Katarina

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Durante il rinascimento si ha una nuova concezione dell'uomo, considerato copula mundi, cioè punto di incontro, centro del mondo, perché può conoscere ciò che lo circonda attraverso la sola ragione. Egli diviene l'unico responsabile delle proprie azioni, sui faber, autore di se stesso, anche se è sempre presente una sensibilità religiosa, seppur diversa dall'ansia di renovatio del Basso medioevo.
 

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Marsilio Ficino, Cristoforo Landino, Angelo Poliziano e Demetrio Chalkondiles in un affresco del Ghirlandaio a S. Maria Novella - Firenze
 

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Ficino è uno dei personaggi più significativi del Rinascimento. La sua fama è legata all'amorosa e minuziosa opera di riscoperta, traduzione, commento e divulgazione delle opere di Platone.

A noi interessa in modo particolare la sua riproposta dell'ideale platoniano dell'amore (così come appare nel Fedro e nel Simposio), che sulle orme di Ficino sarebbe stata ripresa e rielaborata in infiniti trattati d'amore del Cinquecento, divenendo in breve il modello d'"amor cortese" per eccellenza [1].

Col nome di amor socraticus o verus amor ("vero amore ") [2] Ficino ripropose un modello d'amore profondo ma altamente spiritualizzato fra due uomini, legati da vincoli di comune amore per il sapere.
Secondo quanto è detto nel Commentarium in Platonis convivium-[3] questo amore è acceso, seguendo la formulazione di Platone, dalla visione della bellezza dell'anima dell'altro individuo, bellezza che è specchio della Beltà di Dio.

Attraverso la bellezza fisica di un giovane uomo (le donne sono infatti inadatte a causare questo tipo di trasporto, e più indicate a stimolare al coito per la riproduzione della specie) il saggio risale alla Bellezza che fu Idea (in senso platoniano) di quella bellezza, cioè a Dio stesso.
Contemplare la bellezza (fisica e spirituale) di un giovane attraverso l'amore, dunque, è un modo per contemplare almeno un frammento della Bellezza di Dio, modello d'ogni bellezza terrena...


Un ritratto giovanile di Marsilio Ficino, da un affresco di Cosimo Rosselli

Questo ideale amoroso fu praticato da Ficino con il giovane e bellissimo Giovanni Cavalcanti (1444?-1509), di cui egli fece il personaggio principale del suo commento del Convivio, e a cui scrisse calorose lettere d'amore in latino (pubblicate nel 1492 fra le sue Epistulæ)-[4].
È ironico il fatto che l'oggetto del suo amore rispose sempre, secondo le lamentele dello stesso Ficino, in modo piuttosto imbarazzato, quasi nutrisse riserve sull'effettiva purezza dell'amor socraticus.



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Numerosi sono gli indizi (non ultime le stesse lettere appena citate) che fanno pensare che il desiderio erotico di Ficino si dirigesse verso gli uomini.
Gli stessi biografi dovettero polemizzare dopo la sua morte con quanti alludevano alle sue tendenze omosessuali-[5].
Comunque il rispetto universale di cui godette Ficino, la sua religiosità sincera e profonda, ed anche l'appartenza al clero cattolico, lo misero per tutta la vita al riparo da pettegolezzi e sospetti di sodomia, che non risparmiarono invece i suoi epigoni (come Benedetto Varchi).
Della sua cerchia fecero però parte persone la cui omosessualità è oggi oggetto di dibattito, come Giovanni Pico della Mirandola o Angelo Poliziano.

Ficino stesso camuffò in parte le sue preferenze omosessuali sfruttando la folle misoginia del suo tempo, come testimonia il Poliziano:


"Messer Marsilio dice che si vuole usare le donne come gl'orinali, che, come l'uomo v'ha pisciato drento, si nascondono e ripongono. (...)
Dice messer Marsilio che i preti sono più cattivi de' secolari, e' frati de' preti, de' frati e' monaci, de' monaci e' romiti, de' romiti le donne" [6].
 

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Il monumento a Ficino, di Andrea Ferrucci, eretto dai fiorentini nella cattedrale
 

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Dopo la morte del Ficino l'ideale dell'"amor socratico" si rivelò potente arma polemica per giustificare l'amore tra persone dello stesso sesso, schermo di cui si servirono numerose personalità omosessuali a cavallo fra Quattro e Cinquecento (per esempio Leonardo da Vinci, o Michelangelo Buonarroti) [7].

Ciò contribuì a screditare agli occhi dell'opinione pubblica tale ideale, che fu guardato con sempre maggior disagio col passare degli anni, fino a che nella mentalità corrente fu identificato senz'altro, verso il 1550, con la sodomia [8].

