Ludmilla

Sinfonia pastorale

Quest'opera di André Gide ci presenta la storia di un pastore protestante che salva una ragazzina dalla povertà, educandola in seno alla propria famiglia, e conferendole un'educazione pari a quella dei propri figli. La vita della giovane è difficile, perché è cieca, e fin dagli inizi il pastore si trova in grosse problematiche, nei confronti della ragazza ma anche in rapporto a sua moglie e ai suoi figli. Gli anni passano, e la ragazzina si fa donna, mentre nasce un nuovo, contrastato amore fra lei e il figlio del pastore, che, abbandonata la fede paterna, si converte al cattolicesimo. I nuovi rapporti, già così problematici, che si instaurano fra i componenti della famiglia subiscono una profonda crisi quando anche il pastore si innamora della giovane.
Quest'opera di Gide, che sembra all'inizio così legata ad una morale ortodossa che affonda le sue base nel rigore ottocentesco, è invece carica di un'intensa energia innovativa, di profonda rottura con il passato. Gli amori che vengono narrati nel romanzo scardinano, per i protagonisti, le realtà consuetudinarie della morale, costringendoli ad affrontare sentimenti che spezzano fragorosamente l'unità famigliare. L'epilogo del romanzo non porta alle estreme conseguenze questa frattura, perché il deus ex machina che rinormalizza la situazione è un tragico evento imprevedibile.
Il contrasto antinomico dell'opera è quello tra vedere e non vedere, coscienza e in-coscienza. Infatti la ragazza confessa più volte di essere felice della sua cecità, perché tramite essa non può vedere le brutture del mondo; d'altronde il pastore può vedere l'immoralità del suo amore, ma ne rimane comunque soggiogato; il figlio invece concentra nella protesta contro l'ambito famigliare la sua lotta tra bene e male. La dicotomia tra peccato e assenza di peccato è rappresentata dalla capacità, tutta mentale, di 'comprendere' questo peccato; l'atto di coscienza è quindi l'unico in grado di discriminare tra moralità e immoralità, e questo concetto si contempera imprescindibilmente con l'educazione impartita in seno alla famiglia e alla società. Premessa questa educazione, qual è lo spazio della libertà individuale che ci separa tra indottrinamento ereditario e ripudio di una moralità precostituita?
 
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Ritratto di André Gide
1925 circa
olio su tela; 50 x 34
Collezione privata
Il quadro, che ritrae André Gide (1869-1951), è uno dei capolavori della Lempicka per le notevoli capacità d’introspezione psicologica del personaggio. Lo scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 1947, apparteneva alla cerchia di poeti e artisti frequentati dalla pittrice negli anni Venti. Nel taglio compositivo e nella particolare caratterizzazione del volto la critica ha voluto vedere l’interpretazione d’indicazioni fornite dallo stesso scrittore. Il suo volto scarno e quasi privo d’espressione, è “animato da un’intensità che nasce dalle fessure buie degli occhi: una cecità metaforica che ritroviamo nel ritratto fotografico realizzato nel 1939 da Gisèle Freund” (G. Mori, 1994). E il tema della cecità, come allegoria dell’ignoranza del male e del peccato, è il fulcro di un racconto di Gide, La sinfonia pastorale (1919), nel quale lo scrittore sferra un feroce attacco alla morale cristiana.
 
Oscar Wilde, maestro di perdizione
Il racconto dell’amicizia con il provocatorio scrittore inglese e la recensione del “De profundis” segnarono la vita artistica di André Gide
di Enzo Golino

La scena del primo incontro fu il Café d’Harcourt in Place de la Sorbonne, il 30 novembre 1891. Gide aveva 22 anni, orfano di padre, famiglia di tradizioni ugonotte, segnato dalla rigida educazione puritana impartitagli dalla madre. Wilde aveva trentasette anni, nei salotti londinesi e parigini esibiva omosessualità, brillanti arroganze, paradossi irriverenti, divismi & snobismi. Il futuro autore di “L’immoraliste”, romanzo e manifesto di poetica, avvertì subito che in quell’incontro si giocava un destino. Tanto da confessare a Paul Valéry: «Wilde cerca piamente di uccidere il poco di anima che mi resta». Il momento arriva ad Algeri nel gennaio 1895. Gide è assai turbato da un giovane arabo suonatore di flauto. Wilde, divertito, gli chiede se desidera il ragazzo. E il rito si consuma. «Da allora», scriverà Gide, «ogni volta che ho cercato il piacere, è stato un correre dietro al ricordo di quella notte».

