Lyxor Etf Dow Jones Industrial Average isin FR0007056841

  • Due nuove obbligazioni Societe Generale, in Euro e in Dollaro USA

    Societe Generale porta sul segmento Bond-X (EuroTLX) di Borsa Italiana due obbligazioni, una in EUR e una in USD, a tasso fisso decrescente con durata massima di 15 anni e possibilità di rimborso anticipato annuale a discrezione dell’Emittente.

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heyjack

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Ciao a tutti,

stavo pensando di acquistare alcune quote di Lyxor Etf Dow Jones Industrial Average per investire su alcune aziende USA che mi sembrano interessanti.
Tra le varie: IBM, CocaCola, McDonalds, Johnson&Johnson...

Guardando i dati su BorsaItaliana non mi sembra sia molto liquido. Cosa ve ne pare? Dal mio punto di vista non e` un segno molto positivo.

Mi sapreste inoltre dare qualche buon motivo per cui acqiustare l'ETF e non direttamente le azioni? :mmmm:

Grazie :D
 
Io, personalmente, in questo momento, preferisco il Nasdaq...:)
 
per il nasdaq ottimo l'etf powershares EQQQ..... il vantaggio di un etf rispetto all'azione è la maggiore diversificazione....
però come case d'investimento opero quasi esclusivamente con ishares e powershares in quanto gli unici con replica fisica del sottostante..OK!
 
io opero oramai da tanto su ETF ISHARES PLC S&P 500 che replica l’andamento dell’indice S&P 500.
Lo strumento molto liquido permette di investire sulle 500 maggiori società quotate negli Stati Uniti, attraverso un indice altamente rappresentativo dell’economia americana e dell’andamento del mercato azionario di New York. Ogni tre mesi viene distribuito un dividendo.
 
io opero oramai da tanto su ETF ISHARES PLC S&P 500 che replica l’andamento dell’indice S&P 500.
Lo strumento molto liquido permette di investire sulle 500 maggiori società quotate negli Stati Uniti, attraverso un indice altamente rappresentativo dell’economia americana e dell’andamento del mercato azionario di New York. Ogni tre mesi viene distribuito un dividendo.

dici IUSA?
 
io il dow jones, punto alla ripresa dell'economia USA
cosa ne pensi della liquidita`?

Penso che la bassa liquidità, specialmente ora, sia un grave handicap;)
---
Anche io prediligo gli ETF con sottostante fisico.. detto questo, non sono ancora convinto che gli USA siano prontissimi alla ripresa. I segnali ci sono, ma nons arà un rimbalzone in stile 2009.. direi una lenta ma graduale, anche se arcigna, ripresa..cosa che secondo me, l'Europa non riuscirà a fare..:yes:
 
per il nasdaq ottimo l'etf powershares EQQQ..... il vantaggio di un etf rispetto all'azione è la maggiore diversificazione....
però come case d'investimento opero quasi esclusivamente con ishares e powershares in quanto gli unici con replica fisica del sottostante..OK!

interssante la replica fisica.

il rischio dell'etf e` che tu effettivamente non sai con quali strumenti l'etf opera.
Faccio un esempio: l'eqqq che dici non e` che compra azioni delle 100 prime aziende quotate sul nasdaq. Potrebbe usare derivati, swap e strumenti simili il che e` *molto* diverso da avere in portafoglio semplici azioni

il pro e` che diversifichi
 
nel prospetto vedi se c'è o meno la replica fisica. nel caso di specie (Powershares e Isahares) la replica è assolutamente fisica quindi i titoli indicati e aggiornati periodicamente sul sito internet sono in ptf...
 
nel prospetto vedi se c'è o meno la replica fisica. nel caso di specie (Powershares e Isahares) la replica è assolutamente fisica quindi i titoli indicati e aggiornati periodicamente sul sito internet sono in ptf...

si ma in caso di replica fisica mica e` per forza detto che comprino le azioni in teoria potrebbero anche utilizzare derivati
 
May 30, 2012, 12:01 a.m. EDT
A Dow Theory sell signal?

By Mark Hulbert, MarketWatch

One of the Dow Theorists I monitor says, unequivocally, “yes.” The other two remain on buy signals.

