatore. Essere imperatore era molto diverso che essere re; occorreva che gli altri re ne riconoscessero l’autorità e la superiorità; che l’imperatore di Bisanzio, il solo in cui resistesse e si perpetuasse, per quanto cambiata di forma, la tradizione imperiale romana, accettasse di considerare il nuovo imperatore di Occidente come un suo pari.
 
I Franchi costituirono il più potente e duraturo regno barbarico del Medioevo. Essi erano originariamente divisi in due ceppi: i Franchi Ripuari, che vivevano presso le rive del fiume Reno, e i Franchi Salii, così chiamati perché erano insediati nei pressi del fiume Sala, nell'attuale Olanda. A partire dal IV secolo d.C. i Franchi, il cui nome significa "uomini liberi", iniziarono a penetrare nel territorio della Gallia romana.

Nel 481 Clodoveo, della dinastia dei Merovingi (dal capostipite Meroveo), divenne re dei Franchi Salii. Egli può essere considerato come il fondatore del regno franco. Clodoveo intraprese guerre vittoriose contro tutti i regni vicini: sconfisse dapprima il romano Siagro (488), poi i Burgundi (500), gli Alemanni (506), i Visigoti (507), conquistando infine anche il regno dei Franchi Ripuari. Clodoveo era così riuscito a creare un vasto regno nel cuore dell'Europa. Egli è ricordato anche per essere stato il primo re barbaro a convertirsi al cattolicesimo.
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Dopo la morte di Clodoveo (511) i Merovingi continuarono a regnare sui Franchi, ma l'incapacità per la dinastia di esprimere altri personaggi di spicco determinò il progressivo indebolimento del regno franco. L'inettitudine dei sovrani merovingi divenne celebre, tanto che essi si meritarono l'appellativo di "re fannulloni". L'autorità regia andava gradualmente svuotandosi, mentre specularmente si rafforzava la posizione del maggiordomo o "maestro di palazzo", una sorta di primo ministro che si occupava dell'amministrazione del territorio. Ad un certo punto quasi tutti i poteri si concentravano nelle mani del maestro di palazzo, restando al re un ruolo puramente formale ed un potere sostanzialmente platonico.

La carica di maestro di palazzo divenne ereditaria, appannaggio della dinastia dei Pipinidi (dal nome del suo fondatore, Pipino di Heristal). Il primo maestro di palazzo che salì alla ribalta della storia fu Carlo Martello. Nel 732 egli sconfisse i Saraceni nella celebre battaglia di Poitiers, impedendo così l'avanzata islamica in Europa. Il successore di Carlo Martello, Pipino il Breve, deposto l'ultimo sovrano merovingio, si proclamò re dei Franchi (751).
 
Pipino il Breve, invocato dal Papa, scese in Italia e sconfisse i Longobardi che volevano conquistare Roma. Pipino donò i territori dell'Italia centrale al Papa (756). Nasceva lo Stato della Chiesa.

Alla morte di Pipino il regno franco fu spartito tra i suoi figli, Carlo (che sarà poi noto come "Carlo Magno") e Carlomanno. La morte di Carlomanno fece sì che Carlo Magno diventasse sovrano dell'intero regno. Su invito del Papa, nel 774 Carlo Magno discese in Italia e sconfisse i Longobardi che avevano nuovamente minacciato Roma; le regioni centro-settentrionali della penisola furono annesse al regno franco. Carlo Magno condusse altre vittoriose campagne militari contro i Sassoni (che furono convertiti al cattolicesimo), gli Avari e i Saraceni. Il regno franco si estendeva ormai dai Pirenei all'Europa centrale, dal Mare del Nord alla Toscana. Carlo Magno poteva considerarsi come il sovrano indiscusso dell'Occidente. Il 25 dicembre dell'anno 800, il re franco fu incoronato imperatore a Roma da papa Leone III. Nasceva il Sacro Romano Impero, con capitale ad Aquisgrana.
 
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