Tradotti da Sandro e Gaby Pazzi, i due testi del volumetto nuovamente pubblicato - il racconto dell’amicizia con Wilde (1902) e la recensione del “De profundis” (1905) - già uscirono nel 1990 (editi anche da Archinto nella versione, migliore, di Sylvie Coyaud). L’onestà dei giudizi morali e letterari di Gide si accompagna alle astuzie dell’ambiguità, a reticenze e ripensamenti, a episodi toccanti (la visita a Berneval, ultimo rifugio di Wilde dopo il processo, la condanna, il carcere). Indiscussa traspare l’ammirazione per il credo estetico del dandy dublinese, per la “bellezza” e l’“unità della sua vita” che ne illuminano l’opera dall’interno e rendono più tragica la vicenda di un orgoglio fallito. Perché non si può accettare ipocritamente solo l’opera senza accettare, tutto intero, il suo autore.




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André Gide, “Oscar Wilde”, prefazione di Jacques de Langlade, Passigli, pp. 63, lire 12 mila.
 
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Pubblicato un secolo fa, nel maggio 1902, dopo quindici anni di gestazione, uno dei testi letterari più celebri e scandalosi del Novecento, L'immoralista di Gide, passava, tuttavia, al momento della sua prima apparizione, completamente inosservato. Era un'opera in anticipo sul suo tempo e il primo a presagirne l'insuccesso era stato l'autore: "Perché - egli scriveva nel suo Journal, l'8 gennaio di quell'anno - ne tiro solo trecento esemplari?... Per tentare di dissimulare un poco a me stesso l'irrisorietà delle vendite... Se ne tirassi milleduecento copie soffrirei quattro volte di più". A quell'epoca Gide aveva trentatré anni e all'insuccesso era già abituato, poiché tutto quel che aveva pubblicato fino ad allora, la sua raccolta di poesie - I quaderni di André Walter -, il Trattato di Narciso o Teoria del simbolo, dedicato a Paul Valéry, le sue meditazioni autobiografiche - Paludi e nutrimenti terrestri -, i suoi testi teatrali - Saul, Filottete, Il Prometeo mal incatenato - erano stati apprezzati soltanto da una ristrettissima cerchia di amici. Era necessario aspettare l'arrivo degli anni '20 e l'esplosione delle avanguardie perché Gide potesse essere salutato come un maestro.

Eppure, autobiografismo, provocazione morale, rifiuto delle convenzioni, interrogazione sull'uomo, tutti i tratti distintivi che faranno di Gide un autore sulfureo e, insieme, un classico da studiare a scuola, uno stilista intransigente e uno scrittore impegnato, un attore e un testimone mediatico del suo tempo, coronato, alla fine del suo percorso, nel 1947, dal Premio Nobel per la Letteratura, tutti questi tratti, dicevo, erano già presenti in quegli scritti giovanili e trovavano ne L'immoralista il loro superbo manifesto.

Anche sul piano più strettamente biografico Gide aveva già consumato le esperienze fondamentali che dovevano orientare tutta la sua esistenza, ed è utile ricordarle per sommi capi, prima di addentrarci nella lettura del suo celebre romanzo, perché, come ha scritto Corrado Rosso, "biografia, autobiografia e creazione in André Gide si situano quasi sempre su di una sola linea", ed è lo scrittore stesso ad invitarci a non separare ciò che egli considerava strettamente intrecciato. "Teoria assurda, inventata in Francia sulla falsariga di Gautier e di Flaubert - annotava, infatti, Gide nel Journal, il 16 gennaio 1896 -, quella per cui bisogna separare l'opera dall'uomo, come se l'opera si appiccicasse sull'uomo come un qualcosa di posticcio, come se tutto ciò che c'è nell'opera non fosse prima nell'uomo, come se la vita dell'uomo non fosse il sostegno delle sue opere".

