Miti greci.

Tocca_Le_Nuvole

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31/8/01
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Demetra, dea delle messi, aveva una figlia di nome Core. Un giorno, Core mentre raccoglieva fiori, vide la terra aprirsi sotto ai suoi piedi e da essa uscì Ade, re dell'Oltretomba, sopra ad un carro trainato da quattro cavalli neri come la pece.
Ade si era innamorato della fanciulla e, per questo era uscito dal suo nero regno per portarsela via con sé. Le grida di disperazione di Core si udivano ancora nell'aria,ma ormai essa era dentro la voragine,rapita dal feroce Ade.
Demetra in quel istante sentì le urla e dopo essersi vestita a lutto cominciò a vagare in cerca di Core. Vagò nove giorni e nove notti senza ottenere nulla e alla fine si recò da Elio, il sole, che aveva visto tutto quello che era successo."Demetra, non cercare Core" disse ed aggiunse: "Tua figlia ora é la sposa di Ade ed il suo nuovo nome é Persefone".Udite queste parole, Demetra, che era la più mite degli dei, emise un urlo talmente forte che di colpo tutti i fiori e le piante smisero di crescere.
Dopo poco tempo la terra diventò un deserto e nulla valse la supplica degli dei... Demetra non si placò.
Allora Zeus, ordinò ad Ade di riportare la fanciulla sulla terra, purché non avesse ancora mangiato il cibo dei morti. Persefone aveva ingerito solamente sei semi di melagrana,portati dal giardiniere Ascolaphus e così Ade dovette rassegnarsi.
Appena giunse sulla terra, la fanciulla corse subito ad riabbracciare la madre Demetra che, immediatamente cessò la sua collera facendo tornare la terra verde e piena di fiori. Zeus, allora, si avvicinò a Persefone, e le disse che ogni anno sarebbe dovuta rientrare nell'Oltretomba per sei mesi come sposa di Ade e, per ogni seme che aveva mangiato ci sarebbe stato un mese d'inverno. Gli altri sei mesi, ossia la primavera e l'estate, Persefone sarebbe tornata al mondo dei Vivi vicino a sua madre Demetra
 

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Erano troppo cattivi e superbi gli uomini da qualche tempo. Giove, il possente nume che governava il Cielo e la Terra ne era proprio stanco."Bisogna punirli" si disse. E, chiamato presso il suo trono il fabbro Vulcano gli comandò di fabbricargli una donna. "Fabbricare una donna!!! Ma non é la stessa cosa che cesellare lo scudo di Minerva o sbalzare l'armatura di Marte!" gli disse. "Obbedisci!!" ripeté Giove, severo. "Ho bisogno di castigare gli uomini che stanno diventando veramente malvagi!" E Vulcano obbediente se ne tornò alle sue fucine e cominciò a costruire la donna.


