no alle merci cinesi [sull'ottusità delle menti]

  • Ecco la 56° Edizione del settimanale "Le opportunità di Borsa" dedicato ai consulenti finanziari ed esperti di borsa.

    Settimana da incorniciare per i principali indici internazionali grazie alla trimestrale più attesa dell’anno che non ha deluso le aspettative. Nvidia negli ultimi tre mesi del 2023 ha generato ricavi superiori all’intero 2021, confermando la crescita da record della società grazie agli investimenti globali nell’intelligenza artificiale. I mercati azionari hanno festeggiato aggiornando i record assoluti a Wall Street e in Europa, mentre il Nikkei giapponese raggiunge un nuovo massimo storico dopo 34 anni. Le prossime mosse delle banche centrali rimangono sempre al centro dell’attenzione. Per continuare a leggere visita il link

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Il cartello campeggiava bello tronfio nel bel mezzo del parcheggio semivuoto. La distanza siderale che quello slogan separava dal mondo in cui ci troviamo m’era balzata alla mente in una frazione di secondo [il problema del prodotto è la sua internazionalizzazione].
Aziende leader come Nike, Coca-Cola, McDonald’s ne hanno fatto una vocazione, lo stesso dicasi per Google, Yahoo!, etc. Esistono in Italia simili aziende? La prima [e, per molti versi, unica] impresa ad aver tentato tale strada è stata Benetton, ma il risultato non può dirsi soddisfacente. La vocazione internazionale non è riuscita a realizzare “prodotti internazionali”, per cui la vocazione è rimasta nel prodotto soltanto come sbiadita immagine [non ne ha caratterizzato la sua presenza nel mercato]. Diesel ha tentato un’operazione + raffinata [e, per molti versi, + spregiudicata], ma il carattere di nicchia dell’impresa ne ha limitato l’affermazione internazionale.

L’Italia rimane forte nei prodotti di alta gamma, ma in un mercato globale [dove il consumatore medio s’identifica rapidamente con prodotti a forte propensione internazionale] tali prodotti tendono a sviluppare un modello culturale troppo “chiuso”. Il made/in/Italy tende insomma ad identificarsi troppo con un riferimento culturale [quello del bello italiano], che non ha + sufficiente forza di penetrazione internazionale [dal momento che tende ad esibire un richiamo geo-culturale che non riesce ad averla vinta sul processo di globalizzazione]. Il ritardo culturale di parte della piccola-media impresa italiana si riflette in questo senso nella tipica posizione leghista [di difesa ad oltranza di un modello di sviluppo destinato inevitabilmente a scomparire]. Fortunatamente l’imprenditoria italiana sa essere + libera e mobile delle ideologie che tendono a contenerla e ha sempre saputo sviluppare prodotti in grado di competere sul mercato.
La forza di questa imprenditoria è stato anche l’intermedio di qualità [ove per intermedio dobbiamo intendere il prodotto di supporto, destinato ad entrare nella filiera produttiva forte del proprio primato di affidabilità e unicità]. Imprese come Brembo sono il portato tipico di questo modello d'impresa ed è inutile qui starne a magnificarne altre.

Tali imprese, però, non lavorano sul prodotto, ma all’interno di specifiche nicchie produttive. Sono forti nell’innovazione, ma non nel processo di internazionalizzazione. È tale processo che determina invece la forza di un’azienda [la sua potenza in termini di aggressione dei mercati, di controllo e di efficienza produttiva]. Questo tipo di azienda, possiamo dirlo con una certa sicurezza, non è italiano. Non lo è nella maggior parte dei casi, naturalmente [dal momento che esistono anche in Italia aziende costruite sul modello di Nike, l’azienda cult in questi anni nei processi di globalizzazione].
Le cose, naturalmente, stanno cambiando molto velocemente ed è chiaro che stiamo parlando di processi irreversibili. È il concetto stesso di multinazionale che va modificandosi. Non + azienda in grado solo di delocalizzare, ma soprattutto di avere prodotti in grado di vincere le barriere geo-culturali destinate a frenarne la visibilità.

La Nike non veste i soldati americani nel mondo, veste un modello che azzera le differenze in nome di un mondo globalizzato e totalmente mercificato. La guerra, il conflitto, appartengono ancora alla fase primitiva del capitalismo [quella che la globalizzazione sta distruggendo dall’interno]. La globalizzazione rappresenta semplicemente il trionfo della merce, la mercificazione del mondo [si tratta solo di stabilire la quantità di merci che il pianeta sarà in grado di assorbire]. Sarà questa capacità di occupare i mercati a fare la differenza [la differenza sarà fatta dalla forza del prodotto]. E + un prodotto sarà globale, + sarà forte.