Therein lies a story.

The one Dow Theorist who says a sell signal was generated by this oldest and most famous of stock market timing systems is none other than Richard Russell, editor of Dow Theory Letters. He wrote to clients over the weekend to deliver the bad news.

“The Dow Jones Industrial Average DJIA recorded a high of 13,279.32 on May 1, 2012. This Dow high was not confirmed by the Transports. The two averages then turned down and broke below their April lows. This action confirmed that a primary bear market is in progress — it was a textbook bear signal.”

t should be noted that it was nearly two weeks ago when the two Dow Averages broke below their respective April lows. So Russell’s announcement over the weekend was not exactly breaking news.

But Russell nevertheless believes that the Dow Theory sell signal he now detects is all the more significant precisely because he missed it initially, along with virtually all other Dow Theorists he monitors. He writes that his interpretation is “particularly valid because nobody seemed to notice it [the Dow Theory sell signal], nor did any analyst appear to be aware of it. I know of no analyst or advisor who stated that we had seen a primary bear signal!”

The other two Dow Theorists I regularly monitor — Dow Theory Forecasts’ Richard Moroney and TheDowTheory.com’s Jack Schannep — would beg to disagree. The reason that it appears they didn’t notice the mid-May breaking of the April lows was that they didn’t consider the event to constitute a Dow Theory sell signal.

What would it take for these other two Dow Theorists to conclude that a sell signal had been triggered? Though the specifics of their answers are slightly different, in many major respects both agree that a sell signal will be generated only if one or both Dow averages, in their next major rally attempt, fail to surpass their previous highs, and then only if both subsequently proceed to break below their previous correction lows.

Both insist in the meantime that, per the Dow Theory, the most recent signal remains in effect until reversed. That means, they remind clients, that the Dow Theory remains on a buy signal.
........

A Dow Theory sell signal? - Mark Hulbert - MarketWatch


Google Traduttore
 
La performance di lunghissimo periodo dell' indice Dow Jones IA , misurata in grammi d' oro e non in una moneta che può essere stampata in maggiore o minore quantità, mostra l' importanza del timing.

Misurato in grammi d' oro l' indice Dow Jones IA nel maggio 2012 valeva meno che nella seconda metà degli anni '50 del secolo scorso :eek:

Anche senza considerare le tasse sulle plusvalenze nominali ( tassazione che non tiene conto dell' inflazione) non si può pensare che il lungo periodo sia una garanzia di guadagno reale.

Se si investe una tantum in uno strumento che replica un importante indice di un grande stato economicamente rilevante, dopo circa 55 anni di investimento nell' indice , può capitare che la somma investita inizialmente nell' indice possa comprare meno oro di quanto ne avrebbe potuto comprare 55 anni prima

Dow Jones Industrials
 

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L' Indice Dow Jones IA è vicino ai massimi storici e alcuni sono piacevolmente sorpresi da ciò , considerando le crisi economiche e finanziarie che ci sono state nell' attuale millennio e soprattutto quella del 2008-09.

Ma il grafico dell' indice è ben diverso se misurato in once d' oro
( si può vedere tramite il link)

Dow to Gold Ratio - 100 Year Historical Chart | MacroTrends

Misurando il DJIA in once d' oro si nota un poderoso bull market del Dow Jones tra gennaio 1980 e giugno 1999/ agosto 2000 , e da allora un pesante mercato orso fino all' agosto 2011.
Misurato in once d' oro il DJIA recentemente più o meno era ai livelli del febbraio 1931 e del maggio 1991 , ma molto più in basso dei massimi del giugno-luglio 1999.

Se si abbandonano le illusioni suscitate dalla carta moneta e si misura l' andamento dei mercati azionari in oro, in qualcosa che, contrariamente al US$, non può essere stampato a piacimento , il quadro attuale del DJIA risulta ben poco positivo.
Misurato in once d' oro il DJIA ha molta strada da fare prima di tornare vicino ai massimi storici
 
Ultima modifica:
Ma perchè misurare in oro? Potrei capire di includere anche l'inflazione e guardare non solo il valore nominale dell'indice, ma non riesco a capire la misurazione rispetto all'oro.

