Insalata russa

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MICHAIL LERMONTOV

Scrittore russo. Nacque a Mosca nel 1814. Iscrittosi a sedici anni all'Università di Mosca, abbandonò presto gli studi per la carriera militare. Emulo di Byron, del quale condivideva lo spirito anticonformista e di "demoniaca" ribellione, ostentava tale atteggiamento romantico nella vita mondana della San Pietroburgo dei suoi tempi. Morì appena ventisettenne, nel 1841, a Pjatigorsk nel Caucaso, ucciso in duello da un ex compagno di scuola, per una questione di donne. Le opere di Lermontov costituiscono l'espressione più pura e significativa del romanticismo russo. Tra esse vanno ricordate la lirica #In morte di Puškin# (1837), che gli costò l'esilio nel Caucaso, alcuni poemi (#I circassi#, 1828; #Azrail#, 1831; #Il demone#, 1841), l'opera teatrale #Un ballo in maschera #(1835), ma soprattutto il romanzo #Un eroe del nostro tempo# (1840): la sua visione della vita - l'insopprimibile urgenza della ribellione e, insieme, la sua disperata inutilità - influenzò grandemente la generazione contemporanea e anticipò una tematica ricorrente in tutta la letteratura russa moderna, da Dostoevskij a Pasternak.
 
Solitudine

Orrendo, trarre solitari
di questa vita le catene.
A spartire la gioia ognuno è pronto,
ma nessuno a spartire la tristezza.
Solo qui sono come un re celeste,
costretti in cuore i miei dolori,
e vedo, docili al destino,
come visioni gli anni dileguare;
e tornano essi, con dorato,
ma collo stesso antico sogno;
e vedo una solinga tomba
che aspetta: a che indugiare sulla terra?
Di ciò nessuno sarà afflitto:
s'allegrerà (ne sono certo)
la gente più della mia morte
che non, già, del mio nascimento…
 
Aleksandr Sergeevic Puskin nacque a Mosca nel 1799 da una famiglia di piccola (ma antichissima) nobiltà. Crebbe in un ambiente favorevole alla letteratura: lo zio paterno Vasilij era un poeta, il padre si dilettava di poesia e frequentava letterati di primo piano come Karamzin e Zukovskij. Una casa ricca di libri, soprattutto francesi, che stimolarono le sue precoci letture, ma povero anche di affetti. Nell'infanzia e nell'adolescenza restò affidato, secondo l'uso del tempo, alle cure di precettori fran cesi e tedeschi, e soprattutto a quelle della 'njanja' Arina Ro dionovna, che gli raccontava le altiche fiabe popolari.
Un ambiente sostitutivo della famiglia Puskin lo trovò nel 1812-1817 al liceo di Carskoe Selo. Uscito dal liceo, ottenne un impiego al ministero degli esteri e partecipò intensamente alla vita mondana e letteraria della capitale. A causa di alcuni com ponimenti 'rivoluzionari' fu confinato nella lontana Ekaterinoslav. Qui si am- malò . Fu ospite della famiglia Raevskij. Seguì poi i Raevskij in un viaggio in Crimea e nel Caucaso, ma alla fine del 1820 dovette raggiungere la nuova sede di Kisinë v [Moldavia]. Vi restò fino al 1823, quando ottenne il trasferimento a Odessa. A Odessa visse una vita meno monotona, con due amori: per la dalmata Amalia Riznic, e per la moglie del governatore locale, il conte Voroncov.
Nel 1823, per l'intercettazione di una sua lettera in cui esprimeva idee favorevoli all'ateismo, fu licenziato dalla burocrazia imperiale, e costretto a vivere nella tenuta familiare di Michajlovskoe, vicino Pskov. Il forzato isolamento non gli impedì di partecipare alla rivolta decabrista del 1825.
Nel 1826 il nuovo zar Nicola II lo chiamò a Mosca per offrirgli una occasione di "ravvedimento". Il "perdono" era in realtà una sorveglianza ancora più diretta e paralizzante. L'essere sce so a compromesso con il potere gli alienò per di più l'entusiasmo dei giovani. Nel 1830 Puskin sposò la bellissima Natal'ja Goncarova, che gli diede quattro figli ma anche molti dispiaceri per la condotta frivola che alimentava i pettegolezzi di corte. In seguito a uno di questi pettegolezzi, Puskin sfidò a duello il 27 gennaio 1837 il barone francese Georges D'Anthès, a Pietroburgo. Ferito a morte, Puskin spirò due giorni dopo.
 
