nel continente nero

watson

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Proporsi di tracciare un profilo storico del continente africano non è esente da problemi. L'Africa non conobbe la scrittura se non in epoca molto recente: le fonti e le testimonianze scritte di cui si può disporre non sono pertanto africane, ma arabe ed europee. Altrettanto problematico è tracciare una storia di tutta l'Africa.

È da dire anzitutto che gli studiosi sono sempre più inclini a ritenere che la culla dell'umanità sia stata proprio l'Africa. Nel 1971 sono stati resi noti a Nairobi i ritrovamenti di 16 resti fossili di uomini primitivi; è stata ritrovata anche pietra lavorata, sicuro indizio di una cultura primordiale. La datazione dei reperti porta a due milioni e mezzo di anni fa, dimostrando così un'ipotesi già formulata nel 1966. L'Africa è il solo continente del mondo in cui si ritrovano in regolare successione cronologica e senza discontinuità tutti gli stadi dell'evoluzione umana: Australopiteco, Pitecantropo, Neanderthaliano, Homo Sapiens.
 
La civiltà egizia fu la prima grande civiltà mediterranea sorta su territorio africano. Nel frattempo (verso il 6000 circa a.C.) il clima cominciò a cambiare e a farsi progressivamente più arido, dando origine alla zona desertica del Sahara (in origine un territorio fertile, ricco di agricoltura e caccia), che costituisce ancora oggi una sorta di barriera naturale tra l'Africa settentrionale e quella centro-meridionale. Da qui può prendere avvio la distinzione tra Africa Mediterranea, che i continui contatti con gli altri popoli del Mediterraneo e dell'Asia portarono a svolgere un ruolo storico maggiore, e l'Africa Nera, a Sud del 15° di latitudine Nord, isolata e chiusa in se stessa fino a epoche molto recenti. L'Africa Mediterranea fu quindi sede dello sviluppo della civiltà egizia e dei regni di Kush (Etiopi, primo millennio a.C.). e di Axsum (metà del primo secolo d.C., altopiani etiopici settentrionali). Sono scarsissime le notizie che gli antichi scrittori ebbero degli altri popoli africani.

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A partire dal XIV secolo vi fu un rapido cambiamento, sia per la decadenza generale del mondo islamico africano sia per la comparsa degli europei e delle loro esplorazioni geografiche. Tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo inizia un'intensa attività marinara da parte dei portoghesi, alla ricerca di una nuova via marittima per le Indie. Nel 1415 i portoghesi si impadronirono di Ceuta; nel 1420 scoprirono l'isola di Madera dove fondarono la città di Funchal; nel 1434 raggiunsero il Capo Boiador, a Sud delle Canarie; nel 1450 il veneziano Cadamosto, entrato al loro servizio, raggiunse le foci del Senegal e del Gambia e i portoghesi entrarono in contatto con il regno di Cayor; tra il 1460 e il 1472 scoprirono e si impadronirono delle isole di Capo Verde, di Sao Tomé e di Fernando Poo: crearono grandi piantagioni di canna da zucchero e reclutarono schiavi per sopperire ai bisogni di manodopera sulle coste del Senegal e del Gambia. Nel 1484 Diego Cao scoprì un immenso fiume (denominato Congo dal nome del reame in cui era organizzato il territorio circostante). Nel 1488 Bartolomeo Diaz giunse all'estrema punta dell'Africa e la denominò Capo Tempestoso (il re del Portogallo ne cambiò poi il nome in Capo di Buona Speranza). Nel 1500 infine Diego Diaz scoprì l'isola di Madagascar. Tutta la costa africana era così nota, ma l'interno restava misterioso e chiuso agli europei.

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Tra XV e XVI secolo i rapporti tra portoghesi e popolazioni africane furono caratterizzati dal tentativo di stabilire rapporti commerciali pacifici. Nel XVII secolo la situazione iniziò rapidamente a mutare: le piantagioni europee dell’America tropicale esigevano abbondante manodopera che non era possibile reperire localmente; si sopperì progressivamente a questa esigenza con schiavi deportati dall’Africa.La schiavitù era già un fenomeno noto: in Africa aveva la forma di schiavitù domestica o di vassallaggio feudale. Un numero limitato di schiavi era già stato tratto dal continente africano e inviato in Europa, in genere si trattava di persone addette ai servizi domestici. La vera e propria tratta ebbe inizio nel XVII secolo e in breve tempo si allargò tanto da dominare interamente tutti i rapporti euro-africani per oltre tre secoli.

