Ma dove vanno le borse ?

  • Ecco la 56° Edizione del settimanale "Le opportunità di Borsa" dedicato ai consulenti finanziari ed esperti di borsa.

    Settimana da incorniciare per i principali indici internazionali grazie alla trimestrale più attesa dell’anno che non ha deluso le aspettative. Nvidia negli ultimi tre mesi del 2023 ha generato ricavi superiori all’intero 2021, confermando la crescita da record della società grazie agli investimenti globali nell’intelligenza artificiale. I mercati azionari hanno festeggiato aggiornando i record assoluti a Wall Street e in Europa, mentre il Nikkei giapponese raggiunge un nuovo massimo storico dopo 34 anni. Le prossime mosse delle banche centrali rimangono sempre al centro dell’attenzione. Per continuare a leggere visita il link

nat64

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nat64 ha scritto:
LA GRANDE ILLUSIONE DELL'INFINITA LIQUIDITÀ

di Francesco Arcucci
Si è creata un´enorme bolla speculativa senza che il tradizionale segnale di pericolo, l'inflazione, induca le banche centrali a intervenire. Ma prima o poi l'economia si vendichera': è una grande illusione, anzi un grande imbroglio.

...

Articolo completamente condivisibile, che celebra il funerale della scellerata teoria monetarista. Prendiamo ad esempio la situazione in USA fino a qualche tempo fa: se l'offerta di moneta (risparmi) era molto limitata, e la domanda (per consumi ed investimenti) era forte, coma caspita ha fatto il prezzo (tasso) a rimanere ai minimi storici di 40 anni ?

Gli apprendisti stregoni delle banche centrali, in ossequio alla suddetta folle teoria, hanno pesantemente distorto il mercato del credito manipolando i tassi al ribasso e liberando un'enorme massa di liquidità che è andata a gonfiare diverse bolle specultive (bond, immobiliare, commodities), provocando gigantesche misallocazioni di capitale e favorendo il sovraindebitamento a tutti i livelli.

Sarebbe interessante capire chi ci ha guadagnato da questa stregoneria monetaria, confrontando ad esempio il peso del settore finanziario nell'indice S&P dal 1971 ad oggi ...

Tenendo presente che ogni dollaro "iniettato" nel sistema deve essere preso in prestito da qualcuno per entrare nel circuito economico, la domanda che molti si pongono è la seguente: tale enorme debito come verrà liquidato ?

La via deflazionistica sarebbe la più naturale: i dollari se ne tornano da dove sono venuti, la massa monetaria si restringe e gli asset in bolla si sgonfiano; i debitori pagano veramente il loro debito. Ma è anche la più dolorosa: la deflazione rivaluta i debiti ed allarga gli interessi reali.

Il famoso discorso dell'elicottero di Bernanke farebbe propendere per la scorciatoia (iper-)inflazionistica: la Banca Centrale stampa soldi e compra tutto quello che ritiene opportuno: debiti, asset, azioni, ecc. Piccolo inconveniente: crash della valuta, con la conseguenza che a pagare sono questa volta i creditori.
 
nat64 ha scritto:
LA GRANDE ILLUSIONE DELL'INFINITA LIQUIDITÀ

di Francesco Arcucci
Ma in economia, prima o poi, i nodi vengono al pettine: questo rifiuto dei mercati, spinti dall´abbondanza di liquidità, di prendere sul serio i problemi sta generando un grande squilibrio fra i patrimoni (gonfiati) e i redditi di lavoro e di capitale (interessi e dividendi) che non crescono.


Le famiglie americane, ma anche quelle europee, sono ricche di patrimoni, ma povere di salari e di redditi derivanti da quei patrimoni. ...., anche per la concorrenza dei salari cinesi, indiani, russi o polacchi, guadagnano poco e, comunque sia, non abbastanza per mantenere elevato il loro tenore di vita. Questo scollamento fra l´indice dei prezzi dei patrimoni e l´indice che esprime la variazione dei redditi è pericoloso. Quanto ancora può crescere la ricchezza rispetto ai redditi che languono?
Di tutto l'articolo (seguo Arcucci ogni tanto su telereporter e so come
la pensa..)
questo è (secondo me) il passaggio più importante.
Importante perchè la gente comune (quella che lavora e non gliene
frega nulla dell'oro del petrolio del valore degli immobili, del dollaro (*))
non ha capito (non glielo hanno spiegato)che la globalizzazione
li sta mettendo in un angolo....che io sappia non era mai successo
che i ns. lavoratori subissero la concorrenza di popoli così
geograficamente lontani con costi INFINITAMENTE PIU' BASSI.
Anche noi abbiamo fatto concorrenza sleale a Germania e Francia
ma i termini erano molto diversi..e in ogni caso in pochi anni
i vantaggi (a parte le svalutazioni competitive..) sono spariti
(*) certo sono 'toccati' dall'aumento di quei prezzi ma
non mi pare sia questo il loro problema..
 
nat64 ha scritto:
Quello che Arcucci cerca di sottolineare ,e che i piu' attenti avranno sicuramente gia' notato ,e' che la marea di liquidita' pompata nel sistema ha creato una sorta di mostro mai visto prima .Un ciclo economico che corre senza produzione di inflazione ,assolutamente autoreferenziale .
Questo in parte e' l'effetto della globalizzazione ,non c'e' dubbio ,per questo bisognerebbe chiudere il gas in tempo dato che il fenomeno e' una novita' ,perlomeno a livello industriale ,e potrebbe fornire aspetti poco gestibili.