Puskin ebbe tra i contemporanei i maggiori successi con le opere giovanili. A partire da "Poltava" l'accoglienza del pubblico fu sempre più fredda. A trent'anni era considerato dai giovani un classico fuori moda. I criteri 'utilitaristici' che prevalsero nella critica letteraria durante gli anni '50 e '60, impersonata da *N.G. Cernyse- vskij, impedirono una valutazione totalmente positiva dell'opera puskiniana. Solo alla fine del secolo il culto di Puskin uscì dalla ristretta cerchia di imitatori: famoso il discorso di *Dostoevskij nel 1880. Un culto che si diffuse in tutti gli strati sociali e di pubblico, divenendo una costante della cultura russa pre-rivoluzionaria e poi sovietica.
Oggi la sua opera è valutata soprattutto per la funzione innovatrice che ebbe. Ruppe i ponti con la tradizione settecentesca, con ogni tendenza arcaista e ogni tentativo pseudo-classicheggiante, ma imponendosi anche come modello classico e fonte di tradizione.
 
parlami di rasputin

mi ha sempre intrippato la figura di quell'uomo:cool:
 
26 maggio 1799 - 29 gennaio 1837: è questo l’arco di vita di un grandissimo poeta troppo tardi compreso in patria, semplicemente perché possedeva un genio straordinariamente russo e al tempo stesso straordinariamente diverso da quello dei suoi compatrioti. Tra le due date un intero catalogo di opere.

Mente versatile, in un paese che non conosceva il romanzo, dove il racconto si esauriva in storielle romantiche, eccolo offrire lirica e prosa, poema narrativo e teatro, racconto storico e fiabe, un romanzo in versi, e una tragedia dove trovano veste drammatica antiche cronache di vecchi annalisti. Ma la Russia ebbe in Puskin soprattutto il suo maggior poeta.



Era nato lo stesso anno di Balzac e di Heine, un anno dopo Leopardi, da genitori di antica nobiltà, ma troppo presi dagli impegni mondani per occuparsi del figlio, che ebbe affetto e calore soltanto dalla nonna materna e dalla njanja Arina che gli narrava fiabe popolari. Ebbe precettori francesi, ma la sua cultura si formò soprattutto sui libri di casa. Conosceva il francese anche meglio del russo e lesse prestissimo Molière e Rousseau, Montesquieu e Voltaire; a dodici anni venne ammesso al liceo che lo zar Alessandro I aveva appena istituito a Carskoe Selo, non lontano da Pietroburgo, per i giovani ingegni della nobiltà russa. E fu qui che si manifestò la su vocazione artistica.

È del 1820 il poema Ruslan e Ljudmila che lo rese popolare tra i coetanei, ma gli attirò le acerbe critiche dei letterati conservatori.

Dopo gli studi entrò al Ministero degli Esteri e la sua vita si snodò tra salotti, teatri, avventure galanti e fantasie poetiche, pur continuando a scrivere.

Si accostò agli ambienti liberali e fece un po’ di politica, anche se i veri cospiratori non lo presero mai sul serio; tuttavia rischiò la Siberia per aver letto in pubblico dei versi poco ortodossi contro Alessandro I. Se la cavò con vari trasferimenti e più o meno lunghi periodi di esilio, durante i quali scrisse i Poemi meridionali, Il prigioniero del Caucaso, I fratelli masnadieri, e stupisce notare come egli costruisca un linguaggio di assoluta autonomia e sappia assimilare per virtù istintiva materiali eterogenei: l’occasione autobiografica, la rievocazione storica, il costume, la polemica politico-culturale, la fantasiosa rappresentazione esotica, e sappia darci al tempo stesso un quadro realistico della quotidianità contemporanea.

Ed ecco ancora La fontana di Bachcisaraj, Gli zingari, Il conte Nulin (scritto in due giorni) di tono romantico, ma già vigoroso di motivi originali.

Poi fu mandato a Odessa come addetto alla segreteria del governatore generale, conte Voroncov, che... aveva una moglie troppo bella. Anche Odessa parve bellissima a Puskin: si davano opere italiane, c’erano molti italiani, i ristoranti francesi e un’animazione quasi meridionale. Fu certamente qui che cominciò a scrivere il suo poema in versi, l’ Eugenio Oneghin (vi si trovano infatti molti italianismi e per di più la protagonista Tatiana somiglia troppo a Elisaveta Voroncov).

Risultato? Un brusco licenziamento: Voroncov aveva giudicato Puskin un dipendente scomodo.