Mi verrebbe da dire che se l'oro dovesse crollare in termini di prezzo la curva del grafico andrebbe verso l'alto anche se il DJ restasse ipoteticamente fermo.
 
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Con il gold standard le diverse valute, dollaro, franco lira o marco erano solo “nomi” per identificare una certa quantità d’oro, essendo definite in termini di peso fisso del metallo. Il dollaro ad esempio era definito come 1/20 di oncia, la sterlina ¼ e così via. Questo significava che i tassi di cambio fra le valute erano fissi ed esprimevano un’identità, nello stesso modo di come un centimetro si identifica con 10 millimetri. Questo standard rendeva dunque equivalenti due diverse rappresentazioni di una stessa cosa: il denaro. La banconota fu l’innovazione per evitare il trasporto fisico dell’oro, come l’assegno, che non è denaro ma un mezzo di trasferimento del denaro. L’oro era il denaro “vero” che solo un processo storico millenario aveva potuto accreditare come tale. Per fungere da comune denominatore di tutti i beni, il denaro non può che essere una merce, ma di una caratteristica tutta particolare: essere richiesta come intermediario di tutti gli scambi. Il suo valore deve essere pertanto universalmente riconosciuto e stabile nel tempo.
L’uomo antico non sarebbe mai stato così sciocco da accettare in pagamento di beni o servizi, moneta cartacea, non ancorata a beni reali, anche se garantita dallo stato, perché gli stati, come è noto, inflazionano la moneta indebitandosi e restituendo alla scadenza, denaro svalutato. Anche sotto il regime aureo, comunque, i governi riuscirono a violare la regola aurea ritirando periodicamente le monete dalla circolazione e sostituendole con altre dello stesso valore facciale ma con titolo inferiore intascando la differenza di peso dell’oro per finanziare le spese statali e di corte, inflazionando la moneta e imbrogliando così il popolo. Tale fu “la politica monetaria” del tempo.

Ma, nonostante la moneta artificialmente sopravalutata dal governo eliminasse dalla circolazione quella artificialmente sottovaluta (questa è l’esatta formulazione della legge di Gresham), l’oro manteneva il suo potere d’acquisto e come affidabile strumento di pagamento e di stabilità monetaria, teneva sotto controllo l’inflazione ed assicurava l’equilibrio delle bilance dei pagamenti dei paesi che aderivano allo standard. Se in un paese si verificava l’inflazione, l’aumento dei prezzi faceva aumentare le importazioni dai paesi dove i prezzi erano più bassi. Ma il deficit che si verificava nel nella bilancia dei pagamenti del paese importatore doveva subito essere saldato in oro. Il deflusso del metallo riequilibrava i livelli di prezzi fra i paesi ed eliminava il deficit. Parimenti, la diminuzione del tasso di interesse a seguito di una troppo rapida espansione del credito faceva defluire immediatamente oro. Solo con il rialzo del tasso, l’oro riaffluiva, regolando così il credito. La selettività del credito non impedì il grandioso sviluppo economico e commerciale del XIX. La “qualità” del credito risiedeva nella solvibilità dei mutuanti e nelle capacità dei grandi banchieri che non erano “managers” pagati profumatamente, ma imprenditori che capitalizzavano le banche rischiando in proprio. Nel complesso, il gold standard significava disciplina negli scambi e rimase il miglior ordine monetario fino agli inizi del XX. Esso, infatti, funzionando secondo la necessità economica che è l’opposto dell’arbitrarietà degli attuali sistemi monetari interventisti, lasciava poco margine alle “manipolazioni”. Ed è per questo che i movimenti monetari rispecchiavano i movimenti reali, cioè i fondamentali dell’economia.
Ma il maggior pregio del sistema, il suo rigore, era anche il suo grave difetto che doveva condannarlo fatalmente all’eliminazione: poneva rigidi limiti all’espansione illimitata del credito e dunque alla spesa pubblica dei governi .

Se tutte le valute erano convertibili in oro come era possibile inflazionarle senza perdere il metallo? Come era possibile finanziare le guerre?

