L'Antologia di Rosaram.

Rosaram

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L'isola delle fate.


Era il lontano secolo delle ombre, paesaggio spettrale fatto di buio e fitta nebbia, tutto sembrava soffuso. Animali crepuscolari gracchiavano tutt'intorno, e il suono dei loro versi rimbombava su tutta l'ombrosa valle. Non c'era vegetazione, né il gorgogliare dell'acqua che scorreva nei ruscelli. La grigia vita dei suoi abitanti scorreva con monotonia; nessuno sorrideva, nessuno guardava, perchè non avevano bocca e non avevano occhi. Una maledizione li aveva colpiti e costretti al silenzio. I loro vestiti erano di un grigiore cosi profondo che si confondevano con il resto del paesaggio. Camminavano come spettri, senza toccarsi l'uno con l'altro, anche la loro pelle era grigia. Un'infamia li aveva costretti a quello stato: la maledizione del Grande Uomo-Ombra. Con efferatezza aveva trasformato quel luogo, che un tempo era un paradiso di delizia e di colori. Ma in fondo alla valle c'era un lago. Al centro di quel lago una piccola isola, l'isola delle fate. Il Grande Uomo-Ombra, non era riuscito ad ordire la sua maledizione sull'isola delle fate, isola dove non v'era il grigiore del paesaggio vicino. Le fate volavano, gioiosamente, lasciando una scia di luce e di colori. Ma avevano un compito: riportare all'antico splendore il paesaggio tutt'intorno. L'impresa, certo, non era semplice, avevano una sola possibilità: attraversare il tunnel dei colori e della luce. Il tunnel veniva aperto ogni 10 anni, cioè quando la Fata Regina, volando in alto nei cieli, incontrava il Grande Uomo-Ombra che, in cambio della vita di una fata, dava la formula per attraversare il tunnel dei colori, formula che cambiava ogni 10 anni. I giorni passavano e si avvicinava il decimo anno. Le fate, intanto, si preparavano per l'avvenimento; avevano bisogno di grande forza per resistere alla pressione che vi era nel tunnel dei colori, pressione che le avrebbe, altrimenti, risucchiate. Si alimentavano ogni giorno di nettare e miele, nutrimento che avrebbe reso le loro scie più luminose e colorate. Le loro scie avrebbero svegliato gli uomini-ombra e ridato loro la bocca e gli occhi, facendoli tornare in vita. Le loro scie avrebbero ridato i colori al paesaggio e lo avrebbero reso più luminoso di un tempo. Ecco, era giunta l'ora. La Fata Regina, accompagnata dalla vittima sacrificale, si avvia in alto nel cielo, cielo che intanto tuonava e si faceva scuro all'arrivo del Grande Uomo-Ombra. Appena arrivato vicino alle fate, divora la vittima, e poi porge la formula alla Fata Regina. Lei la prende e, con grande tristezza per la perdita di una sua compagna, va incontro alle altre, che attendono ansiose. Eccole pronte, con le loro scie luminosissime e dai colori festosi; si avviano verso l'apertura del tunnel. Mancano pochi minuti allo scoccare del decimo anno. La Fata Regina legge la formula e, in un batter d'occhio, s'apre il tunnel che risucchia le fate che si erano poste di fronte. In men che non si dica sono fuori dal tunnel e risucchiate dall'ombra del grigio paesaggio. Iniziava il loro volo guaritore. Gli uomini, senza bocca né occhi, non si rendevano conto di ciò che accadeva intorno a loro, ma le fate, con le loro scie, volavano sopra di loro coprendoli con la loro luminosità e i loro colori. Uno ad uno, gli uomini-ombra, si svegliavano dal loro sonno, aprivano gli occhi e iniziavano a cantare e gridare di gioia; si abbracciavano fra loro, felici che la maledizione fosse finita. Il paesaggio riprendeva l'antico splendore, gli uccelli irrompevano con i loro canti, e i ruscelli ripresero a gorgogliare tra i sassi. Le fate, esauste ma felici, si avviarono verso il tunneli dei colori prima che si chiudesse, per tornare sulla loro isola: il loro compito era terminato.




Rosaram


P.S. Uomini-ombra vivono nei ditorni della terra e tengono prigionieri altri uomini con le loro ideologie distruttive e con il loro odio, rendevoli schiavi e facendoli vivere in un mondo grigio e senza colori. L'unica forza capace di distruggerli, è la forza dell'Amore.