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sin dal secolo XV i Portoghesi cominciarono a praticare la tratta degli schiavi in Africa, sebbene su scala modesta, catturando prigionieri e conducendoli in Portogallo. Le scoperte e occupazioni di territori lungo tutta la costa africana, con la creazione di basi (inizialmente commerciali e di rifornimento e poi anche militari), aprirono vaste possibilità allo sviluppo del traffico schiavista. La scoperta dell’America e la creazione di piantagioni europee in quel continente determinarono una grande richiesta di «merce umana» africana. La tratta degli schiavi, da occasionale occupazione di mercanti d’oro e di spezie, di avventurieri e pirati, divenne il principale movente dell’azione coloniale in Africa, anzitutto del Portogallo e poi di altre potenze europee.



Così, dal XV al XVI secolo si ebbe in Africa il passaggio dall’epoca «delle grandi scoperte» a quella del più brutale avvilimento dell’uomo che la storia mondiale abbia mai conosciuto, l’epoca di una caccia mostruosa condotta per tre secoli dagli agenti delle classi dominanti delle nazioni più sviluppate, «civilizzate» e «illuminate», contro i popoli neri arretrati e inermi; l’epoca dello sterminio di centinaia di migliaia di uomini che tentavano di opporre resistenza o che non riuscivano a sopravvivere alla deportazione e al lavoro forzato nelle piantagioni; l’epoca della riduzione di milioni di neri allo stato di bestie da soma.

Sin dall’inizio del secolo XVI la tratta degli schiavi divenne - e così rimase durante l’intera epoca dell’accumulazione capitalistica primitiva, cioè per tre secoli - il fattore essenziale e determinante di tutta la storia dell’Africa e dei suoi abitanti. Ciò vale non solo per i popoli africani che durante quel periodo furono in qualche modo attivamente o passivamente coinvolti nella tratta degli schiavi, ma anche per quei popoli e paesi che, pur essendo stati oggetto della penetrazione europea, per qualche motivo non subirono spedizioni schiaviste (per esempio i popoli dell’Africa del sud). E vale infine per i popoli dell’interno del continente che fino al termine del secolo XVIII non videro l’uomo bianco.

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Scritto da MissKim
.....para ponzi ponzi po.....


Parla del Sudafrica tra il diciassettesimo e il diciannovesimo secolo che mi affascina moltissimo.

(Quando hai tempo e voglia. Grazie:) )

a me una quattro stagioni, grazie

Ma dove siamo, al tabarin? ma fammi il piacere, fammi:p
 
Le fasi storiche della tratta degli schiavi in Africa

La prima fase è quella delle razzie effettuate dai pirati. Mercanti avventurieri, navigatori o veri e propri pirati provenienti dall’Europa praticarono di propria iniziativa e a proprio rischio la caccia ai neri (sporadicamente ma in certi casi anche sistematicamente), senza che le autorità governative dei loro paesi se ne immischiassero o addirittura con il tacito consenso ufficiale. Sotto questa forma iniziò nel secolo XV la tratta degli schiavi e tale si mantenne durante tutta la sua prima fase di attuazione, cioè fino al 1580-90.

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A partire dagli anni ‘80 del secolo XVI, con la comparsa di compagnie che monopolizzano il commercio degli schiavi, comincia una seconda fase che vede l’apogeo della tratta. Da traffico semilegale e non ufficiale, questa diventa attività onorevole e ufficialmente riconosciuta da re e governi. Le compagnie si valgono dei «migliori» uomini d’affari della nascente classe capitalista dei paesi civilizzati. I metodi primitivi e rozzi dei pirati e degli avventurieri più o meno criminali lasciano il posto a sistemi di razzia perfettamente organizzati. Si creano appositi eserciti regolari e nasce una vera e propria rete di centri per la tratta, con fortificazioni e altro, in modo da proteggere e intensificare il nuovo «commercio» [nella foto a sinistra, Fortificazioni portoghesi sulle coste occidentali dell'Africa]. Le zone interessate si allargano: dalle coste dell’Alta e della Bassa Guinea, le spedizioni penetrano nell’interno del continente e arrivano anche a toccare alcune regioni della costa orientale, entrando in concorrenza con i mercanti di schiavi arabi.
 
Quanti uomini, donne e bambini lasciarono l’Africa nelle stive delle navi negriere? Quanti prigionieri africani e malgasci furono venduti nei mercati dei Caraibi e del continente americano? Probabilmente decine di milioni, ma non ne conosceremo mai il numero esatto, dal momento che non possiamo contare su una documentazione statistica attendibile. A questo proposito, l’ostacolo che si trovano di fronte gli storici sta nelle condizioni e nelle pratiche del commercio, sia legale che illegale, che si prolungò dalla metà del XV secolo agli ultimi decenni del XIX.