Di conseguenza a metà del XVI secolo l'ideale dell'Amor platonico venne accuratamente eterosessualizzato, e in questa forma sopravvisse a lungo nei trattati d'amore e nella letteratura amorosa italiana ed europea in generale.
 

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Accademia Platonica

Istituita da Marsilio Ficino nel 1459 per volere di Cosimo il Vecchio, ebbe il compito principale di attendere allo studio delle opere di Platone e dei suoi seguaci, promuovendone la diffusione attraverso la loro traduzione in lingua latina. Intento primario dell'Accademia fu anche il recupero e la divulgazione di testi scientifici antichi. L'affermazione del platonismo operata dagli accademici, con la sua sottolineatura del fondamento geometrico e numerico della realtà, giocò un ruolo determinante nell'evoluzione del dibattito scientifico, fornendo proprio attraverso la riscoperta di importanti opere matematiche, mediche e naturalistiche del passato, la nascita della scienza moderna. L'attività dell'Accademia, la cui prima sede fu nella Villa di Careggi, raggiunse il suo massimo sviluppo sotto il governo di Lorenzo il Magnifico, che ne fu socio e protettore. Alla morte del Magnifico, nel 1492 Bernardo Rucellai accolse l'Accademia nella sua casa, aprendo gli Orti Oricellari ai raduni dei suoi iscritti. Nel 1522 in seguito alla congiura ordita contro il cardinale Giulio de' Medici, ebbe termine l'attività dell'Accademia Platonica. Furono soci dell'Accademia: G. Pico della Mirandola, A.Poliziano, L.B.Alberti, N. Machiavelli.

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L'uomo camaleonte.


Ne "La dignità dell'uomo" Pico della Mirandola espone il concetto dell'uomo camaleonte.

Secondo Pico, Dio creò ogni essere vivente dotandolo di particolari qualità. Così ogni animale ha un particolare istinto che lo rende abile per una certa cosa. Quando Dio creò l'uomo non volle attribuirli solo una qualità ma preferì dotarlo di una parte di tutte le qualità. Quindi l'uomo si trova nella posizione potenziale di scegliere, come per Ficino, tra le "cose inferiori" e le "cose superiori". L'uomo è un camaleonte che può servirsi a piacimento e secondo l'esigenza di una qualsiasi delle qualità che possiede, e questo gli da un vantaggio considerevole rispetto alle altre speci viventi.


L'uomo è dotato quindi di una adattabilità invidiabile nonché del libero arbitrio. Questa libertà di realizzazione umana pone l'uomo al di sopra degli angeli stessi, i quali sono fissi nelle gerarchie celesti, senza alcuna possibilità di miglioramento.
 

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uomo-camaleonte: quello che e`come tu lo vuoi... all'inizio ti fa tante domande sulla tua visione della vita, sul tuo uomo ideale, poi ti accorgi dei cambiamenti appuntamento dopo appuntamento. A questo punto se tu hai mentito dall'inizio puoi farti due risate se invece sei stata sincera stai nel suo letto distrutta dal capire, dopo il suo primo orgasmo, che quel lui non esiste... tipini pericolosi ma facilmente riconoscibili dalla vaghezza iniziale e dai troppi "hai ragione tu..."

:eek:
 

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Pico della Mirandola in un ritratto conservato agli Uffizi di Firenze.
 

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ORATIO DE HOMINIS DIGNITATE

Pico della Mirandola , indubbiamente uno degli ingegni più vivaci dell' Accademia platonica , dotato di una cultura immensa e disordinata e di una memoria divenuta proverbiale , riecheggia nell' orazione " de hominis dignitate " gli argomenti già in parte trattati dall' umanista Giannozzo Manetti , tuttavia con quella consapevolezza di natura teoretica che difettava nello scrittore precedente . Pico esalta l' uomo per una delle sue caratteristiche specifiche , il libero arbitrio , la libertà di innalzarsi sino a Dio oppure discendere sino ai bruti . Tale libertà gli é assicurata dal fatto che il Creatore provvide all' uomo sul finire dell' opera creativa , e lo pose perciò nel " centro indistinto " dell' universo , unico essere a cui fosse concesse di determinare da se stesso il proprio destino . Pare opportuno osservare che osservazioni come quelle dell' Oratio de hominis dignitate , sebbene ispirate ad una religiosità piuttosto astratta e generica , tale che permette la citazione così della Bibbia , come del Timeo e del Corano , non potevano neppure immaginarsi senza l' esperienza cristiana . Certe concise e solenni affermazioni degli umanisti sono incomprensibili senza la parola nuova del Vangelo : l' esaltazione dell' uomo é troppo più alta di quello che fosse possibile ai pagani . Interessante é l' epiteto che Pico attribuisce a Dio , chiamandolo " architectus " , che risulta molto simile a quello usato da Platone a riguardo dal Demiurgo , " che sempre geometrizza " . L' uomo non é stato fatto nè mortale nè immortale , nè celeste nè terreno perchè lui stesso possa scegliere la forma che gli é più cara , quasi come se " libero e sovrano artefice " del suo destino . Non sarebbe stato degno di Dio all' ultimo del generare , quasi per esaurimento venir meno : e così egli diede il meglio di sè creando l' uomo , decidendo che a lui non poteva essere dato nulla di proprio e che quindi gli fosse comune tutto ciò che alle singole creature era stato dato di particolare .
 

