Lavoro, domani

Bonny

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Afine maggio oltre duemila dipendenti sono stati licenziati senza alcun preavviso da una societa di assicurazioni inglese, la Accident Group.
In tempi di precarietà la vicenda quasi non farebbe notizia, se il licenziamento non fosse avvenuto in modo ancora inedito: un messaggio sul cellulare dei dipendenti.
Mark Langford, presidente della società, si è detto «molto dispiaciuto» per la modalità di comunicazione, aggiungendo che ultimamente in azienda era divenuto difficile controllare ciò che accadeva.

È solo l'ultimo di una lunga serie di segnali legati allo stravolgimento in atto, almeno da un decennio, nel mondo del lavoro e nella vita dei lavoratori.
I quali - sembra - potrebbero presto sopportarne ancora, e più radicali mutamenti.
Arduo immaginare quale sarà tra dieci o vent'anni la situazione lavorativa dei nostri figli e nipoti, se crollano uno dopo l'altro principii che ritenevamo basilari: per un verso, finora, si faceva conto su un lavoro tutelato da diritti acquisiti in decenni di rivendicazioni; per l'altro c'era anche una controparte (le aziende) che, a parte vistose eccezioni, si adeguavano a loro volta alle regole sindacali, fiscali, ambientali.
Quali potrebbero essere allora le nuove attività del mondo a venire, come si organizzerebbero imprese, lavoratori, la stessa società?

Una indicazione (dell'immaginario) piuttosto precisa ci giunge da pagine sospese tra letteratura e futurologia e che appuntano lo sguardo sul nostro domani: la fantascienza.
E può essere una indicazione non banale né cervellotica, dal momento che spesso le visioni di questa narrativa - seppur fantasiose - pescano nelle tendenze e negli umori del momento. Anche se, spesso, in quelle pagine «futuribili» prendono corpo più i timori dell'oggi, che non le speranze.

In effetti immaginare un assetto del mondo da qui a un paio di decenni non è difficile, se si muove da alcuni dati, che possono a volte sembrare avulsi dall'ambito del «lavoro», ma non lo sono.

Divario tra Paesi ricchi e poveri: statistiche di agenzie dell'Onu segnalano come esso aumenti anziché diminuire, anche all'interno delle stesse nazioni ricche.
Dal 1950 il commercio mondiale si è più che decuplicato, ma c'è stata anche una crescita mai vista di povertà e disoccupazione. Se negli anni '60 il divario tra il 20% più ricco del mondo e il 20% più povero era 1 a 30, nel '95 era 1 a 82, col 20% di popolazione che consuma l'86% delle risorse complessive.

Un altro elemento basilare per la crescita e la democrazia di una nazione è la «stabilità»: ad essa non contribuiscono certo guerre, terrorismo, economie traballanti, crisi finanziarie di estensione quasi continentale, migrazioni massicce.
Ma tutti questi fenomeni (senza volere e poter entrare nei dettagli) sembrano chiaramente destinati a intensificarsi, finché le cause reali non verranno rimosse.

E c'è il fenomeno della concentrazione di grandissime aziende, multinazionali e transnazionali (spesso a discapito di aziende medie e piccole): gruppi giganteschi, in numero sempre più ristretto, che tramite il Wto (World Trade Organization) tendono a liberalizzare il commercio mondiale aprendo frontiere e abbattendo qualunque barriera legislativa, grazie anche a pressioni sui governi (per esempio, negli Usa, il finanziamento di campagne elettorali).
Alla concentrazione dei gruppi imprenditoriali si unisce la «delocalizzazione» produttiva: aprire e chiudere sedi in questo o quello stato e staterello, a seconda delle convenienze (costo del personale, agevolazioni fiscali, minor controllo sull'ambiente); con la prospettiva, per i lavoratori, di vedere attuata una mobilità anche «internazionale», oltre che licenziamenti a capriccio. Accade già: guardiamoci intorno (ben oltre il famoso Art. 18).