Puskin raggiunse allora la proprietà materna di Mihajlovskoe, a sud di Pietroburgo, e furono due anni di intenso studio e di accanito lavoro. Scrisse il grande poema storico Boris Godunov e un’infinità di liriche, tra cui Il profeta, Il poeta, La plebe...

Intanto alla morte di Alessandro I era salito al trono Nicola I, che era riuscito a sedare la rivolta dei Decabristi. Il nuovo zar volle mostrarsi magnanimo, mandò un poliziotto a prelevare Puskin, lo ricevette nel convento moscovita di Cudov e in cambio di una promessa di “ravvedimento” gli concesse il suo “perdono” e un piccolo posto. Puskin rimarrà comunque sempre una specie di sorvegliato speciale.

Dopo aver pubblicato il poema Poltava portò a termine l’ Eugenio Oneghin (8 capitoli, 5541 versi) una vera enciclopedia della vita russa (così ebbe a dire il critico Belinskij). È l’opera che meglio rispecchia la personalità del poeta, un’opera, unica nella letteratura mondiale, di imprevedibile varietà: ci sono descrizioni, toni ironico-sentimentali, indagini psicologiche, polemiche culturali, analisi d’ambiente, quadri di costume. C’è tutta la società russa contemporanea coi suoi problemi, i suoi uomini in vista.

Ancora in questo periodo, Puskin compose le “piccole tragedie”, sorta di poemetti drammatici: Mozart e Salieri, Il cavaliere avaro, Il convitato di pietra, Il festino durante la peste e il racconto Dubrovskij. E poi ecco i Racconti di Belkin, mirabili esempi di narrativa.

1931. Stanco ormai di avventura, Puskin sposa la bellissima Natalja Goncarova, e fu un matrimonio infausto.

È davvero il principio della fine. Il poeta si copre di debiti per saziare il desiderio di lusso della moglie, le pretese della suocera. Natalja è così bella che se ne invaghisce anche lo zar, il quale, per averla a corte, nomina Puskin gentiluomo di camera, un posto adatto a un diciottenne, non certo a un poeta affermato.

Nonostante tutto, continua a scrivere: Il cavaliere di bronzo, un romanzo diventato famoso: La figlia del capitano, dove è raccontata la rivolta di Pugacëv, La dama di picche, alcune fiabe, e riesce perfino a varare una rivista: Il contemporaneo.

Poi il cerchio si chiude. Puskin sfida a duello l’ennesimo corteggiatore della frivola moglie, il barone D’Anthes. Ferito a morte da un uomo banale, per una donna banale, morirà dopo due giorni di agonia.

Nessuno commemorò la sua morte, il capo della gendarmeria aveva proibito ai giornali ogni necrologio; soltanto uno, L‘invalido russo scrisse, eludendo il divieto: “Il sole della nostra poesia è tramontato”.

Amore e amicizia furono i temi chiave della poesia di Puskin e naturalmente la bontà cui entrambi i sentimenti convergono, perché nell’amicizia egli portò amore e, cosa assai più rara, portò l’amicizia nell’amore. Un esempio?

Io vi amai, l’amore forse
non è ancora spento del tutto nell’anima mia
ma che esso non vi turbi ormai più
non voglio rattristarvi con nulla.
Io vi ho amato tacitamente senza speranza
ero affannato da timidezza, ora da gelosia.
Io vi ho amato così sinceramente, così teneramente
come Dio vi conceda di essere amata da un altro
(dall’Eugenio Oneghin).

Una poesia rasserenante, la sua, che ha il dono di togliere al dolore e alla banalità il loro motivo di tormento, e di ricondurre sulla terra la grazia celeste e terrena della bontà.

Soltanto molto più tardi Puskin ebbe la fama che meritava. Tolstoj e Dostoevskij lo considerarono il loro maestro. Dostoevskij nel discorso commemorativo tenuto nel 1880 disse che “la sua feconda versatilità aveva aperto nuove vie a tutti i generi, dalla lirica alla narrativa, per gli scrittori russi del secolo, e si era posta come esperimento, innovazione, fondazione di una nuova lingua”.
 
Tolstoj, Lev Nikolaevic



Nato da una famiglia di antica nobiltà terriera a Yasnaya Polyana, nel governatorato russo di Tula, nel 1828, Lev Tolstoj studiò legge a S. Pietroburgo e da giovane combatté nella guerra russo-turca, che gli ispirò i primi racconti, prevalentemente autobiografici.

