Ludmilla

San Giacomo apostolo
1516
tempera su tela; 46 x 38
Firenze, Uffizi
Dopo il 1511 Dürer dipinse quasi soltanto ritratti o quadri di devozione di tipo ritrattistico, abbandonando le complesse composizioni dai colori sgargianti. Quest’opera è significativa del nuovo stile, con il quale l’artista cerca di eguagliare la semplicità della natura. Si tratta di un ritratto carico di severità e di tensione morale, realizzato come parte di una serie che avrebbe dovuto comprendere tutti i discepoli di Cristo e che si interruppe alla tela del San Filippo apostolo, ugualmente conservata agli Uffizi. Nella fattura della barba del santo, Dürer dimostra tutta la sua maestria nella resa lenticolare dei particolari.


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Vitruvio Pollione, architetto e ingegnere romano del I secolo a.C., fu contemporaneo di Cesare e Cicerone. Come architetto, forse, costruì la scomparsa basilica di Fano, raffigurata in una ricostruzione ipotetica nell'edizione del 1521 commentata da Cesariano. Come ingegnere egli stesso accenna a propri lavori eseguiti sotto Augusto, mentre Frontino lo menziona quale addetto agli acquedotti di Roma.
La data di composizione del trattato non è certa, forse fra il 27 e il 23 a.C. Il testo dell'opera, nonostante i tentativi di sistematizzazione operati nelle varie edizioni a stampa, appare come il risultato di un lavoro condotto a più riprese, non privo di inesattezze e lacune. Comunque, i manoscritti di Vitruvio finora conosciuti risalgono in gran parte al periodo compreso fra il lX e la fine del Xlll secolo. Fra questi, va segnalato l'Harleianus (British Museum Library) del lX secolo, capostipite di una serie di copie eseguite fino al XV secolo. Il De Architectura, nelle edizioni a stampa, è stato diviso in dieci libri dei quali esistono numerosi compendi.
Il primo libro illustra i significati e le parti dell'architettura e la formazione dell'architetto e si sofferma sull'uso e le caratteristiche degli ordini architettonici. Nel secondo libro si affrontano argomenti di carattere tecnico, come la descrizione dei materiali da costruzione. Nel terzo -dove si descrive l'uomo ideale- e nel quarto libro si descrivono i diversi tipi di templi e si torna a parlare degli ordini architettonici, mentre nel quinto si affronta l'argomento degli edifici pubblici. Il sesto e settimo libro quello delle case private. Fra gli argomenti con attinenza alle macchine o alle difese -di competenza dell'ingegnere più che dell'architetto- si possono segnalare i passi dedicati alla costruzione delle mura urbane (libro primo), agli acquedotti (libro ottavo), all'utilità delle scienze (libro nono) e, infine, alla trattazione della machinatio, o costruzione di macchine ad uso civile o bellico (libro decimo). Vitruvio arricchisce il trattato con osservazioni desunte da esperienze personali e fa esplicito riferimento alle proprie fonti: Ctebisio di Alessandria e Archimede per numerose invenzioni, Aristosseno (allievo di Aristotele) per la musica, Agatarco per le scene di teatro e Terenzio Varrone per l'architettura.
 
Vitruvio, nello spiegare il significato dell'eurythmia e della simmetria stabiliva un paragone fra il corpo umano ideale e quello di un edificio. L'euritmia o armonia di un corpo umano dipende dall'aspetto e dalla disposizione delle sue parti anatomiche. Nei tempî, la simmetria -o corrispondenza proporzionale- si ricava "dal modulo o unità di misura (o massimo comun divisore), che è il diametro delle colonne, oppure il triglifo" (Ferri, I, 2, 4, p. 57).

La composizione di un tempio esprime la ricerca della simmetria, "il cui calcolo gli architetti debbono scrupolosamente conoscere e applicare" (Ferri, III, 1, 2, p. 95). La simmetria nasce dalla proporzione e pertanto ogni tempio deve essere ispirato ad entrambe e ogni suo membro dovrà essere dimensionato in modo esatto, come si conviene ad un "uomo ben formato".

