Le banche ringraziano i fondisti

  • Ecco la 56° Edizione del settimanale "Le opportunità di Borsa" dedicato ai consulenti finanziari ed esperti di borsa.

    Settimana da incorniciare per i principali indici internazionali grazie alla trimestrale più attesa dell’anno che non ha deluso le aspettative. Nvidia negli ultimi tre mesi del 2023 ha generato ricavi superiori all’intero 2021, confermando la crescita da record della società grazie agli investimenti globali nell’intelligenza artificiale. I mercati azionari hanno festeggiato aggiornando i record assoluti a Wall Street e in Europa, mentre il Nikkei giapponese raggiunge un nuovo massimo storico dopo 34 anni. Le prossime mosse delle banche centrali rimangono sempre al centro dell’attenzione. Per continuare a leggere visita il link

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Lo strapotere delle banche nel risparmio gestito, che il Governatore Mario Draghi ha saggiamente individuato come uno dei nodi cruciali del nostro sistema finanziario alla sua prima uscita pubblica, non è un fenomeno inevitabile.


Negli Stati Uniti e altrove il settore è dominato da gestori indipendenti, e se guardiamo alla nostra storia si può ricordare che negli anni 80, agli albori dell’industria, le banche commerciali si disinteressavano delle gestioni collettive.
A partire dal 1996, gli istituti di credito hanno avuto il merito di diffondere l’utilizzo di strumenti trasparenti e ben regolamentati come i fondi comuni. Ma i loro meriti si fermano qui. La legge sui fondi era talmente severa che non era necessaria la presenza delle solide banche come soggetti offerenti ai fini della tutela dei risparmiatori. È vero che diversi operatori indipendenti negli anni 80 e 90 fallirono arrecando perdite rovinose a centinaia di migliaia di risparmiatori; ma si trattava di commissionarie, di Sim, di studi di agenti di cambio, di cani sciolti e di cavalieri dell’atipico vari. Mai di società di gestione di fondi.
Chi trae vantaggio, da un punto di vista sistemico, della massiccia presenza delle banche nei fondi? Solo le banche. Per i clienti, ci sono soprattutto svantaggi: quello di dover pagare il 90% e oltre del costo di gestione alla banca stessa, in cambio di un valore aggiunto minimo o nullo in sede di vendita. Quello di rischiare di pagare inutili commissioni di negoziazione sui titoli in portafoglio. Quello, infine, di rischiare di subire decisioni di gestione influenzate dalle politiche creditizie della capogruppo. Gli obblighi di trasparenza e l’autodisciplina dovrebbero scongiurare queste spiacevoli eventualità. Ma in Israele, Paese pragmatico, a tanti costosi adempimenti hanno preferito una soluzione drastica: costringere le banche a uscire dalla gestione dei fondi. Avevano quattro anni di tempo per farlo. Si sono adeguate in pochi mesi.
 
denaro_2 ha scritto:
Lo strapotere delle banche nel risparmio gestito, che il Governatore Mario Draghi ha saggiamente individuato come uno dei nodi cruciali del nostro sistema finanziario alla sua prima uscita pubblica, non è un fenomeno inevitabile.


Negli Stati Uniti e altrove il settore è dominato da gestori indipendenti, e se guardiamo alla nostra storia si può ricordare che negli anni 80, agli albori dell’industria, le banche commerciali si disinteressavano delle gestioni collettive.
A partire dal 1996, gli istituti di credito hanno avuto il merito di diffondere l’utilizzo di strumenti trasparenti e ben regolamentati come i fondi comuni. Ma i loro meriti si fermano qui. La legge sui fondi era talmente severa che non era necessaria la presenza delle solide banche come soggetti offerenti ai fini della tutela dei risparmiatori. È vero che diversi operatori indipendenti negli anni 80 e 90 fallirono arrecando perdite rovinose a centinaia di migliaia di risparmiatori; ma si trattava di commissionarie, di Sim, di studi di agenti di cambio, di cani sciolti e di cavalieri dell’atipico vari. Mai di società di gestione di fondi.
Chi trae vantaggio, da un punto di vista sistemico, della massiccia presenza delle banche nei fondi? Solo le banche. Per i clienti, ci sono soprattutto svantaggi: quello di dover pagare il 90% e oltre del costo di gestione alla banca stessa, in cambio di un valore aggiunto minimo o nullo in sede di vendita. Quello di rischiare di pagare inutili commissioni di negoziazione sui titoli in portafoglio. Quello, infine, di rischiare di subire decisioni di gestione influenzate dalle politiche creditizie della capogruppo. Gli obblighi di trasparenza e l’autodisciplina dovrebbero scongiurare queste spiacevoli eventualità. Ma in Israele, Paese pragmatico, a tanti costosi adempimenti hanno preferito una soluzione drastica: costringere le banche a uscire dalla gestione dei fondi. Avevano quattro anni di tempo per farlo. Si sono adeguate in pochi mesi.


proprio oggi radio24 ha dedicato una puntata sull'argomento
http://www.radio24.ilsole24ore.com/fc?cmd=sez&chId=40&sezId=9730&menu=oggi

saluti, air
 
bisognerebbe investire in goldman sachs...vero Draghi?
 
