La gestione della tesoreria

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La gestione della tesoreria e del corporate financing attraverso Holding di diritto estero

di Luca Del Federico
Dottore commercialista in Pescara

1. Metodologie di gestione della tesoreria: Zero balance cash pooling e Notional cash pooling

Con l'obiettivo di ottimizzare la gestione finanziaria complessiva dei gruppi societari una delle tecniche più utilizzate viene denominata con il termine di cash pooling.
Il cash pooling può essere definito come un sistema finalizzato alla gestione centralizzata dei vari saldi attivi e passivi dei conti correnti delle diverse società appartenenti ad un gruppo aziendale da parte di una società preposta a tale scopo(1).
Questo sistema di gestione della tesoreria di un gruppo aziendale consente:

* l'ottimizzazione del fabbisogno finanziario con riduzione dei correlati oneri finanziari;
* concessione di finanziamenti centralizzati, a tassi più convenienti di quelli del sistema bancario, alle altre società del gruppo;
* ottimizzazione dei tassi di remunerazione della liquidità.

Il cash pooling si rivela, dunque, uno strumento utile a superare, da un punto di vista finanziario, la logica frammentata del gruppo di società per recuperare "l'unità operativa" dei flussi finanziari relativi alle società ad esso appartenenti.
I rapporti fra le società del gruppo si basano su un contratto di conto corrente intercompany che deve contenere tutte le prescrizioni necessarie per regolamentare i rapporti tra le parti(2).
L'accordo di cash pooling presuppone la stipulazione, in forma di scrittura privata, di un contratto di conto corrente intersocietario in cui una società del gruppo (definita società pooler) assume l'impegno di gestire un conto corrente accentrato intestato a proprio nome (denominato pool account) nel quale le altre società appartenenti al gruppo sono tenute a trasferire (alle scadenze prefissate) i saldi dei rispettivi conti correnti.
Da un punto di vista civilistico l'accordo in esame presuppone il conferimento di un mandato di gestione alla società pooler da parte delle altre società del gruppo nonché la stipulazione di diversi contratti di conti corrente (ai sensi degli artt. 1823 e ss del codice civile) attraverso il quale le società partecipanti si impegnano a considerare indisponibili i propri saldi creditori e debitori fino alla scadenza indicata dal contratto. Attraverso tale accentramento di risorse finanziarie, il pooler ha la possibilità di gestire in modo ottimale il fabbisogno finanziario di tutto il gruppo, concedendo finanziamenti ad hoc (a tassi convenienti) alle altre società.
Nella pratica il cash pooling può essere realizzato secondo alcune formule, di seguito individuate:

1. la compensazione degli interessi (Notional Cash Pooling - NCP);
2. l'azzeramento dei saldi (Zero Balance System - ZBS);
3. la concentrazione dei fondi (Accounts' Sweeping - AS).

Il metodo Zero Balance System prevede l'effettivo trasferimento giornaliero, ad un conto centralizzato - che può essere situato presso una banca in Italia o all'estero, nonché intestato alla stessa società, ad altra società italiana oppure alla capogruppo estera - del saldo attivo per valuta, oltre ad una copertura per eventuali saldi negativi, in maniera tale che il conto decentrato evidenzi sempre un saldo nullo. Gli interessi attivi o passivi maturano quindi su un conto accentrato, situato in Italia o all'estero.
Per farlo una società, definita pooler, che funge da tesoreria, gestisce un conto corrente accentrato - conto di pool - sul quale vengono riversati i saldi dei conti correnti di ciascuna consociata. Le parti (società pooler e società consociate) si impegnano a pareggiare tale conto in modo che questi risulti avere un saldo di chiusura di fine giornata sempre pari a zero. Nel caso in cui il saldo del conto risulti, invece, a fine giornata, positivo, la consociata si obbliga a trasferire l'eccedenza al conto del pooler. Viceversa, nel caso in cui il saldo del conto sia negativo allora sarà il pooler a trasferire, obbligatoriamente, un importo corrispondente alla copertura dello stesso.
La funzione svolta dal pooler è, quindi, quella di operare una compensazione tra i saldi creditori e debitori dei vari conti delle consociate.
Ulteriori aspetti caratterizzanti il sistema in commento possono essere di seguito riassunti:

1. in Italia lo Z.B.S. può essere gestito all'interno di un medesimo istituto di credito e non con conti accesi presso differenti istituti;
2. non configurando raccolta del risparmio qualora lo Z.B.S. sia effettuato fra società appartenenti al medesimo gruppo, la società accentratrice non è sottoposta agli obblighi di riserva obbligatoria e di comunicazione alle Autorità monetarie previsti dal D.Lgs. n. 385/1993;
3. i trasferimenti dei saldi disponibili avvengono con carattere giornaliero per valuta, considerata la frequente contabilizzazione di strumenti, come assegni o altri addebiti con valuta anticipata, provocando differenziali dei saldi liquidi delle giornate lavorative precedenti. Tale procedura assume rilevanza anche da un punto di vista fiscale, considerato che la ritenuta d'acconto non deve essere prelevata nel caso in cui il saldo, disponibile per valuta, sia pari a zero;
4. da un punto di vista operativo, l'unico conto interessato agli affidamenti bancari è ovviamente il conto accentrato;
5. da un punto di vista contabile, le società periferiche devono registrare per i saldi attivi un credito verso imprese collegate nell'attivo circolante mentre per quelli passivi un debito verso le suddette società; naturalmente, per la società pooler le scritture avranno carattere inverso. Gli interessi attivi o passivi maturati dovranno invece essere annotati alla voce "proventi ed oneri finanziari" del conto economico.
 