I mercanti e gli avventurieri realizzarono profitti favolosi. Acquistando il «nero» per 70-100-200 franchi pro capite sulle coste africane, lo rivendevano nelle Americhe a un prezzo che poteva andare dai 1.000 ai 2.000 franchi. L’enorme incremento del numero di Africani esportati era dovuto al fatto che, dato il carattere massiccio delle operazioni di queste compagnie, le condizioni di viaggio fino ai mercati americani erano notevolmente peggiorate rispetto ai «bei tempi» dei pirati, sicché soltanto una metà degli Africani spediti nelle Indie Occidentali arrivava a destinazione.

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Le disgraziate vittime della tratta degli schiavi passavano attraverso una catena di supplizi. Innanzitutto venivano braccate come bestie selvagge. Sfuggivano agli orrori di questa caccia solo gli Africani venduti come schiavi da un’altra tribù che li aveva presi in guerra, o dai loro stessi capi. Dopo la cattura, dovevano affrontare le sofferenze del lungo tragitto dall’interno del continente alla costa. Seguiva l’attesa del compratore nella «casa degli schiavi» del sensale, o della nave da trasporto nell’agenzia commerciale di un mercante europeo. L’attesa durava settimane o anche mesi. La tappa seguente, la traversata sulle navi negriere verso la destinazione (in America, nelle isole della Giamaica o altrove), era quella più terribile. Dopo lo sbarco, seguiva generalmente l’attesa del giorno della vendita, poi la vendita stessa che spesso significava la divisione delle famiglie. Infine, dopo l’arrivo nella piantagione o nella casa del «proprietario», cominciava per lo sventurato schiavo una vita senza speranza, da bestia da soma: lavoro forzato, fame costante, percosse, umiliazioni, eterna paura del domani.
 
Harry Johnston, un «illuminato» colonizzatore e storico coloniale inglese, descrivendo le prime tappe di questo calvario racconta tra l’altro in A History of the Colonization of Africa by Alien Races (Cambridge 1913):

«Durante il tragitto verso la costa, al collo degli schiavi venivano appese pesanti catene che si conficcavano nelle carni provocando piaghe purulente. Gli schiavi marciavano consunti per la fame e la fatica, non ricevevano acqua a sufficienza e rischiavano di morire per insolazione. Se si sdraiavano a terra per un breve riposo o se crollavano esausti, venivano fucilati sul posto, oppure uccisi a colpi di lancia, oppure veniva loro tagliata la gola con diabolica brutalità [...] Ai bambini che la madre non riusciva a portare o che non erano in grado di seguire il convoglio veniva fracassata la testa. Numerosi schiavi, non potendo sopportare la separazione dal loro focolare e dai loro bambini, si suicidavano. Gli schiavi venivano bollati con un marchio, percossi e frustati senza ricevere ovviamente nessuna cura medica per le ferite inflitte loro.
Tali erano le condizioni della marcia fino alle “case degli schiavi” o alle agenzie dei mercanti europei. Venivano poi gli orrori del viaggio per mare: va detto che le descrizioni più note dei trasporti si riferiscono quasi tutte a navi appartenenti a nazioni civilizzate quali l’Inghilterra, l’Olanda, la Spagna, il Portogallo, l’America, e non alle navi arabe e indiane che trasportavano schiavi dall’Africa orientale in Arabia o in India. In genere, gli Arabi e gli Indiani non caricavano eccessivamente i loro vascelli e durante il viaggio concedevano una certa libertà agli schiavi».
La descrizione di Johnston è tanto più significativa in quanto si riferisce a un’epoca successiva, in cui la tratta degli schiavi era già in declino grazie ai movimenti abolizionisti in Inghilterra e in altre potenze capitaliste. Alla luce di questo quadro della tratta, si può facilmente immaginare come essa dovesse essere due o secoli prima, quando i mercanti di schiavi erano liberi di agire senza alcuna limitazione.

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Concedendo la libertà allo schiavo
garantiamo la libertà dell'uomo libero -
gesto doppiamente onorevole di dono e protezione.
Salveremo nobilmente, o perderemo
meschinamente, l'ultima
e più bella speranza dell'umanità.