C'è poi la «smaterializzazione» dell'economia: nel 1999 il Pil mondiale risultava di circa 30 mila miliardi di dollari, mentre (può apparire paradossale) si erano svolte transazioni finanziarie per cifra quasi doppia, e contrattazioni di prodotti finanziari «derivati» per importo quasi triplo.
Oggi le attività speculative toccano il 90% delle contrattazioni internazionali; nell'ultimo venticinquennio si contano più di 150 crisi finanziarie e 50 crisi bancarie; al punto che ormai - nonostante l'avvento dell'informatica, d'altronde vera autostrada della globalizzazione - spesso risultano di fatto impossibili controlli nazionali e internazionali.

Al tutto, si aggiungano la tendenza generalizzata alla privatizzazione (delle risorse idriche; di beni artistici e ambientali; di servizi sociali come scuola e sanità; del materiale genetico, anche umano); e l'attenuazione di alcuni concetti e tutele democratiche fino a ieri validi ma oggi ritenuti sfavorevoli al libero mercato; i numerosissimi manager che mandano in malora enormi aziende pur di accaparrasi prebende favolose...

Ci sarebbe dell'altro, ma ci fermiamo qui: agitiamo bene lo shaker, proiettiamo tra pochi lustri e «voila»!
Inevitabile che gli scrittori di fantascienza intravvedano ormai quasi parossisticamente un futuro ad alto degrado: ambientale, dei rapporti di lavoro, di quelli umani.
Un mondo in cui le attività fai-da-te sono la valida alternativa, e in questo contesto il miglior fai-da-te sono i lavoretti illegali o criminali o mafiosi, tenuto conto che in queste storie non esistono strumenti sociali che tutelino lavoratore, precario, o chi voglia pensionarsi.

Già dai primi anni Ottanta nei libri di William Gibson (profeta del «cyberpunk»), e oggi dei suoi epigoni, i protagonisti sono gente ai limiti della legge e della sopravvivenza quotidiana.
Talora essi vengono assoldati da lobbies onnipotenti, o da magnati dalle ricchezze incalcolabili, i cui dipendenti devono un'obbedienza assoluta (sono anche «marchiati»).

Se operano in proprio, invece, si imboscano in contrabbandi vari: di organi, di «memorie» umane trasferite su supporti informatici, di scorie radioattive per bombe «sporche», di virus informatici, armi, armi batteriologiche, droghe intelligenti (ma sempre letali). O si ritrovano in strani gruppi post-New Age, sette religiose, laboratori dove si rimestano orrori da vendere.
Emerge al contempo uno spregio totale per la sofferenza, per un corpo umano considerato merce di terz'ordine.

Nelle città, gli ex centri del commercio e del terziario sono descritti svuotati (tali modalità del lavoro sono evaporate, sostituite dal tele-lavoro domestico e da altre forme di produzione e distribuzione), e palazzi giganti vanno in malora o brulicano di immigrati.
Perfino certi «nuovi lavori» più decenti sono quanto meno insoliti. Incontriamo figure come lo spazzino spaziale (astronauta inviato in orbita per abbattere migliaia di pericolosi rottami che ci girano sulla testa); anticipatori di tendenze (intellettuali che dettano al gregge di miliardi di persone il gusto e le mode per la prossima stagione, se non per la prossima settimana); neo-etnologi, per l'assistenza e la cura di nuove creature senzienti quali: mutanti genetici, semi-robot, androidi, cyborg umanizzati, scimmie antropomorfizzate, sistemi bio-intelligenti.

E ancora: lavori da «peace keeper», persone capaci di dirimere contenziosi internazionali per evitare le guerre; cyber-nomadi globali, ovvero globe trotters esperti in «saperi multipli» e che vivono di réportages o di consulenze tecnologiche per mega-aziende...

Sogni, sogni, sogni, si dirà (spesso incubi); che però non andrebbero sottovalutati. Per quanto evanescenti, proprio i sogni sono spia di speranze o timori molto concreti.

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E allora?
Se sono in gamba e motivati troveranno sicuramente un bel lavoro in nero.
Mi sembra che Blair abbia detto così, o sbaglio?

:eek:
 
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