P.S. Rubo un cassettino tutto per me:)
 

Rosaram

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La Principessa e Il Dragone.

Nelle verdi praterie della Scozia viveva in un castello incantato una dolce principessa dai lunghi capelli color oro e dalle rosee
guance,viveva tra petali di rose e poesie e si nutriva d'amore.
Le dame di compagnia non la lasciavano mai sola, al mattinaappena sveglia si alzava dal suo letto di petali di rose e le dame le lavavano
la candida pelle,le pettinavano i lunghi capelli biondi e le davano la sua porzione d'amore e gli occhi color cielo di Scozia la brillavano e tutti coloro che la guardavano negli occhi amavano e non conoscevano l'odio.
La legiadra principessa tutte le mattineusciva dal castello e adagiava il suo grazioso ed esile corpo sul prato di Scozia tra le rose e la sua dama preferita le leggeva dolcemente versi d'amore e la sua anima era felice di trasformare lupi famelici in dolci pecorelle.
La pace e l'amore regnavano nel castello e tutti amavano e non
conoscevano l'odio.
Una mattina mentre era stesa sul prato i suoi occhi scorsero da lontano un bianco destriero cavalcato da un giovane splendente;aveva lunghi
capelli nero corvino,occhi color prato di Scozia e la sua pelle era
bruciata dal sole. Il suo possente pettorale si scorgeva dalla candida camicia di seta e mentre cavalcava i capelli al vento sembravano le onde del mare.
La principessa ebbe un tonfo al cuore ed aspettava tremante
l'avvicinarsi del giovane.Appena vicino scese dal bianco destriero le si avvicinò le prese le piccole e bianche mani fece x baciarle quando un fulmine squarciò il cielo e il cavaliere all'improvviso si tramutò in un dragone color fuoco.Lingue di fuoco uscivano dalle sue infauste fauci, la principessa indietreggio dal timore ma lui avanzava verso di lei dicendole:"dammi al tua anima.....il mondo mi appartiene e desidero
avere anche il tuo castello....dammi quello che mi appartiene",lei con voce tremante disse al dragone:"non riuscirai a distruggere
l'amore",:"ci riuscirò" rispose immediatamente il dragone e lingue di fuoco divoravano e bruciavano senza lamenti la dolce principessa.
Soddisfatto di sè stesso il dragone scomparve nel nulla.
Le damigelle addolorate correndo uscirono dal castello e raccolsero le
ceneri della principessa e le adagiarono in un cesto di petali di
rose,tutte in fila cantando un canto funebre salirono su una verde
collina di Scozia.Il dragone le seguiva silenzioso ,le dame dall'alto
della collina iniziarono a soffiare tutte insieme sulle ceneri della
principessa e le ceneri si sollevavano verso il cielo di Scozia e
mentre cadevano giù divvenerò come tanti petali di rose ,il dragone infuriato sputava lingue di fuoco ma fu soffocato x sempre dai petali di rose e le colline di Scozia e del mondo divvenero immense distese di
rose.
Le damigelle cantando melodiosi canti d'amore iniziarono a raccogliere i petali e a riempire la terra d'amore......una cosa era sfuggita agli
occhi color fuoco del dragone:il segreto dell'amore non era nell'anima
della principessa ma.......nei petali di rose.

Rosaram



Che i petali riempiano i vostri cuori.


P.S E' un cassettino che condivido con chi parla attraverso le emozioni dell'anima.
 

Rosaram

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L'Eutanasia.