Il Notional Cash Pooling è una metodologia molto efficiente e comunque meno costosa dello Zero Balance System, ancorché non sempre attuabile a causa delle normative interne fiscali e bancarie di alcuni Paesi che ne escludono l'applicazione. Nel N.C.P., infatti, la compensazione dei saldi creditori e debitori sui conti legati ad uno stesso pool avviene senza movimentazione fisica o trasferimento dei saldi monetari. I saldi dei conti, sia bancari sia infragruppo, vengono compensati algebricamente in maniera virtuale con 1'ausilio di specifici programmi informatici, tali da consentire di avere, quotidianamente, la situazione netta di cassa. Conseguentemente viene calcolato l'interesse passivo o attivo relativo alla posizione netta, non rilevando invece le posizioni delle singole unità che non maturano alcun tipo di interesse. per valuta di ogni singolo conto. Da un punto di vista operativo la tecnica è molto efficace, poiché consente un accentramento dei saldi senza che avvenga l'effettivo trasferimento, una migliore negoziazione dei tassi attivi e passivi da parte del gruppo, nonché una riduzione del carico fiscale come conseguenza della riduzione degli interessi attivi imponibili.
Per completare l'esame delle principali metodologie applicative del sistema di cash pooling, passiamo ad esaminare la procedura della concentrazione dei fondi (cd. Accounts' Sweeping), che prevede il trasferimento periodico di una parte degli attivi, presenti sul conto di una o più realtà del gruppo, su quello intestato alla holding oppure alle unità in deficit. La gestione di tale procedura non ha un carattere automatizzato o standardizzato, ma viene assicurata attraverso la direzione costante di un responsabile della tesoreria al fine di migliorare la posizione netta della liquidità del gruppo.
Solitamente l'Accounts' Sweeping viene adottato da gruppi societari di modeste dimensioni ovvero da imprese dove l'adozione della formula dello Zero Balance System risulterebbe molto complessa ed onerosa.
L'art. 89, comma 7, del D.P.R. n. 917/1986, stabilisce che, ai fini della determinazione del reddito d'impresa, "per i contratti di conto corrente e per le operazioni bancarie regolate in conto corrente, compresi i conti correnti reciproci per servizi resi intrattenuti tra aziende e istituti di crediti, si considerano maturati anche gli interessi compensati a norma di legge o di contratto".
Pertanto, il legislatore tributario ha previsto, in capo alle diverse società aderenti al sistema di cash pooling, che i relativi interessi attivi e passivi concorreranno alla determinazione del reddito per l'intero ammontare - e non limitatamente al saldo conseguente alla compensazione effettuata -, rilevando ai fini della determinazione del reddito d'impresa non il saldo ma i relativi ammontari complessivi.
Tale previsione obbliga le società partecipanti all'accordo ad imputare al lordo gli eventuali interessi attivi e passivi maturati e compensati nel pool account ai fini della determinazione del reddito d'impresa. In sostanza tali società sono tenute ad operare una variazione in aumento nell'ipotesi di interessi attivi maturati sul pool account ma compensati con altri interessi passivi, ovvero una variazione in diminuzione nel caso di interessi passivi maturati ma parzialmente compensati con altri interessi attivi(3).
Per consentire alle società partecipanti al sistema di cash pooling di operare tali variazioni in sede di dichiarazione dei redditi, in capo al pooler dovrà essere previsto l'onere di certificare, a ciascuna delle consociate, gli interessi attivi e passivi maturati, nonché le compensazioni effettuate in esecuzione dell'accordo.
Inoltre, per quanto riguarda il regime di deducibilità degli interessi passivi, l'art. 96 del D.P.R. n. 917/1986 ne prevede la possibilità nei limiti del rapporto esistente tra ricavi ed altri proventi imponibili ed il totale dei ricavi e proventi conseguiti. Infatti, la quota di interessi passivi che residua dopo l'applicazione delle disposizioni di cui agli articoli 97 e 98 è deducibile per la parte corrispondente al rapporto tra l'ammontare dei ricavi e degli altri proventi che concorrono a formare il reddito e l'ammontare complessivo di tutti i ricavi e proventi.
La possibilità di rendere applicabile la ritenuta a fronte della corresponsione di interessi, dal punto di vista fiscale costituisce l'aspetto più delicato del trattamento delle operazioni di cash pooling.
Infatti, in base alla qualificazione dell'accordo in esame, diversa sarà la disciplina delle ritenute applicabile agli interessi corrisposti. In particolare, in relazione alla localizzazione del soggetto erogante e del percettore gli interessi attivi, la corresponsione di interessi dovrà essere assoggettata ad un trattamento differenziato.
Si possono verificare tre fattispecie:

1. il soggetto pagatore ed il beneficiario degli interessi sono entrambi residenti in Italia;
2. è residente in Italia mentre il percettore degli interessi attivi è residente all'estero;
3. l'erogante è residente all'estero e il percettore degli interessi attivi è residente in Italia.

Nell'ipotesi in cui le società partecipanti all'accordo sono tutte residenti nel territorio dello Stato, il soggetto erogante gli interessi attivi non dovrà operare alcuna ritenuta, poiché tali interessi costituiranno componenti positivi di reddito che concorreranno a formare direttamente il reddito di impresa imponibile per la società beneficiaria.
Più complessa la fattispecie del trattamento fiscale degli interessi erogati da un soggetto residente a un soggetto non residente.
Si possono verificare due ipotesi:

1. società beneficiaria ubicata in un paradiso fiscale;
2. società beneficiaria in Paesi a fiscalità non privilegiata e che assicurino comunque un sistema di scambio di informazioni;
3. società beneficiaria all'interno dell'Unione Europea e sia "consociata" alla società debitrice.

Nel primo caso, sugli interessi attivi corrisposti alla società partecipante all'accordo di cash pooling, residente in un territorio a fiscalità privilegiata ovvero in un Paese con il quale l'Italia non ha stipulato una convenzione contro le doppie imposizioni, dovrà essere operata una ritenuta a titolo di imposta del 27 per cento (ex art. 26, comma 2 e 5, D.P.R. 29 settembre 1973 n. 600).
Nel secondo caso, invece, se la società che percepisce gli interessi si trova in un Paese non a fiscalità privilegiata e consenta un adeguato sistema di scambio di informazioni fra i Paesi contraenti, si possono avere due possibilità:

* qualora le operazioni di cash pooling vengano inquadrate nell'ambito del rapporto di conto corrente non sarà necessario operare alcuna ritenuta ex art. 26-bis del D.P.R. n. 600/1973;
* qualora le operazioni di cash pooling vengano inquadrate nell'ambito di un rapporto di prestito infragruppo, ancorché regolato in conto corrente, dovrà essere operata la ritenuta del 12,5 per cento (o la minore ritenuta prevista nella vigente Convenzione contro le doppie imposizioni).