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Già il sommo Padre, già l'architetto divino aveva costruito, con le leggi della sua arcana sapienza, questa dimora terrena, questo tempio augustissimo della divinità, che è il nostro mondo. Già aveva posto gli spiriti ad ornamento della regione superna; già aveva seminato di anime immortali i globi eterei e riempito di ogni genere di animali le impure e lercie parti del mondo inferiore. Ma compiuta la sua opera, l'artefice divino vide che mancava qualcuno che considerasse il significato di così tanto lavoro, ne amasse la bellezza, ne ammirasse la grandezza. Avendo, quindi, terminata la sua opera, pensò da ultimo - come attestano Mosè e Timeo- di produrre l'uomo. [...] Ormai tutto era pieno, tutto era stato occupato negli ordini più alti, nei medii e negl'infimi. [...] Stabilì, dunque, il sommo Artefice, dato che non poteva dargli nulla in proprio, che avesse in comune ciò che era stato dato in particolare ai singoli. Prese pertanto l'uomo, fattura priva di un'immagine precisa e, postolo in mezzo al mondo, così parlò: «Adamo, non ti diedi una stabile dimora, né un'immagine propria, né alcuna peculiare prerogativa, perché tu devi avere e possedere secondo il tuo voto e la tua volontà quella dimora, quell'immagine, quella prerogativa che avrai scelto da te stesso. Una volta definita la natura alle restanti cose, sarà pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tu senz'essere costretto da nessuna limitazione, potrai determinarla da te medesimo, secondo quell'arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perché potessi così contemplare più comodamente tutto quanto è nel mondo. Non ti ho fatto del tutto né celeste né terreno, né mortale, né immortale perché tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine.» O somma liberalità di Dio Padre, somma e ammirabile felicità dell'uomo! Al quale è dato di poter avere ciò che desidera, ed essere ciò che vuole. I bruti nascendo, assorbono dal seno materno ciò che possederanno. Gli spiriti superiori furono invece, sin dall'origine, o poco di poi, ciò che saranno eternamente. Il Padre infuse all'uomo, sin dalla nascita, ogni specie di semi e ogni germe di vita. Quali di questi saranno da lui coltivati cresceranno e daranno i loro frutti: se i vegetali, sarà come pianta, se i sensuali, diventerà simile a un bruto, se i razionali, da animale si trasformerà in celeste; se gl'intellettuali, diverrà angelo e figlio di Dio. E se di nessuna creatura rimarrà pago, rientrerà nel centro della sua unità, e lo spirito, fatto uno con Dio, verrà assunto nell'umbratile solitudine del Padre che s'aderge sempre al di sopra di ogni cosa. Chi ammira questo nostro camaleonte, o, anzi chi altri può ammirare di più?
 

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Ogni uomo è un microcosmo, ossia un mondo in miniatura, poiché la sua struttura (sia anatomica che psichica) ripete in piccolo quella dell'universo. Viceversa la Terra, le stelle, i pianeti ed il cosmo nel suo complesso sono simili all'uomo, grandi animali, vivi e dotati e di un'anima oltre che di organi e di membra. Questo concentrato di vitalismo, animismo ed antropomorfismo è noto come teoria della identità fra uomo ed universo, fra microcosmo e macrocosmo. E' una dottrina molto antica, rintracciabile quasi negli stessi termini nelle più differenti culture. Prima d'essere rifiutata dalla scienza, a partire dal XVII sec., attraversò ogni fase della cultura europea, fornendo la base teorica per una diversificata gamma di scienze: la medicina degli umori e la psicologia dei temperamenti, la magia, l'astrologia, l'arte della memoria, Nel mondo greco solo Aristotele, contrario a qualsiasi forma di animismo cosmologico, la contestò (anche se non esplicitamente, semplicemente tralasciò di parlarne).