Si sono gonfiati tutti gli asset senza che alla radice vi sia un motivo economico per cio' ,gli immobili possono crescere di valore se il mercato sottostante e' in grado di "digerire " l'offerta .Ossia il compratore e' legittimato all'investimento ,tralasciando il discorso abitativo ,se il rendimento che deve ottenere dal capitale investito incontra la domanda di affitti che tendenzialmente sono crescenti per coprire un margine maggiore sull'asset gonfiato .Ma se i redditi non crescono perche' non cresce l'inflazione l'ipervalutazione si tramuta automaticamente in bolla per mancanza di connessione con la domanda sottostante che non e' in grado di reggere il passo...
Stessa cosa sul mercato dei capitali ...gli asset azionari possono crescere per lo stesso motivo in quanto sono la monetizzazione di aspettative future su utili che automaticamente sono limitati dal mercato del consumo che non e' in grado di seguire se non si espandono in egual misura i redditi ,si cerca invece di spostare il limite di saturazione dei consumi ricorrendo a dosi sempre maggiori di indebitamento ossia di droga..... :eek:
Non ci si accorge ,o non ci si vuol rendere conto di questo ,perche' il sintomo della malattia ,l'inflazione ,non cresce .
I rendimenti dei bond lunghi valgono meno ,molto meno se visti in proporzione ,di quelli corti ...questo vorra' pur dire qualcosa...
La globalizzazione gioca un ruolo in tutto cio' ma chi sta nella stanza dei bottoni ha responsabilita' anche maggiori ,la verita' e' che ormai si consuma troppo e si produce troppo poco ,specie dall'altra parte dell'oceano.
i concetti sono chiarissimi. Quello che penso è che la gente
comune è poco toccata. Ke gliene frega delle borse.
Per quanto riguarda le commodities, grazie ai cinesi l'inflazione
'non passa sui prodotti'.
Rimane l'immobiliare. Lì il problema c'è ma meno di quanto sembri.
Certo stipulare un mutuo è più caro ma SE IL VALORE DEGLI
IMMOBILI NON CROLLA in fin dei conti può essere un buon
investimento (e cmq grazie alla montagna di soldi in
circolazione il tasso dei mutui non è mai stato così basso...)
Chi se la prende in tasca è chi deve pagare un affitto..
caro e senza diventare proprietario della casa...
Però non sono moltissimi e la Stato può fare qualcosa
per i meno abbienti...
 
nat64 ha scritto:
Mi pare che stiamo pero' uscendo fuori dal tema del 3d .
Qui non vorrei discutere della convenienza affitto o acquisto della casa oppure se l'immobile e' un buon investimento ,si sono aperti tanti di quei 3d in merito ,case ,mutui etc. che quest'angolo di forum pare frequentato solo da personaggi che guardano solo alle case ragion percui potrebbe chiamarsi l'angolo del piccolo immobiliarista .Personalmente ho delle opinioni in merito ,le ho anche espresse in altre discussioni ,e non vorrei continuare il discorso qui.
Le buone occasioni di investimento le cerco nei mercati dei capitali vere sedi deputate a cio'.
La casa la vedo solo come un bene di consumo ,peraltro carissimo ,ed attualmente in una fase che prelude di solito ad uno sgonfiamento del valore o per via inflattiva o congiunturale ,non ha assolutamente nessuna importanza, come e' sempre accaduto in passato.
Qui sarebbe interessante capire se anche le borse sono ancora da tenere, per chi le ha in portafoglio ,alla luce delle distorsioni macro analizzate.
L'America la vedo come un bambinone viziato che sta intingendo troppo e troppo spesso le dita nel barattolo della marmellata ,un barattolone ,oltretutto, molto grande che rischia di fargli prendere il diabete ,l'Europa vede le borse crescere senza crescita significativa dell'economia reale .
Come la mettiamo con le borse orientali ?India ,Cina ,Giappone ,Taiwan etc ?

Risponderò con gli stumenti che ho a disposizione: poca cultura e appena un briciolo di buon senso ed esperienza.

La massa monetaria è cresciuta un pò troppo. Questo è condivisibile. Tuttavia, anche se non abbiamo più lo strumento correttivo dell'inflazione, ci è rimasto quello dei tassi. Che gli Usa, mi pare, hanno già cominciato ad utilizzare. Anche gli inglesi sono a livelli simili all'America. Ci sono solo i giapponesi (a livelli impensabili per noi ma tantè loro ci sono abituati) e noi area € che stiamo bassi. Ma sia noi che Tokyo stiamo cominciando ad andare al rialzo. A mio giudizio, posso benissimo peccare di ottimismo, la correzione che diminuirà la massa monetaria è già in atto e produrrà (come si diceva una volta) un soft landing.