La Natura, che l'architetto deve imitare, ha composto il corpo dell'uomo ideale in modo tale che il viso, se misurato dal mento alla sommità della fronte e alla radice dei capelli, corrisponde a un decimo dell'altezza del corpo. La stessa proporzione si presenta nella mano aperta se viene misurata dalla sua articolazione fino alla punta del dito medio. L'altezza del viso si divide in tre parti uguali: dal mento alla base delle narici, dal naso fino al punto d'incontro con le sopracciglia e da queste alla radice dei capelli. Il piede è la sesta parte dell'altezza del corpo e così via. Rispettando tali proporzioni i pittori e gli scultori dell'antichità ottennero grandi elogi. Alla stessa maniera, le misure delle parti di un tempio dovranno avere una stretta corrispondenza e concordanza con il tutto.
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Il corpo umano ha inoltre un centro che corrisponde all'ombelico. Se infatti "si collocasse supino un uomo colle mani e i piedi aperti e si mettesse il centro del compasso nell'ombelico, descrivendosi una circonferenza si toccherebbero tangenzialmente le dita delle mani e dei piedi. Ma non basta: oltre lo schema del circolo, nel corpo si troverà anche la figura del quadrato. Infatti se si misura dal piano di posa dei piedi al vertice del capo, poi si trasporterà questa misura alle mani distese, si troverà una lunghezza uguale all'altezza, come accade nel quadrato tirato a squadra" (Ferri, III, 1, 4, p. 97).


Questo brano, in cui Vitruvio riconduce l'uomo ideale (microcosmo) alle figure geometriche della circonferenza e del quadrato -simbolo dell'universo e della terra (macrocosmo)- ha affascinato schiere di architetti che, a partire dal rinascimento, si sono cimentati nella traduzione grafica di tale insegnamento. Fra questi, va ricordato il famoso disegno di Leonardo da Vinci, conservato presso le Gallerie dell'Accademia di Venezia; quello di Fra' Giocondo, pubblicato nel suo trattato a Venezia nel 1511 e quello di Andrea Palladio, pubblicato nel commento a Vitruvio di Daniele Barbaro, uscito nell'edizione latina del 1567.
 
Wycliffe, John (Hipswell, Yorkshire 1330 ca. - Lutterworth 1384), filosofo, teologo e riformatore religioso inglese, precursore della Riforma protestante. Compiuti gli studi di teologia a Oxford, si dedicò all'insegnamento, esercitando il sacerdozio presso numerose parrocchie. Nel 1375, in occasione di una disputa tra la Corona inglese e il papato circa il pagamento di un'imposta pontificia, pubblicò De dominio divino e De civili dominio, due libelli a favore del diritto parlamentare di limitare i poteri della Chiesa. Re Edoardo lo pose a capo di una commissione che incontrò i rappresentanti pontifici a Bruges. L'incontro fallì, ma Wycliffe si guadagnò la protezione della fazione antipapale in Parlamento. Nel 1377 per la sua dottrina del "dominio fondato sulla grazia", secondo la quale qualsiasi autorità è conferita direttamente dalla grazia divina e viene meno in caso di peccato mortale, fu bollato da papa Gregorio XI di eresia.

Nel 1379 ripudiò il dogma della transustanziazione, dichiarò la Bibbia unica fonte di autorità religiosa e morale e si scagliò contro la pratica del commercio delle indulgenze; in seguito inviò alcuni discepoli, detti lollardi o predicatori poveri, per le campagne a diffondere le sue teorie religiose egualitarie e la sua Bibbia tradotta in inglese. Nel 1382 l'arcivescovo di Canterbury lo fece condannare come eretico e ne provocò l'espulsione da Oxford.

Gli insegnamenti di Wycliffe conobbero un'enorme diffusione, influenzando notevolmente il riformatore religioso boemo Jan Hus e Martin Lutero. Nel maggio del 1415 il concilio di Costanza riesaminò le dottrine di Wycliffe e ordinò di riesumarne e bruciarne il cadavere. Il decreto venne attuato nel 1428.
 