Il primo conflitto mondiale sospese infatti il gold standard e cominciò l’era delle inflazioni valutarie, delle svalutazioni competitive, del disordine dei sistemi monetari, dei blocchi, dei controlli, delle barriere tariffarie, in una parola, del protezionismo. L’era del gold standard volgeva alla fine e cominciava l’era delle sue parodie sotto un nuovo nome: Il Gold Exchange Standard. In pratica, si voleva sempre l’oro, ma anche l’inflazione, la botte piena e la moglie ubriaca. Agli inizi degli anni ’30 il nuovo sistema rinforzò l’interventismo statale e il centralismo delle banche nella gestione delle economie. E così indipendentemente dai socialismi, nazionalismi e totalitarismi la “politicizzazione” del denaro fu portata a compimento da parte di tutti i governi, così a Mosca come a Berlino, a Parigi come Roma a Washington come a Tokio. A Bretton Woods, nel 1944, fu inscenata l’ultima parodia del gold standard, la peggiore di tutte.

Una finestra sull’oro
Il dollaro fu, per così dire, “tinto di giallo” denominandolo Gold Dollar Standard. Bretton Woods stabiliva un sistema di parità fisse tra il dollaro e le altre valute dei paesi industrializzati e la convertibilità del dollaro in oro al prezzo, sottovalutato, di 35 dollari all’oncia. In pratica il dollaro era la principale valuta di riserva, moneta richiesta in tutti i pagamenti internazionali. Le altre valute erano legate indirettamente all’oro e le banche centrali per mantenere la parità dovevano comprare e vendere dollari ma potevano richiedere alla Federal Reserve la loro conversione in oro. Poiché il dollaro veniva trattato alla stessa stregua dell’oro iniziò la “dollarizzazione” delle economie. Lo scopo dell’accordo di Bretton Wood era di assicurare stabilità delle valute e quella economica mondiale. Come tutti gli accordi per “governare” e “coordinare” portava in sé i germi della propria distruzione. L’economia, infatti si vendica sempre di chi si illude di violare le sue eterne leggi. Bretton Woods non faceva alcun riferimento al mercato, caratteristica del sistema aureo, ma al dollaro artificialmente imposto, in luogo dell’oro, dalle autorità monetarie come valuta di riserva. Un dollaro artificialmente alto e quindi con un potere d’acquisto sopravalutato permetteva agli USA di acquistare all’estero beni e servizi più di quanto il suo valore di mercato avrebbe permesso. Viceversa i partners commerciali degli USA con monete sottovalutate acquistavano di meno di quanto il loro potere d’acquisto tenuto artificialmente basso dal vincolo della parità, avrebbe permesso. Essi erano obbligati ad acquistare dollari sopravalutati per comprare merci più costose! È in questo modo che gli USA “esportarono” inflazione nei paesi partners mentre le loro banche centrali, per non rompere l’argine della parità assorbivano dollari sopravalutati gonfiando la propria massa monetaria. All’inizio degli anni ’60, negli USA, per sostenere “la Grande Società” (come tutti i grandi slogans, dal New Deal alla Nuova Frontiera, fino alla Speranza obamiana, anche questo, significava aumento di spesa pubblica e deficit colossale) e per finanziare la guerra del Vietnam, si scatenò l’inflazione e il prezzo dell’oro sul mercato libero superò i 35 dollari fissati a Bretton Woods, rivelando la nuda realtà: il dollaro non era “oro”, ma una valuta che si poteva inflazionare a piacimento. È a questo punto che i paesi europei cominciarono a chiedere la conversione delle proprie valute nel metallo provocando una forte emorragia nelle immense riserve auree americane. Nell’agosto del 1971 il Presidente Nixon chiuse pertanto la gold window dichiarando il dollaro inconvertibile. Nel dicembre del 1971 il dollar standard, cioè la dollarizzazione del mondo mascherata da gold standard, fu così eliminato, sostituito dai cambi flessibili ed il caos dominò il sistema finanziario globale. Mai si era visto un accordo concertato così folle.