Il trascorrere dei giorni era sempre lo stesso in quella casa in cima alla collina, il buio profondo ormai regnava in essa. Lei, una giovane donna, viveva quasi rannicchiata nell'angolo più buio della sua stanza.Quella era la casa dove lei era nata, e dove aveva vissuto i momenti più felici e spensierati della sua giovinezza. In primavera, il pergolato che suo padre aveva costruito davanti lo spiazzo di casa, si riempiva di grappoli di glicine e, il suo profumo, riempiva tutte le stanze. Nei pochi momenti di lucidità ripensava alla sua gioventù, alle corse tra i campi di grano per nascondersi e farsi ritrovare da colui che più di ogni altra cosa amava al mondo. Era stato lui a seminare nel suo cuore il germoglio delle prime passioni di adolescente. Era stato lui che, sfiorando le sue labbra carnose e il suo collo vellutato, come i petali di rose, l'aveva lasciata nell'estasi d'amore per anni. Ripensava al momento culminante della corsa, cioè a quando lui riusciva ad afferrarla e, esausti, si sdraivanao tra i campi di grano.
Le loro mani si toccavano e sognavano il loro futuro fissando l'azzurro del cielo che si specchiava nei loro occhi innocenti, noncuranti del loro infausto destino. I loro giochi riempivano le giornate di gioia e speranza, e com'era bello ripensarci, come si sentiva bene in quei momenti. Quei ricordi le sembravano cosi nitidi, che quasi poteva toccarli con le sue mani tremanti, quasi le sembrava di vedere da lontano il suo amore, il suo compagno di giochi che lei aveva strappato alla vita. Era ancora inverno, e il freddo penetrava tra le fessure delle porte vecchie di anni. Le imposte della finestra della sua stanza erano sempre socchiuse, quasi per imperdirvi il filtrare del tiepido sole che ogni tanto faceva capolino tra le grigie nuvole. Lei viveva ormai da anni in quello stato di profonda angoscia, angoscia provata quando lui, imbrattato di sangue, le morì tra le braccia. Come poteva liberarsi di quel dolore e riprendere a vivere?? La sua mente si rifiutava di ripensare a quell'orribile momento, di ripensare ai suoi vestiti pieni del suo liquido vitale, si rifiutava di pensare al modo orribile in cui aveva perso la sua ragione di vita, lui, il suo unico amore. Ma ad ogni primavera, al fiorire del glicine, il ricordo riappariva nella sua debole mente e, con un retrogusto che sapeva di pungente dolore, riviveva ogni istante della sua morte, le immagini si affollavano una dietro l'altra per farle sanguinare il cuore. Cominciava cosi ad urlare e, l'eco del suo cupo gridare, rimbombava nella valle sotto casa: " Dove sei, vita mia?. Dove sei, vita mia "?Continuava cosi fino a notte fonda; ormai tutti sapevano che ad ogni primavera, allo scoccare dello stesso giorno il suo tetro urlo avrebbe fatto ritorno. Come era potuto succedere? 13 anni prima, in primavera, aveva ucciso il suo amore. Correvano, come sempre, tra i campi di grano e di erba. Suo padre, la sera prima, aveva dimenticato tra l'erba la forca che usava per raccoglierla una volta falciata. Lei spronava il suo amore ad afferrarla dicendogli: "Prendimi se ne sei capace, prendimi", e intanto pensava alla gioia che avrebbe provato da lì a poco sentendo le sue mani afferrarle la gonna. Ma lui era stanco e le diceva " Giochiamo domani, oggi sono un pò stanco", infatti il giorno aveva aiutato il padre nel faticoso lavoro dei campi. Ma lei insisteva : "Prendimi, ti prego, solo una volta". Lui, per farla contenta, inizia la corsa, ma subito dopo inciampa e cade. Un urlo si alza nel cielo terso e limpido di primavera. Lei, presa dal panico, lo raggiunge e lo trova trafitto dalla forca. Lo prende tra le braccia piangendo e urlando :" E' tutta colpa mia, non dovevo insistere". Lui la guarda nel profondo degli occhi e le dice " Dolce amore mio, vivi per me" e muore.Quando rivive quei momenti, il dolore che prova la consuma sempre di più e lei ogni giorno si lascia morire alla profonda colpa che sente per la morte del suo amore. Lui era la mia vita, pensava, non posso continuare a vivere. Si avvicinava la primavera, il glicine stava per sbocciare, ma il buio del suo dolore non l'abbandonava mai. Erano già mesi che cercava di convincere, con morbosa persuasione, sua sorella a mettere fine alla sua vita, era già morta dentro.Doveva solo liberarsi di quella carcassa vuota, ma non aveva il coraggio di farlo. Voleva che il suo corpo, ormai vuoto della sua anima, lasciasse la terra lo stesso giorno in cui era morto il suo unico amore. " Non posso farlo, non ci riesco", le diceva la sorella, : "Ti prego, metti fine a questo dolore, metti fine ad una vita che è già morta dentro".Lei si fece convincere perchè non sopportava più la grande sofferenza della sorella, non sopportava vederla consumarsi di giorno in giorno. Escogitavano un piano per farlo sembrare un suicidio, e cosi fecero. Ecco, il glicine è sbocciato e la primavera mostra tutta la sua indicibile bellezza, era il giorno della sua vita. Fra poco avrebbe raggiunto il suo amore: " Aspettami, dolce amore mio, vivo per te". Cosi si incamminano tra i campi, lei a stento riusciva a trascinare quel corpo morto 13 anni prima, quel corpo che si rifiutava di vivere, perchè non aveva più ragione di vivere. Si baciano per l'ultima volta, si stringono tre le braccia e lei dice: " Grazie, sorella mia", e dopo poco un urlo si leva nel cielo limpido di primavera. Il glicine ha un sussulto, è il sussulto del cuore di lui, un cuore ancora pieno d'amore . E, ad ogni primavera, al fiorire del glicine, tra i campi di grano, invece dell'urlo lacerante si odono i sussulti d'amore di Lisa e Francesco.