E. Dickinson vide la luce nel Massachusetts, ad Amherst nel 1830.
Faceva freddo, era la prima decade di dicembre, quando la neonata aprì gli occhi in quella casa confortevole ed avita, acquistata dal nonno; ad attenderla vi era già un fratellino, W. Austin.
Il papà, stimato avvocato di Amherst e la mamma, donna affettuosa, ma poco avvezza alla poesia, fecero di tutto per non far mancare mai nulla alla famiglia. Ed Emily seppe ricambiare, a modo suo, s'intende, tutte le attenzioni ricevute.

Il senso della famiglia era radicato tra i Dickinson, e più tardi sarà proprio la sorella minore di Emily, Lavinia, a pubblicare la raccolta postuma di versi della grande poetessa americana.

Viaggia poco la giovane E. D., le vie di comunicazione erano assai esili, rispetto ad oggi, tuttavia ebbe occasione di varcare i confini di Amherst.

Fu più volte a Boston dai parenti materni, ma un viaggio la segnò e per tutta la vita. E' quello del 1855. E' allora che insieme a Lavinia, la sorella, di cui abbiamo ora scritto, va a Washington dal padre e poi a Filadelfia. Quì incontra il Reverendo Charles Wadsworth, pastore presbiteriano.

La poetessa si innammora di lui e quest'amore crescerà nel suo cuore, malgrado la lontananza, e metterà radici come una vecchia quercia. Molte sono le poesie di Emily che orbitano intorno a questo amore non realizzato. I due si incontrano solo un paio di volte, ma platonicamente, tuttavia gli sguardi fugaci che si scambiano, insieme ai discorsi di una certa profondità, sono sufficienti per alimentare il sentimento.

Emily, dunque, non si sposa e conduce la sua esistenza in famiglia e nella casa dove è nata, col verde dentro ed il silenzio del tempo. Ebbe molti dolori, tra cui la malattia della madre, ma il più grande è legato alla morte del suo Charles Wadsworth, avvenuta nel 1882. Ella lo seguì quattro anni più tardi, il 15 maggio del 1886. Anche quel giorno, vestiva di bianco: era il suo colore preferito.

La tematica delle poesie della Dickinson non è tuttavia solo quella amorosa, ma quella legata alla natura, alla morte, alla famiglia. Molte sono le novità stilistiche che emergono dai suoi versi, ma la flessibilità metrica è la più importante: è a vantaggio del contenuto.

Ci piace salutarla con le espressioni di una sua lettera del 1862:
Sono piccola come un scricciolo, e ho i capelli ribelli come un riccio di castagna, e i miei occhi sono come lo sherry che un ospite ha lasciato in fondo al bicchiere.
 
Se io potrò impedire a un cuore di spezzarsi

non avrò vissuto invano

Se allevierò il dolore di una vita o guarirò una pena

o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido

non avrò vissuto invano.


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Solitudine

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare e solitudine la morte
eppure tutte queste son folla in confronto
a quel punto più profondo, segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.


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Il successo appare come la più dolce cosa
A chi non l'ha mai avuto.
Per apprezzare un nettare
Bisogna essere assetati.
Non uno della purpurea folla
Che oggi ha conquistato la bandiera
Può dare una definizione
precisa della vittoria.
Come colui che vinto nell'agonia della morte
Sente col suo orecchio deluso
Le lontane note del trionfo,
che bruciano strazianti e chiare!

1859


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Non vidi mai una brughiera,
non vidi mai il mare,
ma so che aspetto ha l'erica e che cosa è un'onda.

Non ho mai parlato con Dio
ne' visitato il cielo,
eppure so dov'è,
come se avessi il biglietto per entrare.


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Taglia i pomeriggi d'inverno
una certa obliquità di luce
che grava con la stessa pesantezza
delle note in una cattedrale.

Celestialmente ci ferisce,
cicatrici non se ne trovano,
solo un interiore disappunto
dove risiedono i significati, c'è.

Nessuno può insegnarlo quasi
è un sigillo disperato,
una imperiale afflizione
che ci elargisce l'aria.

