Impatto scandali su banche

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19 febbraio 2004
Il risparmiatore fugge dal rischio
I crack finanziari. Gli effetti sul mercato



ROMA - L'effetto Parmalat, sommato ai bassi tassi d'interesse, spinge verso forme di investimento "liquide". Le alterne fortune dei mercati finanziari rendono più appetibili i depositi bancari e postali. E in questo scenario la novità principale è rappresentata dalla crescita esponenziale dei conti Bancoposta: si è passati dai due milioni e 750mila del 31 dicembre 2002, ai tre milioni e 550mila del 31 dicembre 2003, per raggiungere quota 3 milioni e 650mila lo scorso 30 gennaio. Nella concorrenza a tutto campo con il sistema bancario, il gruppo Poste italiane, guidato da Massimo Sarmi ed Enzo Cardi, finora ha potuto contare sulla presenza capillare garantita dalla rete di 14mila uffici, anche nei circa 2.500 comuni in cui manca uno sportello bancario. Ma adesso le Poste sembrano trarre beneficio da un altro fattore: la diffidenza nei confronti del sistema bancario determinata dalla vicenda Parmalat (e dalle vicende Cirio e bond Argentina) spinge una fetta consistente di risparmiatori a indirizzarsi su prodotti semplici, come appunto quelli postali, che presentano un basso livello di rischio (oltre, ovviamente, a ritorni non particolarmente elevati). Alla fine del 2003 c'è stato un vero e proprio boom, sia per i prodotti tradizionali che le Poste distribuiscono per conto della Cassa depositi e prestiti - ovvero per i libretti di risparmio e i buoni fruttiferi postali cresciuti rispettivamente del 17,6% e del 60,4% rispetto a tutto il 2002 - sia per i nuovi prodotti lanciati nella seconda metà dello scorso anno, ovvero i buoni fruttiferi postali indicizzati. E l'andamento della raccolta ha un effetto benefico sui conti delle Poste, considerando che per effetto della nuova convenzione firmata con la Cassa depositi e prestiti la remunerazione del servizio avviene in base al conseguimento di obiettivi e non più con un "assegno in bianco" staccato dal Tesoro. «L'incremento della raccolta - conferma l'amministratore delegato, Massimo Sarmi - è anzitutto un effetto della nuova convenzione firmata con la Cassa depositi e prestiti che ha stabilito gli obiettivi più alti nell'ultimo trimestre 2003. La nostra iniziativa commerciale è stata orientata proprio al conseguimento di questi risultati». Accanto a una motivazione interna di carattere organizzativo, Sarmi conferma che un'ulteriore spinta è arrivata dal contesto generale di sfiducia dei risparmiatori: «Di fronte alle preoccupazioni degli investitori - aggiunge - l'interesse si è rivolto alla nostra offerta che presenta ampi margini di sicurezza. La selezione viene compiuta alla fonte, abbiamo stabilito in partenza di non collocare bond corporate e di limitarci alla vendita di prodotti bancari e assicurativi che presentano un rating elevato». Tra le novità dello scorso anno c'è il lancio di libretti di risparmio destinati a chi ancora non ha compiuto 18 anni, accompagnati da una carta da utilizzare per i prelievi. Il nuovo prodotto ha contribuito alla consistente crescita del numero di libretti di risparmio postale, considerando che proprio alla fine del 2003 si sono raggiunti i picchi mensili; più precisamente a novembre si sono toccati i 2,9 miliardi di euro e a dicembre il record dei 3,3 miliardi. Con lo sprint della fine dell'anno, i depositi per i libretti postali nel 2003 ammontano a 33,8 miliardi, con un incremento del 17,6% rispetto all'intero 2002. E gennaio 2004 con 3,1 miliardi ha confermato questo trend positivo, con una crescita del 13% sullo stesso mese del 2003. Per i Buoni postali fruttiferi ordinari a novembre si è registrato il risultato più alto del 2003 (1,7 miliardi), i depositi a dicembre si sono attestati su valori medio-alti (1,4 miliardi). In questo caso la raccolta complessiva del 2003 è stata pari a 11,5 miliardi contro i 7,2 miliardi del 2002 (+60%). Quanto ai Bpf indicizzati, il nuovo prodotto lanciato all'inizio di ottobre ha fatto registrare nel primo mese di vita una performance di 70 milioni, per decollare a novembre a quota 131,2 milioni e attestarsi sui 135 milioni a dicembre. Il confronto tra 2002 e 2003 per la raccolta complessiva di Bpf segna un incremento del 25% da 9,5 a 11,9 miliardi. A gennaio 2004, tuttavia, si è registrata una frenata; i Bpf ordinari si sono fermati a quota 1,2 miliardi (-15,8% su gennaio 2003) e il totale dei depositi Bpf (compresi quelli indicizzati) è in calo dell'11,9% rispetto al 2003. «Si tratta di un dato stagionale - commenta Sarmi - legato agli obiettivi di raccolta concordati con la Cdp, che di mese in mese fanno orientare il nostro impegno in direzione della valorizzazione di singoli prodotti». Un elemento di debolezza, tuttavia, è rappresentato dall'assistenza ai risparmiatori, che negli uffici postali non è affidata a personale specializzato. «Per superare questo limite nel 2003 abbiamo effettuato 500mila giornate di formazione - aggiunge Sarmi - inoltre puntiamo sull'Ict per realizzare applicazioni di software sempre più semplici, soprattutto per gli uffici periferici». I servizi finanziari ormai pesano per il 45% sul fatturato complessivo dell'azienda e il loro andamento è essenziale per centrare l'obiettivo di chiudere il 2004 con un consistente utile e consentire all'azionista Tesoro di decidere sulla privatizzazione. Per l'esercizio 2003 Sarmi annuncia che la componente finanziaria ha avuto una crescita a due cifre «ponendo le Poste italiane tra i leader europei del settore per redditività». GIORGIO POGLIOTTI
http://www.assinews.it/rassegna/articoli/sole190204ri.html