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Rosaram cerca Anna.

Sono distesa sul divano, un divano collocato sotto una finestra esposta dove sorge il sole. Un raggio di sole mi sfiora il viso. Un raggio tiepido mi batte sulle palpebre, e attraverso esse vedo quel rosso spento fatto di magia e fantasia. E' come una porta che si affaccia in un mondo diverso, un mondo da favola, di quelli che piacciono a me. Pensieri si affollano nella mia mente, ma un pensiero ricorrente, che mi turba da molti mesi, torna a fiaccarmi. E' quasi un tormento che mi perseguita da mesi. Mi chiedo perchè non riesco più a scrivere; sono tormentata tra il desiderio di scrivere e la mancanza assoluta di pensieri, di sensazioni e, oserei dire, emozioni. Quando bastava un odore, un colore, un sapore per scatenare rivoli di versi che si affollavano nella mia mente, e le mie mani, frettolose, trasferivano su carta tutte le sensazioni che provavo. Passavo ore e ore a scegliere le parole giuste per imprimere, in maniera indelebile, sulla carta le esatte sensazioni: volevo che, chi fosse trovato a leggere i miei scritti, potesse provare lo stesso entusiamo che provavo io in quell'istante. L'assenza quasi totale di questi elementi vitali per la mia scritttura, mi rendono nervosa, come se una parte di me fosse volata via lontana. Un letargo che dura ormai da mesi...ma ritorna il rosso tiepido sotto le palpebre. Lo fisso con le pupille dei miei occhi, lo studio, lo assaporo. E' caldo, come caldo è il luogo dove ora mi ritrovo: un immenso campo di papaveri che guardano, adoranti, il cielo; un campo cosi immenso che non riesco a scrutarne i confini. Ma che importa! Sono stesa sul campo, con il viso rivolto dove guardano i papaveri. Tutto è rosso intorno a me, un rosso tiepido. Sento una presenza che si avvicina, una figura quasi umana, ma nello stesso tempo quasi evanescente, fatta di aria. I suoi contorni cambiano con i suoi movimenti lenti e leggeri, ma conserva sempre le sembianze di un essere umano. Si avvicina verso di me, e noto che, tra quelle che parrebbero mani, porta qualcosa simile ad un foglio di carta. E' carta, senza dubbio. Alla vista di quel foglio, bianco come la neve, un antico sapore , con il retrogusto dei miei racconti, pervade il mio palato. La presenza quasi umana, poi, prende un filo d'erba, che diventa una matita, e si avvicina dicendomi: "Scrivi, Anna". Ora i confini del campo diventano nitidi, li guardo attirata dal suono ritmato dei tamburi in lontanza. Mi alzo da terra, mi dirigo verso quel suono, che diventa sempre più chiaro, e sempre più avvolgente. E' quasi notte e i paesaggio cambia totalmente. Mi ritrovo in un accampamento indiano. Le tende sono tutte disposte in cherchio intorno ad un fuoco che arde alto verso il campo delle stelle. Sono nel mezzo di una danza cerimoniale. Tutti gli indiani, messi in cerchio intorno al fuoco, danzano e cantano i loro canti di ringraziamento al Grande Spirito. Il fuoco è alto, il suono dei tamburi è incalzante, coinvolgente. Mi siedo anch'io intorno al fuoco, il mio cuore è pieno di calore, è una sensazione piacevole, calda, e travolgente. Un indiano si accorge di me, viene verso di me. Il suo corpo statuario, truccato con i segni dei loro riti sacri. I capelli lunghi, neri e decorati di piume e ciondoli. La sua pelle rossa, è lucida e liscia. Non ho paura di lui, il suo sguardo penetrante mi trasmette calma e pace. Tra le mani porta una pelle sulla quale loro scrivono e una piuma per scrivere. Si avvicina con passo lento e felpato. Quello è il suo habitat, e lui è parte del paesaggio, è un tutt'uno con la Natura, perchè lui è Natura. E' ancora un pò distante, che già inzia ad stendere verso di me quel foglio ancor prima di giungere vicino, come a voler dire: - sono qui in pace -. Sento quella pace che è dentro la sua anima, una pace che pervade tutto il suo viso e che mi trasferisce una dolce sensazione. Quando è vicino, allungo le mie mani per prendere la pelle e la piuma, e lui sfiora le mie dita e dice nella mia lingua : "Scrivi, Anna". Il paesaggio cambia di nuovo, un suono diverso, ma cosi familiare e profumanto, attira la mia attenzione. Sento il profumo della salsedine che riempie le mie narici, mi ritrovo di fronte lo spettacolo più onirico che un essere umano possa gustare con il palato della propria mente. E' quasi l'alba, di quelle che mozzano il fiato e che ti incantano, come se si cadesse in una narcolessia temporanea ma piacevolmente travolgente. E' il Mare, amica di sempre, che ascolta gli animi delle genti che passano ore ad ammirarlo. Pagine e pagine sono state scritte su di te Mare. Poesie, racconti, avventure, fiabe. E' un rapporto quasi uterino quello con il Mare: lui, il liquido amniotico di Madre Natura, noi immersi nel suo liquido vitale. Annuso il suo profumo, quasi a volerlo fissare per sempre nei miei polmoni e sulla mia pelle. Nutro la mia mente di tutte le sensazioni che mi da, lo sento sotto la mia pelle, lo adoro con tutta me stessa. Dalle onde del Mare vedo sollevarsi un velo fatto di acqua che prende forma, forma umana. Occhi di Mare, pelle di Mare, mani di Mare, capelli di Mare. Viene verso di me con fare calmo e sinuoso. Arriva sul bagnasciuga e si solleva sull'aria, viene verso di me e noto tra le sue mani un foglio fatto con le gocce del Mare e una lunga conchiglia a forma di penna. Sono certa che mi dirà le stesse parole degli altri personaggi del mio sogno: "Scrivi, Anna". Gli corro incontro, come un amante corre incontro alla sua amata, mi inginocchio sulla sabbia e dico: "Ho già scritto, Mare", e lei mi dice: "Avevo già letto nel tuo cuore le tue parole, volevo solo dirtelo".