Quando viene il paesaggio sta in ascolto,
le ombre trattengono il respiro,
quando va via è come la lontananza
sul sembiante della morte.



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Fammi un ritratto del sole

Così che io possa appenderlo in camera mia

E possa fingere di scaldarmi

Mentre gli altri lo chiamano " Giorno"!

Disegnami un pettirosso su un ramo

Così che io possa ascoltarlo mentre dormo

E quando cesserà il campo nei campi

Anch'io deporrò la mia illusione.

Dimmi se e' vero che fa caldo a mezzogiorno

Se sono i ranuncoli quelli che volano

O le farfalle quelle che fioriscono.

Poi, manda via il gelo dai prati

E scaccia la ruggine dagli alberi

Dammi l'illusione che ruggine e gelo

Non debbano più tornare!

1860


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Notti selvagge notti selvagge!

Fossi con te le notti selvagge sarebbero

La nostra lussuria!

Inutili i venti

Per un cuore che e' già in porto

Basta con la bussola

Basta con la mappa!

Remare nell'Eden

Ah, il mare!

Potessi questa notte

Ancorarmi in te!

1861


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Se per sfuggire alla memoria

Fossimo provvisti di ali

Molti volerebbero

Abituati a cose ben più lente

Gli uccelli impauriti

Scruterebbero il gigantesco carro

Degli uomini che fuggono disperati

Dalla propria mente

1880


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Per provarti che sempre ho amato

Ti porto una semplice prova:

che per quanto abbia amato

non ho vissuto abbastanza

che sempre amerò

te lo assicuro

l'amore e' vita

e la vita e' immortale

dubiti ancora amore?

se e' così

non ho altro da mostrarti

che il mio calvario

1863


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Per fare un prato bastano
Un trifoglio,
un'ape un trifoglio,
un'ape e un sogno.

Può bastare il sogno
Se le api sono poche


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Emily Dickinson, considerata una delle più grandi poetesse statunitensi, nasce nel Massachusetts nel 1830. Il padre, Edward, è uno stimato avvocato ed eminente figura pubblica, due volte eletto al Congresso Americano.

Molto del carattere e della vita di Emily, traspare, oltre che dalle più di duemila poesie scritte, dalla enorme mole di lettere che, da un certo momento, saranno per lei l'unica forma di contatto con l'esterno.

Anche se nei primi anni della sua vita è possibile scorgere in lei un atteggiamento gioioso e pieno di incanto e di interesse per il mondo che la circonda, fu precocemente attratta dal mistero della morte, pensosa e tendente ad appartarsi.

La sua vita fu pesantemente segnata dalla morte di persone care e da amori infelici.

Fu incapace di conformarsi alle regole della società del tempo e ne soffrì, nutriva ad esempio una profonda avversione per le faccende domestiche e non riuscì ad accettare le rigide restrizioni che la religione imponeva.

Grande fu il suo interesse e l'amore per la natura: i giardini, i fiori, i piccoli animali e i fenomeni atmosferici, saranno tra gli argomenti da lei preferiti.

Nonostante considerasse le amicizie il suo "vero tesoro inestimabile", intorno ai trent'anni incomincia a vestire solo di bianco e a non uscire più da casa, vivendo in assoluto isolamento, rifiutando di presentarsi alla vista di coloro i quali la andassero a trovare. Sempre più forte nel tempo divenne l'attaccamento per la sua casa, unico posto dove si sentisse sicura. Netta è, in molte sue poesie, la sensazione di una vita vista dalla finestra. Interruppe gli studi perchè la lontananza dalla famiglia la deprimeva, e in seguito arrivò a rifiutare inviti ad andare a trovare amici o parenti, adducendo la paura che i suoi cari morissero mentre era via. Fu questo un bisogno di protezione e una difficoltà a diventare adulta, quasi un vero e proprio rifiuto; una eccessiva tensione nervosa e sensibilità. Gli estranei le incutevano paura e per gli amici provava un affetto "fatto più di apprensione che di pace". Questi squilibri emotivi, che culmineranno anche in un collasso nervoso, hanno fatto chiedere a molti come mai non sia scivolata nella pazzia.