Vedo già i prodromi di una corposa riduzione di prezzo degli immobili e dei bond. Presto seguiranno le materie prime.

Per quello che riguarda le Borse invece:

in questi ultimi 5/6 anni quelli dell'energia (petrolio su tutti), delle armi, delle banche/Assicurazioni, degli immobili, della finanza (anche se dopo il 2.000 c'è stato un periodo di crisi le fees continuavano ad affluire cospicue nelle tasche di chi di dovere) e pure alcuni settori industriali hanno incassato tonnellate di denari.

In tutto il mondo.

Nelle borse orientali (e aggiungo molti Paesi emergenti) poi, la festa è stata generalizzata e si è saliti in modo esponenziale.

Questo fatto, da tutti riconosciuto credo, mi induce a pensare che, nel mondo, c'è tanta ricchezza che gira. Se poi la forbice tra ricchi e poveri si è allargata, se la classe media è in ritirata disordinata poco importa (finchè tengono, sostanzialmente, i consumi) a livello macro. Tutta questa ricchezza che gira sosterrà, a mio modesto avviso, una futura crescita delle Borse. In modo corposo e significativo. A partire, penso io, dagli Usa.
 
Tutte le osservazioni del Prof. Arcucci sono vere, ma non vedo i motivi per avere tante preoccupazioni. E' vero che borsa, immobili e materie prime sono saliti molto, ma probabilmente tra 1 - 2 anni ci sara' una discesa di 20 -40% e tutto si metterà a posto.Arcucci è sempre stato per carattere suo un pessimista, mi ricordo in televisione dal 96 al 2000 ha sempre previsto ribasso in borsa e la borsa è sempre salita , poi nel 2001 e 2002 il mercato è sceso e finalmente qualcuno ha potuto dire che aveva ragione .Un po' come se io dicessi: attenzione che l'Inter vincerà lo scudetto, probabilmente entro 20 anni potrò dire di aver azzeccato il pronostico. Oggi i mercati finanziari internazionali hanno gli strumenti correttivi per evitare un nuovo 1929 anche se la società si muove nella stessa direzione di allora: proibizionismo, immigrazione e religione.
 
nat64 ha scritto:
E' chiaro che se morira' l'elefante ,come pare destinato se non cambieranno realmente le cose ,moriranno anche la miriade di pulci ,pidocchi e parassiti vari che da sempre lo infestano.
C'e' poco da stare allegri secondo me .Mantenere si la quota ma col dito ben piantato sul bottone di espulsione.

<<in questi ultimi 5/6 anni quelli dell'energia (petrolio su tutti), delle armi, delle banche/Assicurazioni, degli immobili, della finanza (anche se dopo il 2.000 c'è stato un periodo di crisi le fees continuavano ad affluire cospicue nelle tasche di chi di dovere) e pure alcuni settori industriali hanno incassato tonnellate di denari.

In tutto il mondo. >>

Non mi pare tu abbia valutato correttamente questo fatto: non sono 2 o 3 riccastri che non possono comprarsi 200 o 300 automobili ma è un intero sistema economico formato da milioni di soggetti...................................
 
andersen1 ha scritto:
Un po' come se io dicessi: attenzione che l'Inter vincerà lo scudetto, probabilmente entro 20 anni potrò dire di aver azzeccato il pronostico.

Per il calcolo delle probabilita'.......basteranno 20 anni? :D
 
nat64 ha scritto:
Se non interpreto male il tuo pensiero tu sostieni che le sole classi abbienti siano in grado di sostenere le economie?Ed in base a quale corollario?

Tu vedi un futuro per questo tipo di andazzo ? Io no.

Penso che la montagna di denari incassata da quelli che ho citato sia andata non solo delle tasche degli azionisti o dei proprietari in senso lato ma che il fiume abbia alimentato tutto l'indotto. E cominciamo a parlare di milionate di persone. E adesso la montagna (di denari) stia spostandosi altrove per alimentare altre milionate di persone. Se poi questo sviluppo (pseudo sviluppo) non possa portare molto lontano (per sovrapproduzione, inquinamento, etc.) allora su questo mi trovi d'accordo. Ma parliamo, a mio modesto avviso, di centinaia di anni non di mesi o anni.

Che poi anche attualmente ci siano un sacco di persone escluse dalla festa (me compreso e tutti i lavoratori dipendenti per esempio) non cambia la radice della questione.
 
nat64 ha scritto:
Esattamente quello che sta avvenendo da anni ,ricchi che si scambiano i beni come le figurine ,e poveri che consumano senza averne titolo ossia a debito......nel mezzo economie sempre piu' truccate e drogate.
Tu vedi un futuro per questo tipo di andazzo ? Io no.