19 febbraio 2004
E nelle banche cresce la scelta per la liquidità
I crack finanziari. Gli effetti sul mercato



ROMA - I risparmiatori privilegiano la liquidità, perché scelgono di stare alla finestra all'indomani del caso Parmalat e il risultato è che aumentano i depositi bancari. Come segnala l'ultimo bollettino dell'Abi, nello scorso mese di gennaio, la dinamica della raccolta delle banche ha accelerato e ha toccato quota 940 miliardi con una variazione tendenziale positiva dell'8,38%, che va confrontata con il 6,29% di dicembre 2003 e con il 6,01% di gennaio 2003. La congiuntura ancora bassa ha invece provocato un'attenuazione del ritmo di crescita degli impieghi, che hanno fatto registrare un tasso di crescita tendenziale del 5,30% a fronte del +6,02% di dicembre e del +7,04% di novembre 2003. Nel dettaglio, lo scorso mese l'ammontare degli impieghi del sistema bancario italiano è risultato pari a 1.034 miliardi di euro, con un flusso netto di nuovi impieghi di oltre 52 miliardi di euro rispetto a gennaio 2003. La dinamica degli impieghi, spiega il rapporto Abi, appare sostenuta esclusivamente dalla componente a medio e lungo termine rispetto a quella a breve termine. Secondo le stime di gennaio 2004, infatti, le variazioni tendenziali di queste due componenti degli impieghi bancari sono risultate pari a +13,35% per il segmento a medio e lungo termine (+11,55% a gennaio 2003 e +13,04% a dicembre 2003) e di -3,59% per quello a breve termine (+0,48% a gennaio 2003 e -1,75% a dicembre 2003). Una "buona notizia" messa in evidenza dal Bollettino riguarda i mutui sulle case: quelli italiani restano meno cari che nel resto d'Europa. I tassi di interesse applicati ai nuovi prestiti alle famiglie per acquisto di abitazioni si sono attestati a dicembre a 3,80%, con un calo dello 0,85% rispetto a gennaio 2003, a fronte di un livello medio di Eurolandia attestato al 4,23 per cento. In generale, il tasso medio sugli impieghi si è collocato a gennaio 2004 al 4,75%, con un incremento di otto punti base rispetto alla fine del 2003, ma con una riduzione di 79 punti base rispetto a gennaio dell'anno scorso. Il tasso medio sui depositi è invece risultato pari allo 0,80%, con una limatura di un punto base rispetto a dicembre 2003 e una flessione di 40 punti base rispetto a 12 mesi prima. All'uscita dalla riunione dell'esecutivo dei banchieri di ieri, l'amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo ha tenuto a precisare che «sosteniamo l'economia e continueremo a sostenerla», con ciò rispondendo alle notizie di stampa secondo le quali le banche italiane starebbero facendo pressioni perché molti gruppi rientrino dai prestiti. Intanto ieri il comitato esecutivo ha nominato i quattro saggi che dovranno indicare il nome del prossimo presidente dell'Associazione bancaria: sono Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, Elio Faralli, presidente dell'associazione delle banche popolari e presidente della Popolare Etruria e Lazio, Camillo Venesio, amministratore della Banca del Piemonte, e Antonio Patuelli, presidente della Cassa di risparmio di Ravenna. Spetterà a essi indicare la successione o la conferma di Maurizio Sella alla presidenza dell'Associazione bancaria. Sella è alla scadenza (nel mese di giugno) del suo terzo mandato e può ancora essere rieletto per un ultimo mandato biennale. La nomina ufficiale del nuovo presidente avverrà poi in occasione dell'Assemblea generale dell'associazione che si terrà a fine giugno. Secondo quanto ha precisato Patuelli uscendo dalla riunione, la decisione è stata presa in un clima di «grande serenità», e dunque ai tempi e alle tappe per l'indicazione del candidato saranno stabiliti anche in base a quanto avvenuto in passato. R.BOC.

