Il Messico a un passo dalla "Sindrome Tafazzi"

Voltaire

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Qualcuno leggendo le righe che seguono
potrà pensare che i messicani siano stati
colpiti dalla Sindrome di Tafazzi, il demenziale
personaggio in calzamaglia, inventato
dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo,
che si prendeva a bottigliate i genitali.
Per qualcun altro, invece, si tratta di una
sacrosanta battaglia per i diritti civili che
vede contrapposti, ancora una volta, messicani
e gringos. In Messico,
infatti, sta per partire
il boicottaggio dei prodotti
made in Usa. Ma questa
scelta, dicono alcuni osservatori,
potrebbe trasformarsi
in una china rovinosa
per il Paese centromericano.
L’ordine di ribellione
si sta trasmettendo
attraverso il cyberspazio:
il tam tam virtuale comunica di non
comprare più, a partire dal primo maggio,
prodotti venduti dalle società americane in
Messico. Si tratta dell’ultima forma di protesta
ideata per dare supporto ai lavoratori
entrati di nascosto negli Stati Uniti e che il
presidente George W. Bush vorrebbe rispedire
oltreconfine nel tentativo di dare una
stretta all’immigrazione illegale. Una decisione
che ha dato il via a numerose proteste
e manifestazioni in tutti gli Stati Uniti
dove queste persone, senza documenti,
senza copertura sindacale e sanitaria e per
pochi dollari, fanno i lavori più umili. Proteste
e manifestazioni si sono poi spostate
nel vicino Messico da cui arriva la maggior
parte di queste persone e dove risiedono le
loro famiglie che, in molti casi, vivono dei
denari spediti dai parenti clandestini in
Usa. Ma la scelta dei lavoratori messicani
di non comprare più prodotti dei gringos rischia
di essere un clamoroso autogol. «Questa
forma di boicottaggio - spiega Larry Rubin,
presidente della Camera americana -
equivale a spararsi su un piede. Le aziende
Usa sono state le prime a fare pressione
perché ci fosse una riforma della legge sull’immigrazione
più favorevole». Secondo il
Dipartimento messicano del commercio,
un quarto dei posti di lavoro del Paese centromericano
è fornito da società Usa. «Sappiamo
che gli americani ci danno molto lavoro
- spiega Martha Suarez Cantu, rappresentante
sindacale messicana - Ma bisogna
anche aggiungere che pagano una miseria
». Secondo i dati della camera di commercio
americana in Messico, un cassiere
che lavora nella catena Subway di Mexico
City guadagna l’equivalente di 189 dollari
al mese. Un suo collega in Colorado in busta
paga si trova 824 dollari. «Ecco perché -
dice Suarez Cantu - molti messicani vanno
illegalmente in Usa». La soluzione per far
diminuire il flusso migratorio, secondo Robert
Pastor, direttore del centro per gli Studi
del Nord America all’università di
Washington, sarebbe quella di investire
nel Paese centramericano per ridurre il
gap fra gli stipendi messicani e quelli americani.
Non tutti concordano. «Non funzionerebbe
- dice Felix Boni, economista di
Scotiabank - Non si può chiedere agli Usa
di investire in un Paese che non funziona».


F&M di oggi
 
Voltaire ha scritto:
Qualcuno leggendo le righe che seguono
potrà pensare che i messicani siano stati
colpiti dalla Sindrome di Tafazzi, il demenziale
personaggio in calzamaglia, inventato
dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo,
che si prendeva a bottigliate i genitali.
Per qualcun altro, invece, si tratta di una
sacrosanta battaglia per i diritti civili che
vede contrapposti, ancora una volta, messicani
e gringos. In Messico,
infatti, sta per partire
il boicottaggio dei prodotti
made in Usa. Ma questa
scelta, dicono alcuni osservatori,
potrebbe trasformarsi
in una china rovinosa
per il Paese centromericano.
L’ordine di ribellione
si sta trasmettendo
attraverso il cyberspazio:
il tam tam virtuale comunica di non
comprare più, a partire dal primo maggio,
prodotti venduti dalle società americane in
Messico. Si tratta dell’ultima forma di protesta
ideata per dare supporto ai lavoratori
entrati di nascosto negli Stati Uniti e che il
presidente George W. Bush vorrebbe rispedire
oltreconfine nel tentativo di dare una
stretta all’immigrazione illegale. Una decisione
che ha dato il via a numerose proteste
e manifestazioni in tutti gli Stati Uniti
dove queste persone, senza documenti,
senza copertura sindacale e sanitaria e per
pochi dollari, fanno i lavori più umili. Proteste
e manifestazioni si sono poi spostate
nel vicino Messico da cui arriva la maggior
parte di queste persone e dove risiedono le
loro famiglie che, in molti casi, vivono dei
denari spediti dai parenti clandestini in
Usa. Ma la scelta dei lavoratori messicani
di non comprare più prodotti dei gringos rischia
di essere un clamoroso autogol. «Questa
forma di boicottaggio - spiega Larry Rubin,
presidente della Camera americana -
equivale a spararsi su un piede. Le aziende
Usa sono state le prime a fare pressione
perché ci fosse una riforma della legge sull’immigrazione
più favorevole». Secondo il
Dipartimento messicano del commercio,
un quarto dei posti di lavoro del Paese centromericano
è fornito da società Usa. «Sappiamo
che gli americani ci danno molto lavoro
- spiega Martha Suarez Cantu, rappresentante
sindacale messicana - Ma bisogna
anche aggiungere che pagano una miseria
». Secondo i dati della camera di commercio
americana in Messico, un cassiere
che lavora nella catena Subway di Mexico
City guadagna l’equivalente di 189 dollari
al mese. Un suo collega in Colorado in busta
paga si trova 824 dollari. «Ecco perché -
dice Suarez Cantu - molti messicani vanno
illegalmente in Usa». La soluzione per far
diminuire il flusso migratorio, secondo Robert
Pastor, direttore del centro per gli Studi
del Nord America all’università di
Washington, sarebbe quella di investire
nel Paese centramericano per ridurre il
gap fra gli stipendi messicani e quelli americani.
Non tutti concordano. «Non funzionerebbe
- dice Felix Boni, economista di
Scotiabank - Non si può chiedere agli Usa
di investire in un Paese che non funziona».


F&M di oggi
E' anche vero che c'è un flusso al contrario.
Cioè di ricchi americani che ad 1/3 o ad 1/4 del costo in USA
si comprano ville stupende in Messico per andarci a viver
da pensionati....neanche tanto distanti dallo Stato
di provenienza...
 
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