Se la società che eroga gli interessi attivi risulti essere residente all'estero, gli interessi corrisposti alla società residente in Italia potranno essere assoggettati ad una ritenuta alla fonte nel Paese estero, se la normativa di tale Paese lo prevede. In questo caso, qualora si fosse in presenza di una convenzione contro le doppie imposizioni che disciplina la ritenuta in argomento, la società italiana che percepisce gli interessi potrà richiederne ovviamente l'applicazione. In merito la maggior parte delle Convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni costruite sulla base del Modello OCSE, nel caso in esame l'art. 23B del Modello prevede che il percipiente residente possa far valere il proprio credito per le imposte pagate all'estero.
Nel Tuir, l'art. 165, comma 1, prevede che se alla formazione del reddito complessivo concorrono redditi prodotti all'estero, le imposte ivi pagate a titolo definitivo su tali redditi sono ammesse in detrazione dall'imposta netta fino alla concorrenza della quota di imposta italiana corrispondente al rapporto tra i redditi prodotti all'estero ed il reddito complessivo al netto delle perdite di precedenti periodi di imposta ammesse in diminuzione. Quindi, in sede di dichiarazione dei redditi, al calcolo dell'imposta netta dovuta seguirà la detrazione, nei limiti fiscali indicati dalla normativa tributaria nazionale, delle imposte pagate all'estero per effetto della ritenuta subita.
La terza fattispecie è del tutto peculiare.
Con il D.Lgs. 30 maggio 2005 n. 143 è stata recepita dall'Italia la direttiva 3 giugno 2003, 2003/49/CE concernente il regime fiscale applicabile ai pagamenti di interessi e di canoni (cosiddette "royalties") fra consociate di Stati membri UE.
La finalità della Direttiva è quella di realizzare una completa e uniforme eliminazione dei fenomeni di doppia imposizione sui pagamenti transfrontalieri di interessi e canoni tra società appartenenti allo stesso gruppo, evitando in questo modo una dannosa concorrenza fra Stati imputabile ad una localizzazione delle imprese in funzione di valutazioni di convenienza essenzialmente fiscale che penalizzano le reali esigenze di organizzazione imprenditoriale.
Tale nuova normativa tende, nell'ambito dell'Unione europea, a garantire l'esenzione da ritenuta alla fonte nel Paese del debitore degli interessi e canoni pagati tra società appartenenti allo stesso gruppo al ricorrere di determinate condizioni, per favorire l'integrazione tra i Paesi Ue eliminando le complesse procedure per il recupero delle imposte pagate all'estero da soggetti residenti.
In particolare, la nuova normativa può trovare particolare appeal tra i gruppi societari con ramificazioni internazionali (sia pure limitatamente alle consociate UE), che potrebbero avere un minor interesse (quanto meno in ambito UE) a realizzare operazioni di finanziamento intragruppo attraverso i canali bancari (ad esempio mediante operazioni/strutture "conduit") che consentivano sinora di limitare il problema delle ritenute alla fonte altrimenti applicabili agli interessi dei finanziamenti effettuati direttamente da una società residente in un Paese a una consociata di un altro Paese.
Infatti, per effetto della nuova normativa una residente in un Paese Ue potrà finanziare direttamente altra società, appartenente allo stesso gruppo, residente in Italia senza più subire alcuna ritenuta alla fonte in Italia sugli interessi a essa corrisposti.
Il nuovo regime di esenzione è stato realizzato attraverso l'articolo 26-quater del Dpr 600/1973.
Con riferimento all'Italia come Paese del debitore, per ottenere l'esenzione il soggetto non residente (beneficiario effettivo) deve presentare alla consociata italiana, entro la data del pagamento degli interessi/canoni, un'attestazione rilasciata dall'autorità fiscale competente nel proprio Stato di residenza da cui risulti unicamente la sua residenza fiscale (nel caso di una stabile organizzazione, l'esistenza della stessa), nonché una dichiarazione attestante la sussistenza di tutti i requisiti per l'esenzione.
La documentazione (attestazione e/o dichiarazione) ha la validità di un anno e produce effetti a decorrere dalla data di rilascio della medesima. Con il D.Lgs 30 maggio 2005 n. 143 sono stati introdotti due ulteriori commi (6 e 7) all'articolo 38 del D.P.R. n. 602/1973 per consentire alla società o alla stabile organizzazione che ha effettuato il pagamento e ha operato una ritenuta alla fonte sugli interessi o sui canoni sui quali andava applicato il regime di esenzione di chiedere all'amministrazione finanziaria il rimborso. In particolare è stato previsto che i rimborsi delle imposte non dovute in forza dell'applicazione della suddetta direttiva devono essere operati entro un anno dalla data di presentazione della richiesta avanzata dalla società non residente o dalla successiva data di acquisizione degli elementi informativi eventualmente richiesti. È stato inoltre stabilito che qualora tali rimborsi non siano effettuati entro il suddetto termine, sulle somme dovute maturano gli interessi, da calcolare nella misura prevista per il ritardo nel rimborso di imposte pagate (articolo 44 del D.P.R. n. 602/1973).
 
2. Finanziamenti strutturati per le imprese

Nei gruppi imprenditoriali nazionali ed internazionali, l'ottimizzazione delle risorse finanziarie può essere raggiunta per il tramite di finanziamenti strutturati corrispondenti a specifiche combinazioni di opzioni e variabili finanziarie in grado di soddisfare particolari esigenze di sviluppo e innovazione nelle imprese ad essi appartenenti.
Abbiamo diverse ipotesi di finanziamenti strutturati.
Uno dei più noti è l'acquisition financing (leveraged buy-out). Trattasi di un finanziamento strutturato per l'acquisto di imprese, il cui ripagamento è normalmente generato dal cash-flow del progetto stesso, quindi in buona parte dall'azienda da acquisire, dalla sua capacità di sostenere debito aggiuntivo. Normalmente viene utilizzato da quelle società che intendono incrementare la loro quota di mercato acquisendo altre società operanti nello stesso settore economico o in uno complementare, o in alternativa rami dismessi di grandi gruppi.
Il 44% delle imprese prevede di utilizzare strumenti di finanziamento a medio-lungo termine nei prossimi dodici mesi, contro il 56% che non prevede di utilizzarli. La percentuale aumenta nelle imprese più grandi, passando dal 42,4% della classe 11-50 al 52,2% della 51-250 al 57,5% della 251-500, mentre non si rilevano sostanziali differenze fra Centro-Nord e Sud. Lo strumento che le imprese intendono maggiormente utilizzare è il leasing, con il 59,7%, seguito dai mutui, con il 48,6%, e dai finanziamenti strutturati a medio termine, con il 20,3%. Percentuali minori presentano le emissioni obbligazionarie (4,4%) e i collocamenti azionari (0,9%). L'incidenza dei mutui cresce all'aumentare della dimensione d'impresa, passando dal 44% della classe 11-50 al 67,5% della 51-250 al 69,6% della 251-500. Per il leasing invece le percentuali più alte si riscontrano nelle imprese medio-piccole, con il 61,7% della classe 51-250, seguita dal 59,3% della 11-50 e dal 56,7% della classe 251-500. I finanziamenti strutturati a medio termine vedono le imprese maggiori del campione al primo posto, con il 30,5%, mentre le imprese minori si avvicinano alla media generale. L'incidenza del leasing aumenta nelle imprese del Centro-Nord, con il 61,3% contro il 46,5% del Mezzogiorno, mentre nei mutui la percentuale di imprese meridionali sopravanza leggermente, con il 50,7%, quella delle imprese del Centro-Nord (48,3%).