Il peccato monetario dell’occidente
La fine del dollar standard doveva trasformare profondamente la struttura finanziaria di tutte le economie. L’economista francese e consigliere economico del presidente De Gaulle, Jaques Rueff, che, come sostenitore del gold standard, aveva pronosticato già da molto tempo la deriva delle economie occidentali nel libro Il Peccato Monetario dell’Occidente, pubblicato nel 1971 riassumendo le sue riflessioni, prevedeva l’inizio dell’era dell’espansione artificiale ed illimitata del credito che avrebbe portato diritto ai roghi periodici dei sistemi economici. Scriveva: Abbandonando il gold standard, l’unico sistema che avesse funzionato, il mondo sarebbe passato da una crisi all’altra, dalle deflazioni alle inflazioni, dai boom ai crolli economici.

Il peccato monetario dell’occidente è la scissione fatale tra oro e denaro che rendeva ora possibile la “fabbrica del credito”, la creazione della moneta dal nulla, destabilizzante perchè senza più riferimento all’economia reale. L’enorme aumento delle riserve che il deficit USA aveva costretto ad accumulare nelle banche dei paesi industrializzati durante gli anni ’50 e ’60, allargò la loro base monetaria e contemporaneamente quella del credito e della liquidità con effetti inquinanti. L’inflazione creditizia produsse un nuovo fenomeno che si credeva impossibile: la stagflazione, cioè la contemporanea coesistenza di inflazione e disoccupazione. Questa nuova esperienza determinò negli ’70 una svolta fondamentale nella politica delle Banche Centrali, basata su nuove parole d’ordine: gestione della base monetaria, manovra dei tassi di interesse e stimoli economici per la stabilizzazione delle economie. Ma doveva accadere esattamente l’opposto rivelandosi le banche centrali la fonte primaria dell’instabilità macroeconomica.

Con il gold standard lo stock di moneta circolante di un paese era vincolato alla riserva aurea e pertanto anche il credito poteva espandersi solo in funzione delle vere necessità economiche impedendo azioni tossiche, pena, come abbiamo visto, la perdita dell’oro. Esso era allo stesso tempo la misura ed il supporto del credito che non poteva che essere genuino perché rigorosamente determinato, al pari di qualsiasi bene utile e scarso, dalla domanda e dall’offerta e non dalle previsioni dei “governatori”. Ora, il denaro non essendo più ancorato ad alcun bene reale, poteva essere illimitatamente riprodotto come se, illusoriamente, potesse creare beni e servizi illimitati. Ma l’essenza del denaro, il potere d’acquisto, non può essere mai creato artificialmente da un sistema creditizio, ma da un sistema produttivo sano da cui solo può originare. Né il sistema produttivo può essere stimolato da tassi di interesse artificiali ma da quel tasso di interesse determinato dalla domanda ed offerta di risparmio di cui le banche dovrebbero essere gli intermediari. Ma per i governatori dell’economia non è importante “ciò che è”, ma ciò, che di volta in volta, “deve essere”.

Così si espresse sull’oro l’ex governatore della banca centrale americana, Alan Greenspan in un famoso articolo intitolato “Oro e libertà economica”:

Nel regime di gold standard la quantità di credito di cui una economia ha bisogno è determinata dalle risorse reali esistenti poiché ogni credito accordato rappresenta, in ultima analisi, la controparte di qualche bene tangibile….
..Al di fuori del gold standard non esiste possibilità di proteggere i propri risparmi dalla confisca dell’inflazione. Non c’è nessuna protezione per il loro valore. Se esistesse, il governo l’avrebbe abolita come ha fatto con l’oro.

Successivamente, Greenspan doveva rinnegare questa posizione perché altrimenti non avrebbe fatto carriera come Chairman della Federal Reserve. E, ironia del destino, doveva diventare uno degli affossatori dell’economia americana finanziando la bolla speculativa più impressionante della storia.
....

Istituto Bruno Leoni - Il Peccato Monetario dell


nel lontano 1729 Voltaire aveva detto che "La cartamoneta finisce col ritornare al suo valore intrinseco: ZERO" :D
Il valore della carta di cui è fatta una banconota non è proprio zero ma quasi
 
Bella discussione ... ma da quel che ho capito, e con senno di poi ... gold standard o paper standard chi, il 5 Febbraio, avesse acquistato questo ETF l'avrebbe pagato attorno ai 104 e se lo avesse venduto in questi giorni sui 121 non mi pare che avrebbe fatto un cattivo investimento.
 
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