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/sole190204ri2.html
 
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21 febbraio 2004
Banche, non enti di beneficenza




ROMA - La banca come fondo di garanzia dei default del sistema imprenditoriale italiano? No grazie. Il sistema bancario è stato privatizzato e non può essere chiamato a svolgere una funzione pubblica: «altrimenti dovrebbe essere ripubblicizzato». Con questa affermazione a denti stretti, Alessandro Profumo, amministatore delegato di Unicredito Italiano, si è avviato ieri alla conclusione della sua audizione presso la Commissione bilaterale nell'ambito dell'indagine conoscitiva su banche e imprese, incalzato da senatori e deputati che gridavano alla truffa per la vendita dei Cirio e Parmalat bond ai risparmiatori, e che reclamavano indennizzi a tutto tondo anche sui Tango-bond argentini. «Non è il sistema bancario che ha truffato queste migliaia di risparmiatori», è sbottato Profumo, additando le singole aziende e gli amministratori come i veri responsabili delle truffe Cirio e Parmalat. Una linea, questa, che l'ad di Unicredit ha mantenuto nel corso di tutta l'audizione. «Su Parmalat non potevamo sapere del default incombente, fino al problema di Epicurum nulla faceva presagire...», ha detto a più riprese. Non era neppure una questione di come interpretare i bilanci: «Non potevamo sapere, non dovevamo sapere», ha rimarcato Profumo sostenendo che l'alto livello della liquidità di Parmalat non era «un fenomeno patologico» per un'azienda con tanti bond in circolazione da rimborsare. E poi, tra le tante analisi positive sul titolo di Collecchio, fino al 2003 c'era anche quella di un intermediario come Mediobanca, «stimato, indipendente e senza crediti verso il gruppo», che nell'aprile 2003 migliorava il rating da neutrale a outperforming. In risposta a senatori e deputati che hanno sollevato con vigore il problema del conflitto d'interessi all'interno delle banche polifunzionali, che concedono credito e collocano bond a favore delle stesse imprese, Profumo ha ricordato che la banca è tenuta a rispettare obblighi di riservatezza nei confronti dei suoi clienti debitori e che può divulgare solo informazioni pubbliche alla clientela sottoscrittice di bond. «Se non rispettassimo il segreto bancario saremmo colpevoli di market manipulation», ha spiegato Profumo, tentando di convincere la Commissione sull'impossibilità di un travaso di informazioni dal settore crediti e fidi al settore distribuzione al dettaglio, e sulla bontà delle "muraglie cinesi" all'interno delle banche. Profumo ha riconosciuto comunque che il sistema non è perfetto, tant'è che la sua banca ha già rivisitato il metodo interno di misurazione della propensione al rischio della clientela. Qualcosa non ha funzionato, e Unicredit riconosce un margine di errore nelle modalità di collocamento dei Cirio-bond. Il fatto che fossero titoli senza rating «non ci consente di escludere che qualche nostro cliente possa non avere avuto una sufficiente consapevolezza del rischio», ha ammesso Profumo. Anche le procedure di analisi del credito all'interno della banca saranno riviste: «Rivaluteremo il merito di credito delle aziende con presenza off-shore», ha rivelato l'ad. Il corporate bond come strumento per lo sviluppo economico è stato difeso a spada tratta dall'ad di Uncredit, che però ha ammonito: «Bloccare qualsiasi attività finanziaria a rischio significa uccidere i mercati e far morire il nostro Paese». Per questo Unicredit ha lanciato un nuovo patto per la crescita e un nuovo strumento, il bond di "distretto" per le piccole e medie imprese «per dimostrare la disponibilità a estendere il credito a medio termine senza garanzie». I.B.