Tabella: principali tipologie di strumenti che si prevedono di utilizzare per il finanziamento a medio-lungo termine
Totale Italia Imprese da 11 a 50 addetti Imprese da 51 a 250 addetti Imprese da 251 a 500 addetti
Leasing 59,7% 59,3% 61,7% 56,7%
Mutui 48,6% 44,0% 67,5% 69,6%
Finanziam. m. term. 20,3% 20,4% 18,0% 30,5%
Emissione obbligaz. 4,4% 4,8% 4,2% 2,5%
Collocam. azionario 0,9% 1,1% 1,0% 2,1%
Altri 3,5% 3,9% 2,0% 6,2%

Grafico: principali tipologie di strumenti che si prevedono di utilizzare per il finanziamento a medio-lungo termine Fonte: Capitalia, XVII indagine congiunturale: previsioni sull'utilizzo di alcuni servizi bancari.
 

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Nel mercato dei finanziamenti strutturati spicca il mezzanine finance (finanziamento mezzanino): flessibile e vantaggioso, sia per gli azionisti e i creditori dell'impresa che per gli investitori. Si tratta di uno strumento che si colloca in una posizione intermedia tra il capitale di debito (definito "senior debt") e il capitale di rischio (detto "equity"). Potrebbe essere delineato come una forma di prestito con rendimento e rischio più elevato, capace di coniugare i vantaggi del capitale di debito con quelli del capitale di rischio, basato com'è sui flussi di cassa attesi dall'impresa finanziata, più che sulle garanzie reali.
Più in generale, il debito mezzanino rappresenta una modalità di finanziamento avente caratteristiche intermedie tra quelle del capitale di rischio e quelle del capitale di credito. Questa sua peculiarità deriva dal fatto che, qualunque sia la configurazione tecnica, esso racchiude sempre in sé due componenti fondamentali:

* un debito subordinato, ossia un prestito che viene rimborsato in modo condizionato, solo dopo, cioè, siano stati pagati altri debiti facenti parte del passivo dell'impresa. Tale prestito è ovviamente caratterizzato da un tasso di interesse, che, in considerazione del maggior rischio di mancato rimborso, è più alto del tasso di mercato pagato su debiti equivalenti per caratteristiche ma non subordinati;
* il cosiddetto equity kicker, ossia lo strumento che consente al sottoscrittore di beneficiare di eventuali apprezzamenti del valore del capitale di rischio dell'impresa. L'equity kicker può essere rappresentato ad esempio da warrants o opzioni di tipo call sulle azioni della impresa finanziata.

Ossia, si ha un "debito subordinato", (un prestito a tasso fisso), e il cosiddetto "equity kicker" che consiste sostanzialmente nella concessione di un credito in base al quale il creditore-investitore ha diritto ad una quota percentuale dell'incremento di valore della proprietà cui il finanziamento si riferisce o, in alternativa, ad un interesse, anche potenziale, nella proprietà dell'impresa. In entrambi i casi il finanziatore è in possesso di uno strumento ibrido, che può essere considerato sia un credito che una quota di patrimonio.
Il mezzanine finance offre tra l'altro all'impresa la possibilità di diversificare, in termini di costo, le fonti di finanziamento, non limitandosi solo al capitale di debito a rischio e costo ridotti oppure al capitale azionario a rischio e costo elevati, attraendo altri potenziali finanziatori. Agli azionisti consente di incrementare il grado di leva finanziaria senza modificare il livello di rischio finanziario percepito dalle banche finanziatrici che conservano inalterata la propria posizione finanziaria, sia in quanto a protezione in caso di liquidazione dell'impresa che in termini di attività a garanzia del finanziamento. Dal miglioramento della situazione finanziaria dell'impresa deriva anche una maggiore tranquillità per i suoi creditori.
Un altro strumento finanziario strutturato particolarmente interessante è il cosiddetto "guaranteed credit bullet multicurrency loan". Il finanziamento de quo consente di raggiungere i seguenti obiettivi:

1. conseguimento del tasso di interesse più basso possibile;
2. per l'ammontare più alto ottenibile in base alle possibilità economiche-finanziarie dell'azienda;
3. ottimizzazione del cash-flow aziendale;
4. ottimizzazione della gestione finanziaria;
5. riducendo o eliminando il rischio di cambio in caso di operazione in valuta;
6. rilasciando garanzie limitate;
7. evitando infine il rilascio di fidejussioni da parte dei soci.