Con le braccia vigorose, la modellò in argilla dal capo alle piante, la fece disseccare, le plasmò con dita sapienti un volto soave, la colorò di tenero rosa e le diede come anima una scintilla del fuoco divino che ardeva nei forni immensi dell'Olimpo. Allora la donna aprì gli occhi, sorrise e le sue membra si mossero con grazia; era in tutto simile alle bellissime Dee.
Accorse Minerva ad ammirarla e le donò una cintura di perle e un abito ricchissimo di porpora e gemme; le Grazie le adornarono il petto e le braccia di gioielli scintillanti; Venere, la dolce dea dal sorriso adorabile, sparse sulla testa della fortunata ragazza tutte le più squisite grazie femminili, mentre le Ore dalle lunghe trecce dorate inghirlandavano la donna appena creata con serti di rose vellutate e profumate. Anche Giove volle offrire il suo dono alla bellissima mortale, prima di mandarla fra gli uomini.
"Io ti metto nome Pandora " disse Giove. "E il tuo nome vuol dire la donna "di tutti i doni" e a quelli che hai ricevuto ora, aggiungo il mio. Eccolo, tu porterai questo vaso con te, quando andrai sulla terra. Esso contiene tutti i mali che possono far piangere, soffrire, rovinare gli uomini. Guardati dunque dall'aprirlo, essi sfuggirebbero tutti per il mondo; mentre invece chiusi lì dentro, rimarranno imprigionati in eterno e non potranno nuocere a nessuno".
La donna accolse grata il dono del nume e su di un cocchio a forma di cigno, scese sulla Terra ove il Fato aveva stabilito che dovesse diventare la sposa di un re. Ma la curiosità, a poco a poco, prese a roderle il pensiero: che cosa dunque conteneva il prezioso vaso intarsiato donatole da Giove? Tutti i mali aveva detto il nume? Ma come erano fatti? Quali erano? E se avesse aperto appena un pochino il coperchio e avesse curiosato con precauzione da uno spiraglio?
Piano piano la donna sollevò il coperchio, ficcò il viso nella breve fessura, ma dovette staccarsene subito inorridita. Un fumo denso, nero e acre usciva a folate enormi dal vaso e mille fantasmi orribili si delineavano in quelle tenebre paurose che invadevano il mondo e oscuravano il sole. C'erano tutte le malattie e tutti i dolori e tutte le brutture e tutti i vizi.
E, tutti rapidi, inafferrabili, violenti, uscivano dal vaso irrompendo nelle case tranquille degli uomini. Invano Pandora, cercava affannosamente di chiudere il vaso, di trattenere i Mali e di rimediare al disastro. Il Fato inesorabile si compiva e da quel giorno la vita degli uomini fu desolata da tutte le sventure scatenate da Giove.
Quando tutto il fumo denso fu svaporato nell'aria e il vaso parve vuoto, Pandora guardò nell'interno: c'era ancora un grazioso uccellino azzurro; era la Speranza, l'unico bene rimasto ai mortali a conforto delle loro sventure.
Giove aveva punito gli uomini con la curiosità rovinosa di Pandora, aveva voluto che i Mali fossero liberi di causar loro infiniti castighi, ma aveva anche donato alla vita travagliata che egli stesso aveva imposto all'umanità, un dolce azzurro conforto:la Speranza che non abbandona nessuno
 

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Sirene erano nei lontani tempi mitologici,le affascinanti figlie dell'Oceano.
Abitavano presso l'isola di Sardegna e, posate sugli scogli o fra le onde, attendevano i naviganti per incantarli.
Avevano volti bellissimi di donna e corpo terminante in coda di pesce, e il loro canto era così armonioso che nessuno poteva ascoltarlo senza esserne ammaliato inesorabilmente.
I marinai, per udire le loro voci melodiose, dimenticavano di mangiare e si gettavano sulla tolda, lasciandosi consumare d'inedia,o, attratti dall'irresistibile canto e dai volti delle ammaliatrici, si gettavano a capofitto nel mare.
Giasone e i suoi compagni, dopo essere fuggiti rapidamente dalla Colchide col Vello d'Oro che avevano conquistato, si erano diretti verso la Grecia.
Avevano attraversato il Mar Nero,risalendo il Danubio e, attraverso il Po e il Rodano erano arrivati all'isola di Sardegna ove stavano in agguato le figlie del mare.
Esse, appena videro la bella nave costeggiare le rive, le si avvicinarono e cercarono con i canti dolcissimi accompagnati dal suono della lira, di fermarne il rapido viaggio.
Ma Orfeo, il musico divino che faceva parte della spedizione, comprese il pericolo che li circondava e, affinché i marinai non udissero le insidiose canzoni, prese a suonare la sua lira.
E la melodia di Orfeo era così deliziosa che tutti gli uccelli accorsero intorno alla nave per ascoltarla, i delfini circondarono la carena incantati, e perfino le Sirene cessarono di modulare le loro canzoni maliarde, sedotte dalla musica del divino Orfeo.
Così, nel silenzio religioso degli uomini e degli animali, entro le calme acque del Mar di Sardegna, passò incolume la bella nave.
Cantò a lungo, instancabile, modulando dolcissimi accordi, finché la nave non ebbe superato i sinistri paraggi della Sardegna.
Le Sirene attesero silenziose e tristi che il canto soave si allontanasse, poi indispettite e umiliate di essere state vinte da Orfeo, si gettarono dalle rocce in mare con i loro strumenti.
Giove, pietoso, le mutò in alte scogliere dominanti le acque della Sardegna.