Beh mi pare che sia sempre stato cosi' da millenni. Eppure il mondo e' andato avanti.
 
Sarò sincero, è strano che molti di voi siano pessimisti
NEL MOMENTO IN CUI LE ECONOMIE DI TUTTO IL PIANETA
girano al massimo. L'anno scorso tutte le Ec. in via di sviluppo
hanno visto una crescita del Pil molto buona,e per il 2006
TUTTI GLI ANALISTI prevedono una crescita simile.
Siamo in una situazione in cui anche una discreta caduta
degli USA potrebbe essere assorbita dalle altre economie.
Gli unici veri pericoli vengono dai disastri possibili a causa
dell'inquinamento, perchè a quelli ,oggi come oggi ,NON SAPREMMO
COME PORRE RIMEDIO. Per tutti gli altri (magari non nel
brevissimo periodo) sapremmo come far
fronte.
 
nat64 ha scritto:
Non e' questione di essere pessimisti, io non lo sono o per lo meno non oltre quello che la razionalita' imporrebbe.
Il fatto e' che dopo tre anni di rialzi e buoni guadagni ,l'indice indiano in questo periodo e' praticamente triplicato ,le borse occidentali sono vicine al raddoppio ,magari e' il caso di cominciare a chiedersi quanto sia sostenibile ancora la festa lasciando da parte tutte le varie cabale e smorfie sulle statistiche del quarto anno ,del nuovo anno presidenziale USA etc. ma guardando in faccia i numeri della sostenibilita' macroeconomica.
E' anche vero che a seguire la sola macroeconomia spesso si perdono le migliori occasioni ,ricordo che nel 94-95 economisti del calibro di Stighliz e qualche anno dopo anche Roach predicavano sventure a pieno titolo ma chi gli avesse dato retta completamente evrebbe perso uno dei rialzi piu' robusti che si sono visti nel secolo scorso .....
Cio' non toglie che in momenti come questo non giovi farsi un po' di domande ed esercitare lo spirito critico.
se dai un'occhiata agli ultimi 10 post c'è poca borsa e molto
altro. Tutti con una vena pessimistica...
aggiungo un post moooolto lungo ma istruttivo...
pubblicato dall' IMF
 
Examining Global Imbalances
Philip R. Lane and Gian Maria Milesi-Ferretti
What new data tell us about the external wealth of nations

External imbalances and financial globalization have been at the top of the international policy agenda for the past few years. Indeed, such influential observers as former U.S. Federal Reserve Chairman Alan Greenspan and his successor Ben Bernanke have argued that the rapid integration of the international financial system during the past decade has played an important role in enabling these imbalances to persist and be easily financed. In addition, emerging market economies, traditionally recipients of foreign capital, have become a major source of net foreign capital outflows and, most notably, have been collectively important in financing the large and growing U.S. current account deficit.
So what is there to worry about if financial globalization means that the current configuration of imbalances represents a new but sustainable regime for the world economy? Is the system unstable, or are analysts unduly concerned about global imbalances? To answer these questions requires some spade work. We need to decide how to measure international financial integration, track down which countries are net creditors and which are net debtors, and assess the magnitudes of the accumulated external holdings.
As it turns out, unearthing this information is not that straightforward. For example, despite notable progress in recent years, there are very significant gaps in the availability of data on holdings of external assets and liabilities (the so-called International Investment Position in a country's balance of payments), all the more so if one looks beyond the past few years. This means that, for a large set of countries, we know neither their net external wealth nor the size and composition of their external portfolios—hindering a truly global analysis.
We have sought to remedy this problem by constructing a data set comprising estimates of external assets and liabilities for more than 140 countries for 1970–2004. Although measurement error is likely to be substantial for a number of countries for which there is limited data availability on cross-country capital flows and holdings, this extensive coverage provides a useful global perspective on the cross-country distribution of external holdings and its evolution, and enables analysis of the sustainability of global imbalances from a policy perspective.
Insights into vulnerabilities
Why is information on net external positions and the magnitude and composition of external portfolios important? Clearly, the assessment of external sustainability requires knowledge of a country's financial exposure to the rest of the world, while information on the size and composition of international portfolios is key to understanding the interdependencies among countries, as well as their respective financial vulnerabilities.
For example, an emerging market country facing a sudden slowdown in capital inflows will be more vulnerable to a crisis if it has large debt liabilities denominated in foreign currency—because domestic currency servicing costs rise with a depreciation—than if it has relied more heavily on foreign direct investment (FDI), when returns are linked to the performance of the domestic economy.
Similarly, the internationalization of portfolios means that shocks in one country are immediately transmitted to foreign holders of financial instruments issued by that country. While such financial interdependencies are a manifestation of a desirable increase in international risk sharing, they also imply that international events will have stronger domestic repercussions and that large shocks are more likely to have systemic implications, requiring enhanced monitoring by regulators and other policymakers.
Three big trends
For our research, described in more detail in Lane and Milesi-Ferretti (2006), we divided data on assets and liabilities into broad categories: portfolio equity investment, FDI, foreign exchange reserves, and debt (which includes portfolio debt securities as well as other instruments, such as loans, deposits, and trade credits). The net external position, given by the difference between total external assets and total external liabilities, measures the net creditor or debtor position of a country vis-à-vis the rest of the world. From this database we can deduce a number of broad trends or stylized facts.
First, international financial integration has increased markedly, particularly among advanced economies. While the trend toward increased international asset trade has been visible since the early 1970s, it has accelerated since the mid-1990s (see Chart 1). In advanced economies, the increase in cross-border asset holdings has been strong for both debt and equity instruments (the latter including FDI and portfolio equity). In emerging markets and developing economies, there has also been a sharp increase in cross-border equity holdings, but the overall stock of debt instruments (assets—including official reserves—and liabilities) has been relatively stable since the mid-1980s. Clearly, factors such as the increase in trade linkages, the reduction in capital controls, domestic financial deepening, advances in telecommunications, and the increased availability of information are important in driving the acceleration of international financial integration.

