I tanti protezionismi

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Da qualche anno il termine «protezionismo» sembra attraversare una seconda giovinezza. Un tempo associata al nome di Friedrich List e alle sue esortazioni in difesa dell'industria nascente, oggi la politica protezionista tende ad assumere le più svariate declinazioni. Il merito principale di questa ripresa di interesse è forse da attribuirsi al movimento di Seattle, all'interno del quale è possibile imbattersi nel protezionismo in difesa della «sovranità alimentare» di José Bové, nonché in una complicata forma di «protezionismo altruista» propagandata dall'esponente di Attac France Bernard Cassen. In ambito istituzionale, invece, particolarmente attivo è il nostro Tremonti, il quale ha recentemente invocato un protezionismo «anti musi gialli» che, con i tempi che corrono, rischia di trovare in Europa più di una lobby disposta a sostenerlo. I protezionismi dunque sono tanti, ma la situazione è forse ancor più ingarbugliata sul versante opposto del libero scambio. Basti pensare alla battaglia condotta dai paesi meno sviluppati contro le protezioni a sostegno dell'agricoltura europea, e alle contemporanee pressioni che l'Europa esercita su quegli stessi paesi per costringerli ad esporre alla concorrenza internazionale l'erogazione dei servizi pubblici essenziali.

In una babele del genere, sono in molti a domandarsi se si possa individuare un protezionismo «buono » attorno al quale costruire una strategia politica comune. L'interrogativo tuttavia non è di facile soluzione. Basti pensare al fatto che le protezioni invocate da Bové e quelle stabilite dalla Politica agricola comunitaria tendono spesso a sovrapporsi e a confondersi, il che segnala l'esistenza di un possibile conflitto d'interessi tra i piccoli produttori europei capitanati dall'attivista francese da un lato e gli agricoltori dei paesi meno sviluppati dall'altro. Una via d'uscita da simili contrasti non sembra del resto rintracciabile nemmeno salendo sulle spalle dei giganti. Si potrebbe ricordare, in proposito, che Keynes fu tendenzialmente protezionista negli anni `30, ma alla vigilia degli accordi di Bretton Woods assunse una posizione più favorevole alla libera circolazione delle merci. Quanto a Marx, egli giunse in più di una occasione a dichiarare la propria preferenza per il libero scambio, ma non fu mai particolarmente attratto dai temi attinenti alla disciplina dei commerci.

Bisognerebbe ammettere, insomma, che sulle questioni di politica commerciale non si è in grado di offrire un'unica ricetta valida per tutte le stagioni. Il che, del resto, non dovrebbe affatto sorprendere. La dicotomia tra libero scambio e protezionismo non è altro che un velo, una sovrastruttura situata al di sopra del conflitto più generale tra capitale e lavoro. Del resto, è solo nell'accurata analisi di questo conflitto che si potranno individuare le soluzioni attorno alle quali costituire un fronte unico di interessi convergenti, inclusi quelli di Bové e degli agricoltori extracomunitari. Solo per citare un esempio, basterà ricordare che entrambe queste categorie sono state colpite nell'ultimo ventennio da uno straordinario aumento della quota di reddito destinata alle rendite e ai profitti, un aumento favorito dal profilo restrittivo e privatistico che la gestione della moneta ha assunto all'interno del palinsesto finanziario vigente.

Il fatto che la moneta sia più che mai scarsa, di proprietà privata ed estremamente mobile, rappresenta insomma il nodo fondamentale contro il quale bisognerebbe orientare l'azione dei molteplici attori del movimento di Seattle. A partire dalle prossime mobilitazioni di Riva del Garda e Cancun, sarebbe pertanto auspicabile che il movimento mettesse da parte l'irriducibile controversia sul protezionismo e cominciasse finalmente a subordinare tutte le sue campagne (inclusi i pur sacrosanti attacchi agli accordi commerciali sanciti dal Wto) alla definizione di un proprio ruolo all'interno del conflitto globale tra capitale e lavoro. A tal proposito, e in attesa che i tempi si facciano maturi per tornare a discutere di pianificazione, la riconquista del controllo democratico sulla moneta costituirebbe un'ottima base sulla quale edificare una strategia politica più incisiva e meno evanescente che in passato.
E.B.
 
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