Gide era nato a Parigi, nel 1869, in una famiglia della ricca e colta borghesia protestante. Figlio unico, di salute fragile, aveva avuto una giovinezza solitaria, dedita allo studio e fortemente contrassegnata dall'influenza del rigorismo puritano e dell'intensa religiosità della madre. A tredici anni, André consacrava un amore spirituale a angelico alla cugina Madeleine, e pur avendo già preso atto, nel suo primo viaggio in Tunisia, delle proprie inclinazioni omosessuali, il 10 ottobre 1895, alla morte di Madame Gide, la portava all'altare. Una nota del Journal del 1 gennaio 1896 non lascia dubbi sul posto che la giovane donna veniva ad occupare nella sua vita: "Quante volte ho confuso Madeleine che era nella stanza accanto con mia madre". Il matrimonio non sarebbe mai stato consumato; Gide aveva già avuto la rivelazione in Tunisia che desiderio e amore erano per lui due esperienze incompatibili. Più tardi, nella scandalosa confessione autobiografica di Se il grano non muore (1926), egli parlerà più precisamente "di quella incapacità totale a mescolare lo spirito e i sensi che credo mi sia particolare e costituisce una delle ripugnanze cardinali della mia vita". Ma, a quell'epoca, Madeleine aveva smesso da tempo di leggere quel che andava scrivendo suo marito.

Una decina d'anni prima, davanti alla relazione non dissimulata di Gide con il quindicenne Marc Allégret, la sua capacità di comprensione e di resistenza era, infatti, venuta meno e Madeleine si era ritirata a vivere in campagna, non senza, però, aver prima distrutto tutte le lettere scrittele da Gide nell'arco di tempo di un trentennio. Ella conosceva troppo bene suo marito per non sapere che, così facendo, consumava la più terribile delle vendette. "E' il meglio di me che scompare e che non controbilancerà più il peggio - avrebbe poi ricordato Gide alla morte di Madeleine, nel 1938, rendendole in Et nunc manet in te, l'ultimo omaggio -. Per più di trent'anni le avevo dato (e continuavo ancora a darle) il meglio di me, giorno dopo giorno, anche durante la più breve delle mie assenze. All'improvviso mi sento distrutto. Non ho più animo a niente. Mi sarei facilmente ucciso".

Veniamo ora alla trama de L'immoralista, così come Gide stesso la riassumeva all'amico Ghéon: "Un giovane e distinto pederasta (sissignore!) prende coscienza della sua vocazione in seguito a una malattia. Sposatosi durante il suo vecchio regime, il nuovo al quale è convertito si addice meno al suo matrimonio - e viceversa. Sempre più infastidito dalla moglie, la sopprime poco a poco".

E' Michel, il giovane in questione, a raccontare in prima persona, in uno stile di sobria eleganza in cui Gide ha trovato finalmente la sua cifra, il recit - e non già il romanzo - che attende il lettore. In Tunisia, dove si è recato in viaggio di nozze, egli è colpito da una grave forma di tubercolosi e riesce a salvarsi grazie alla dedizione della moglie. Come era già avvenuto per Gide, che aveva conosciuto una esperienza simile, e che in quegli stessi anni leggeva Nietzsche, la malattia si annuncia per Michel come una rinascita, l'iniziazione a una nuova forma di salute. Assieme alla volontà di vivere e alla gioia dei sensi, Michel ha la rivelazione di un altro se stesso, che va molto al di là della sua inclinazione per i bei ragazzi tunisini: "Da quel momento fu lui che io volli scoprire: l'essere autentico, il "vecchio uomo" in noi, quello che il Vangelo aveva rifiutato; quello che tutto intorno a me, libri, maestri, genitori e io stesso, ci eravamo sempre sforzati di sopprimere... Da quel momento provai disprezzo per l'altro essere, secondario, costruito, che l'istruzione aveva formato al di sopra. Dovevo scuotermi di dosso quelle sovrapposizioni".