 

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Orfeo era un bellissimo adolescente della Tracia ; era figlio di Apollo e di Clio, la musa della storia, ed era famoso in tutta la terra per la maestria con cui suonava la lira. Quando egli cantava, le belve uscivano dal covo per ascoltarlo e andavano docili ad accovacciarsi ai suoi piedi; gli alberi dondolavano i loro rami, le rocce si staccavano dalle montagne, attratte dall'irresistibile armonia, i fiumi stessi sospendevano il celere corso per non turbare le melodie col mormorio delle acque e gli uccelli accorrevano a stormi per deliziarsi della musica divina che usciva dalla lira di Orfeo.
Quando il musico eccelso tornò dalla spedizione in Colchide a cui aveva partecipato con gli altri Argonauti, gli fu data in sposa la splendida ninfa Euridice ed Orfeo l'amava talmente tanto che nessuna felicità poteva paragonarsi a quella dei due giovani sposi di Tracia. Ma un giorno che la ninfa correva spensierata per la campagna, una vipera nascosta nell'erba, la morse e la povera Euridice morì uccisa dal veleno del serpente. Inutilmente Orfeo cercò di placare il suo immenso dolore, errando per i boschi e per le montagne con la sola compagnia della sua lira; nulla poteva fargli dimenticare il volto dolcissimo della sua amata sposa. Egli volle allora andarla a cercare nelle oscure caverne dei Morti.
Le Ombre si destarono e, leggere come fantasmi incantati, gli si accostarono in folla. Le serpi che si dibattevano sulla testa delle Furie, le malvagie abitatrici del Tartaro, si placarono e cessarono il loro sibilo orrendo, Cerbero smise di mandare ululati dalle tre gole enormi. Ogni cosa, ogni abitatore del Regno Buio, parve immobilizzarsi davanti al musico che passava fra loro silenzioso. Persino Plutone e Proserpina, i sovrani dell'Ade, ascoltarono inteneriti; e il canto di Orfeo, che invocava appassionatamente la sua sposa, trovò eco nei loro cuori. " Ti renderemo Euridice" dissero i sovrani dal trono di ebano. " Devi prometterci di condurla fino alla luce del giorno senza mai voltarti a guardarla, prima che le porte dell'Inferno non siano chiuse dietro di voi". Orfeo, felice della concessione divina, promise e, seguito dalla sua bella sposa, si avviò verso l'uscita del regno sotterraneo. Ma il desiderio di Orfeo di ammirare il volto della sua Euridice, dopo averlo inutilmente sognato tante notti, era troppo grande. Mentre ancora attraversavano le vie dell'Inferno, egli si voltò un solo attimo e, al suo sguardo, Euridice si dissolse in una nebbia densa. Invano egli la cercò affannosamente fra le livide acque dello Stige e nel greve fango delle caverne; la sua sposa era perduta per sempre.
A Orfeo, il cui nocchiero infernale non permise di restare nell'Ade, non rimase che tornare sconsolato sulla terra. Passò mesi e mesi seduto su di una roccia facendo echeggiare le solitarie montagne del triste canto della sua lira, mentre le tigri gli si accostavano incantate e le querce si spostavano per udirlo. Questo inconsolabile dolore, che riempiva di lamenti tutta la montagna, irritò le Baccanti, ed esse un giorno, dopo aver schernito Orfeo, si gettarono su di lui e lo fecero a pezzi.
Accorsero dopo l'eccidio, le dolci Muse che avevano sempre tanto amato il musico infelice, ne raccolsero i resti e li seppellirono ai piedi dell'Olimpo
 

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