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Ho visto l’alba.

Sono sconvolta da cotanta bellezza di colori…l’alba in riva al mare. Questa mattina, per forza di cose, mi sono alzata presto, dovevo accompagnare mio figlio alla stazione ferroviaria. Erano le 6, arrivo alla stazione, lascio mio figlio e mi si presenta il dilemma. Avevo già fatto metà strada, secondo la tabella di marcia del mio programma mattutino, e il dilemma era questo: tornare a casa per poi uscire di nuovo per l’ora stabilita, oppure proseguire verso il luogo dell’appuntamento? Avevo, però, un buco di due ore e mezzo, tra l’ora del mio primo appuntamento di lavoro e le 6:30. Avevo già maturato in cuor mio la decisione da prendere, decisione dettata da un mio grande desiderio: godermi l’alba in riva al mare. Salgo in macchina e mi avvio verso il viale alberato, parcheggio, scendo e mi dirigo verso la spiaggia… lo spettacolo è magnifico. Tra le nuvole di vari colori, che vanno dal grigio al rosa al rosso, si intravede il sole. Il mare è piatto e i riflessi del sole, sulla sua superficie, lo rendono di un intenso dorato. Da lontano intravedo i profili dei gabbiani tutti allineati sulle rocce come tanti soldatini. L’aria è frizzante, quasi fredda. Resto immobile sulla riva profondamente estasiata e ipnotizzata dalla bellezza del panorama. Respiro profondamente, e l’ondivago rumore del mare mi riempie di gioia e mi dona un appagamento che sono Madre Natura sa dare. Il sole, seguendo il suo regolare moto, inizia ad alzarsi sul cielo e a scaldare l’aria e la mia pelle; sento il suo carezzevole calore su di me. I gabbiani iniziano a librarsi nell’aria, disegnando arabeschi, ed emettendo il loro suono rauco che riempie il silenzio mattutino. E’ l’apoteosi dei sensi che danzano dentro di me; mentre godo di tutto questo, cammino scalza sulla riva raccogliendo conchiglie che saranno il ricordo di questi momenti… cammino…cammino… cammino. Guardo l’orologio e penso: -Dio mio, è tardi-, erano passate due ore e mezzo senza che me ne rendessi conto, ed avevo percorso km, passeggiando con i piedi nell’acqua. L’incanto stava per terminare. Ripercorro velocemente la strada fatta, mi rimetto la giacca del mio tailler grigio per rientrare nel mio ruolo di libero professionista, ma tra le mani il ricordo di una magnifica alba: la mie conchiglie.