Michel sa che il maggior ostacolo alla sua metamorfosi è costituto dalla moglie Marceline, che egli continua, suo malgrado, ad amare ma che, innamorata di un'immagine del passato "ogni giorno più falsa", rappresenta un intollerabile richiamo al suo vecchio "essere". Così, quando a sua volta Marceline si ammalerà di tubercolosi, Michel la trascinerà in un viaggio a tappe forzate dalla Svizzera, dove sta recuperando le forze, verso un'Africa di cui egli sente sempre più fortemente il richiamo, pur rendendosi oscuramente conto che così facendo la uccide. Giunto alla fine del suo percorso, dopo avere tutto sacrificato al suo egoismo feroce e alla sua nuova "teoria" della vita, l'immoralista è tuttavia costretto a confrontarsi con una nuova, inattesa, rivelazione: "Saper liberarsi non è niente, il difficile è sapere essere liberto".

In che misura, dunque, questa fitta rete di concordanze tra vita ed opere si poteva prestare a una lettura autobiografica? E' lo stesso Gide a dircelo, illustrando la natura sperimentale, di innesto, del suo metodo: "Va da sé che io abbia dentro di me un germoglio di Michel... Quanti sono i germogli che portiamo in noi... e che sbocceranno solo nei nostri libri!... Per creare un eroe la mia ricetta è semplice: prendere uno di questi germogli, metterlo, tutto solo, in un vaso, e si otterrà quanto prima un individuo mirabile. Consiglio: scegliere di preferenza (se è vero che si può scegliere), il germoglio che vi dà più fastidio. E' il modo più sicuro di disfarsene. Forse è questo che Aristotele chiamava l'espurgazione delle passioni".

Ma al di là delle palesi coincidenze autobiografiche e dell'ammissione senza veli dell'omosessualità, era la natura della filosofia di Michel a suscitare scandalo. Fino a che punto, si chiedevano i benpensanti, Gide giustificava l'operato del suo eroe e lo proponeva ad esempio? Di nuovo, in una celebre intervista radiofonica del 1949, lo scrittore puntualizzava: "Credo che sarebbe un grave errore di considerare L'immoralista una apologia della nuova teoria scoperta da Michel. E', piuttosto, l'esposizione di questa teoria e al tempo stesso la scoperta di tutti i pericoli che essa può rappresentare... Il prezzo che Michel paga per la sua gioia (il sacrificio di Marceline) non è più alto della gioia ottenuta?... Credo che bisogna vedere in questo, come nella parte dei miei libri, un libro di critica". Una critica non disgiunta dall'ironia, come avrebbe poi annotato nel Journal.

Ad illustrazione di questa tesi, nel 1909, sette anni dopo la pubblicazione de L'immoralista, Gide dava alle stampe La porta stretta, un altro récit in prima persona che egli aveva in mente fin dai tempi in cui scriveva la storia di Michel. Si trattava, in effetti, di una vicenda speculare e antitetica a quella de L'immoralista: il giovane protagonista, Jérôme, ama riamato di un amore purissimo la cugina Alissa, eppure si rivela incapace di impedire che la fanciulla si lasci morire in nome dell'ascesi religiosa e della vocazione al sacrificio. Qui la gioia del momento presente, la visione pagana del mondo, il richiamo dei sensi hanno ceduto il passo a un profumo di cenere e figli ma la logica della rinunzia giansenista non si rivela meno spietata del cieco egoismo de L'immoralista. Se Michel aveva molto del suo creatore, Alissa assomigliava terribilmente a quella moglie a cui lo scrittore aveva dato "il meglio di sé" ed era lì a ricordare che in Gide il conflitto fra vecchio e nuovo, cultura e natura, presente e memoria, amore e sensi, nasceva un dramma interiore e sarebbe rimasto fecondamente irrisolto anche nell'opera a venire.
 