L'operazione in oggetto non si presta ad essere utilizzata per operazioni di consolidamento di passività bancarie già esistenti nell'azienda ma esclusivamente per nuove operazioni di investimento (acquisto immobili, partecipazioni, attrezzature, impianti produttivi, etc.) ovvero per operazioni di razionalizzazione finanziaria quali, quelle accennate, di cash pooling, gestione di tesoreria di gruppo, etc.
L'operazione finanziaria costituisce un progetto di finanza strutturata, che aggiunge alla opzione "bullet", una seconda opzione "multicurrency" con l'acquisizione di un titolo "zero coupon" investment grade presente nei mercati regolamentati nazionali ed internazionali. Il prestito "bullet" (bullet loan) è un operazione finanziaria che prevede il pagamento dell'intero capitale, erogato con il finanziamento, alla scadenza di quest'ultimo. Comporta, quindi, due sole movimentazioni del capitale: - la prima al momento della concessione del finanziamento; - la seconda all'atto della sua estinzione, ossia alla scadenza pattuita per il rimborso del prestito. L'opzione "multicurrency" (currency option), permette di accendere "ab initio" o di modificare in corso, la divisa del prestito, scegliendo una valuta diversa dall'Euro, ed ottenendo in tal modo dei benefici dal minor costo della valuta opzionata. Di contro sorge la variabile del rischio di cambio (currency risk)(4). L'operazione di acquisto del titolo (bond) si prefigge, infine, l'obiettivo di rimborsare per intero, alla scadenza del finanziamento, il capitale finanziato.
Il titolo "Zero Coupon" viene scelto ed acquistato in accordo con l'istituto di credito finanziatore. Tale titolo, costituito in pegno, ha la finalità di rimborsare l'intero importo del capitale finanziato a scadenza del titolo (struttura "bullet"). Pertanto, l'impresa finanziata assume soltanto l'obbligo di versare con rate mensili, trimestrali o semestrali, con cadenza costante nel tempo, gli interessi maturati sul capitale, mentre quest'ultimo viene rimborsato automaticamente alla scadenza del bond(5).
L'operazione si va a definire nelle seguenti fasi:

* l'impresa richiede il finanziamento bullet in valuta (solitamente Jpy o chf);
* il capitale d'investimento sarà rimborsato alla scadenza dal titolo (bond) acquistato in Euro;
* l'impresa dovrà rispondere unicamente del pagamento degli interessi passivi e dovrà garantire quest'ultimi oltre una marginatura per il rischio di cambio (stop loss) da quantificare tra il 10% ed il 15% dell'operazione a seconda del cambio della divisa al momento dell'operazione (normalmente il 10%);
* la copertura del rischio di cambio non viene effettuata mediante un'operazione di swap;
* qualora il cambio superi lo stop loss contrattualmente la banca potrà non effettuare il roll-over automatico poiché ci sono garanzie tali da coprire il rischio di cambio ovvero effettuare il roll-over.

L'impresa e la Banca, nel computo del capitale d'investimento necessario alla realizzazione del progetto, dovranno applicare la seguente formula finanziaria:

1. finanziamento lordo erogato dalla Banca per l'investimento pari a L (ad esempio) 100,00 - costo del titolo per operazione bullet pari a C (ad esempio 57,00) - copertura del rischio di cambio Euro pari ad SL (ad esempio 10%) = VN Finanziamento netto; pertanto L-C-SL=VN; nell'esempio 100,00 - 57,00 - 10,00 = 33,00.
 
3. Profili internazionali e normativa antielusiva

Un'area particolarmente critica è rappresentata dall'ammontare delle commissioni e degli interessi passivi corrisposti dalle varie società partecipanti alla società pooler nel contratto di cash pooling. Infatti, al fine di rispettare la normativa interna nota del c.d. "transfer pricing" (di cui al comma 2 e 7 dell'art. 110 del Tuir), tali elementi devono essere fissati in un ammontare congruo determinato ai sensi dell'art. 9, comma 3, del Tuir (c.d. valore normale) in proporzione al vantaggio effettivo beneficiato da ogni società partecipante.
Di particolare rilevanza assume infine l'eventuale corresponsione di interessi alla scadenza a favore della società pooler (nel caso di saldo complessivo negativo a carico delle società partecipanti). Se, come talvolta accade, tale società viene posta all'estero per ragioni di convenienza fiscale, il versamento di tali interessi da parte delle altre società partecipanti costituisce per tale soggetto, in virtù del combinato disposto degli articoli 44, comma 1, lettera a), 23, comma 1, lettera b) e 151, comma 2 del D.P.R. n. 917/1986, una fattispecie di reddito di capitale (in via di principio) tassabile in Italia.
Tuttavia, al riguardo, possono verificarsi due differenti situazioni:

* se il pooler è ubicato in un Paese con cui non esiste una Convenzione contro le doppie imposizioni riconosciuto quale territorio a regime fiscale privilegiato, l'interesse attivo percepito è soggetto ad una ritenuta a titolo d'imposta pari al 27% (in virtù del combinato disposto di cui ai commi 2, 3 e 4, dell'art. 26 del D.P.R. n. 600/1973);
* se il pooler è ubicato in un Paese con cui esiste una Convenzione contro le doppie imposizioni: non vi sarà alcuna ritenuta, ai sensi dell'art. 26 bis, comma 1 del medesimo provvedimento. Infatti, in virtù di tale disposizione, l'applicazione della ritenuta è esclusa per i redditi di capitale di cui alla lettera a) del comma 1 dell'art. 44 del D.P.R. n. 917/1986 (ossia mutui, depositi e conti correnti), ad eccezione di quelli derivanti da prestiti di denaro.