Rosaram



P.S. Che polemiche che scatenò, lo ricordo come fosse ora, in questo istante, ahhhhhhhh, bei tempi:)
 

Rosaram

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La stanza cilindrica.

Sono giorni che ho un sogno-immaginazione ricorrente, mi basta socchiudere gli occhi per avere davanti alla mia mente sempre la stessa immagine, come se tutto fosse reale, lì davanti ai miei occhi. Avevo, come ogni sogno che lascia un'impronta indelebile su di me, il desiderio di trascrivere su foglio web questo mio sogno-immaginazione, ma non trovavo la spinta giusta. Ed ora, invece, ho deciso di farlo sulle note di Bach che mi solleticano la fantasia. Dicevo del mio sogno, un sogno, a quanto pare, che molte donne della mia età fanno, poi capirete perchè.




Un vento lieve e tiepido fa ondeggiare i rami del bosco di betulle, di abeti e di pini, un fruscio di foglie, come una sinfonia, solletica le orecchie degli unici due visitatori , un giovane uomo sulla trentina e una donna più matura. E' una giornata di primavera inoltrata, il sole è alto sul cielo terso, sole che porta alla luce gli splendori della Natura tutt'intorno. Il bosco brulica di vita animale. Scoiattoli che giocano sui rami in cerca di cibo. Passeri, giocosi e cinguettanti, disegnano arabeschi sul cielo dopo un duro inverno. Usignoli che cantano melodie d'amore. E' una musica che fa gioire i cuori dei due esseri umani . Proprio nel cuore del bosco, al centro di un grande spazio ricoperto di foglie cadute dai rami, si trova una casa fatta di una sola stanza, la stanza ha una forma molto inconsueta: ha la forma di un alto cilindro. Al centro del soffitto un grande rosone attraverso il quale filtrano i pochi raggi che riescono a passare tra i rami degli alberi, formando, sul pavimento di fine legno, giochi di luce fantastici. Le alte pareti della stanza sono circondate da vetrate tappezzate da soffici tende color avorio; le finestre sono sempre socchiuse e, il vento lieve, accarezza le tende che, muovendosi, sembrano tante ballerine sinuose che danzano. Pochi sono gli arredi della stanza, solo due quadri con gli stessi soggetti e con lo stesso paesaggio che sta intorno alla stanza cilindrica: un giovane uomo e una donna vestiti solo con la loro pelle, proprio come i due ospiti che guardano stupiti le meraviglie di Madre Natura. Oltre ai due quadri, la stanza è arredata anche da un orologio a pendolo che segna sempre la stessa ora, mezzodì, e candele accese sul pavimento di fine legno. Al centro della stanza cilindrica, su un tappeto color avorio, è posto un grande letto rotondo, lenzuola di seta bianca, e pieno di cuscini soffici come le nuvole. Dalla stanza esce, attraverso le vetrate aperte, un forte profumo di incenso che trascina il giovane e la donna verso la stanza cilindrica. Arrivano, scalzi, davanti il grande portone della stanza cilindrica, è socchiuso. Lo aprono ed entrano, nudi, nella stanza cilindrica; si ritrovano in un mondo che evoca sogno e meraviglia. Si guardano intorno, ispezionando ogni centimentro della stanza; l'atmosfera che vi regna, inghiotte i sensi del giovane e della donna che iniziano a frugarsi la pelle. Sono come drogati, inebriati dall'incenso e dalla luce soffusa che regna nella stanza. Si cercano e si toccano con estrema dolcezza e lentezza, come se il tempo si fosse fermato, e si ritrovano sul letto di seta bianca. Spogliano le loro anime di ogni tabù: è l'ora dell'estasi. Carezze, baci profondi come oceani, le loro salive si mischiamo come un fiume in piena; i loro corpi danzano nella stanza cilindrica che inizia a girare come una giostra. Le tende diventano quasi dorate e si sollevano con l'alito del vento, cosi come si sollevano le loro anime nel momento dell'amore. Lui grida il nome di lei. Lo grida ai monti, al cielo, alle aquile selvatiche, al sole, ai pianeti tutti; e ogni volta che grida il suo nome la penetra sempre di più, con dolcezza prima, e con forza quando i plausi dell'orgasmo sono quasi vicini. I loro corpi sono un corpo solo. Lui scandisce, con perfetto sincronismo, i tempi di lei; li segue, li anticipa, li scatena come una furia quasi violenta, fino ad accompagnarla sui bordi dell'universo, per farle toccare il sublime piacere di possedere un giovane trentenne dalla pelle candida. E' come bere nel calice dell'eternità, l'elisir dell'eterna giovinezza. Ed ecco l'orgasmo che grida a voce alta, una voce che rieccheggia nel bosco di betulle, pini e abeti; e lui continua a possederla non stancandosi mai nei ritmi erotici. La stanza cilindrica sembra prendere vita, le pareti sembrano muoversi seguendo i ritmi dell'atto amoroso, il letto inizia a girare e a sollevarsi fino a portare i corpi vicino al rosone; i quadri si muovono dalle pareti e l'orologio a pendolo ricomincia a scandire il tempo come non faceva da tanto. Il sublime piacere continua, copioso, a infondere eterna giovinezza alla donna. La sua pelle diventa più bianca, le sue prime rughe scompaiono, i suoi capelli bianchi spariscono. Il letto ridiscende sul tappeto, e si sollevano solo i corpi, ancora avvinghiati, che vengono risucchiati da uno dei quadri appesi alla parete della stanza cilindrica. L'eternità è per sempre sua.