Nonostante l'insistenza di amici e di esponenti della cultura del tempo, si oppose sempre alla pubblicazione delle sue poesie. Infatti solo pochissime lo furono mentre fu in vita.

Muore all'età di 56 anni
 
La bellezza non ha causa:

Esiste.

Inseguila e sparisce.

Non inseguirla e rimane.

Sai afferrare le crespe

Del prato, quando il vento

Vi avvolge le sue dita?

Iddio provvederà

Perchè non ti riesca.
 
Quanti fiori decadono nel bosco

O periscono dalla collina,

Che non ebbero in sorte di conoscere

Il loro splendore!

E quanti affidano un seme senza nome

A una brezza vicina,

Ignari del dono scarlatto

Che recherà ad altri occhi!
 
Emily Dickinson è considerata oggi tra i più grandi lirici mo derni. Scrisse 1775 poesie: solo 7 furono pubblicate durante la sua vita. L'edizione delle sue opere apparve postuma, in varie raccolte fino alla prima e completa edizione critica del 1955. Nei suoi versi si riflette, nonostante l'isolamento fisico dell'autrice, il dramma intellettuale e morale del nord-America del suo tempo: il con- trasto tra la visione fervida di Emerson e quella tragica di Hawthorne, tra la tradizione puritana del New England e un moderno individualismo esistenziale. Si esprime in forma di cristallina, straziante lucidità. La forza della poesia di Dickinson si è imposta alla critica per gradi suc- cessivi. Primario è stato lo studio dei grandi temi: l'amore, la morte, la natura magica e disintegratice, l'incontro con il dio assente. E la serie di polarità: astratto/concreto, quotidiano/eterno, deperibile/immortale. E' seguita l'analisi delle anomalie grafiche, metriche, ritmiche, sintattiche, lessicali del suo linguaggio, coerente in questa volonta- ria trasgressività, con la sua visione di eretica, lucida testimone di una società dibattuta tra declinante puritanesimo e insorgente capi- talismo.
 
Se più non fossi viva

Quando verranno i pettirossi,

Date a quello con la cravatta rossa

Per ricordo una briciola.

Se non potessi ringraziarvi

Perchè immersa nel sonno,

Sappiate che mi sforzo

Con le mie labbra di granito!
 
Emily Elizabeth Dickinson, poetessa tra le più grandi dell’Ottocento americano e, con Saffo, probabilmente la più grande mai esistita, figlia di un facoltoso avvocato, nacque ad Amherst, nel Massachusetts, nel 1830.
Come tutte le ragazze di buona famiglia ricevette un’ottima educazione, libera e completa per l’epoca puritana in cui visse, sostenuta da un suo innato spirito critico e da indipendenza intellettuale ma, a trentadue anni, per motivi tuttora non chiari, certamente non legati a motivi familiari, o ad un’invalidità fisica, o a disprezzo per gli altri e per il mondo esterno, oppure ad un amore disperato, come aveva preannunciato in una lettera "Non me ne vado più di casa", si chiuse definitivamente in casa, votandosi ad una vita solitaria e silenziosa, mantenendo i contatti solo con pochi amici, comunicando con i familiari a porta socchiusa, e col mondo esterno solo attraverso le sue lettere, vestendo perennemente di bianco, come una sposa.
C’era stato un amore infelice nella sua vita, uno dei suoi tanti amori nascosti, quello per il pastore quarantunenne, sposato e con figli, Charles Wadsworth, l’amico più caro, al quale molte poesie aveva dedicato, ma sembra da escludere che l’esperienza dolorosa dell’amore infelice possa essere stato la causa della sua definitiva scelta di segregazione, potrebbe averla incoraggiata, ma non determinata, anche perché numerose lettere e poesie del 1862, successive alla fine dell’affettuoso legame, indicano che il dolore si era lenito ed il dispiacere era stato superato.
Probabilmente l’isolamento volontario fu una scelta di Emily dettata dal bisogno assoluto di introspezione, di profonda concentrazione in se stessa, di consacrare definitivamente la sua anima alla poesia giacché, come molti suoi versi testimoniano, l’unico mondo che le interessasse era quello interiore. Eppure, e qui risiede il fascino dei suoi versi, alla trascendenza del suo mondo poetico corrispondono immagini concrete, dove sono continuamente presenti sia l’elemento spirituale che quello oggettuale, il cosmo ed il piccolo mondo domestico, l’assoluto ed il relativo.
Emily, sola al centro di un mistero, il Mistero, con i sensi affinati e potenziati, con la vista, con l’udito, col tatto, ne coglieva i segnali: la luce particolare di un pomeriggio d’inverno, la linea di uno stelo, un pettirosso tra i rami, il bisbiglio dell’ape, l’arcobaleno multicolore contro il cielo d’un tenero azzurro. E scriveva, scriveva, seduta dietro al suo scrittoio componeva versi enigmatici, allusivi, sfuggenti, a tratti oscuri, versi sulla solitudine, sull’amore, sulla morte, sulla natura, descrivendo boschi, ruscelli, uccelli, prati, talvolta anche elementi mai visti nella realtà, come molti degli animali e dei fiori che conosceva solo attraverso le illustrazioni dei suoi libri.
Ad Emily non interessava pubblicare (infatti, in vita, e senza il suo nome, solo sette poesie furono pubblicate), soltanto esprimersi per liberare le profonde emozioni che, pur vivendo in assoluta reclusione, sentiva in profondità, ma, dopo la sua morte, avvenuta nel 1886, furono ritrovate in un cofanetto 1775 poesie raccolte in fascicoletti, rilegate con cura, che testimoniano per intero l’intensa esperienza umana da lei vissuta: la scelta estrema di solitudine.
 
