Libia

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30/12/06
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ultimi giorni i viaggi a Roma di Alessandro Profumo sono stati più di uno. L'ultimo con destinazione l'Ambasciata di Libia, in via Salaria. Il brillante banchiere che era riuscito a creare la banca italiana più importante in Europa sa bene che la Libia potrebbe investire molto di più di quanto abbia finora fatto in Unicredit group e che da quegli investimenti la grande banca potrebbe trovare il sollievo di cui ha bisogno. Ma Profumo sa anche che, doverosamente, il governo italiano e le autorità monetarie con in testa il governatore Mario Draghi non sarebbero favorevoli a un'ascesa della Libia nel capitale tale da determinare una posizione di principale azionista della banca. E la Libia, che tiene alla forma più corretta di rapporto con l'Italia, certo non entrerebbe in frizione con le autorità italiane per dare un contributo ulteriore a Unicredit. I segnali che l'amicizia con l'Italia non equivale a un nullaosta per la conquista di campioni (o ex campioni) nazionali erano già venuti quando i capitali libici hanno preso il posto di quelli della Fondazione Cariverona per la sottoscrizione dei cashes preparati da Mediobanca come rete di sicurezza al mancato aumento di capitale Unicredit.

Quindi Profumo e i suoi ottimi collaboratori dovranno vedersela sostanzialmente da soli, visto che le Fondazioni ritengono di aver già fatto abbastanza. E all'appello mancano almeno 3-4 miliardi per arrivare ai 10 che sarebbero affluiti attraverso il fallito aumento di capitale a 3,02 euro per azione. Infatti, 4 miliardi possono provenire dall'utile dichiarato da Profumo e che non verrà distribuito, altri 3 vengono dai cashes e così ne mancano 3 per arrivare a 10. Ma 10 miliardi erano quanto era stato calcolato con Bankitalia per raggiungere un Core tier 1 soddisfacente prima che si manifestassero i disastri della Banca d'Austria e della tedesca Hvb, senza contare quanto si legge sull'andamento delle banche controllate nei Paesi dell'Est. È quindi probabile che buona parte dei fondi messi a disposizione dallo Stato italiano per i cosiddetti Tremonti bond debba finire a Unicredit. Anche perché non pare che la signora Angela Merkel o il cancelliere austriaco, oppure i capi dei governi dei Paesi dell'Est siano disponibili a farsi carico delle necessità delle banche nazionali possedute da Unicredit, che a tutti gli effetti viene considerata una banca italiana. Di ciò Profumo non può e non potrà non tenere conto. E quindi per stabilizzare non solo Unicredit ma anche il sistema bancario italiano non dovrebbe più esitare a raccogliere quanto lo Stato ha messo a disposizione.

Dovrebbe bastargli l'esempio di JP Morgan Chase, l'unica fra le grandi banche americane che molto probabilmente supererà lo stress test a cui le autorità americane stanno per sottoporre tutti i principali istituti sulla base dei bilanci e dei budget per individuare finalmente chi può farcela da solo e chi no. Il ceo, Jamie Dimon, non ha esitato un attimo a prendere i 28 miliardi di dollari che l'amministrazione americana gli metteva a disposizione, nonostante l'ottima salute di JP Morgan Chase, grazie all'onestà del management e al fatto che, pur essendo una banca d'affari, con l'acquisizione fatta nel passato di Chase era sottoposta da tempo ai controlli severi delle banche commerciali. «Restituiremo prestissimo questi capitali», dicono alla grande banca americana, «ma non prenderli voleva dire trovarsi immediatamente in difficoltà rispetto a chi li prendeva per necessità». Oggi il Core tier 1 di JP Morgan Chase è superiore al 10%. Per bene che vada, a Unicredit a fine anno arriverà solo vicino al 7%.

Chi poteva essere candidato a un intervento della Libia era anche il Banco popolare di Verona, ma prima che le autorità monetarie si esprimessero sono stati gli amministratori della banca a dire cortesemente agli esponenti libici che vogliono tentare di uscire dalle difficoltà da soli. Così anche una delle due più grandi banche popolari italiane dovrà fare necessariamente ricorso ai Tremonti bond e gli analisti calcolano che dovrà chiedere oltre 1 miliardo.

Anche Intesa Sanpaolo, come ha dichiarato in maniera trasparente l'amministratore delegato Corrado Passera, farà ricorso ai Tremonti bond per ragioni analoghe a quelle di JP Morgan Chase. La richiesta sarà probabilmente di 3 miliardi.