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/sole210204ci3.html

« Le banche non hanno truffato i risparmiatori »

I responsabili dei principali istituti del Paese si difendono in Parlamento. Intesa: rimborsi fino al 60% per i clienti



ROMA — In Parlamento le banche si difendono. Davanti alle commissioni Finanze e Attività produttive di Camera e Senato sfilano gli amministratori dei quattro maggiori gruppi bancari italiani che, ognuno a suo modo, respingono ogni accusa per i crac Cirio e Parmalat. « Non sapevamo e non potevamo sapere » dicono quasi all’unisono, parlando della crisi del gruppo di Collecchio, Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit, Alfonso Iozzo, amministratore delegato di San PaoloImi, Corrado Passera, amministratore delegato di Banca Intesa, Matteo Arpe e Cesare Geronzi, rispettivamente amministratore delegato e presidente di Capitalia. « Non abbiamo trasferito sui nostri clienti, vendendo loro i bond Cirio e Parmalat, il peso dei crediti vantati nei confronti delle due società » , affermano, altrettanto in sintonia. Con voce forte quasi per farla sentire alle Procure di Monza, Milano e Roma che ieri nell’inchiesta sulla Cirio hanno allungato la lista degli indagati col nome, fra gli altri, del presidente del SanPaolo Imi, Rainer Masera. « Non è concepibile che Banca Intesa abbia collocato presso i suoi clienti dei bond sapendo che sarebbero andati insoluti » , ha affermato Passera. « Pensare che Capitalia abbia deliberatamente collocato presso la propria clientela titoli di società sulla cui solvibilità aveva dubbi, significa attribuire al gruppo un comportamento suicida » , ha aggiunto Geronzi sottolineando l’enorme importanza per ogni banca del rapporto di fiducia con i risparmiatori.
Quello di Geronzi era l’intervento più atteso nell’ultima giornata di audizioni dell’indagine parlamentare sulla tutela del risparmio. Il presidente di C apitalia, chiamato in causa negli interrogatori, sia da Sergio Cragnotti, ex patron della Cirio, sia da Calisto Tanzi, proprietario della Parmalat, ha ricostruito dettagliatamente i i rapporti del gruppo capitolino con le due società, soffermandosi in particolare sulla vendita di Eurolat. « Abbiamo assistito due clienti imprenditori in un’operazione in cui avevano interessi convergenti » ha affermato Geronzi, negando di aver condizionato anche indirettamente la fissazione del prezzo dell’operazione.
Senatori e deputati chiedevano però ai banchieri anche impegni a favore dei risparmiatori che avevano investito nelle due società andate in crisi. E loro li hanno accontentati confermando che verranno incontro ai clienti in possesso di bond Cirio, titoli senza rating ( San Paolo Imi e Unicredit) e anche di Parmalat ( Banca Intesa e Capitalia). Sul punto, ieri anche Banca Intesa ha annunciato il via all’operazione di rimborso per i 14 mila clienti coinvolti nei crac Cirio, Parmalat e Giacomelli. L’istituto prevede rimborsi fino al 60% o, soltanto in alcuni « gravi » casi, fino al 100%.
Ma in Parlamento Profumo, Passera, Iozzo, Arpe e Geronzi hanno anche segnalato, confermando peraltro l’impegno a sostenere le imprese in difficoltà, il pericolo di una strozzatura del credito.

CESARE GERONZI
« Dalla Banca d’Italia? Nessun favore speciale »


« Non abbiamo avuto nessun trattamento di favore dalla Banca d’Italia » , dice Cesare Geronzi. Anzi Capitalia « è la banca più ispezionata d’Italia avendo subito dal ’ 95 al 2003 ben sette ispezioni della Banca d’Italia, due della Consob e sei della Guardia di Finanza » . Geronzi vuole sfatare quelli che chiama i « pregiudizi » contro il gruppo che presiede. E così continua riaffermando, assieme all’amministratore delegato Matteo Arpe, che l’intervento in Bipop Carire non è stato un vantaggio offerto a Capitalia. « Abbiamo fatto noi un favore alla collettività intervenendo. Bipop- Carire era la vera Enron italiana. Non era una banca, era un dramma » , afferma.
E poi il calcio e il ruolo del gruppo capitolino nelle squadre di casa. E’ la pubblicità, è il tam tam delle voci che rimbalza sui media ad amplificare tale ruolo, dice in sostanza il presidente di Capitalia.
Mentre l’amminitstratore delegato, puntuale, fornisce le cifre. « Abbiamo affidamenti verso otto società della serie A su 18, pari al 15% della loro esposizione totale » , spiega Arpe. Che poi aggiunge: « Questo vuol dire che altre banche hanno a loro carico il residuo 85%. Senza contare i debiti verso l’Erario e verso i fornitori » .
Infine il chiarimento sul ruolo, e sulle responsabilità, dello stesso Geronzi nella banca: « Il presidente non ha poteri ed è felice di non averne » dice rispondendo ai parlamentari che chiedevano chi facesse le scelte per l’erogazione dei crediti.
« L’autonomia del management è assoluta: un credito viene erogato solo nella collegialità » .