Sarei forse più sola

Senza la mia solitudine.

Sono abituata al mio destino.

Forse l’altra-la pace-

Potrebbe spezzare il buio

E riempire la stanza-

Troppo stretta per contenere

Il suo sacramento.

La speranza non mi è amica-

Come un’intrusa potrebbe

Profanare questo luogo di dolore-

Con la sua dolce corte.

Potrebbe essere più facile

Affondare-in vista della terra-

Che giungere alla mia limpida penisola

Per morire-di piacere.
 
Samuel Beckett nasce il 13 aprile 1906 in Irlanda, a Foxrock, un piccolo centro vicino a Dublino, dove trascorre un'infanzia tranquilla, non segnata da eventi particolari.

All'età di 14 anni frequenta la stessa scuola di Oscar Wilde, la Port Royal School. Nonostante eccella in moltissime attività (soprattutto sportive, ma è anche già interessato alla letteratura, infatti comincia a studiare Dante con profondo interesse), Beckett coltiva già da ragazzo i segni di un profondo malessere interiore di cui porterà i segni tutta la vita: cresce nella più totale solitudine, isolandosi completamente da chi lo circonda; lo stato di depressione in cui vive è tale da costringerlo a letto giornate intere: spesso infatti non riesce ad alzarsi fino a pomeriggio inoltrato, tanto è pesante da sopportare la realtà che lo circonda.

Nonostante ciò, non sono poche le donne disposte a cascare ai suoi piedi; fra le ammiratrici vanterà anche la figlia di James Joyce; però non accetta le avances di nessuna, ancora fermo nell'idea di non legarsi a nessuno. Arriverà addirittura a rompere con la sua prima ragazza perchè non disposto a soddisfarla fisicamente!... La prima svolta importante avviene nel 1928, quando decide di spostarsi a Parigi in seguito all'assegnazione di una borsa di studio da parte del Trinity College, dove studia francese e italiano.
 
Il trasferimento ha subito effetti positivi: non passa molto tempo perchè il ragazzo definisca "casa" la città. Inoltre comincia a interessarsi attivamente alla letteratura: frequenta i circoli letterari parigini dove conosce James Joyce, che gli fa da maestro.

La scrittura gli scrolla di dosso un po' del malessere: solo pochi anni dopo vince il primo premio letterario consistente in dieci sterline per un poema intitolato "Whoroscope", che tratta della transitorietà della vita. Comincia contemporaneamente uno studio su Proust, giungendo alla conclusione che la routine, l'abitudine, "non è che il cancro del tempo"; è ciò che gli serviva per dare un'ulteriore svolta alla sua vita.