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Rosaram

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Per l'occasione ho indossato il vecchio abito, me lo regalò il Sig.Ernesto:)





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Re: La stanza cilindrica.

Scritto da Rosaram
Sono giorni che ho un sogno-immaginazione ricorrente, mi basta socchiudere gli occhi per avere davanti alla mia mente sempre la stessa immagine, come se tutto fosse reale, lì davanti ai miei occhi. Avevo, come ogni sogno che lascia un'impronta indelebile su di me, il desiderio di trascrivere su foglio web questo mio sogno-immaginazione, ma non trovavo la spinta giusta. Ed ora, invece, ho deciso di farlo sulle note di Bach che mi solleticano la fantasia. Dicevo del mio sogno, un sogno, a quanto pare, che molte donne della mia età fanno, poi capirete perchè.




Un vento lieve e tiepido fa ondeggiare i rami del bosco di betulle, di abeti e di pini, un fruscio di foglie, come una sinfonia, solletica le orecchie degli unici due visitatori , un giovane uomo sulla trentina e una donna più matura. E' una giornata di primavera inoltrata, il sole è alto sul cielo terso, sole che porta alla luce gli splendori della Natura tutt'intorno. Il bosco brulica di vita animale. Scoiattoli che giocano sui rami in cerca di cibo. Passeri, giocosi e cinguettanti, disegnano arabeschi sul cielo dopo un duro inverno. Usignoli che cantano melodie d'amore. E' una musica che fa gioire i cuori dei due esseri umani . Proprio nel cuore del bosco, al centro di un grande spazio ricoperto di foglie cadute dai rami, si trova una casa fatta di una sola stanza, la stanza ha una forma molto inconsueta: ha la forma di un alto cilindro. Al centro del soffitto un grande rosone attraverso il quale filtrano i pochi raggi che riescono a passare tra i rami degli alberi, formando, sul pavimento di fine legno, giochi di luce fantastici. Le alte pareti della stanza sono circondate da vetrate tappezzate da soffici tende color avorio; le finestre sono sempre socchiuse e, il vento lieve, accarezza le tende che, muovendosi, sembrano tante ballerine sinuose che danzano. Pochi sono gli arredi della stanza, solo due quadri con gli stessi soggetti e con lo stesso paesaggio che sta intorno alla stanza cilindrica: un giovane uomo e una donna vestiti solo con la loro pelle, proprio come i due ospiti che guardano stupiti le meraviglie di Madre Natura. Oltre ai due quadri, la stanza è arredata anche da un orologio a pendolo che segna sempre la stessa ora, mezzodì, e candele accese sul pavimento di fine legno. Al centro della stanza cilindrica, su un tappeto color avorio, è posto un grande letto rotondo, lenzuola di seta bianca, e pieno di cuscini soffici come le nuvole. Dalla stanza esce, attraverso le vetrate aperte, un forte profumo di incenso che trascina il giovane e la donna verso la stanza cilindrica. Arrivano, scalzi, davanti il grande portone della stanza cilindrica, è socchiuso. Lo aprono ed entrano, nudi, nella stanza cilindrica; si ritrovano in un mondo che evoca sogno e meraviglia. Si guardano intorno, ispezionando ogni centimentro della stanza; l'atmosfera che vi regna, inghiotte i sensi del giovane e della donna che iniziano a frugarsi la pelle. Sono come drogati, inebriati dall'incenso e dalla luce soffusa che regna nella stanza. Si cercano e si toccano con estrema dolcezza e lentezza, come se il tempo si fosse fermato, e si ritrovano sul letto di seta bianca. Spogliano le loro anime di ogni tabù: è l'ora dell'estasi. Carezze, baci profondi come