Memoria

specchio

Indipendent
Registrato
24/6/00
Messaggi
15.799
Punti reazioni
611
auschwitz.jpg
 
Per non dimenticare mai...

[...]
Gli sportelli erano stati chiusi subito, ma il treno non si mosse che a sera. Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra.
Il treno viaggiava lentamente, con lunghe soste snervanti. Dalla feritoia, vedevamo sfilare le alte rupi pallide della val d'Adige, gli ultimi nomi di città italiane. Passammo il Brennero alle dodici del secondo giorno, e tutti si alzarono in piedi, ma nessuno disse una parola. Mi stava nel cuore il pensiero del ritorno, e crudelmente mi rappresentavo quale avrebbe potuto essere la inumana gioia di quell'altro passaggio, a portiere aperte, chè nessuno avrebbe desiderato fuggire, e i primi nomi italiani... e mi guardai intorno, e pensai quanti, fra quella povera polvere umana, sarebbero stati toccati dal destino.
Fra le quarantacinque persone del mio vagone, quattro soltanto hanno rivisto le loro case; e fu di gran lunga il vagone più fortunato. [...]

Se questo è un uomo - Primo Levi
 
Primo Levi, che oltre che scrittore era anche chimico e nel suo libro "Il sistema periodico" ricorda un episodio in cui la realtà supera la fantasia. Nel penultimo capitolo chiamato "Vanadio" scrive come durante una controversia tecnica con una ditta tedesca produttrice di resine per vernici riconosca, dopo qualche decina di anni, da alcuni particolari, che il suo interlocutore tecnico era il famoso (per lui) Doktor Muller, con il quale aveava avuto a che fare durante la terribile esperienza di Auschwitz, in quanto Levi fu assegnato, come "chimico schiavo" nella vicina fabbrica per la gomma di Buna.

L'emozione dello scrittore è fortissima, e pur mandando avanti la controversia tecnica decide di inviargli una copia del suo libro Se questo è un'uomo con la richiesta se era lui il Muller del campo di sterminio. La risposta arriva e Muller si auspica un incontro personale <<utile sia a me, sia a Lei, e necessario ai fini del superamento di quel terribile passato>>

[…]Avevo io molte domande da porgli: troppe e troppo pesanti per lui e per me. Perché Auschwitz. E Pannwitz? Perché i bambini in gas? Ma sentivo che non era ancora il momento di superare certi limiti, e gli chiesi soltanto se accettava i giudizi, impliciti ed espliciti del mio libro. Se riteneva che la IG-Farben avesse assunto spontaneamente la mano d'opera schiava. Se conosceva allora gli <<impianti>> di Auschwitz, che ingoiavano diecimila vite al giorno a sette chilometri dagli impianti per la gomma Buna. Infine perché citava le sue <<annotazioni su quel periodo>>, me ne avrebbe mandato una copia[..]

Allo scrittore arriva la lettera sulla controversia tecnica pendente e

[…]Quasi simultaneamente mi giunse a casa la lettera che attendevo: ma non era come la attendevo. Non era una lettera modello, da paradigma: a questo punto se questa storia fosse inventata, avrei potuto introdurre solo due tipi di lettera; una lettera umile, calda, cristiana, di tedesco redento; una ribalda, superba, glaciale, di nazista pervicace. Ora questa storia non è inventata, e la realtà è sempre più complessa dell'invenzione: meno pettinata, più ruvida, meno rotonda. È raro che giaccia in un piano. […]Durante il suo breve soggiorno ad Auschwitz, <<lui non era mai venuto a conoscenza di alcun elemento che sembrasse inteso all'ucisione degli ebrei>>. Paradossale, offensivo, ma non da escludersi: a quel tempo, presso la maggioranza silenziosa tedesca, era tecnica comune cercare di sapere quante meno cose fosse possibile, e perciò non porre domande. Anche lui, evidentemente, non aveva domandato spiegazioni a nessuno, neppure a se stesso, benchè le fiamme del crematorio, nei giorni chiari, fossero visibili dalla fabbrica di Buna
 
Indietro