Lascia il Trinity College e comincia a viaggiare senza meta per l'Europa.

Attraversa l'Irlanda, la Francia, l'Inghilterra e la Germania, componendo versi ma anche storie brevi. In questo periodo legge assiduamente, visita gallerie d'arte, non di meno evita gli eccessi (beve continuamente, frequenta prostitute). Infine decide di trasferirsi definitivamente a Parigi, cosa che porta a compimento nel 1937.
 
In questi anni conosce Suzanne Dechevaux-Dumesnil, una donna di diversi anni più vecchia che diventa la sua amante e solo svariati anni più tardi la moglie.
Beckett si trova a Parigi durante lo scoppio della seconda guerra mondiale; decide di prendere parte al conflitto facendo da traduttore per la resistenza, ma presto è costretto ad allontanarsi per evitare il pericolo che incombe sulla città e si trasferisce in campagna con Suzanne. Qui lavora come agricoltore e per breve tempo in un ospedale, infine torna a Parigi nel 45, finita la guerra, dove trova ad attenderlo consistenti difficoltà economiche.

Nel periodo fra il 45 e il 50 compone varie opere, tra cui le novelle Malloy, Malone muore, L'innominabile, Mercier et Camier, due libri di storie brevi e le prime opere teatrali, quelle per cui è universalmente conosciuto.

E' proprio in questi anni infatti che scrive Waiting for Godot, il suo capolavoro.

L'opera (che ottiene successo immediato dopo la messa in scena nel '53 al Theatre de Babylone) narra l'attesa di Vladimir ed Estragon, due viandanti che si trovano in un luogo indefinito (sappiamo soltanto che accanto a loro c'è un salice piangente, simbolo di tutto e di niente....) ad aspettare un certo Godot, che dovrebbe offrirgli un lavoro. Della vicenda non sappiamo nient'altro: dove hanno conosciuto quest'uomo? Da dove vengono i due personaggi e soprattutto da quanto aspettano? Del resto non lo sanno neanche loro, che si trovano a rivivere le stesse situazioni, gli stessi dialoghi, gesti, all'infinito, senza potere darsi risposte neppure alle domande più ovvie.

Oltre a Vladimir ed Estragon ci sono soltanto altri tre personaggi: Pozzo, un ricco borghese che si aggira senza meta per le sue terre col suo servo Lucky, essere umano ridotto in condizioni bestiali, che sbava ed emette versi atroci e parla solo una volta in un lungo, sconclusionato monologo; infine un ragazzo mandato di tanto in tanto da Godot perchè avvisi i due protagonisti che quel giorno non potrà venire.

Innumerevoli sono stati i tentativi di interpretazione di quest'opera da parte della critica, ma è inutile cercare di arrivare a qualcosa di definitivo; possiamo solo intuire quanto di sè abbia messo l'autore, continuamente attraversato dal profondo (e forse inspiegabile) disagio interiore.
Forse anche lui dentro di sè aspettava Godot, senza sapere chi o cosa fosse...

Al '57 invece risale la prima rappresentazione di Endagme, "Finale di partita", al Royal Court Theatre di Londra. Tutti i lavori di Beckett sono estremamente innovativi, si separano completamente da quella che è la forma tradizionale del dramma, sia per quello che riguarda lo stile, sia per i temi: per quanto riguarda questi ultimi il punto di unione fra le opere è la solitudine dell'uomo moderno che si trova ad affrontare la perdita di dio in una condizione di rassegnazione, potenza e ignoranza incolmabili, e senza avere assolutamente modo di comunicare con qualcuno.

Lo stile che usa è basato su frasi secche, scarne, adatte soprattutto al dialogo (le descrizioni di personaggi o ambienti sono ridotte all'essenziale) condite spesso da citazioni e da uno spiccato senso dell'umorismo.

