Manager e banchieri, tutti in coda per un lavoro

basettoni07

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Cinquemila in fila, dall’ex pubblicitario all’ebreo ortodosso che cerca un posto nell’ospedale cattolico

NEW YORK - Lavorava in Madison Avenue, alla Young&Rubicam, una dei leader mondiali della pubblicità. Ora è qui, alla «Job Fair» di Times Square, a caccia di un lavoro.

Anthony Moore è in fila davanti al banchetto del Dipartimento della Sanità dello Stato di New York. «Finché è durato è stato bello» racconta. «Ma è durato fino al 2006. Poi è cominciata la crisi. L'azienda è scesa da 1500 a a 285 dipendenti. Io ho fatto molti lavori da "free lance". Ho guadagnato quello che serve per sopravvivere a Manhattan: ho una casetta nel Village. Certo, i soldi sono pochi, mia moglie se n'è andata. Ma non ho figli, fin qui ce l'ho fatta. Adesso, però, si fa più dura ». La faccia è sofferta, scavata, ma Anthony non si sente uno sconfitto: «Ho 54 anni, un'età pericolosa, lo so. Ma ne dimostro di meno. E ci sono varie cose che posso fare nel campo della sanità con la mia esperienza di pubblicitario. Bisogna essere pratici: la salute, la cura della persona, è l'industria del futuro. E un datore di lavoro pubblico, di questi tempi, non guasta». Flessibilità tipicamente americana, ma anche lo "stil novo" dell'ambizione europea al posto sicuro.

Un po' più in là Takishea Hunte, una ragazzona nera che fino a settembre lavorava come "program manager" alla Lehman Brothers, sta parlando coi reclutatori della AQR Capital Management, una società di consulenza finanziaria: «Sono stata nove anni alla Lehman, ho messo da parte qualcosa per i momenti difficili. Voglio viverli senza troppo affanno. Cerco lavoro nelle società di consulenza, ma sono flessibile. Qui alla fiera sto dando il mio profilo professionale a imprese di vario tipo. Ma voglio un impiego stabile, non lavoretti saltuari».

Per loro natura le "job fair" - fiere del bisogno, non delle vanità - sono uno straordinario palcoscenico umano. Questa di New York, organizzata dalla società specializzata Monster.com, lo è più di altre per la colorita folla multietnica e multiprofessionale che la anima - 3720 aspiranti lavoratori che, tirati fuori dall'armadio tailleur, giacche e cravatte, girano tra gli stand di 90 aziende che offrono mille posti di lavoro - ma anche per il luogo: l'hotel Marriott di Broadway.

Col turismo in crisi e il business delle convention che si contrae, il gigantesco salone delle feste può tranquillamente trasformarsi in centro di reclutamento: fuori, sulle balconate che circondano l'atrio coperto, si snoda il serpentone dei candidati in attesa di registrarsi. In mezzo al cortile, aggrappati a una trave d'acciaio, sfrecciano gli ascensori di cristallo riservati ai clienti dei piani alti e agli ospiti di "The Wiew", il ristorante panoramico dell'albergo, l'ultimo piano del grattacielo che ruota su sé stesso.

Tra i banchi di società di consulenza finanziaria come Charles Schawb spunta, tra molti giovani, la testa candida di Thomas Zakrzenski, il figlio di polacchi di Cracovia immigrati negli Usa all'inizio del Novecento. «Sono stato per 28 anni a Bankers Trust. E altri 10 anni, bellissimi, a Bank of New York. Ero vicepresidente di una delle società del gruppo. Ma a novembre c'è stato il terremoto». Quanti anni ha? "Sessantasei". E che ci fa qui? «Cerco un lavoro, come gli altri. Certo, a differenza di altri non sono spinto dal bisogno. Potrei starmene in pensione. Abito in New Jersey, in una bella zona residenziale vicino ad Atlantic City. Ma non so stare fermo. I vicini ne approfittano chiedendomi aiuto per i problemi di manutenzione degli edifici, mia moglie mi ha messo a fare le pulizie: un inferno. Meglio rimettersi sul mercato».

Un altro che un lavoro ce l'ha è Randy Brooks, un giovanotto di colore in fila davanti allo stand di Macy's. La catena di grandi magazzini ha licenziato centinaia di persone, ma a New York assume. Randy si informa, è perplesso: «Cercano venditori. Io faccio la guardia privata, alla Ball Security. Spesso lavoro di notte, voglio cambiare. Ma dietro un bancone non mi ci vedo».

Lo sguardo più sperduto è quello di Itamar, un ebreo ortodosso con una lunghissima barba e il cappellone nero a falde larghe. Dice di cercare genericamente un lavoro nel sociale. Chiede informazioni e fornisce i suoi dati a varie organizzazioni, compreso il St Vincents Catholic Medical Center. Nessun problema religioso? «No, per me basta che si tratti di lavori nel campo della solidarietà sociale».

Ogni ora gli esperti di Monster tengono un briefing al centro del salone, spiegando a tutti il galateo dell'aspirante lavoratore e i trucchi per redigere un curriculum che faccia colpi sui reclutatori. La manifestazione di New York verrà replicata in altre cento città americane: in un Paese che nel 2008 ha perso oltre due milioni e mezzo di posti di lavoro e che quest'anno registrerà probabilmente un' emorragia ancor più grave, quello delle "job fair" è uno dei pochi business in espansione. Un luogo, a suo modo, pieno di vitalità: tra il banco della Schindler che cerca elettricisti per i suoi ascensori e quello dell'ospedale di Brooklyn che ha bisogno di assistenti sociali, non si vedono facce meste. Sorride anche Rupert Day, un chimico di 52. «Ho lavorato per vent'anni coi tedeschi della Henkel, facendo la spola tra la Pennsylvania e Dusseldorf. Poi sono passato a un'azienda della cosmetica: sono specializzato nella formulazione di prodotti per questo settore. Da ottobre sono senza lavoro, ma qualcosa troverò. Certo, non è facile, qui c'è una sola azienda che opera nel mio ramo».

Ostenta buon umore perfino Jamie Dunst, un disegnatore grafico che lavorava per la rivista «Time Out». Mi spiega che vorrebbe valorizzare la sua professionalità, ma che non alza steccati. Dopo un' ora lo ritrovo davanti al banco della Petsmart, cliniche per animali domestici: «Te l'ho detto, bisogna essere flessibili. E poi ho sempre amato cani e gatti».

Massimo Gaggi
06 marzo 2009
 
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