Conflitto d'interessi


In Italia le banche e le assicurazioni controllano quasi il 93% delle società di gestione del risparmio. Lo dicono dati della Consob (l'organismo di controllo del mercato finanziario italiano) secondo i quali sono pochissimi gli operatori indipendenti. Un assetto proprietario che evidenzia un conflitto di interessi molto forte, quello tra la distribuzione, controllata dalle banche e le società prodotto, cioè le sgr che gestiscono fondi di investimento. Ma che cosa vuol dire questo? E perchè tale questione viene ritenuta così pregnate in un'ottica di tutela dei risparmiatori? Semplificando molto, la situazione può essere sintetizzata così. Oggi quasi tutte le banche hanno proprie sgr e quindi i propri fondi di investimento. I gestori scelgono i titoli da inserire nel fondo e quindi i titoli su cui investire i risparmi della gente. E fino a qui può sembrare tutto lineare ma in realtà non è esattamente così. L'esempio fatto può essere ulteriormente concretizzato. Banca Fideuram è la società di gestione del risparmio controllata dal gruppo bancario San Paolo di Torino. San Paolo ha rapporti di finanziamento con Fiat. Fideuram inserisce nel portafoglio del suo fondo il titolo Fiat che quindi viene - più o meno direttamente - acquistato da un risparmiatore. In soldoni: la banca presta soldi alla società su cui investe. In questo modo la banca incassa la commissione di gestione e quella di distribuzione del fondo e sostiene il corso azionario, o obbligazionario del titolo della società cui ha erogato finanziamenti. Un circuito curioso, inevitabilmente finito sotto i riflettori della critica e al quale il legislatore, con la legge sulla tutela del risparmio, ha tentato di porre rimedio. E anche Assogestioni, la società che raduna e rappresenta le sgr italiane, ha varato un Codice Deontologico e un Protocollo di Autonomia. Ma da molti la strada percorsa fino a qui è ritenuta ancora insufficiente.
 
denaro_2 ha scritto:
Conflitto d'interessi


In Italia le banche e le assicurazioni controllano quasi il 93% delle società di gestione del risparmio. Lo dicono dati della Consob (l'organismo di controllo del mercato finanziario italiano) secondo i quali sono pochissimi gli operatori indipendenti. Un assetto proprietario che evidenzia un conflitto di interessi molto forte, quello tra la distribuzione, controllata dalle banche e le società prodotto, cioè le sgr che gestiscono fondi di investimento. Ma che cosa vuol dire questo? E perchè tale questione viene ritenuta così pregnate in un'ottica di tutela dei risparmiatori? Semplificando molto, la situazione può essere sintetizzata così. Oggi quasi tutte le banche hanno proprie sgr e quindi i propri fondi di investimento. I gestori scelgono i titoli da inserire nel fondo e quindi i titoli su cui investire i risparmi della gente. E fino a qui può sembrare tutto lineare ma in realtà non è esattamente così. L'esempio fatto può essere ulteriormente concretizzato. Banca Fideuram è la società di gestione del risparmio controllata dal gruppo bancario San Paolo di Torino. San Paolo ha rapporti di finanziamento con Fiat. Fideuram inserisce nel portafoglio del suo fondo il titolo Fiat che quindi viene - più o meno direttamente - acquistato da un risparmiatore. In soldoni: la banca presta soldi alla società su cui investe. In questo modo la banca incassa la commissione di gestione e quella di distribuzione del fondo e sostiene il corso azionario, o obbligazionario del titolo della società cui ha erogato finanziamenti. Un circuito curioso, inevitabilmente finito sotto i riflettori della critica e al quale il legislatore, con la legge sulla tutela del risparmio, ha tentato di porre rimedio. E anche Assogestioni, la società che raduna e rappresenta le sgr italiane, ha varato un Codice Deontologico e un Protocollo di Autonomia. Ma da molti la strada percorsa fino a qui è ritenuta ancora insufficiente.

Perchè fermarsi sulle SGR italiane ? :confused: :mmmm:

Perchè non guardare le società estere ? (Non estero-vestite... :D )

...e quelle 2/3 SGR italiane indipendenti e decenti ? :D

Ciao :)
 
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