Second, global imbalances have widened sharply during the past few years, with emerging Asia and the oil exporters increasingly becoming creditors and the United States seeing a worsening in its net external position (see Chart 2). However, despite its massive current account deficit, the U.S. external position during the past three years has been surprisingly stable, a puzzle we will address below. Which are the largest creditors and debtors, relative to their GDP levels? Even though richer countries tend to be creditors, the correlation is less than watertight (see Chart 3). Indeed, in addition to a country's level of development, several other factors—including demographics, the size of public debt, and natural resources—can influence its external position.

Third, with external assets and liabilities now often exceeding 100 percent of GDP, differences in rates of return between external assets and liabilities lead to significant shifts in resources across countries, much larger than those that occurred when the degree of international financial integration was lower. For example, if external assets and liabilities are 100 percent of GDP, a return differential of 2 percentage points between assets and liabilities has the same effect on the country's external position as a trade surplus or deficit of 2 percent of GDP. These differences in returns can arise for a number of reasons, including the currency of denomination and portfolio structure (with equity holdings, for example, generally yielding higher returns over the medium term than debt instruments). More generally, "riskier" portfolios will have higher returns on average than more conservative ones.
Good for U.S., but can it last?
Consider the United States. On average, U.S. investors have earned higher returns on their assets than on their liabilities, especially during 2002–04 (see Chart 4). These rates of return include investment income earnings—such as dividends or interest payments on debt securities—which are recorded in the current account, and capital gains and losses arising from fluctuations in the value of assets and liabilities. These valuation effects, triggered by changes in stock prices, interest rates, or exchange rates, are not included in the current account. They can, therefore, generate changes in the net external position even if a country's net borrowing from abroad is zero.

To understand these differences, we need to look more closely at the structure of the portfolio of U.S. assets and liabilities. At the end of 2004, portfolio equity and FDI constituted the lion's share of U.S. external assets, while most U.S. liabilities were in debt instruments (see Chart 5). Not surprisingly, given the dollar's key role as a global reserve currency and the importance of the U.S. bond market, portfolio debt instruments represent a large (and increasing) share of U.S. liabilities. The larger weight of equity instruments in the U.S. asset portfolio and of debt instruments in the U.S. liabilities portfolio helps explain the positive return differential between U.S. assets and liabilities.