Abramo Lincoln
Messaggio annuale al Congresso
1° dicembre 1862
 
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Sezione della nave negriera "Brookes", che mostra come gli schiavi fossero stipati sottocoperta.
Incisione tratta da "The History of the Abolition of the Slave Trade" di Thomas Clarkson (1808)
 
"Lo zucchero sarebbe troppo caro se non si facesse lavorare dagli schiavi la pianta che lo produce. Quelli in questione sono neri dai piedi alla testa; ed hanno il naso talmente schiacciato che è quasi impossibile compiangerli. Non ci si può mettere in testa che Dio, che è un essere sapiente, abbia posto un'anima, soprattutto un'anima buona, in un corpo tutto nero."


[Charles-Louis de Montesquieu, Lo spirito delle leggi, 1748]




"Questo commercio sembra inumano a quelli che non sanno che questi poveretti sono idolatri e maomettani, e che i mercanti cristiani comperandoli ai loro nemici li liberano da una crudele schiavitù e fan loro trovare, nelle isole in cui sono deportati, non solo una schiavitù più dolce, ma anche la conoscenza del vero Dio, e la via della salvezza."


[Jacques Savary, Il perfetto negoziante, 1677]
 
Le potenze europee edificarono fortezze per gli schiavi in Africa occidentale come teste di
ponte della loro presenza militare e le utilizzarono per immagazzinare le merci
e tenervi gli schiavi africani prima del loro imbarco verso l'America.

A sinistra, il forte inglese di Metal Cross (1693);
a destra, Fort Patience (1697), bastione portoghese.

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Tra Settecento e Ottocento vi furono numerose esplorazioni dell’interno del continente africano, per sete di conoscenza e spirito di avventura, ma soprattutto per scoprire e inventariare le risorse fino ad allora sconosciute. Così lo scozzese James Bruce compì un viaggio in Etiopia (1770), l’inglese Clapperton raggiunse il Ciad (1823), il francese Caillié penetrò in Timbuctù (1828), il tedesco Barth percorse dal 1850 al 1855 tutto il Sudan, gli inglesi Burton, Spike, Baker si avventurarono alla ricerca delle fonti del Nilo, ecc. Ma fu con le spedizioni di Livingstone e Stanley ebbe inizio un nuovo capitolo.
 
David Livingstone


Livingstone, David (1813-1873), missionario scozzese e medico grande esploratore dell'Africa meridionale.

Nato in una modesta famiglia scozzese in Blantyre, nella contea di Lanarkshire, Scozia, il giovane Livingstone entrò nella Società Missionaria Londinese (LMS) nel 1838 con l'intenzione di studiare medicina per poi recarsi in Cina, un sogno svanito a causa della Guerra dell'Oppio (1839-1842). Ma quando i suoi servizi furono richiesti da missionari che operavano in Africa meridionale, cambiò meta dirigendosi in quella regione, e quattro mesi dopo la sua ordinazione nel novembre 1840 fece vela per Città del Capo.

Da 1841 fino a 1857 Livingstone viaggiò in tutta Africa meridionale come un membro del LMS, attraverso il Kalahari e operando tra gli Tswana. Nel 1844, in viaggio verso Mabotsa, fu attaccato da un leone; uno di suo braccio ne rimarrà permanentemente ha danneggiato.

In 1845 Livingstone sposò Marry Moffet, la figlia di uno di suoi mentori, Robert Moffet. Marry inizialmente lo accompagnò nei suoi viaggi ma, di salute fragile e preoccupata per l'educazione del loro figlio, ritornò in Inghilterra nel 1852. Livingstone continò il suo viaggio verso nord e poi verso ovest, raggiungendo l'Atlantico presso la città litoranea di Luanda (attualmente in Angola) nel 1854. Quindi si diresse a est verso il fiume Zambezi, dove visitò e diede il nome alle Cascate Victoria. Inoltre, per combattere la tratta degli schiavi che era ancora estesamente praticata in molte delle aree visitate, incoraggiò lo sviluppo del commercio. Commercio e cristianesimo sarebbero stati l'anima di un affrancamento dell'Africa dalla barbarie dello schiavismo. Dichiarò di essere "estremamente desideroso di promuovere in Africa la produzione e l'esportazione di materie prime destinate all'industria europea, così non solo da fermare il commercio degli schiavi, ma anche da introdurre la gente d'Africa nel consesso delle nazioni."

Nel 1856 Livingstone ritornò in Inghilterra. Il suo libro Viaggi missionari e esplorazioni in Africa Meridionale, pubblicato nel 1857, sollevò il problema della schiavitù nell'opinione pubblica europea. Due anni più tardi ritornato in Africa guidò una spedizione patrocinata del governo inglese che condusse alla scoperta di una quantità di luoghi dell'Africa meridionale sconosciuti fino ad allora agli europei: tra questi il Lago Nyasa (ora Lago Malawi). Benchè questa spedizione porto a significative revisioni della cartografia, le autorità britanniche la considerarono un fallimento, e ne pose fino nel 1863.