In seguito si orientò verso gli ampi affreschi storici ("Guerra e Pace", 1868) e le grandi storie d'amore ("Anna Karenina", 1877). Nella seconda metà degli anni '70 fu colto da una profonda crisi spirituale che lo fece allontanare dalla chiesa ortodossa e che lo portò alla teorizzazione di una religiosità più autentica e più vicina alle origini.

La sua profonda volontà di rinnovamento nei confronti della società russa (che già sperimentava le prime scosse rivoluzionarie) ne fece un attento studioso di pedagogia ed un audace saggista in campo politico, filosofico e critico. Queste sue attività gli valsero la scomunica della Chiesa russa e gli attacchi della censura.

Gli ultimi anni furono orientati verso un'incessante attività di livellamento tra la sua vita e le sue teorie: si dedicò ai più duri lavori manuali e maturò l'idea di distribuire le terre ai contadini.

In seguito a forti dissidi con la moglie e nonostante l'età (82 anni), decise di fuggire di casa, ma le sue condizioni di salute non gli permisero di andare oltre la stazione di Astapovo, sulla linea per Rostov , dove la morte lo colse il 7 novembre 1910.
 
La prima metà dell’800 vede la Russia ancora in gravissime difficoltà. La sconfitta riportata nella guerra di Crimea ha aggravato le già forti tensioni all’interno di un impero che non sembra essere toccato dai fermenti e dalle trasformazioni dell’Europa ottocentesca. Basata su un’economia esclusivamente agricola, la Russia conosce ancora i retaggi di un’epoca feudale, come la servitù della gleba a cui sono condannati milioni di contadini. La vita sociale ed economica è dominata da una ristretta cerchia di proprietari terrieri e dallo zar che conserva intatto il suo potere assoluto. D’altra parte la situazione non è per niente stabile: le masse contadine ed intellettuali cominciano a non tollerare più questa situazione e chiedono con insistenza una riforma dello Stato. Inoltre la presenza di molte minoranze etnico - linguistiche determinano forti spinte nazionalistiche da parte di popoli sottomessi che vogliono governarsi da sé. In questo contesto Tolstoj (1828 - 1910), scrittore e aristocratico, per la sua posizione sociale mostra un forte legame con la tradizione russa e non simpatizza con i principi liberali dell’occidente. Tutta la sua opera, tutta la sua vita, tutto il suo misticismo costituiscono potenti mezzi per mantenere ben salda la sua posizione di aristocratico in un’epoca che vede la sua classe di appartenenza in forte pericolo sociale. Da questo punto di vista possiamo trovare molte analogie con Goethe, però mentre Goethe ne esce vincitore sia nell’arte che nella vita grazie al suo ateismo, Tolstoj diventa un grande nell’arte, ma nella vita soccombe in quanto la profonda religiosità lo porta ad una sconfitta nel tentativo di superamento della sua naturalità profonda e potente. Tolstoj è un personaggio dalle grandi contraddizioni. Figlio di proprietari terrieri rimane per tutta la vita legato alla terra, tanto che il "proprietario terriero" è sempre protagonista della sua opera. Lui stesso vorrebbe trasformarsi in proprietario terriero illuminato, difensore della categoria dei contadini, ma non ci riesce, vuoi perché la sua passione per il gioco limita le sue possibilità economiche, vuoi perché in lui rimane sempre vivo quello spirito aristocratico che lo fa sempre sentire uguale agli altri nella teoria, ma diverso nella superiore considerazione di sé.

Gli uomini di genio sono incapaci di studiare in gioventù perché sentono inconsciamente che bisogna imparare tutto in modo diverso da come lo impara la massa.

Turgenev quando fa la sua conoscenza, osserva:

Non una sua parola, non un suo gesto sono naturali, non riesco a capire come un uomo così intelligente possa provare un orgoglio così bambinesco per lo stupido titolo di conte.

E Gor’kij osserva:

Il suo esteriore e amabile democraticismo ingannava molta gente...ma ecco che sotto la sua barba da contadino spuntava il vecchio Barin russo: allora i nasi diventavano paonazzi per l’insopportabile gelo che da quella figura emanava.