"Se un filosofo vi dà una risposta, non siete più in grado di capire nemmeno la domanda che avevate posto. "
 
la longevità di Gide (morto nel 1951) gli ha dato tutto il tempo per vedere l'astro proustiano eclissare il suo (nonostante egli avesse ricevuto, nel 1947, il premio Nobel).

La cosa deve essere risultata tanto più crudele in quanto era stato proprio lui, quel disgraziato giorno del 1912, a rifiutare per conto della NRF il manoscritto di Swann.

E inoltre non è affatto scontato che, una volta letto il libro, l'abbia davvero apprezzato tanto quanto teneva a dire. .



Al di là della famosa lettera scritta a Proust nel gennaio del 1914 e dell'intervento "di rito" comparso nel numero speciale della NRF intitolato "Hommage a Marcel Proust" dedicato allo scrittore subito dopo la sua morte, il ritratto che Gide delinea di Proust in tutti i suoi scritti è quello di un maniaco.

Era soprattutto sulla rappresentazione proustiana dell'omosessualità che non concordava con Proust: la giudicava troppo poco edificante, troppo poco "corretta".
 
Gennaio 1914





Mio caro Proust,

da qualche giorno non lascio più il vostro libro; me ne sazio con diletto, mi ci sprofondo. Ahimè! perchè deve essermi così doloroso amarlo tanto?...

...Aver rifiutato questo libro rimarrà il più grave errore della N.R.F. - e (poichè ho la vergogna di esserne in gran parte responsabile) uno dei rimpianti, dei rimorsi cocenti della mia vita. Con ogni probabilità credo si debba vedere in ciò un destino implacabile, poichè è una spiegazione davvero insufficiente del mio errore dire che mi ero fatta un'immagine di voi dopo pochi incontri "in società" che risalgono a circa vent'anni fa. Per me, voi rimanevate colui che frequenta assiduamente le signore X... e Z... colui che scrive su "Le Figaro"... Vi credevo - devo confessarvelo? - "dalla parte dei Verdurin".

Uno snob, un mondano dilettante, quanto di più modesto potesse esserci per la nostra rivista. E il gesto, che comprendo così bene oggi, di aiutarci a pubblicare questo libro, che avrei trovato affascinante se me lo fossi chiarito bene, non ha fatto, ahimé! che radicarmi in quell'errore.

Non avevo a disposizione che uno solo dei quaderni del vostro libro, che aprii con mano distratta, e la sfortuna volle che la mia attenzione cadesse subito nella tazza di camomilla di pag.62, poi inciampasse a pag.64, nella frase (la sola del libro che non so proprio spiegarmi - fino ad ora, perchè non aspetto per scrivervi di averne ultimato la lettura) in cui si parla di una fronte da cui traspaiono le vertebre.

E ora non mi basta amare questo libro, sento di provare per il libro e per voi una sorta di affetto, di ammirazione, di predilezione singolari.

Non posso continuare...Ho troppi rimpianti, troppi dolori - e soprattutto se penso che il mio assurdo rifiuto ha avuto conseguenze per voi , che vi avrà fatto soffrire, e che oggi io merito di esser giudicato da voi, ingiustamente, come io vi avevo giudicato. Non me lo perdonerò mai, - ed è soltanto per alleviare un poco il mio dolore che mi confesso a voi questa mattina - supplicandovi di essere più indulgente con me di quanto non lo sia io stesso.


André Gide
 
12 o 13 Gennaio 1914




Mio caro Gide,


Ho più volte sperimentato che talune grandi gioie hanno come condizione di esser prima stati privati di una gioia di qualità inferiore, che meritavamo, e senza il desiderio della quale non avremmo mai potuto conoscere l'altra gioia, la più bella.

Senza il rifiuto, senza i rifiuti ripetuti della N.R.F., non avrei ricevuto la vostra lettera. E se le parole di un un libro non sono totalmente mute, se (come credo) sono simili all'analisi spettrale e ci informano sulla composizione interna di quei mondi lontani che sono gli altri individui, non è possibile che dopo avere letto il mio libro voi non mi conosciate abbastanza per essere certo che la gioia di ricevere la vostra lettera supera infinitamente quella che avrei provato ad essere pubblicato dalla N.R.F. Posso a maggior diritto dirlo perché, quando ho conosciuto la disposizione sfavorevole della N.R.F., non ho affatto simulato di esservi indifferente. Il vostro amico (credo di poter quasi dire il nostro amico), il signor Copeau (*), può dirvelo.