Dopo avere attraversato l'Oceano indiano fino a Bombay, Livingstone ritornò patria e, con suo fratello Charles, scrisse Racconto di una spedizione lungo lo Zambesi e i suoi tributari (1865). Questo libro, e la sua denuncia del commercio degli schiavi nella zona del Lago Nyasa può essere, a buon diritto, considerato la provocazione che convinse nei decenni successivi molti missionari a dedicarsi alla lotta alla tratta di esseri umani, oltre che alla diffuzione del Cristianesimo.

Nel 1866 Livingstone partì nuovamente, alla ricerca delle sorgenti del Nilo, percorse il fiume Rovuma al nord del Lago Nyasa, e raggiunse il Lago Tanganyika nel 1869. Quando alcuni membri della spedizione disertarono, dichiaranono che Livingstone era stato ucciso da alcuni indigeni nel corso del viagio, il giornalista americano, Henry Morton Stanley, si impegno nela famosa "missione di soccorso", che dopo otto mesi raggiunse Livingstone presso Ujuji, nell'attuale Repubblica Democratica del Congo.

Livingstone e Stanley esplorarono il nord dell'area del Lago Tanganyika fino al 1872. Per ulteriori due anni Livingstone, senza successo cercò, le sorgenti del Nilo fino alla sua morte, nel villaggio di Chitambo, nel Barotseland (attualmente in Zambia ). Il suo cuore fu seppellito sotto un albero nel luogo dove morì, mentre il suo corpo fu trasportato dai compagni di esplorazione fino alla costa mozambicana, e di lì riportato in patria. Riposa ora nell'Abbazia del Westminster.
 
Durante un caldo pomeriggio ad Ujiji, avvenne il famoso incontro con Henry Morton Stanley, il giornalista incaricato di riportare il Dott.Livingstone in patria, e in quell’occasione venne pronunciata la celebre frase: "il dottor Livingstone suppongo ?"

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L’inaccessibilità ambientale dell’Africa Centrale impedì per secoli la soluzione del dilemma circa le origini del Nilo, il grande fiume venerato dagli egiziani. Nella seconda metà dell’ottocento avventurosi esploratori riescono a dipanare il mistero.



Oggi il quadro geografico del Nilo è ben conosciuto. Presso Kartoum (Sudan) si riuniscono i due affluenti principali: il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro. Il Nilo Azzurro nasce dal Lago Tana sull’Acrocoro Etiope. Il Nilo Bianco, il ramo principale, ha invece molte sorgenti, ma la maggior parte delle acque proviene dal Lago Alberto. Questo lago è alimentato dalle piogge del Ruwenzori e dal Nilo Vittoria, un fiume che nasce (con le cascate Rippon) a nord del lago omonimo. Il Lago Vittoria ha un affluente principale, il fiume Kagera, il quale nasce in Burundi ed è la sorgente più meridionale del Nilo.

Carovane di mercanti arabi in cerca d’avorio e di schiavi erano penetrate nel continente Africano fin dall’antichità, ma questo era rimasto completamente sconosciuto al mondo europeo fino al 1800. L’inaccessibilità dell’Africa centrale era legata al clima torrido e umidissimo (in cui abbondano malattie, parassiti e animali feroci), e alla vegetazione quasi impenetrabile (attraverso cui si poteva accedere solo a colpi di machete).
 
È opportuno precisare che gli arabi avevano visitato l’interno del continente ben prima degli europei. Le carovane dei mercanti arabi erano arrivate ad Unyamwazi (Tanzania) nel 1824, al Lago Tanganika nel 1831, e nel 1845 le rotte commerciali si erano spinte fin nel lontano regno del Buganda, lungo le rive nord occidentali del Lago Vittoria nell’attuale Uganda (Salim 1989).

Ma queste conoscenze non erano giunte in Europa, e, al termine del secolo dei Lumi, intellettuali ed avventurieri erano affascinati dai grandi vuoti delle carte dell’Africa. Fino a questo momento, alla mancanza d’informazioni si suppliva con l’immaginazione, la qual cosa non soddisfaceva le ambizioni scientifiche della Gran Bretagna colta. Nel 1788, a Londra, nacque dunque la African Association, una società che aveva lo scopo di allargare le conoscenze geografiche, naturalistiche e culturali di questo misterioso ed affascinante continente. È l’inizio delle grandi esplorazioni.
 
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