Quando nel 1856 torna nel suo paese di origine, propone ai contadini un suo piano personale per l’abolizione della servitù della gleba e la spartizione delle terre, ma non ha la minima intenzione di essere lui a spogliarsi delle sue terre ed è forse per questo che i contadini rifiutano di sottoscrivere qualsiasi documento proposto dal "padrone". Tolstoj è profondamente cristiano e un gran moralista, ma il suo moralismo consiste in una immensa forza intellettuale sovvertitrice e corrosiva di tutte le istituzioni, umane e divine e questo lo avvicina alla critica della società che si fa in tutta Europa nell’800. Nel 1857 si reca in Europa e a Parigi assiste ad una esecuzione capitale: davanti ad una "folla immonda" cade la sua fiducia nell’occidente libertario e matura un definitivo sdegno contro la civiltà e il progresso. Questo anarchismo assume con il passare degli anni l’impronta di un cristianesimo primitivo, nemico della cultura. A proposito dell’editto imperiale del 19 febbraio del 1861 che abolisce la servitù della gleba afferma:

Perché nessuno, a parte quelli che vengono presi per folli, parla nella stampa di questa divisione delle terre? La ragione di questo fenomeno per me è del tutto evidente. Il progresso della stampa, come il progresso dei telegrafi elettrici, è monopolio di una data classe della società e vantaggioso per gli uomini di questa classe, i quali con la parola progresso intendono solo il proprio vantaggio personale che, di conseguenza, è sempre opposto al vantaggio del popolo.

Tolstoj è un ammiratore di Rousseau, dal quale trae la convinzione della impossibilità di conciliare Stato e Chiesa:

La religione, in quanto tale, non può essere, per la sua stessa natura, sottoposta al potere. La religione nega il potere e il governo (le guerre, i supplizi, il furto e tutto ciò che è legato al governo). Ecco perché il governo deve assicurarsi la religione. Se non lo rinchiude volerà via.

C’è tuttavia una grande differenza di base tra le considerazioni di Rousseau e quelle di Tolstoj: Rousseau vede la questione da un punto di vista ateo e mira all’affermazione dello Stato svincolandolo dagli affari della Chiesa, Tolstoj invece pone la questione da un punto di vista mistico mirante all’affermazione della religione svincolandola dagli affari dello Stato. Non solo, ma la religione che intende affermare è diversa da quella proposta dalla Chiesa, che viene vista come "menzogna, crudeltà e inganno". Egli si avvicina infatti, con un fervore sempre più acceso, alla parola del Vangelo e ad essa si aggrappa, tentando di recuperarne il significato più autentico. Puntuale arriva nel 1901 la scomunica del Santo Sinodo, ma lo scrittore ha già da tempo iniziato il suo tentativo folle di trasformare la sua vita nella vita di un santo, rinnegando sé stesso in un goffo tentativo di elevazione spirituale: smette gli abiti da ricco, rinuncia al fumo e all’alcool, segue una dieta strettamente vegetariana, si dedica a lavori manuali e mostra forte interesse per le più assurde forme di fede popolare al punto di frequentare settari evangelici. Un po’ alla volta dunque si assiste ad un distacco da tutto ciò che è "naturale", famiglia, figli, nazione, Stato, Chiesa, passioni, amore, caccia, arte, il tutto in uno stato di profonda esaltazione mistica. Si pensi che arriva ad odiare e temere la musica per motivi morali e che esalta La capanna dello zio Tom ai danni di Shakespeare che, a suo dire, è immorale. Si vede dunque fino a che punto il senso morale assume in Tolstoj forme tragiche e radicali, tanto radicali da fargli a tratti ripudiare l’arte considerata come "un lusso ozioso, voluttuoso e immorale" e ad ammetterla come lecita solo quando dà insegnamenti morali. Ci si chiede perché queste folli dichiarazioni siano state ascoltate per tanto tempo come rivelazioni! E’ pur vero che Tolstoj ha prodotto una letteratura che può essere considerata "grande" per la sua capacità di descrivere il suo tempo, ma è anche vero che le sue personali contraddizioni lo hanno portato a rinnegare l’arte e la cultura stessa mantenendosi purtuttavia sempre fedele ad essa, ed è anche vero che non ci vuole poi molto a vedere che, la sua grandezza nell’arte, non si accompagna ad un’altrettanta grandezza sul piano concettuale, dominato com’è da una contraddittoria e fragile ideologia. E’ questo suo confuso comunismo anarchico - religioso che porta alla sua sconfitta, perché in tutte le sue considerazioni non vi è vera convinzione, non vi è serenità. E’ evidente la forzatura attraverso la quale costringe sé stesso ad essere un santo, ma ad essere santo non ci riesce perché è inevitabile lo scontro violento con il suo animalismo, con il suo straordinario interesse per la vita del corpo ravvisabile nelle sue opere, ravvisabile nella sua capacità di descrivere l’uomo nella sua corporeità, abilità che suscita talora scandalo nella critica russa. E’ anche evidente la forzatura attraverso la quale costringe sé stesso ad essere un "padrone" illuminato, ma non riesce nemmeno in questo, perché è inevitabile lo scontro violento con le sue origini di aristocratico e proprietario terriero, tanto che non riesce a nascondere questa sua contraddizione nemmeno ai suoi contadini. Per tutta la vita dunque, Tolstoj combatte una lotta che lo conduce inevitabilmente alla malattia, una malattia che è espressione del conflitto politico, sociale e religioso che attanaglia la storia della Russia del XIX secolo, una malattia che è espressione della sua incapacità di intendersi con le idee del suo tempo.
Nel 1880 la moglie afferma:

I suoi occhi hanno una strana fissità, quasi non parla, è come se fosse di un altro mondo e non è assolutamente in grado di pensare a cose terrene.

Più diventa cristiano più diventa debole, malato, e un malato vede solo il lato spaventoso della vita. In questo stato d’animo crea i suoi più grandi romanzi Guerra e pace e Anna Karenina in cui troviamo il disagio più intimo e personale per la salvezza della propria anima e un continuo sentimento di insoddisfazione di sé in una ricerca tormentosa del senso della vita. Tolstoj è dunque una persona sana nel corpo (vive fino alla veneranda età di 82 anni), ma è un grande malato nell’anima, è un malato che intuisce il nichilismo del suo tempo ma non lo accetta e per questo cerca un rimedio ai suoi mali nella sublimazione mistica di sé. Anzi si ha come l’impressione che il timore di "cadere" nel nichilismo lo faccia precipitare in farneticazioni mistiche trasformandolo in un perdente.
 
Rivoluzione d'Ottobre

Un 3d sulla Rivoluzione d'Ottobre si può avere, watson?
 
Re: Rivoluzione d'Ottobre

Scritto da Anita
Un 3d sulla Rivoluzione d'Ottobre si può avere, watson?

Per te questo e altro.
(soprattutto altro)
 
Re: Re: Rivoluzione d'Ottobre

Scritto da watson
Per te questo e altro.
(soprattutto altro)

Allora fai un 3d su "altro".
:p
 
Nikolaj Vasiljevitch Gogol

Grande scrittore, drammaturgo, satirico russo (1809-1852)
Il suo romanzo più conosciuto è Le anime morte (1842).

Nikolaj Vasiljevitch Gogol nacque il 20 marzo 1809 a Sorotchinci, regione di Poltava, in Ucraina, da una famiglia di possidenti ruteni.
Studiò al liceo di Niezhin, poi lasciò la madre, teneramente amata dopo la morte del padre e da Pietroburgo, dopo un primo insuccesso letterario fuggì all'estero. Tornò poi a Pietroburgo e riuscì ad acquistare una certa stima negli ambienti letterari e nel 1834 amici influenti del circolo di Puschkin gli procurarono perfino una cattedra in storia all'Università (si risolse in un pieno insuccesso!)

Nel 1831 aveva ormai pubblicato due volumi di racconti ruteni, dal titolo Le veglie alla fattoria di Dikanka, a cui seguiva nel 1835 la nuova raccolta di Mirgorod, dove accanto al carattere coloristico e ralistico compare, nelle novelle di Taras Bulba, l'elemento storico-epico ispirato alla prima civiltà cosacca.

Il successo è grande e Gogol si può dedicare ormai con tutte le forze alla creazione letteraria.

Nel 1836 fa rappresentare l'Ispettore, satira atroce del mondo burocratico del tempo di Nicola I, che suscita la violenta reazione degli ambienti colpiti e procura a Gogol le prime amarezze.

Ottenuta una pensione imperiale e il permesso di soggiornare all'estero, Gogol va in Italia, a Roma, dove cerca di formarsi sulle opere d'arte, frequenta i ciroli artistici, sospendendo quasi del tutto i contatti con la patria.
Ma già nel 1835 (su spunto suggeritogli da Puschkin) aveva iniziato le Anime morte, e continua unicamente questo libro in questo soggiorno romano. Nel 1842 riappare a Pietroburgo e pubblica il 9 maggio le Anime morte. A quella data risale anche la commedia minore Il matrimonio.
Lanciate nel 1846 le Lettere scelte che furono definite un'apologia della schiavitù, e avvelenato così definitivamente ogni rapporto con i suoi connazionali, Gogol gira tra Roma, Wiesbaden e Parigi. da Roma nel 1848, va in cerca di pace fino a Gerusalemme.