CORRADO PASSERA
« Potevamo fare di più » Il plauso in Commissione



L’impegno al confronto con i consumatori
« Avremmo potuto fare di più » . Corrado Passera riconosce che le banche, al pari di altri come le autorità di controllo e il governo, avrebbero potuto forse impegnarsi meglio per evitare incidenti sul
corporate bond.
E così facendo Passera conquista la platea, invero non troppo affollata, dei parlamentari che ieri hanno seguito le audizioni in Senato e che si attendevano una sorta di assunzione di responsabilità da parte degli istituti di credito. Passera parla dei « danni creati ai risparmiatori » , oltre che « all’immagine del Paese » e ai « bilanci delle stesse banche » dalle insolvenze societarie. E coglie l’occasione dell’audizione per annunciare la firma dell’accordo con tutte le 15 sigle delle associazioni dei consumatori per costituire una commissione paritetica. La Commissione avrà il compito di valutare caso per caso il rimborso dei bond Cirio ma anche Parmalat e Giacomelli in mano ai clienti della banca. Saranno ovviamente privilegiati i piccoli risparmiatori inesperti e per i più disagiati l’indennizzo sarà pari al 100%. L’attenzione di Banca Intesa è tuttavia anche per il futuro, allo scopo di evitare che si ripetano incidenti. Fra gli impegni annunciati quello di non collocare né vendere titoli senza rating o con rating sotto BBB-. E di incoraggiare « in ogni modo » la clientela meno competente a preferire la gestione professionale dei loro risparmi rispetto a quella « fai da te » . Anche perché, dice Passera, il momento economico è difficile, il sistema bancario dovrà affrontare altre crisi aziendali.



ALESSANDRO PROFUMO
« Bisogna tenere conto delle percezioni negative »


« Non siamo il fondo di garanzia dei default »
Alessandro Profumo illustra i risultati di un’indagine condotta da UniCredito presso la propria clientela. La gente, dice, considera Calisto Tanzi il maggior colpevole dello scandalo Parmalat ma subito dopo di lui indica, nella scala delle responsabilità, le banche. Solo dopo di esse segnala il management della società di Collecchio, le società di revisione, il consiglio di amministrazione, il collegio sindacale e infine la società di rating. « E’ una percezione diffusa. Forse lo è anche in Parlamento. E questa percezione è un fatto, guai se non ne teniamo conto » . Ma, aggiunge Profumo rivolto ai parlamentari, « è una percezione sbagliata, è un errore » . Così come quello che si faceva nel passato quando « nelle carestie si andavano a prendere i fornai anche se la farina era altrove o non c’era affatto » . Le banche insomma dice Profumo, « sono i fornai. Ma la farina, cioè la responsabilità non è qui » . L’amministratore delegato di UniCredito non ha dubbi. Per Parmalat le banche non hanno colpe: le obbligazioni « erano provviste di rating e la probabilità di default a un anno era del 45% » . Per la Cirio la situazione era diversa perché il titolo non aveva rating e « qualche cliente potrebbe non essere stato consapevole del rischio » e così sarà rimborsato. Ma Profumo mette in guardia sulla tentazione di caricare le banche di troppe responsabilità. « Le banche non possono essere il fondo di garanzia dei default delle imprese italiane. A meno che non si voglia ripubblicizzarle » , avverte Profumo.