During 2002–04, however, movements in exchange rates and asset prices also played a key role in explaining the return differential. While U.S. liabilities were almost entirely denominated in U.S. dollars, a sizable proportion of U.S. assets (FDI, portfolio equity, a fraction of portfolio debt, and foreign exchange reserves) was denominated in foreign currency, primarily held in Europe and other advanced economies. The substantial weakening of the dollar vis-à-vis the currencies of those countries during 2002–04 raised the returns on U.S. foreign assets through the valuation channel, a development that has been compounded by the movements in relative stock prices, which have increased more sharply overseas than in the United States. (However, there is also evidence that, on average, U.S. investors make superior returns within asset categories—particularly for FDI.)
We can now understand why the U.S. external position did not deteriorate substantially during 2002–04, despite massive net external borrowing. From a "dollar area" perspective, movements in exchange rates and asset prices raised the value of U.S. holdings of assets overseas, while, from a "European" viewpoint, the weakening of the dollar imposed heavy capital losses on holders of dollar-denominated debt instruments.
Naturally, the reader may think that the recovery in the dollar's value during 2005 means that the United States will suffer a currency-related capital loss. Well, not so fast! On the basis of the admittedly incomplete data available so far, that loss was more than compensated for by stronger equity market performance in the rest of the world (including Europe, Japan, and emerging Asia) than in the United States—and so, 2005 goes down as the fourth year in a row of significant net external capital gains for the U.S. economy. In 2005, the Morgan Stanley Capital International Index of world stock markets (excluding the United States) rose by 12 percent in dollar terms, compared with a 4 percent rise in the S&P 500.
But how long can a large differential between returns on U.S. assets and U.S. liabilities be sustained, thereby allowing the United States to run large trade deficits without experiencing a major deterioration in its external position? Although some positive differential in returns may well persist and would play an increasingly important role as long as financial integration increases, logic would suggest that return differentials of the order of magnitude of those witnessed in the past three to four years cannot be sustained for a prolonged period of time—they would likely require persistent dollar depreciation, which would eventually be incorporated in inflation expectations and interest rate differentials. And higher interest rates together with a global decline in stock market values could reverse the return differential and lead to a substantial deterioration in the U.S. external position. Thus, a substantial correction in the U.S. trade deficit will eventually be necessary to correct external imbalances.
Opportunities and risks for emerging markets
It is well known that those same "valuation effects" that help the United States stabilize its external position have in the past wreaked havoc with the external balances of emerging market countries. Indeed, a surprise exchange rate depreciation has conflicting effects for a typical emerging market economy—although its trade balance will eventually improve, its net foreign asset position may deteriorate if it is a net debtor in terms of foreign currency instruments. This conflict between the trade and valuation channels helps explain why emerging market economies are concerned about exchange rate volatility and why it is so difficult to determine appropriate exchange rate policies, especially during times of crisis. It also highlights the importance of promoting local currency debt markets, increasing the role of FDI and portfolio equity inflows as a means of sharing risk more effectively, and using alternative financial instruments such as GDP-indexed bonds, whose returns are tied to domestic economic performance.
The large increase in cross-border equity and direct investment holdings and the shifting patterns in international borrowing and lending can be viewed as factors reducing the vulnerability of emerging markets to external shocks. Equity liabilities (including FDI) now account for about half of total external liabilities in emerging markets and developing countries as a whole. In addition, a number of emerging markets have dramatically reduced their external liabilities or even become net creditors by running large current account surpluses and accumulating reserves (see Chart 6), thus clearly reducing the risks of financial crises. Others, like most countries in Central and Eastern Europe, have instead rapidly accumulated substantial net external liabilities but have relied heavily on equity financing, which improves risk sharing by linking more closely the return on external liabilities to domestic economic performance.

At the same time, the increase in international financial integration naturally increases exposure to external financial shocks, meaning that balance sheet vulnerabilities will need to be closely monitored, particularly in developing countries with less sophisticated financial systems.
 
nat64 ha scritto:
Non e' questione di essere pessimisti, io non lo sono o per lo meno non oltre quello che la razionalita' imporrebbe.
Il fatto e' che dopo tre anni di rialzi e buoni guadagni ,l'indice indiano in questo periodo e' praticamente triplicato ,le borse occidentali sono vicine al raddoppio ,.
Vedi........dipende sempre da come guardi la questione...............per esempio guardo ai massimi del marzo 2.000 e vedo il mib30 a oltre 51.000 punti e il Nasdaq a oltre 5.000. Tokio sopra 22.000 di Nikkei. Rispettivamente oggi abbiamo il mib30 a poco più di 38.000, l'indice tecnologico Usa a poco sopra 2.300 e il Nikkei sui 16.000. Così, più o meno, l'andamento dell'area €. E nel frattempo le aziende hanno ristrutturato, hanno comunque beneficiato di tanti vantaggi (occore un thread apposito per sviscerare), e i risultati sono arrivati: gli utili sono aumentati significativamente in questi ultimi anni. Specialmente nei posti a cui ti riferisci tu. Con special riguardo all'India. Con crescite così imperiose del Pil, con il know how, con la voglia di crescere che c'è lì, non credo si fermeranno. Anche se, naturalmente, necessarie e necessitanti correzioni sono tappe obbligate di ogni crescita.


nat64 ha scritto:
magari e' il caso di cominciare a chiedersi quanto sia sostenibile ancora la festa Cio' non toglie che in momenti come questo non giovi farsi un po' di domande ed esercitare lo spirito critico.
Questa domanda mi pare molto saggia ed esercitare lo spirito critico pure. Quanto andrà avanti la storia? Secondo me è all'inizio. Sai quanto ci vuole prima che gli investitori, grandi e piccoli, riprendano fiducia nella borsa? Non poco. Negli anni 2.000/2.001 e 2.002 i mercati hanno fatto male. Molto. Non sono ferite che si sanano in quattro e quattr'otto. (sto parlando di Usa/Giappone/Euro) Molti i temi sviluppati dal mercato, molte le aziende quotate che possono sorprendere.
 
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nat64 ha scritto:
.e questo lo trovi un tema che fara' correre i mercati?

Hai ragione: da come ho concluso sembra come rispondi tu! :D

Dovevo fare una pausa. Tipo.......detto questo ci sono tantissimi temi che......................ma forse.........merita un thread apposito............
 