In particolare, come precisato dall'Amministrazione finanziaria(6), l'esenzione in questione deve ritenersi applicabile anche ai rapporti di cash pooling in quanto riferibile agli "interessi derivanti da depositi e conti correnti, anche non bancari, e prestiti aventi ad oggetto beni diversi dal denaro".
Risulta palese che la possibilità di non applicare la ritenuta sull'interesse attivo a favore della società pooler rimane subordinata alla riconducibilità dell'accordo di cash pooling al rapporto civilistico di conto corrente (ancorché non bancario). In tal senso, le parti interessate devono porre attenzione al fatto che i movimenti in denaro non possano essere assimilati in alcun modo a movimenti relativi a rapporti di prestito. Diversamente, qualora l'operazione dovesse possedere i caratteri di un "finanziamento" si renderebbe applicabile (in ogni caso e senza alcuna possibilità di esenzione) la ritenuta del 12,5% di cui al comma 5 dell'art. 26 del D.P.R. n. 917/1986 (eventualmente ridotta al 10% grazie al trattamento Convenzionale eventualmente più favorevole).
Come si è ampiamente esposto nel primo paragrafo, con il D.Lgs. n. 143/2005 si è recepita la Direttiva n. 2003/49/CE del 3 giugno 2003 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 26 giugno 2003.
Con quest'ultima si è statuito il principio, a partire dal primo gennaio 2004, dell'abolizione delle imposte, sia quelle riscosse in via principale - tramite ritenuta alla fonte - sia quelle riscosse in via successiva - tramite accertamento fiscale - sui pagamenti di interessi e di canoni (royalties) effettuati tra società consociate di Stati membri diversi nonché tra stabili organizzazioni di tali società.
Tra i vari metodi possibili per eliminare la doppia imposizione in relazione al pagamento di interessi e canoni e garantire pertanto che tali flussi finanziari siano assoggettati a tassazione una sola volta in un solo Stato membro, il Legislatore comunitario ha scelto quello dell'esenzione nello Stato della fonte.
Ai sensi dell'art. 1 della Direttiva, infatti, i pagamenti di interessi o canoni provenienti da uno stato membro sono esentati da ogni imposta applicata in tale Stato, sia tramite ritenuta alla fonte sia previo accertamento fiscale, a condizione che il beneficiario effettivo degli interessi o dei canoni sia una società residente di un altro Stato membro, ovvero una stabile organizzazione, situata in altro Stato membro, di una società di uno Stato membro.
Dal punto di vista oggettivo, la direttiva definisce "interessi" tutti i redditi derivanti da crediti di qualsiasi natura, garantiti o no da ipoteca e recanti o meno una clausola di partecipazione agli utili del debitore e, in particolare, i redditi derivanti da titoli e da obbligazioni di prestiti, compresi i premi collegati a detti titoli.
Da un punto di vista soggettivo, nella definizione di "beneficiario effettivo" il Legislatore comunitario ha inteso ricomprendere:

1. una società residente in uno Stato membro che riceve interessi in qualità di beneficiario finale e non di intermediario, intendendosi per tale un agente, un delegato o un fiduciario di un'altra persona; ovvero
2. una stabile organizzazione, qualora il credito, il diritto, l'utilizzo o l'informazione che generano i pagamenti degli interessi o dei canoni si ricolleghino effettivamente a tale soggetto e laddove tali pagamenti rappresentino redditi imponibili in capo alla stabile organizzazione nello Stato membro ove essa è situata.

In merito a quest'ultima fattispecie, è opportuno segnalare che, laddove una stabile organizzazione venga qualificata come soggetto pagatore ovvero beneficiario effettivo ai sensi della direttiva, nessun'altra entità facente parte del medesimo gruppo di imprese potrebbe assumere tale qualifica e, conseguentemente, beneficiare del regime di esenzione.
La Direttiva prevede poi che lo Stato della fonte possa subordinare l'applicazione dell'esenzione in esame alla produzione, al momento del pagamento, di un certificato dal quale risulti comprovato lo status di beneficiario effettivo ovvero di soggetto pagatore. Tale certificato assume validità, per ciascun contratto di pagamento, per un periodo non inferiore a un anno ma non superiore a tre, a decorrere dalla data di rilascio. Il certificato deve necessariamente contenere le seguenti informazioni:

1. prova della residenza fiscale della società beneficiaria e, ove necessario, dell'esistenza di una stabile organizzazione, comprovata dall'autorità tributaria dello Stato membro nel quale la società beneficiaria è residente ai fini fiscali o nel quale è situata la stabile organizzazione;
2. prova della qualità di beneficiario effettivo della società o della stabile organizzazione ai sensi della direttiva;
3. soddisfacimento del requisito di assoggettamento a imposizione, senza beneficio di esenzione, a una delle imposte descritte in precedenza;
4. soddisfacimento dei requisiti previsti perché la società possa essere considerata consociata.
 
In ogni caso, è lasciata alla decisione di ogni singolo Stato membro l'ulteriore facoltà di far produrre alle società interessate i giustificativi legali dei pagamenti effettuati (per esempio, il contratto di finanziamento ovvero di licenza). In caso di sopravvenuta mancanza dei requisiti per l'esenzione, il beneficiario effettivo dovrà immediatamente informare il soggetto pagatore e, se lo Stato della fonte lo dovesse richiedere, la competente autorità di tale Stato.
La Direttiva, infine, regola il caso in cui, pur in presenza dei requisiti per l'esenzione, il soggetto pagatore ha applicato una ritenuta alla fonte sui pagamenti di interessi. In tale situazione, sarà possibile presentare un'istanza di rimborso entro un termine di almeno due anni a decorrere dal momento di effettuazione di tali pagamenti. Ricevuta tale istanza, lo Stato della fonte dovrà rimborsare l'eccedenza di imposta entro un anno, al termine del quale il beneficiario effettivo avrà diritto alla corresponsione di interessi moratori sull'imposta da rimborsare, applicati al tasso legale vigente nello Stato della fonte.
Ai fini della direttiva, con il termine "società di uno Stato membro" si indicano tutte le società che soddisfano congiuntamente i seguenti requisiti:

1. hanno una delle forme giuridiche elencate nell'Allegato alla direttiva;
2. sono considerate, ai sensi della normativa interna dello Stato membro in questione, residenti ai fini fiscali;
3. non sono considerate, ai sensi di una convenzione contro le doppie imposizioni sui redditi conclusa con uno Stato non facente parte dell'Unione Europea, residente ai fini fiscali in detto ultimo Stato;
4. sono assoggettate, senza esserne esentate, a una delle imposte indicate nella direttiva, ovvero a un'imposta identica o sostanzialmente simile applicata successivamente all'entrata in vigore della direttiva, in aggiunta o in sostituzione di tali imposte.

Una società può essere definita "società consociata" di una seconda società quando:

* la prima detiene una partecipazione diretta minima del 25 per cento nel capitale sociale della seconda; oppure
* la seconda detiene una partecipazione minima del 25 per cento nel capitale sociale della prima; oppure
* una terza società detiene una partecipazione diretta minima del 25 cento nel capitale sociale sia della prima che della seconda.

Ogni Stato ha, però, la facoltà di sostituire il criterio della partecipazione di una quota minima nel capitale sociale con quello di una quota minima dei diritti di voto.
Il termine "stabile organizzazione", infine, fa riferimento a una sede fissa d'affari situata in uno Stato membro, attraverso la quale una società di un altro Stato membro esercita in tutto o in parte la sua attività.
Si ricorda che la Direttiva lascia agli Stati membri la facoltà di non concedere il beneficio dell'esenzione per:

* pagamenti considerati utili distribuiti o capitale rimborsato ai sensi della legislazione dello Stato della fonte;
* pagamenti relativi a crediti recanti una clausola di partecipazione utili del debitore;
* pagamenti relativi a crediti che autorizzano il creditore a rinunciare al suo diritto agli interessi in cambio del diritto a partecipare agli utili del debitore;
* pagamenti relativi a crediti che non contengono disposizioni per la restituzione del capitale o per i quali il rimborso debba essere effettuato più di cinquanta anni dalla data di emissione.