Di ritorno in Russia, continua senza tregua il tormentoso lavoro che lo ha accompagnato in tutti i viaggi - il lavoro di prosecuzione e rifacimento della seconda parte delle Anime morte - fino alla notte dei primi del 1852, in cui svegliato il servitore e fattosi accendere il caminetto, piangendo getta il manoscritto nel fuoco.
Fu trovato morto dinanzi alla Santa Immagine in Mosca il 21 febbraio 1852

E' sepolto nel cimitero del Monastero Novodevicij
 
1809-1852

Nikolaj Vasiljevitch Gogol nacque il 20 Marzo ( il 1°Aprile, secondo il nuovo calendario)1809 a Sorotchintsy, nel governatorato di Poltava, in Ucraina.

Trascorse l'infanzia vicino a Mirgorod, a Vasilevka, una delle proprietà del padre, un brav'uomo dal carattere allegro, appassionato del folklore locale, che si dilettava a scrivere.
Quanto il padre era buontempone, tanto la madre di Gogol era pia, severa e intransigente.
Gogol', naturalmente attratto dal padre, stimò moltissimo la madre, ma, in qualche modo, le anime dei genitori si ritrovano in molti tratti della sua opera.

Studió prima a Poltava, poi al liceo di Niezhin, e da qui si spostò a Pietroburgo.
Dopo un primo insuccesso letterario fuggí all'estero.
Tornó poi a Pietroburgo e riuscí ad acquistare una certa stima negli ambienti letterari.
Il successo della prima parte dei racconti Veglie alla fattoria presso Dikan'ka (1831; la seconda parte uscì l'anno successivo), ispirati al folclore ucraino, gli permise l'incontro con Puškin.
Alla prima raccolta seguirono i racconti di Mirgorod (1835) che, accanto a ricostruzioni epico-storiche (l'epopea cosacca di Taras Bul'ba, 1834), presentano un'originale elaborazione, realistica e grottesca, di casi microscopici e insignificanti.
Sempre nel 1835 pubblicò Arabeschi, raccolta di saggi e novelle lunghe (tra cui La prospettiva Nevskij e Diario di un pazzo);
nel 1836 i racconti Il naso e Il calesse e la commedia Il Revisore;

Scritta nel 1836 su suggerimento di Puskin, Il Revisore prende spunto da un fatto di cronaca del tempo: un avventuriero squattrinato, scambiato dai maggiorenti di una cittadina di provincia per un revisore in viaggio d'ispezione, sfrutta con disinvoltura coloro che tentano di corromperlo con doni e denaro, abbandonando infine il campo proprio nel momento in cui arriva il vero revisore.
Il gustoso episodio serve a Gogol come pretesto per smascherare, attraverso il riso, la volgarità e la corruzione della società di provincia e per creare una grandiosa galleria di tipi umani, molto simile a maschere grottesche; ne scaturisce un testo capace di parlare al pubblico dalla più disparata provenienza geografica e culturale.
Ottenuta una pensione imperiale e il permesso di soggiornare all'estero, Gogol viene in Italia, a Roma, dove cerca di formarsi artisticamente.
Nel 1842, pubblica l'altro celebre racconto, Il cappotto (che dopo la sua morte verrà riunito con i precedenti, sotto il titolo di Racconti di Pietroburgo), e il romanzo Anime morte, grandioso affresco della Russia del tempo.
Gogol' occupa un posto importantissimo nella letteratura russa, non solo per la sua fantasia e per la sua capacità di mostrare la mediocrità umana tramite figure comico-mostruose, ma per la forma assolutamente innovativa della sua prosa che gli valse la stima dei suoi contemporanei e l'ammirazione dei posteri.

Dal1846, quando le Lettere scelte furono definite un'apologia della schiavitù e si rovinarono i rapporti tra Gogol' e la Patria, lo scrittore prese a girare tra Roma, Wiesbaden e Parigi.
Sempre più ossessionato da una visione mistica della vita, nel 1848 arrivò a Gerusalemme.
Di ritorno in Russia, continuò senza tregua il tormentoso lavoro di completamento della seconda parte delle Anime morte che lo ha accompagnato in tutti i viaggi.
Fu trovato morto il 21 febbraio 1852.
 