Molto tempo dopo gli ultimi rifiuti da parte della sua rivista, mentre gli auguravo buona fortuna per il suo teatro, gli scrivevo (non ricordo le parole esatte, ma il pensiero era questo): "Ma le resistenze che incontrerete, da parte delle persone che non possono comprendere il vostro sforzo, saranno meno crudeli di quelle che provo io, da parte di persone che dovrebbero comprendere il mio. Ricordate che per poter sentire il mio libro situato nell'atmosfera che mi sembrava convenirgli, ho tenuto in poco conto il mio amor proprio, e senza lasciarmi scoraggiare, pur avendo un editore e un giornale, li ho abbandonati per sollecitare da voi un editore e una rivista, che non hanno voluto saperne di me, in nessun modo; la parola del Vangelo continua ad essere vera: "Voleva entrare nella sua casa, e i suoi non l'hanno accolto".

Ricordo che gli citavo questa frase e gli dicevo che era facile condannare il boulevard, ma che non bisogna neppure rimandare al boulevard coloro che non sono fatti per esso e che scrivono sui giornali soltanto perché le riviste ad essi più confacenti non vogliono saperne di loro.

Se vi dico tutto questo, caro Gide, è per dimostrarvi che sono completamente sincero nel dirvi che i sentimenti che provo per voi (oltre alla mia ammirazione profonda) sono soltanto quelli della mia riconoscenza più commossa.

Se vi rammaricate per avermi addolorato (e l'avete fatto anche in un altro modo, che tuttavia vi dirò a voce, se la mia salute mi permetterà mai di farlo), vi supplico di non serbare alcun rammarico, perchè voi mi avete fatto mille volte più piacere di quanto non mi abbiate addolorato.

Se siete sufficientemente buono per rallegrarvi o affliggervi secondo il bene che avete fatto (e io so che è così dai vostri mirabili Appunti di un giurato), siate felice. Come vorrei essere capace di procurare a qualcuno che amassi il piacere che voi avete procurato a me! Ecco, ricordo questo. Poco fa, vi dicevo di avere desiderato che la N.R.F. mi pubblicasse per sentire il mio libro nell'atmosfera nobile che mi sembrava meritare. Non era solo questo. Sapete, quando dopo molte indecisioni si decide di partire per un viaggio, il piacere che ci ha fatto decidere, la cui immagine fissa ha finito col trionfare sul fastidio di lasciare la propria casa, ecc., è spesso un piacere assai piccolo, arbitrariamente scelto dalla memoria fra i ricordi del passato...è mangiare un grappolo d'uva a quell'ora, a quel tempo. E il piacere per cui si parte, quando si è tornati ci si accorge di non averlo provato.

Ora, per essere veramente sincero, quel piccolo piacere che mi ha fatto decidere all'improvviso, malato com'ero, quegli assurdi passi col signor Gallimard, e poi di perseverare, ecc., fu, me ne ricordo molto bene il piacere di essere letto da voi. Mi dicevo: "Se la N.R.F. mi pubblica, è molto probabile che egli mi legga.

Ricordo che fu quello il grappolo d'uva dissetante , la cui speranza mi fece superare il fastidio delle telefonate che rimanevano senza risposta, ecc., quando "dalla parte del boulevard" mi venivano invece rivolti appelli così gentili. Ora, quel piacere, io, più fortunato del viaggiatore finalmente l'ho avuto, non come credevo, non quando credevo, ma più tardi, ma in altro modo, e assai più grande, sotto la forma di questa vostra lettera.

Sotto questa forma, ho "ritrovato" il Tempo perduto. Vi ringrazio e vi lascio, ma per rimanere con voi, per seguirvi, questa sera, nei Sotterranei del Vaticano

Vostro devotissimo e riconoscente


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