oceani, le loro salive si mischiamo come un fiume in piena; i loro corpi danzano nella stanza cilindrica che inizia a girare come una giostra. Le tende diventano quasi dorate e si sollevano con l'alito del vento, cosi come si sollevano le loro anime nel momento dell'amore. Lui grida il nome di lei. Lo grida ai monti, al cielo, alle aquile selvatiche, al sole, ai pianeti tutti; e ogni volta che grida il suo nome la penetra sempre di più, con dolcezza prima, e con forza quando i plausi dell'orgasmo sono quasi vicini. I loro corpi sono un corpo solo. Lui scandisce, con perfetto sincronismo, i tempi di lei; li segue, li anticipa, li scatena come una furia quasi violenta, fino ad accompagnarla sui bordi dell'universo, per farle toccare il sublime piacere di possedere un giovane trentenne dalla pelle candida. E' come bere nel calice dell'eternità, l'elisir dell'eterna giovinezza. Ed ecco l'orgasmo che grida a voce alta, una voce che rieccheggia nel bosco di betulle, pini e abeti; e lui continua a possederla non stancandosi mai nei ritmi erotici. La stanza cilindrica sembra prendere vita, le pareti sembrano muoversi seguendo i ritmi dell'atto amoroso, il letto inizia a girare e a sollevarsi fino a portare i corpi vicino al rosone; i quadri si muovono dalle pareti e l'orologio a pendolo ricomincia a scandire il tempo come non faceva da tanto. Il sublime piacere continua, copioso, a infondere eterna giovinezza alla donna. La sua pelle diventa più bianca, le sue prime rughe scompaiono, i suoi capelli bianchi spariscono. Il letto ridiscende sul tappeto, e si sollevano solo i corpi, ancora avvinghiati, che vengono risucchiati da uno dei quadri appesi alla parete della stanza cilindrica. L'eternità è per sempre sua.




Rosaram
:):):)
 

Rosaram

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L'Abbandono.

Ti ho persa per sempre,
e il tuo splendido volto,
dall’incarnato di madre perla,
per sempre mi sarà nascosto,
così come le nubi celano
il cerchio d’argento
nell’ombroso cielo.
Mai più vedrò quegli
occhi d’incanto,
che mi stregarono l’anima.
Mai più bacerò
quelle labbra umide
e vermiglie.
Il velluto delle tue mani
accarezzerà un altro uomo
e solo lui bramerà di te.
Il desio
dei tuoi capelli di seta,
con cui facevo intrecci d’amore
mi strugge dentro e mi consuma
giorno dopo giorno.
Ora farò trame
con il mio dolore.
Ne farò una coltre
che mi nasconda
agli occhi del mondo intero.
Tu, oh donna d’incanto
dal passo felpato,
sprofondo nel baratro della nullità
perchè nulla sono senza di te,
mio splendido amore
per sempre perduto.


Rosaram
 

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Ricordi lontani.

L'antica cascina evoca in me
ricordi lontani di una
spensierata fanciulezza,
di quando pensieri d'amore
riempivano il mio cuore
e di quando l'azzurro dei tuoi
occhi mi facevano sognare.


Il solo pallido fa capolino
tra le grigie nuvole
accarezzando la mia pelle
stanca, il mio corpo stanco,
accarezzando l'antica cascina
che ferma sta tra i brulli campi,
evocando in me pensieri
d'amore e ricordi lontani.



Rosaram
 

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La donna nera.

I cipressi lungo il viale
che porta al sonno profondo,
cullati dal vento e che
gridano al cielo,
il viale che porta
alla donna nera
che ci giace accanto,
dolce compagna della vita
che ruba l'ultimo respiro
e dona gelo di marmo.
Ci accompagna sempre
e nell'oblio getta i ricordi,
i ricordi delle carezze,
degli affetti e degli amori.
Oh! cipressi cantate canti
funebri e cullate il dolore
degli uomini vivi.



Rosaram