Platone nel Timeo intese invece dimostrarla attraverso un confronto particolareggiato fra il corpo umano e l'universo, giungendo così ad elaborare una strana fisiologia di tipo simbolico (una medicina filosofica) in cui tutta l'attenzione è rivolta alla forma degli organi (non alla loro funzione).

Dopo aver osservato che le ossa e lo scheletro, le strutture portanti dell'essere umano, possono essere paragonate alla Terra (così come il sangue può essere paragonato all'acqua; il pneuma all'aria e la testa, in quanto sede dell'intelletto, al fuoco), Platone sottolineò con enfasi l'elemento più evidente nella forma del corpo umano: la sfericità del cranio. Non è affatto per caso, argomentò, che questa sia l'unica parte del corpo rotonda e nettamente distinguibile dagli altri organi: la testa, infatti, è la sede dell'anima razionale, del pensiero e degli organi di senso. Nella testa, la sua componente più omogenea al divino, sede l'intelligenza e delle funzioni cognitive, l'uomo è perfettamente sferico. E se di fatto, egli aggiunse in un divertente mito, gli uomini non sono formati dalla sola testa ma possiedono anche un corpo, è solo per ragioni puramente funzionali e di ordine meccanico. Infatti i primi uomini, androgini perfettamente sferici, erano in difficoltà nel muoversi (rotolando) sulla Terra (a causa delle asperità del terreno) e chiesero quindi al Demiurgo l'aggiunta di un adatto sistema di sospensioni (il tronco e le gambe), tale da permettere loro di spostarsi con facilità
 

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Illustrazione tardo-medioevale dell'uomo microcosmo Si noti l'accentuata linearità degli arti (gambe e braccia) e la sfericità del cranio che ripete in piccolo la forma dell'universo (simboleggiato dal cerchio che circoscrive la figura) secondo le indicazioni del Timeo platonico
 

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Il primo e forse più importante frutto della collaborazione tra artisti e scienziati è l'opera De humani corporis fabrica del medico fiammingo Andrea Vesalio, pubblicata nel 1543. Si tratta di un'opera di straordinaria importanza, tanto che è stata più volte sottolineata la coincidenza dell'anno di pubblicazione di tale opera con quella del De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico, nel quale il sole, e non più la terra, è posto al centro dell’universo. Entrambe le opere segnerebbero una “rivoluzione”, l’una nell’anatomia, l’altra nell’astronomia, offrendo all’uomo nuove immagini del suo stesso corpo e dell’universo.

Vesalio, chirurgo e lettore di anatomia presso l’Università di Padova, prende le distanze dalla concezione del corpo umano propria della tradizione medica e in particolare dall’opera di Galeno di Pergamo, medico vissuto intorno al II secolo d.C. considerato la massima autorità nel campo dell’anatomia. Grazie alla sua pratica di chirurgo e all’opera di dissezione, Vesalio confuta in oltre duecento punti l’anatomia galenica, offrendo così ai suoi contemporanei l’immagine di un corpo nuovo.

Questa immagine è affidata ai sette libri della Fabrica e in particolare alle bellissime tavole anatomiche in essa contenute. Si tratta di circa trecento illustrazioni, opera dell’incisore-pittore fiammingo Stephan van Calcar, contemporaneo dell’autore e allievo di Tiziano. Queste illustrazioni superano per precisione ogni precedente rappresentazione anatomica e uniscono alla bellezza figurativa una grande importanza scientifica, in quanto vi sono rappresentati con chiarezza tutti i risultati degli studi di Vesalio sull’anatomia umana. Esse segnano un punto di svolta nei metodi di osservazione e rappresentazione del corpo umano.
 

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La Fabrica si apre con due incisioni: il frontespizio e un ritratto di Vesalio, dei quali è stato sottolineato più volte il valore simbolico. Sin dalla prima illustrazione si comprende la profonda novità dell’opera di Vesalio. In essa assistiamo ad una lezione di dissezione, nella quale il maestro non si trova in cattedra con un trattato di anatomia, come era in uso a quell’epoca, bensì disseziona in prima persona il cadavere, mostrando agli spettatori le varie parti anatomiche. Al centro dell’immagine è steso, in prospettiva, il corpo di un cadavere femminile mentre intorno è sparsa una folla compatta: da una parte sono rappresentati gli anatomisti contemporanei, che si oppongono alle teorie di Galeno, dall’altra i suoi sostenitori, tutti riuniti intorno a Vesalio in una sorta di riconciliazione ideale.