Esistono varie edizioni dei “Racconti di Pietroburgo” che differiscono tra di loro per il numero di racconti che sono compresi nel volume; L’edizione completa dovrebbe contenere cinque racconti, quindi se volete leggere tutti i racconti cercate un’edizione che li contenga tutti. (L’edizione I classici Mondadori è completa).
Ma veniamo a parlare del libro magari non trascurando neanche il suo autore e cioè Nikolaj Vasil’evic Gogol’.
Gogol’ cominciò la sua attività di scrittore verso il 1830, gli inizi furono difficili, ma ben presto lo scrittore che nel frattempo aveva iniziato a frequentare altri scrittori ,riesce a dimostrare il suo valore e da lì inizia l’ascesa e il successo. In poco più di quarant’anni di vita riuscì a creare un nuovo modo di scrivere, riuscì ad essere umorista senza mai smettere di essere incredibilmente serio.
I racconti di Pietroburgo, come li conosciamo noi oggi, furono scritti e pubblicati da Gogol in periodi diversi, solo nel 1842 l’autore volle che venissero pubblicati in un unico volume.
Racconti di Pietroburgo , perché le storie , sebbene siano tutte diverse tra di loro, hanno l’elemento comune di essere ambientati in quella che fu la grande capitale zarista.
Il libro si apre con il racconto “la Prospettiva Nevskij”, che sin dalle prime righe ci rivela un Gogol’ capace di competere con i più grandi scrittori realisti francesi, ma non solo il realismo domina la scena in questo scritto, sono presenti in esso una tensione e una capacità di coinvolgere il lettore non comuni, soprattutto considerando la “modernità” che è palpabile in ogni pagina.
Durante una passeggiata sulla Prospettiva Nevskij, due storie parallele si rincorrono, una è la storia del pittore Piskarev, l’altra la storia del tenente Pigorov.
Il primo segue una donna bellissima, ma quando scopre la vera identità della donna, avrà una reazio ne estrema e tragica; Pigorov, invece , corteggia una donna , ma questa è una donna sposata….
Ne “IL ritratto”, un pittore acquista un quadro che raffigura un vecchio, è un opera realistica quanto estremamente sconcertante, nella cui cornice il protagonista scopre un’ingente somma di denaro che gli cambierà la vita. (questo racconto ricorda uno dei racconti del terrore di Poe , forse anch'esso intitolato "il Ritratto", anch'esso molto godibile, anche se per altri motivi).
IL naso è un grande esempio di umorismo surreale, anzi dell’improbabile. Un barbiere trova un naso e temendo di averlo tagliato ad un cliente , se ne priva gettandolo nel fiume; allo stesso tempo il maggiore Kovalev, si accorge ,al suo risveglio, di essere privo del naso….
Il Cappotto è un romanzo in cui vi è il trionfo del grottesco, il protagonista è un Fantozzi ante litteram, snobbato e ignorato dai superiori e dai colleghi dell’ufficio in cui è impiegato.
Riesce dopo tanti sacrifici ad acquistare un bel cappotto che egli vede come un elemento su cui fondare il proprio riscatto.
Le memorie di un pazzo, il racconto che forse tra tutti io preferisco, è veramente esilarante, sebbene la storia narri le memorie di un impiegato e della sua progressiva follia.
Come già ho avuto modo di dire, è l’ambientazione nella capitale zarista il tratto comune tra questi racconti, è la città di Pietroburgo ad essere protagonista dei racconti: A Pietroburgo vivono gli artisti che arrivano in città da tutta la Russia in cerca di fortuna (e nella prospettiva Nevskij e nel Ritratto vediamo due artisti alle prese con la vita della capitale), Pietroburgo è la città in cui vivono un numero impressionante di impiegati che fanno parte dell’immensa macchina burocratica imperiale, immensa a tal punto da soffocarli e da renderli dei semplici strumenti attraverso i quali lo stato cerca di gestire L’impero. Ma a Pietroburgo viv ono anche molti ufficiali dell’esercito che molto spesso più che alle truppe pensano agli eventi mondani organizzati dalla nobiltà anch’essa ormai trasferitasi in blocco nella capitale.
Oltre al realismo , oltre ad un umorismo capace di far sorridere anche in presenza di eventi grammatici ( utilizzando sia l’iperbole, sia l’esaltazione del piccolo particolare in grado di suscitare ironia) , ne “I racconti di Pietroburgo” troviamo un’incredibile e a volte feroce descrizione della società dell’epoca, con le sue manie e con i suoi immensi difetti, in cui è presente il principio “Oraziano” del “Castiga ridendo mores” spesso più incisivo e puntuale di qualunque critica seria che possa essere fatta ad una società.
Per sapere ciò che pensavano di Gogol’ gli altri scrittori Russi basta citare una frase che disse Dostoevskij a proposito :” Noi scrittori russi, siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’”.
 
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