Così và il mondo..almeno per ora...
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Mar 28th 2006
From Economist.com

In the world economy these days, winners increasingly take all. Maybe that’s reflected in the world’s stockmarkets


FROM his perch high in The Economist’s tower in St James’s, this incarnation of Buttonwood has a splendid view of London’s financial elite at work and play. He can see hedge-fund wizards toiling in nearby offices behind banks of computer screens—and sometimes nipping out on to the fire escape for a quick cigarette. He can see private-equity executives being whisked off to lunch in chauffeur-driven cars. He can see bars where sharp-elbowed traders toast each other with cigars and champagne cocktails. And he can walk into West End art galleries, jewellers’ shops and designer boutiques that do a brisk trade with financiers who, given what their employers pay them to work, shouldn’t be shopping at all in daylight hours.

It is for this reason that Buttonwood has taken to heart a theory behind the recent rise in stockmarkets that he wants to share. It’s not necessarily the whole story. But some of it tallies with the evidence of lavish abundance before his eyes. Given how hard it is to divine the state of the stockmarket, the theory’s well worth a closer look.

The idea is that companies are not the only ones to be growing richer, and helping to drive the world’s leading stockmarkets higher in a frenzy of revenue growth and takeovers. Rich people, such as Buttonwood’s neighbours in St James’s, are getting richer too, and they are having a disproportionate effect on both spending and saving in some important English-speaking countries, such as America, Britain and Canada

Ajay Kapur, global strategist at Citigroup, has coined the term “plutonomy” to describe the phenomenon. The world, he says, is splitting into two blocks: those rife with income inequality, whose economies are essentially powered by the wealthy; and more egalitarian places, such as Japan, France and the Netherlands, where there is less incentive for entrepreneurial flair. Drawing on America’s latest triennial Survey of Consumer Finances, published last month by the Federal Reserve, Mr Kapur notes that in 2004 the richest 10% of Americans scooped a staggering 43% of pre-tax income and held 57% of net worth, up from 39% and 51% respectively in 1995. The poorest 40% gathered just 10% of income in 2004, a little less than their 11% in 1995.

The skew of wealth in favour of the rich, argues Mr Kapur, answers many of the questions that vex equity investors. Why, for instance, haven’t oil prices slowed the global economy? Because, he says, the wealthy don’t notice them. Or why is America’s saving rate so low? Mr Kapur cites a 2001 study, again from the Fed, showing that the richest 20% of the American population are primarily responsible for the overall fall in the savings rate. You might, as Buttonwood did, raise a sceptical eyebrow at this. After all, since 2001 ordinary American households have also been drawing on their savings and taking equity out of their homes to pay for lavish spending. But Mr Kapur argues that the scale of dis-saving by the wealthy is such that its impact is felt disproportionately throughout the national economy.

He also believes that the gap between the rich and the rest will widen even more, as globalisation hands the people at the top an increasing share of the world’s GDP over the next few years. That means, he says, that problems such as the low saving rate are unlikely to send the dollar into free-fall or interest rates sharply higher. Thus the equity risk premia reflecting such worries may be too high.
There is, of course, a risk that what Mr Kapur sees does not last, or that what he foresees does not come to pass. The income inequality that is at the heart of his theory reflects the relative success of global capital over labour at a time when the low-wage workforces of China and India have at last penetrated the world economy. But sooner or later there may be a backlash. Already, protectionist resistance has emerged to corporate takeovers in both America and Europe. This is not yet strong enough to derail the march of globalisation. But if markets should start gradually to become less open, the share of the rich may recede.

But for the moment, what Mr Kapur observes does seem right: the rich are getting richer. And all the while their buying and investing power is being reinforced—more likely, you might say, multiplied—by an unusually high level of corporate profitability. Company coffers are loaded with cash, too.

The winner-takes-all, borrow-and-buy attitude that has fuelled the private-equity boom is now spilling over into the behaviour of listed companies as well. But unlike previous episodes of heady buying, such as the late 1990s, today’s accumulation, especially in Europe, is financed with cash, rather than stock. According to Goldman Sachs, two-thirds of deals done so far this year in Europe have been all-cash affairs. That compares with 30% between 1998 and 2004. The investment bank believes there is plenty of scope for more activity given that net debt-to-equity levels in corporate Europe have fallen to 35%, based on 2006 estimates, compared with close to 60% in 2002.

Of course, the continuation of this depends on corporate profits remaining strong. At some stage, higher interest rates and rising commodity and labour costs will no doubt crimp profits. But for the moment they are still booming. Barclays Capital estimates that consensus forecasts (which are usually on the optimistic side) may even underestimate corporate-profit growth. Based on its global GDP forecast—of 4.5% growth, on average, this year and next—it believes that earnings per share should grow at a rate somewhere in the mid-teens in America and in the high-teens in the euro zone. The consensus prediction is 11.8% in America and 7.6% in the euro zone.
If the optimists are right, companies will have plenty of scope to keep on spending. It will also be reasonable to expect that mergers (or speculation about them) will reach more of the large-cap stocks that have missed out on much of the recent stockmarket rallies. As those transactions benefit investment bankers, lawyers, private-equity houses, hedge funds, and leveraged finance lenders, the view from Buttonwood’s seat will only become more opulent.
 
