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Nella mitologia greca, figlio del titano Giapeto e della ninfa Climene, e fratello di Prometeo. Atlante combatté a fianco dei titani nella guerra contro le divinità del monte Olimpo. Per punizione, fu condannato a reggere per sempre sulla schiena e le spalle la Terra e l'intera volta celeste. Poiché Atlante era il padre di Calipso e delle Esperidi, le ninfe che custodivano l'albero dalle mele d'oro, Eracle gli chiese di aiutarlo a realizzare una delle sue fatiche, che consisteva appunto nel procurarsi i famosi frutti, offrendo in cambio di sostenere il suo fardello. Atlante accettò di buon grado, pensando di liberarsi per sempre di quel tremendo carico; quando ritornò con le mele, Eracle gli chiese di riprendersi per un momento il fardello, per sistemare meglio il peso. Atlante acconsentì, ed Eracle fuggì con le mele. Poiché la figura di Atlante che reggeva la Terra compariva spesso sui frontespizi delle prime raccolte di carte geografiche, la parola atlante indica ora il volume che le contiene.
 
Nel mito Atlante è il figlio maggiore della Ninfa Climene e di un Titano (oppure, nella versione egiziana del mito, di Poseidone). Uno dei suoi quattro fratelli era Prometeo, colui che rubò il fuoco agli dei per ridarlo agli uomini. La stirpe generata da Atlante, grande conoscitore di tutti i segreti del mare, è un popolo marinaro che vive su di una terra situata oltre le Colonne d’Ercole, che si chiama Atlantide. Come in tutti i miti, i motivi della caduta di questo popolo immensamente ricco e virtuoso, sono di ordine morale. I Keftiù, il popolo che abitava la terra di Atlantide, si lasciarono un giorno vincere dalla crudeltà e dall’avidità, cessando di condividere e ripartire con gli altri le loro immense ricchezze e le loro straordinarie conoscenze del mare. Per questo la loro isola venne distrutta in una notte ed un giorno dagli Dei (c’è chi parla invece degli Ateniesi, autorizzati dagli dei). In questo breve lasso di tempo i porti ed i templi furono sommersi dal fango ed il mare divenne impraticabile, l’isola felice scomparve e con essa la sua civiltà.
 
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Cerveteri
560-550 a.C.
ceramica figurata
alt. cm 14 - diam. cm 20,2
inv. 16592

Tra le altre produzioni di ceramica greca figurata, si distingue la ceramica laconica, qui documentata da una famosa kylix (coppa) fabbricata a Sparta poco prima della metà del VI secolo a.C. ed attribuita al Pittore di Archesilas II. Su di essa si può ammirare una delle prime raffigurazioni del mito di Atlante che ci siano pervenute. Atlante, barbato, piega le ginocchia sotto il peso della massa che deve sostenere sulle spalle, essendo stato condannato da Zeus a tenere separato il cielo dalla terra. Al suo castigo si associa quello di un secondo Titano, suo fratello Prometeo, colpevole di aver donato il fuoco agli uomini, legato ad un palo e sottoposto al supplizio perpetuo dell'aquila che gli rode il fegato che ogni notte ricresceva per essere di nuovo mangiato. L'accostamento dei due episodi ha fatto supporre che il nostro pittore si sia ispirato direttamente alla Teogonia di Esiodo, dove i due Titani sono descritti l'uno dopo l'altro.
 
Nel frontespizio dell'atlante nautico intitolato Zeekarten, di Frederick de Wit (1671), il Titano Atlante è correttamente rappresentato nell'atto di sorreggere la volta celeste, secondo la versione originale della leggenda.


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Nella leggenda successivamente distorta viene rappresentato invece con il mondo sulle spalle. Erodoto fu invece il primo a parlare di Atlante come di una montagna situata nell'Africa settentrionale, perché Perseo l'avrebbe trasformato in roccia mostrandogli la testa della Medusa.

Il "documento" più importante giunto fino a noi da epoche antiche è costituito dal globo sostenuto dal notissimo Atlante Farnese custodito nel Museo Nazionale di Napoli in cui, invece dei continenti, sono rappresentate le costellazioni.

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Prometeo era figlio della Ninfa Climene e del Titano Eurimedonte, oppure di Climene e Giapeto, ed i suoi fratelli erano Epimeteo, Atlante e Menezio. Il fratello maggiore era Atlante, conosceva tutto quello che si cela negli abissi del mare, il suo regno era più vasto dell'Asia e dell'Africa messe assieme.
All'inizio i fratelli erano molto virtuosi e saggi, ma un giorno si lasciarono vincere dall'avidità e dalla crudeltà, per punirli gli dei scatenarono un diluvio che distrusse il loro regno. Atlante e Menezio, che sopravvissero al diluvio, si unirono a Crono e ad altri Titani per combattere gli dei dell'Olimpo. Zeus, però, uccise Menezio con una folgore e condannò Atlante a portare sulle spalle il Cielo per l'eternità.

Prometeo, che previde la sconfitta dei Titani, preferì schierarsi dalla parte di Zeus. Egli, che era il più intelligente dei Titani, aveva assistito alla nascita di Atena dalla testa di Zeus e la dea stessa gli insegnò l'architettura, l'astronomia, la matematica, la medicina, l'arte di lavorare i metalli, l'arte della navigazione e altro ancora, che egli poi a sua volta insegnò ai mortali. Zeus che era intento a distruggere il genere umano s’irritò nel vedere gli uomini diventare sempre più esperti e potenti. Un giorno, nella piazza di Sicione, si accese una discussione a proposito delle parti di un toro sacrificato che si dovevano offrire agli dei. Prometeo fu invitato a fare da arbitro, egli scuoiò il toro facendo due sacche con la sua pelle, e li riempì una con la carne nascosta sotto lo stomaco, che non è molto appetitoso, e l'altra con le ossa coperte da uno strato di grasso. Quando le presentò a Zeus affinché li scegliesse, il dio si fece trarre in inganno e scelse la sacca che conteneva le ossa. Irato, punì Prometeo privando il genere umano dal fuoco.
 
Egli, dunque, si recò da Atena affinché lo facesse entrare di notte nell'Olimpo, appena giunto accese una torcia dal carro del Sole e si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Infuriato Zeus fece costruire da Efesto una donna, ordinò ai quattro Venti di soffiarle la vita, e alle dee di adornarla. La chiamò Pandora, fu la più bella donna del mondo e Zeus decise di donarla ad Epimeteo. Quest'ultimo, già avvertito dal fratello di non accettare regali da Zeus, la rifiutò, quindi Zeus fece incatenare Prometeo, nudo, in cima al Caucaso, dove un avvoltoio gli divorava il fegato tutto il giorno, questo tormento non aveva fine poiché la notte il fegato gli ricresceva.

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