ALFONSO IOZZO
« Servono mercato e tutele. Spieghiamo tutti i rischi »


Maranzana: soluzioni in linea con il resto del mondo
La risposta da dare ai risparmiatori italiani dopo i crac Cirio e Parmalat consiste nel « trovare il giusto equilibrio tra protezione dei risparmiatori e le regole di mercato » . Alfonso Iozzo, amministratore delegato SanPaolo Imi, non ha dubbi a proposito. E ai parlamentari in Senato spiega che occorre da un lato tenere conto « degli interessi prioritari dei piccoli risparmiatori » . Dall’altro però del fatto che « qualsiasi soluzione deve essere compatibile con l'evoluzione dei mercati internazionali » . Non è un equilibrio facile e Iozzo, che è affiancato dall’altro amministratore delegato del gruppo torinese Luigi Maranzana, mette in guardia governo e Parlamento dal costituire, così come è previsto dal disegno di legge sulla tutela del risparmio, un fondo di garanzia nei casi di default delle imprese. « Si potrebbe correre il rischio di dare al mercato retail la percezione che la garanzia del rimborso vada comunque ricercata in ultima analisi nella responsabilità dell'intermediario » dice. Certamente, aggiunge Iozzo, « la banca deve offrire al cliente una chiara indicazione dei prodotti garantiti dal proprio impegno di restituzione del capitale e di quelli in cui questa garanzia non è prevista » . Occorre quindi, secondo Iozzo, privilegiare il meccanismo che prevede « l’introduzione per l'ipotesi di titoli emessi all'estero, di schemi di garanzia della solvenza dell'emittente a carico di chi trasferisce strumenti finanziari ad operatori non professionali » .
http://www.assinews.it/rassegna/articoli/cor210204ci2.html
 
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21 febbraio 2004
«Bond, bancari disinformati»




MILANO - Sportellisti spesso ignari. Poco informati dalle sedi centrali delle banche. Talvolta con in mano solo i giornali o i dispacci delle agenzie di stampa per offrire consulenza ai clienti. Sta anche in questo l'anomalia del caso Cirio, che emerge chiaramente dalle carte della Guardia di Finanza di Seregno depositate al termine delle indagini coordinate dal Pm di Monza Walter Mapelli: gli sportelli bancari spesso non avevano strumenti e informazioni per mettere i risparmiatori in guardia dei rischi che correvano acquistando le obbligazioni del gruppo alimentare romano finito in default del novembre del 2002. Le carenze c'erano soprattutto nel periodo del cosiddetto "mercato grigio", quelle due o tre settimane immediatamente seguenti al lancio di ogni bond: «Gli operatori di sportello - si legge sull'informativa - nel periodo del grey market non disponevano delle più elementari informazioni circa il rischio dell'investimento da fornire alla clientela retail». Ma ancora più eloquenti sono le testimonianze fornite al Pm dai funzionari di tutte le maggiori banche, a prescindere dal coinvolgimento dei vari istituti nel caso Cirio. Dichiarazioni messe nero su bianco dalla Guardia di Finanza. Due esponenti del gruppo UniCredit, per esempio, hanno «precisato che la funzione titoli, quando procedeva ad inserire un nuovo titolo nel paniere di compravendita, non ne dava notizia agli operatori di filiale, né comunicava a questi ultimi informazioni sulle caratteristiche del nuovo titolo». Su cosa si basavano gli sportellisti di UniCredit per aiutare i clienti durante la stagione dei Cirio-bond? «Gli operatori di filiale - si legge testualmente - avevano unicamente a disposizione il circuito Reuters, oltre alle comuni notizie di stampa». Praticamente poco più di qualsiasi edicolante. Non era più dettagliata la corrispondenza tra la sede centrale e le filiali nel gruppo Banca Intesa. «L'informativa alle strutture periferiche risulta limitata alla trasmissione, alcuni giorni prima del lancio delle emissioni, di una scheda riassuntiva delle principali caratteristiche tecniche dei titoli predisposta dal servizio Fb di Intesa - si legge sul documento della Guardia di Finanza -. La scheda, del tutto analoga a quella predisposta per le obbligazioni di altri emittenti, contiene solo l'indicazione che nel caso di forti oscillazioni dei mercati finanziari la categoria dei titoli in oggetto può subire rilevanti variazioni di prezzo». Solo nei bond per i quali Banca Intesa era stata lead manager, però, «viene aggiunta la necessità di far sottoscrivere al cliente la clausola di conflitto d'interessi». Ancora più "smilze" le notizie arrivate agli sportellisti di Capitalia: «Le operazioni di collocamento dei titoli Cirio erano destinate ad investitori istituzionali, sicché la banca non ha ritenuto di produrre alcuna specifica informativa», si legge sul documento. Peccato, però, che di investitori istituzionali coinvolti nei Cirio-bond ce ne siano ben pochi. Non molto diversa la situazione di Banca AntonVeneta. «Dalla lettura delle schede di anagrafica della banca inerenti alle obbligazioni Cirio, nessuno dei titoli riporta l'indicazione di titolo a rischio e di conflitto d'interessi», si legge. Altre filiali bancarie hanno avuto qualche informazione in più, ma in ogni caso in modo saltuario. Il Credem, per esempio, dal febbraio 2002 ha inserito nella rete Intranet aziendale una Credit Opinion sul Gruppo Cirio, cioè un'analisi finanziaria scritta dagli analisti di Abaxbank (la banca d'affari del gruppo emiliano). Questo documento «evidenziava la delicatezza della situazione finanziaria» e assegnava un rating speculativo al bond (nell'area della "Singola B"). Ma questo è accaduto solo nel 2002. Prima no: «Non sono state reperite né esibite - scrive infatti la Guardia di Finanza - analisi di tale profondità divulgate alle filiali in periodi precedenti». In casa Sanpaolo Imi è «stato possibile recuperare due messaggi Reuters nei quali si comunica il lancio dell'emissione, una descrizione del titolo di Bloomberg, una credit opinion e un'Offering Circular». Ma solo per uno dei sette Cirio-bond: quello emesso dalla Holding lussemburghese. E così via in altre banche. L'informativa della Guardia di Finanza è molto dettagliata. E lascia ben intendere perché il Pm Walter Mapelli sia intenzionato ad archiviare le posizioni degli sportellisti che sono stati iscritti nel registro degli indagati nei mesi scorsi. Semplicemente: non sapevano
http://www.assinews.it/rassegna/articoli/sole210204ci6.html
 