Infine, la Direttiva prevede una norma volta a evitare che le società consociate abusino del beneficio di esenzione, stabilendo contrattualmente interessi o canoni di ammontare superiore a quello che le società avrebbero pattuito con società "terze", ossia senza alcun vincolo di appartenenza. In tal caso, infatti, l'esenzione dalle imposte si applica esclusivamente a tale ultimo importo, laddove previsto.
Il regime fiscale introdotto dal decreto legislativo in esame consiste nell'esenzione da imposizione degli interessi e dei canoni pagati da società ed enti residenti in Italia nonché da stabili organizzazioni situate nel territorio dello Stato a società ed enti residenti in Stati membri diversi ed appartenenti allo stesso gruppo, comprese le stabili organizzazioni di tali società.
E' importante, in merito, soffermarsi sull'ambito soggettivo di applicazione della normativa ed in particolare sulla previsione della società beneficiaria effettiva degli interessi o dei canoni, di essere assoggettate, senza fruire di regimi di esonero, nello Stato di residenza alle imposte indicate nella direttiva medesima.
Questo requisito deve essere considerato, come evidenziato nella relazione illustrativa del decreto legislativo n. 143 del 2005, come una "assoggettabilità" di carattere generale alle suddette imposte. Rientrano, pertanto, nell'ambito applicativo dell'articolo 26-quater anche quelle società che, pur essendo assoggettate in linea generale alle imposte previste, godono, tuttavia, di eventuali agevolazioni compatibili con la normativa comunitaria.
Anche l'Amministrazione finanziaria(7) italiana ha espressamente ritenuto che "al fine di usufruire dell'esenzione in commento, le società beneficiarie dei pagamenti di interessi o canoni devono risiedere, ai fini fiscali, nel territorio dello Stato e devono essere assoggettate, senza fruire di alcun regime di esonero, all'Imposta sul Reddito delle Società (IRES). Come chiarito nella relazione di accompagnamento al Decreto Legislativo n. 143/2005, l'ultimo dei requisiti sopra richiamati deve considerarsi come un'assoggettabilità di carattere generale alla suddetta imposta. Pertanto, in base a quanto sopra specificato, la disciplina in commento deve ritenersi applicabile anche a tutte quelle società che, pur essendo potenzialmente soggette all'IRES (o alle corrispondenti imposte cui sono soggette le società e gli enti non residenti), godono, di fatto, di agevolazioni comunque compatibili con la normativa comunitaria".
I requisiti prima elencati si riferiscono ai soggetti nei cui confronti si applica la normativa introdotta dal provvedimento normativo di attuazione della direttiva. Tali criteri operano con preciso riferimento alle due figure giuridiche intorno alle quali ruota il meccanismo del regime di esenzione posto dalla normativa in esame: il soggetto pagatore e il beneficiario effettivo. La figura del soggetto pagatore rileva, nel quadro delle disposizioni contenute nella direttiva, ai fini di individuare il luogo di effettiva produzione del reddito, oggetto di esenzione. In relazione a tale contesto operativo, il legislatore comunitario dà una definizione di "soggetto pagatore" solo per le stabili organizzazioni, stabilendo che una stabile organizzazione è considerata pagatore di interessi o canoni soltanto nella misura in cui i pagamenti in questione rappresentano per la stabile organizzazione spese fiscalmente deducibili nello Stato membro in cui essa è situata.
Tale specificazione è stata fatta al fine di individuare con certezza quando i redditi pagati sono effettivamente inerenti all'attività svolta dalla stabile organizzazione e, quindi, imputabili all'oggetto economico della stabile organizzazione stessa. Il criterio della deducibilità comporta, infatti, la sussistenza dell'inerenza e dell'effettiva riferibilità del reddito all'attività della stabile organizzazione. Si può, per l'appunto, osservare che la norma comunitaria assume la figura della stabile organizzazione in linea con l'indirizzo adottato in proposito nel contesto degli Accordi bilaterali in materia di doppia imposizione.
Nelle convenzioni fiscali, infatti, il concetto di stabile organizzazione è sostanzialmente usato allo scopo di determinare il diritto di uno Stato contraente di assoggettare a tassazione gli utili di un'impresa dell'altro Stato contraente.
In tale ottica, è da ritenere che la definizione sulla stabile organizzazione come soggetto pagatore non si riferisca ad un'effettiva deducibilità dei costi relativi ai pagamenti dei redditi in questione, ma tenda a rispondere all'esigenza di una corretta imputazione, alla casa madre ed alla stabile organizzazione, delle componenti di reddito comuni. Sulla base della suddetta linea interpretativa, nel decreto legislativo in esame è stato specificato che le stabili organizzazioni situate nel territorio dello Stato che pagano interessi o canoni devono essere assoggettate, senza fruire di regimi di esonero, all'imposta sul reddito delle società e che gli interessi o i canoni corrisposti devono essere inerenti all'attività delle stabili organizzazioni medesime.
Si è reputato, infatti, come viene affermato nella relazione illustrativa dello stesso decreto legislativo, che la definizione data in proposito dal legislatore comunitario faccia riferimento, come avviene nel contesto della normativa convenzionale, alla sussistenza del requisito dell'effettiva connessione degli interessi e dei canoni corrisposti con l'attività della stabile organizzazione e non ad un criterio di effettiva deduzione dei suddetti pagamenti.
La Direttiva non dà, invece, una correlativa definizione di "soggetto pagatore" per le società; ciò in quanto la qualifica di "soggetto pagatore" deriva direttamente dai requisiti ai quali deve rispondere ogni società per rientrare nell'ambito di applicazione del regime di esenzione.
Per essere qualificata come società di uno Stato membro e, nello stesso tempo, come "soggetto pagatore", una società avente la forma giuridica richiesta e residente in uno Stato membro deve essere assoggettata ad imposta, senza esserne esentata. È, quindi, un criterio di tassazione effettiva e permanente che vige per le società e che, in quanto tale, riflette il legame concreto e continuo con l'economia dello Stato membro in cui la stessa ha la propria residenza.
Per quanto concerne, invece, la figura del "beneficiario effettivo", il decreto legislativo contiene, in linea con quanto stabilito dalla norma comunitaria, due diverse definizioni, a seconda che si riferisca alle società o alle stabili organizzazioni. In tal senso, viene affermato che una società non residente è considerata beneficiaria effettiva di interessi o di canoni quando riceve tali pagamenti in qualità di beneficiario finale e non di intermediario, quale agente, delegato o fiduciario di un'altra persona.
Una stabile organizzazione è, invece, considerata beneficiaria effettiva quando il credito, il diritto o l'utilizzo dell'informazione che generano i pagamenti degli interessi o dei canoni si ricolleghino effettivamente alla stabile organizzazione stessa e i suddetti interessi o canoni rappresentino redditi per i quali essa è assoggettata nello Stato membro in cui è situata ad una delle imposte indicate nella direttiva ovvero a un'imposta identica o sostanzialmente simile applicata in aggiunta o in sostituzione di dette imposte.
Le suddette definizioni sono, sostanzialmente mutuate da quelle contenute nelle Convenzioni fiscali. In effetti, per quanto riguarda le società, il termine "beneficiario" viene utilizzato per garantire che quando tra il beneficiario e l'autore del pagamento si frappone un intermediario quale un agente, un delegato o un fiduciario, l'esenzione si applica solo se il vero beneficiario dei pagamenti di interessi o di canoni soddisfa i requisiti della normativa in esame.
Sullo specifico punto, si osserva che, mentre per le stabili organizzazioni il concetto di beneficiario effettivo è stato legato all'ulteriore concetto della connessione dei redditi all'attività della stabile organizzazione, per le società il suddetto concetto di beneficiario effettivo rimane ancorato, come per le Convenzioni fiscali, all'interposizione, tra il beneficiario ed il debitore del reddito, di un intermediario.
In proposito, è da rilevare che in sede internazionale non è mai stata data una vera e propria definizione di beneficiario effettivo, nel senso che non si è specificato come debba essere qualificata una "persona" per poter essere considerata beneficiario effettivo e, precisamente, se tale termine sia da intendere in senso giuridico o economico. Una possibile interpretazione potrebbe essere rappresentata dalla tesi volta ad individuare il beneficiario effettivo nella persona che si configura come l'effettivo possessore del reddito, a prescindere dalla condizione se ad essa spetti il diritto al quale il pagamento del reddito si ricollega. Questa considerazione viene fatta alla luce sia del recepimento del suddetto concetto nel nostro ordinamento e, precisamente, nell'articolo 37, terzo comma, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, riguardante le fattispecie di interposizione fittizia, sia di alcuni orientamenti espressi sulla questione in sede OCSE. Tenendo, quindi, di mira lo scopo antielusivo del concetto si può rilevare che il beneficiario effettivo può essere identificato in colui che ha la titolarità effettiva del reddito.
Orbene costituendo una consociata, ad esempio, a Cipro si avrebbe una tassazione del 10% sugli interessi corrisposti dal soggetto pagatore italiano. Infatti tutte le attività economiche realizzate all'interno del territorio cipriota dalle persone giuridiche sono soggette ad imposizione fiscale con un'aliquota pari al 10%. Lo stesso si avrebbe per società costituite sotto i regimi speciali portoghesi e spagnoli (ad esempio, ZFM o ZEC). Sarebbero assoggettati ad un'aliquota variabile tra i 3 ed il 7%. Le imprese che operano in ambito multinazionale hanno convenienza finanziaria e fiscale ad instaurare una tesoreria centralizzata che a livello transnazionale canalizzi i flussi finanziari su conti accentrati in un pooler di diritto estero non residente in Paese black list. Infatti non andrebbe ad essere operata alcuna ritenuta sul pagamento degli interessi da parte della società consociata italiana e nel contempo sarebbe deducibile il costo nei limiti dei principi del transfer pricing. La società dell'UE consociata sarebbe poi legalmente assoggettata all'aliquota del proprio Paese senza alcuna violazione di norma e con un risparmio fiscale e finanziario di indubbia rilevanza. Attenti studi hanno evidenziato un risparmio globale, di un gruppo aziendale che vada ad instaurare un contratto di cash pooling intercompany, di circa il 25-30% tra area finanziaria e fiscale.