Quarto candidato, già dichiaratosi, è Banca Mps, una delle più solide strutture bancarie del Paese, fuori dalle operazioni pericolose: ma l'investimento in Antonveneta, fatto repentinamente per non perdere l'ultimo treno della crescita proprio pochi giorni prima dello scoppio della crisi, ha generato una posizione debitoria importante, anche se ampiamente sotto controllo. Con i Tremonti bond, il presidente Giuseppe Mussari e il direttore generale Antonio Vigni riporteranno a livelli di sicurezza il Core tier 1. Hanno poi da decidere se distribuire o meno il dividendo che la gestione ha comunque generato. La Fondazione Monte dei Paschi, che è l'azionista di maggioranza assoluta, se lo aspetterebbe, ma Mussari ha dichiarato che in primo luogo dovrebbe venire la patrimonializzazione della banca. Non è escluso che la soluzione venga trovata nel distribuire il dividendo e nel contempo lanciare un altro aumento di capitale. In questo modo, infatti, la Fondazione riceverebbe come dividendi i capitali indispensabili a proseguire i programmi di solidarietà e filantropia tradizionali non volendo toccare le riserve, mentre l'investimento in nuovo capitale della banca, specialmente agli attuali valori di borsa, non solo si potrebbe rivelare un ottimo affare a medio termine ma non cambierebbe lo stato patrimoniale della banca. Probabilmente Mussari e Vigni chiederanno al Tesoro circa 3 miliardi. Con il che, buona parte delle disponibilità (limitate) che il governo ha potuto mettere a disposizione sarà in buona parte consumata. Vi è comunque spazio per alcuni medi o piccoli istituti che finora sono andati avanti con i propri mezzi temendo che una richiesta di Tremonti bond gli peggiorasse l'immagine. Invece, se hanno bisogno di rafforzare il patrimonio, è bene che lo facciano perché altrimenti il danno sarà doppio: saranno in difficoltà e perderanno competitività rispetto a chi si è servito dei fondi pubblici.

Nonostante lo stand-by sugli investimenti in istituti di credito, la Libia e il suo brillante ambasciatore in Italia, Hafed Gaddur, intendono tuttavia sviluppare in maniera significativa la cooperazione con l'Italia in molti altri campi. La recente firma del trattato di pace e cooperazione firmato dal colonnello Muhammar Gheddafi e dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi avrà come effetto l'acquisizione, quando il mercato offrirà occasioni favorevoli, della partecipazione in Eni fino al 10%, sì da essere il secondo azionista della fortissima società petrolifera nazionale. Ma non solo. Un'idea brillante dell'ambasciatore e dei ministri competenti è quella di tradurre in investimenti una constatazione fatta da Gheddafi: la progressiva colonizzazione dell'Africa da parte della Cina. Il Colonnello ha ben chiaro che piano piano i cinesi risaliranno l'Africa con investimenti e milioni di persone che, in cambio degli aiuti garantiti ai vari Stati, vengono autorizzati dagli stessi a immigrare dalla Cina.

Il fenomeno è ancora più significativo in relazione alla decimazione di molte popolazioni africane per l'Aids e altre epidemie. L'avanzata della Cina dovrebbe far paura a tutti coloro che si affacciano sul bacino del Mediterraneo e non solo. È inconcepibile che gli Stati Uniti pensino solo all'Asia e al Medioriente e che non muovano foglia rispetto alla grande operazione cinese in Africa.

Ecco allora che gli uomini dedicati agli investimenti della Libia e l'ambasciatore in Italia stanno elaborando progetti per scendere verso l'Africa centrale e meridionale assieme all'Italia e ad aziende italiane oltre che europee, ben consapevoli che da soli non potrebbero lanciare un programma africano, tenuto conto che i capitali da soli non bastano, ma ci vogliono molti uomini (la Libia ha una popolazione contenuta), tecnologie e capacità manageriali. Qualità che la Libia riconosce all'Italia, ormai il partner preferenziale in assoluto.

È questa una straordinaria occasione per le aziende italiane e per il governo italiano che potranno conquistare, in tandem con la Libia, posizioni di rilievo nel continente più ricco di materie prime e più sottosviluppato.

Sono già al lavoro il ministro degli Esteri, Franco Frattini, quello dell'Economia, Giulio Tremonti, e quello delle Attività produttive, Claudio Scajola, con il dipartimento di internazionalizzazione delle aziende italiane ora guidato da Roberto Pasca su richiesta del responsabile del Commercio estero, Adolfo Urso. Per le orecchie di Berlusconi questa è musica, visto che a livello personale, assieme all'impareggiabile Tarak Ben Ammar, ha già investito in tutta l'area del Maghreb con la prima televisione privata dell'area.

Come si vede, nonostante la crisi, anzi forse proprio per la crisi, occasioni nuove non mancano e certamente il legame con la Libia si sta rivelando per l'Italia assai più importante e sicuro di quello di altri Paesi con i fondi sovrani dei Paesi arabi. Infatti, mentre nella maggior parte dei Paesi petroliferi i fondi sono posseduti da emiri e sceicchi, quindi rispondono a logiche individuali, la Libia investe come Stato, poiché tutte le risorse sono dello Stato. E i rapporti con uno Stato sono spesso assai più sicuri e stabili che con singoli individui. Ecco anche perché, se mai lo farà, l'investimento in una squadra di calcio, dopo quello nella Juventus che all'epoca del collocamento in borsa presentava buone prospettive di redditività, sarà un investimento indiretto. Magari in aiuto di qualche imprenditore
 
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