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21 febbraio 2004
Cavaliere bianco? Una truffa




ROMA - Una truffa, organizzata in modo scientifico, di ampiezza impressionante. Usa queste parole l'amministratore delegato del San Paolo Imi, Alfonso Iozzo, per descrivere il caso Parmalat. Fatture pagate regolarmente, andamento commerciale in regola: «Abbiamo fatto quello che potevamo», continua il banchiere. Durante l'audizione, le domande dei parlamentari ruotano tutte attorno agli stessi interrogativi: come facevano le banche a non sapere? Si sono rivalse sui risparmiatori, non tutelandoli a sufficienza? E ora, saranno rimborsati? Iozzo parla per due ore. E ricorda un episodio di fine novembre 2003: Tanzi si presentò a Torino per farsi finanziare il salvataggio dell'azienda, annunciando un "cavaliere bianco" che avrebbe messo a disposizione oltre 3 miliardi di euro. «Abbiamo lavorato per un week end, siamo stati anche accusati di essere troppo burocratici. Ma abbiamo rifiutato: non avevamo dati chiari sui fidi che dovevano arrivare», racconta Iozzo, a riprova del buon comportamento della banca. «Sarebbe stata una grande truffa»,commenta oggi. Dal punto di vista dei numeri, a fine 2003 l'esposizione della banca nei confronti di Parmalat rappresentava l'8% del totale verso il sistema bancario, così come certificato dal commissario straordinario Enrico Bondi. Per quanto riguarda i rapporti con il pubblico, solo l'1,4% dei clienti del San Paolo Imi possiede obbligazioni Parmalat. La strategia dell'istituto è consigliare ai risparmiatori forme di risparmio gestito. «Siamo contro il fai da te», ha spiegato Iozzo, che era accompagnato dall'altro amministratore delegato, Luigi Maranzana. Tra l'altro, il San Paolo Imi, ha precisato l'ad, è stato capofila di tre emissioni di bond, non aveva interessi particolari a collocare le obbligazioni, anche perché non ha mai avuto partecipazioni nel gruppo. E ne è la prova che nel 2003 i titoli Parmalat in portafoglio sono scesi del 30 per cento. Diverso è il caso Cirio, che rispetto a Parmalat si configura come investimento più a rischio: l'incidenza nel portafoglio clienti è limitata allo 0,2 per cento. L'istituto torinese è comunque il meno esposto nei confronti dei risparmiatori. Si sta studiando un piano di rimborso caso per caso, a seconda della tipologia del cliente: su 4mila investitori Cirio, circa 280 si possono trovare nella situazione di aver investito in un prodotto non adeguato. Il Ddl del Governo prevede un fondo di garanzia antifrode: per Iozzo si potrebbe dare al mercato retail la percezione che comunque l'investimento debba essere garantito dall'intermediario. Invece la banca deve dare al cliente una chiara indicazione dei prodotti garantiti e quelli per i quali la garanzia del rimborso non è prevista: semmai il sistema mutualistico deve essere previsto a carico delle imprese emittenti. «Bisogna trovare il giusto equilibrio tra protezione dei risparmiatori e regole di mercato», ha continuato l'amministratore delegato. Sui bond argentini, è Maranzana ad escludere il rimborso: «Bisogna prima verificare la responsabilità delle banche: perché addossare loro una tassa come i rimborsi?». Secondo Iozzo i bond restano comunque uno strumento importante di finanziamento per le imprese; ed è interesse delle aziende, dei risparmiatori e delle banche mantenere un mercato finanziario importante. Servirebbe un controllo a livello Ue, ipotizzando una Sec europea e bisognerebbe anticipare la direttiva Ue sui prospetti, che li rende obbligatori per i bond. NICOLETTA PICCHIO
http://www.assinews.it/rassegna/articoli/sole210204ci4.html
 