Samuel Beckett è stato il primo "scrittore dell'assurdo" ad ottenere fama internazionale, arrivando anche a vincere nel '69 il premio Nobel per la letteratura grazie a "Waiting for Godot".

In seguito ha continuato a scrivere, fino alla sua morte avvenuta il 22 dicembre dell'89, ma anche la scrittura negli ultimi anni è diventata un peso da portare con immensa difficoltà.
 
Aspettando Godot Samuel Beckett e' sicuramente l'autore di maggior spicco nell'ambito del cosiddetto Teatro dell'Assurdo che puo' vantare, tra gli altri suoi adepti, personaggi del calibro di Ionesco e Pinter e "Aspettando Godot" e', senz'altro, il suo dramma piu' noto. .
La prima questione che ci si e' sempre posti in relazione a questo testo riguarda proprio l'identita' di Godot. Chi e' questo fantomatico Godot? Semanticamente il nome richiama la forma inglese God, ossia Dio. Ma Godot
e' davvero Dio? E il suffisso -ot farebbe pensare a un Robot.

Un Dio-RObot dunque? La risposta non esiste, ma la piu' plausibile e' quella secondo cui Godot potrebbe essere davvero chiunque o qualsiasi cosa, probabilmente addirittura la Morte.In secondo luogo, non possiamo fare a meno di domandarci se Godot arrivera' prima o poi o se ci sara' sempre un ragazzo che verra' a dire che il signor Godot verra' "domani". E, come il precedente, questo interrogativo rimane aperto, sebbene la costruzione del secondo atto, quasi
come un calco del primo, ci indurrebbe a pensare che se ne esistessero un terzo e un quarto - e cosi' via all'infinito - la storia si ripeterebbe sempre uguale. Del resto, la struttura circolare - e mi pare che relativamente ad "Aspettando Godot" si possa parlare, in un certo senso, di struttura circolare - in letteratura sottintende spesso una visione pessimistica.

C'è qualcosa da dire anche sui personaggi pero', inziando dalla coppia Pozzo/Lucky che molti hanno identificato nell'opposizione capitalista/proletario. La supposizione ha, in fondo, basi piuttosto valide e chiarissime nel primo atto (Pozzo, il capitalista, sfrutta Lucky, il proletario). Nel secondo atto e' emblematica - se accettiamo questa visione - la loro trasformazione:
il capitalista e' cieco (puo' forse significare che non vede quelle che sono le condizioni miserabili della classe operaia?) e il proletario e' muto (e' un espediente per denunciare l'impossibilita' di ribellarsi allo stato di cose?) e questo sembrerebbe avvalorare la tesi che vuole identificare i due con le categorie sopra citate.Vladimir ed Estragon, i due protagonisti, i vagabondi che indossano una bombetta alla Stanlio e Ollio, sono emblematici, non solo del dramma specifico ma dell'intera opera dell'autore irlandese.

Il teatro dell'Assurdo di Beckett, infatti, mira proprio ad analizzare le possibilita' del linguaggio - sarebbe piu' corretto parlare di esaurimento delle possibilita' del linguaggio - tanto che nelle sue ultime opere, alle
conversazioni sconnesse subentra il silenzio. Il linguaggio si identifica nel non-linguaggio dunque, in un linguaggio svuotato, in un linguaggio che non diventa veicolo ma, semmai, barriera alla comunicazione; a regnare, infatti, e' esattamente l'opposto di quella che e' la comunicazione, ossia il nonsense."Aspettando Godot" rimane una delle opere piu' controverse e tuttavia piu' celebri del teatro inglese contemporaneo sebbene a questo punto andrebbe fatta una necessaria precisazione. Beckett era irlandese (come del resto lo erano Joyce o Yeats, sebbene vengano universalmente considerati autori inglesi - di lingua inglese certo, ma non di nazionalita' o di "sentire" inglese) ma visse a lungo a Parigi e scriveva le sue opere in francese,
traducendole solo in un secondo momento nella lingua-madre. La tradizione letteraria inglese si e' comunque "appropriata" della sua opera, cosi' come ha fatto del resto con tutti i grandi autori che si sono espressi in lingua inglese.

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