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Lo sguardo del medico non è però fisso sul cadavere, ma sul lettore: è a lui che è indirizzata l’opera e il messaggio è ancora più esplicito quando, voltando pagina, ci troviamo di fronte al suo ritratto, che sembra rivolgersi proprio a noi: il maestro invita i suoi futuri discepoli.

Manifesto del nuovo metodo anatomico, la Fabrica si può considerare a tutti gli effetti un testo rivoluzionario, la cui influenza fu decisiva per lo sviluppo del pensiero scientifico. A differenza di quella copernicana, la rivoluzione operata da Vesalio penetrò senza grossi ostacoli nella pratica e nella teoria medica, trasformandole profondamente. Le stesse rappresentazioni del corpo umano non tardarono a diffondersi, soprattutto grazie alla neonata stampa. Con la Fabrica si apre quindi l’era dell’illustrazione anatomica moderna.


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Il cammino dell'acquisizione della conoscenza medica iniziò con il piede giusto. Nel IV secolo A.C. Ippocrate fu il padre della ricerca clinica. Ancora oggi l'osservazione clinica fornisce le informazioni mediche più accurate e utili.

Il medico più famoso dell'antichità, dopo Ippocrate, fu Galeno Claudio di Pegamo (129-200 D.C.), medico dei gladiatori e del figlio di Marco Aurelio. Galeno iniziò con lo studio del corpo umano, ma la Chiesa non permise più le autopsie umane, ritenendole altamente immorali. Non potendo più dissezionare cadaveri umani, Galeno ricorse agli animali, diventando così il padre della vivisezione. Galeno combinò i dati fisiologici animali con quelli umani, e scrisse più di cinquecento trattati di medicina che lo resero famoso. Ma le sue conclusioni erano ampiamente errate e imprecise in parte a causa della sperimentazione animale, e in parte a causa di sue errate interpretazioni.

Tutta la teoria di Galeno si basava sull'assunto che la salute e la malattia dipendevano dallo stato di quattro umori: il sangue, il muco, la bile gialla e quella nera. Galeno riteneva che il sangue venisse prodotto dal fegato, e sebbene ne riconoscesse la circolazione, era convinto che le vene e le arterie non fossero tra loro collegate e che il sangue fluisse da un atrio all'altro del cuore attraverso micropori invisibili presenti nel cuore stesso. Inoltre Galeno attribuiva il cancro ad una infiammazione prodotta da un'invasione degli umori.

Gli studi successivi, eseguiti su cadaveri umani, avrebbero in seguito eliminato molti di questi errori. Gli errori di Galeno, uniti alle proibizioni della Chiesa, soffocarono lo sviluppo della medicina fino al XVI secolo.
 

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Nel XIII secolo l'anatomista Mondino dei Liuzzi (1270-1326) pubblicò "Anathomia" (1316), il primo vero trattato di anatomia umana. Ma non bastava ancora per sbarazzarsi dell'eredità di Galeno; la resistenza opposta al cambiamento dei metodi scientifici era ancora molto forte. Paracelso (1493-1541), scienziato e docente all'Università di Basilea, fu licenziato per aver bruciato in pubblico il lavoro di Galeno. Anche le scoperte di Leonardo da Vinci (1452-1519) sulle arterie e le valvole arteriose non ricevettero in quegli anni la dovuta attenzione.

Finalmente l'impeto di Andrea Vesalio (1514-64), anatomista e medico fiammingo, spazzò via il pensiero medioevale. Egli riprese a dissezionare i corpi umani e fondò l'anatomia descrittiva dell'uomo in "De Humani Corporis Fabrica" (1543). Mentre le pubblicazioni precedenti erano speculazioni basate sulla dissezione animale, il testo di Vesalio, come quello di Liuzzi, si basava sull'anatomia umana.

Le scoperte di Vesalio, pubblicate nello stesso anno in cui Copernico pubblicò quelle in campo astronomico, minarono le fondamenta stesse della civiltà, quelle della Chiesa, e diedero inizio alla rivoluzione scientifica. La Chiesa accusò Vesalio perfino di eresia, un crimine capitale, per aver provato che l'uomo e la donna hanno lo stesso numero di costole!

Superate le resistenze opposte dalla Chiesa, finalmente l'acquisizione della conoscenza medica accelerò, e da Vesalio in poi, la dissezione umana tornò ad essere praticata per tutto il Rinascimento nelle scuole mediche più prestigiose d'Europa, a partire da quelle italiane, come Bologna e Padova.