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1. Normalmente una holding finanziaria e di gestione di partecipazioni.
2. Dal punto di vista del codice civile italiano, il contratto stipulato dal pooler con le società del gruppo è un contratto atipico assimilabile al contratto di conto corrente non bancario previsto dall'articolo 1823 del Codice civile. Esso, infatti, non realizza compiutamente la fattispecie tipica del contratto di conto corrente disciplinato dall'articolo citato essendo utilizzato esclusivamente per garantire la provvista di fondi alle consociate, e non anche per la regolazione di transazioni di tipo commerciale.
3. Sulla base di quanto specificato è evidente il ruolo di estrema rilevanza assunto dalla società pooler in quanto tale società deve essere in grado di fornire ad ogni società partecipante il dettaglio dei relativi interessi maturati e compensati in ciascun periodo d'imposta.
4. Si possono avere diversi tipi di valute, ma normalmente vengono utilizzate: l'Euro, il Franco svizzero, lo Yen giapponese ed il Dollaro americano.
5. La garanzia può anche eventualmente essere individuata da fondi comuni di investimento ovvero da polizza assicurativa di tipo united linked.
6. Circolare ministeriale n. 165/E del 24 giugno 1998.
7. Circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 47/E del 2 novembre 2005.
Il Fisco 7/2006
 
Finanziamenti strutturati per le imprese

mi sembrava la parte interessante....riportato tutto non potendo snaturare l'articolo
 
Ma che fai, mi favorisci la concorrenza? :D In questo thread non c'entro... Come disse il ginecologo alla moglie nuda.. E no! Il lavoro a casa no eh?
 
luigir ha scritto:
Ma che fai, mi favorisci la concorrenza? :D In questo thread non c'entro... Come disse il ginecologo alla moglie nuda.. E no! Il lavoro a casa no eh?
:p forumlavoro 2006
 
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