Analisi interessante, che poi sia esatta..
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Economics focus

Baby boom and bust
May 11th 2006
From The Economist print edition

Will share prices crash as baby-boomers sell their assets to pay for retirement?
MICHAEL MILKEN will celebrate his 60th birthday on July 4th. The former “junk-bond king” is still going strong, having seen off prostate cancer, and remains as controversial as ever. The debate over whether Mr Milken deserved his jail term for manipulating the high-yield bond market he largely created rumbles on nearly 20 years later, most recently during the Enron trial, where Mr Milken's genius was championed by none other than Kenneth Lay (as the saying goes, with friends like that...).

Jeremy Siegel turned 60 last November. The Wharton business school economist, whose book “Stocks for the Long Run” was the bulls' bible during the last bubble, is going strong too, trim and fit, with his mind as lively as ever—despite being called “demented” at last weekend's Berkshire Hathaway annual meeting by one of the firm's bosses, Charlie Munger. (“He's a very nice guy,” retorted the other boss, Warren Buffett.)


Mr Siegel and Mr Milken are among the first members of the post-war “baby boom” generation to enter the decade of life in which most people retire. (Mr Siegel puts the dates of America's baby-boomers at 1946-64, which he says technically makes him a pre-boomer.) Lately, both men have been giving considerable thought to what impact the impending retirement of the baby-boomers will have on the prices of financial assets. They have reached sharply different conclusions, which they aired in a conference last month at the Milken Institute.

Having built his career on arguing that buying shares and holding them is the best long-term investment strategy in almost any circumstances, Mr Siegel is now surprisingly worried about the impact on asset prices of the demographic time-bomb in the rich world represented by the baby-boomers' mass retirement. Many boomers have bought assets such as bonds and shares to fund their old age. Arguably, these purchases have helped to drive up prices over the past couple of decades. Now, he says, all else being equal, the sale of these assets will lead to a sharp fall in prices, because there are too few people in the smaller generations that followed the boomers to buy all of those assets at today's prices. For instance, in the developed world share prices could fall by as much as 40-50% over the coming decades because of boomer selling, calculates Mr Siegel. Unless they retire later, baby-boomers could see their standard of living in retirement halved, relative to their final year of work.

Mr Siegel's one great hope is that the shortfall of buyers of assets in the rich world will be made up for by a surge in demand from the developing world, as it gets richer fast thanks to the information revolution and globalisation. The demographic time-bomb of a lot of rich-country boomers having to be supported in their retirement by a smaller group of younger workers disappears when the huge, far younger population of the developing world is added to the mix. Indeed, Mr Siegel calculates that shares will continue to perform as well as they have in the past—generating real returns of above six percentage points a year since 1802, according to the research that made his name—provided that the developing world continues to grow strongly, and that buyers there are able to snap up all the shares they want.

That would need to be a lot of shares, says Mr Siegel, who is writing a new book on the subject, “The Global Solution”. By the middle of this century, he reckons, most multinational companies would need to be owned by investors outside today's developed countries, he says, especially investors in Asia. The challenge is to integrate global capital markets so that selling assets from the old in the rich world to the young in developing countries is no harder, nor more unusual, than today's sales of assets by elderly folk in Florida to younger people in other American states. From this perspective, America's external deficits, particularly with some developing countries, may be both long-lasting and nothing to worry about.

The biggest danger is that growing protectionism in the rich world will both slow the rate of growth in the developing world and prevent its demand for shares being met. Mr Siegel views the recent opposition to purchases of American firms by companies from China and Dubai as decidedly ominous.

Milken honey
Mr Milken, by contrast, is hugely optimistic, mainly because he thinks that many boomers will live far longer than is expected today, thanks to existing medical practice and spectacular advances, such as a cure for cancer, that he expects in the near future. He thinks that average life expectancy could eventually reach 120 years. With good health at a far greater age, people will want to keep working, not retire, he says—just as he and Mr Siegel do. (This prediction, Mr Siegel notes, goes against the trend for rising average life expectancy to coincide with falling retirement ages in the rich world.)

Undaunted, Mr Milken insists that working for longer will become easier thanks to technological innovation, such as using the internet from home. That will increase wealth, fuelling demand for assets. Hence the real issue for the world over the coming decades, predicts Mr Milken, will be not whether there are enough people to buy the assets of the baby-boomers, but whether there are enough assets to buy, given all the extra demand in the world.

Most economists will tend to agree with Mr Siegel that Mr Milken's forecast is “more hope than reality”. But Mr Milken's greatest achievements, from creating the high-yield debt market to beating cancer, have been the result of his refusal to accept conventional wisdom. Perhaps he will be proved right again. And if not, there may be an ounce of good news among the bad. If politicians realise that foreign buyers are needed to prop up the value of America's retirement savings, they may be less inclined to flirt with protectionism.
 
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