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21 febbraio 2004
Fitch: rating più efficaci senza «asimmetrie»




MILANO - Marco Cecchi de' Rossi, amministratore delegato di Fitch Italia, verrà sentito la prossima settimana dalla Commissione bicamerale sulla tutela del risparmio. L'audizione di Cecchi de' Rossi è attesa, anche perché l'agenzia di rating Fitch aveva già dato, fin dal 2000, una valutazione alla Parmalat di Calisto Tanzi. Dottor Cecchi de' Rossi, il vicepresidente dell'Assirevi, Alberto Giussani, ha detto che «Parmalat è stato il fallimento dei revisori». Per le società di rating è valido un discorso analogo? Le agenzie di rating intervengono al termine della catena dei controlli. Se tutti questi falliscono nella loro missione, le agenzie non sono poste in grado di operare efficacemente. La risposta quindi è no. Per il caso Cirio si è detto che i risparmiatori non erano protetti e che erano stati penalizzati perché aveva acquistato obbligazioni senza rating. Molte obbligazioni Parmalat hanno avuto fin dall'inizio, o hanno comunque acquisito dopo, il rating. Non sembra però che questo elemento abbia salvaguardato di più i risparmiatori: perché? Il rating è un'informazione necessaria per la decisione di investimento in titoli di debito. Gli investitori professionali richiedono più di un rating da parte delle tre principali agenzie per emissioni/emittenti di peso rilevante. Tuttavia i rating non sono sufficienti per definire la decisione di investimento. È molto diffusa la pratica del "rating shopping", cioè il chiedere una valutazione alle agenzie di rating e poi pubblicare solo la più "bella", cioè quella maggiormente conveniente per l'aziende? È tanto più diffusa quanto meno diffusi sono i rating stessi. In altre parole in quei mercati e in quei settori dove le valutazioni risultano frequenti, la situazione è più trasparente e quindi questa attività non diventa più possibile. Vi è capitato di dare un rating negativo? Quando avete emesso un giudizio negativo, lo avete sempre reso pubblico? Può fare degli esempi? I rating non sono negativi o positivi. Esiste sempre una categoria di investitori per il cui portafoglio un dato rischio è accettabile. Anche in Italia abbiamo assegnato rating "investment grade" o " speculative grade" a molti emittenti di diversi settori. I nostri rating sono pubblicati con comunicato stampa e sul sito www.fitchratings.com Una delle accuse è che i rating vengono ridotti (e le aziende declassate) quando ormai è tardi. Che cosa risponde a questa accusa? Se si escludono i casi di frode, la tempestività è storicamente corretta. Occhio, però. Occorre fare attenzione non solo al livello del rating in assoluto, ma anche alle opinioni sulla tendenza che l'agenzia esprime con il cosiddetto "outlook". Che cosa propone per migliorare l'efficienza e l'efficacia del rating? Servono modifiche specifiche? Vale per il rating quello che è valido per le altre informazioni per le quali i prezzi di mercato sono sensibili: occorre ridurre le asimmetrie informative cioè rendere disponibili contemporaneamente queste informazioni al mercato nel suo insieme. Auspichiamo che gli interventi vadano in questa direzione. Nel caso Parmalat, che cosa è successo? Ci sono, e non solo in Italia, organi politici e giudiziari al lavoro per comprendere l'accaduto, proporre e decidere le opportune contromisure. Credo opportuno attendere la ricostruzione che ne verrà fatta. È stato confermato anche da fonti internazionali che Fitch aveva assegnato alla Parmalat un rating già nel 2000. La vostra opinione su Parmalat era di tipo speculativo (tipo "junk")? Su quali basi siete arrivati a questa conclusione? Nessun commento su questo. Oltre all'audizione parlamentare, sul caso Parmalat è al lavoro anche la magistratura... FRANCO VERGNANO

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/sole210204ci8.html
 
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