Lo slagan campeggiava nel vuoto come campeggiano talora gli alberi in mezzo all’asfalto. Inattuale, ridicolo, ottuso. E basta guardarsi un po’ in giro per capire che non ci sarà alcuna remissione per gli ottusi. La guerra distrugge le barriere, il prodotto distrugge le coscienze. Meccanismo inarrestabile, che rappresenta l’essenza stessa del capitalismo. La pace ha un prezzo: la mercificazione del mondo. solo alla fine avremo la visione esatta della potenza spaventosa del processo dentro il quale stiamo scivolando: per il momento, possiamo solo intravederne le singole mosse [mossa dopo mossa, la costruzione del mercato globale]. Di fronte all’onda che tutto sommerge, la dighetta leghista ha qualcosa di miserabile e patetico insieme. Tutto il modello di sviluppo che a quell’ideologia fa riferimento è destinato all’ecatombe: non è la Cina, infatti, il problema. Il problema è la competizione, la crudeltà del mercato, quei miliardi di occhi che premono ai confini.

Sarà solo una questione di forza, non di paura.
 
fulvio_cortesi ha scritto:
I Cinesi Mi Stanno Sulle Palle
In Cina sta avvenendo un processo di sviluppo analogo a quello compiuto dal Giappone dopo la Guerra Mondiale, ma con la non trascurabile differenza che la Cina vale circa come 10 Giapponi in termini di popolazione.

I fatti degli ultimi mesi hanno portato all’attenzione del mondo come questo paese stia ormai passando alla “fase due” del suo sviluppo. Dopo la fase dell’espansione grazie ai prodotti a basso costo ed alla clonazione dei marchi, sta ora passando alla fase delle acquisizioni ostili di società occidentali. La prima battaglia societaria ostile tra un gruppo cinese (la Cnooc) ed uno americano (la Chevron) per la conquista di una preda statunitense (la compagnia petrolifera Unocal), sta suscitando molte apprensioni in America.
D’altra parte è inevitabile che la potenza di fuoco in campo economico del colosso cinese prima o poi entri in rotta di collisione con l’egemonia americana, dato che nei prossimi 10-15 anni essa completerà il suo processo di trasformazione in una società industriale avanzata.

Sappiamo che oggi la Cina rappresenta un settimo della potenza economica americana e poco più di un quarto di quella giapponese.
Però se la Cina riuscirà a raggiungere un PIL pro-capite uguale a quello che oggi ha conseguito la Corea, diventerebbe automaticamente la più grande potenza mondiale. Il suo peso poi si moltiplicherebbe quasi per 20 se riuscisse a raggiungere il livello di benessere pari alla metà di quello goduto da un giapponese e pertanto la sua potenza sarebbe superiore di 2,5 volte a quella americana.

Gli esperti ipotizzano che il livello di sviluppo coreano verrà raggiunto dalla Cina intorno al 2015. Allora la Cina, pur avendo un livello di benessere assai inferiore a quello americano o giapponese di oggi, grazie alle sue dimensioni, diventerà la prima potenza economica mondiale. Questo dato è destinato a modificare gli equilibri geopolitici del mondo e non va sottovalutato.

Anzitutto va preso atto della ineluttabilità di questo processo.
La Cina sta vivendo, in misura accelerata, la stessa traiettoria già attuata dall’Europa, che non può essere fermata. L’Europa ci ha messo 120 anni, dal 1820 al 1950, per compiere il ciclo del proprio sviluppo. La Cina ce ne metterà circa 40, dal 1978 al 2020. Ma così come la trasformazione europea non è stata fermata neppure da due guerre mondiali, non lo sarà neppure quella cinese. Tutte le misure o contromisure volte a bloccare la Cina sono destinate ad essere travolte dagli eventi.

da www.borsaprof.it
 
ma da tutto ciò noi europei potremo uscirne solo con le ossa rotte. Non solo, non è da escludere che in Eurpopa possano a causa di ciò diffondersi violentissime tensioni sociali che potrebbero sfociare in estremisimi vari come il nazionalismo.
Non sottovaluterei anche il fatto che una volta che la Cina non abbia più un bisogno vitale dell'export come volano della sua economia perchè sostituito dalla domanda interna, non mandi al diavolo l'europa che a quel punto conterà ben poco come dimensione di mercato, sarà composta da una popolazione prevalentemente anziana e non si potrà più permettere il tenore di vita a cui è abituata. I nostri figli o nipoti rischiano di diventare quello che adesso sono i cinesi per noi, manodopera a basso costo.
 
Ngc-53 ha scritto:
... I nostri figli o nipoti rischiano di diventare quello che adesso sono i cinesi per noi, manodopera a basso costo.

Perchè fare figli?

Fatene pochi. Non più di due.

Come fanno i cinesi.

Noi non creeremo più nulla.

Ci limiteremo a cannibalizzare quel che hanno fatto i nostri genitori e nonni.

Vi è una "giustizia" nel fatto che gli italiani diminuiscono.
 
landino ha scritto:
Perchè fare figli?

Fatene pochi. Non più di due.

Come fanno i cinesi.

Noi non creeremo più nulla.

Ci limiteremo a cannibalizzare quel che hanno fatto i nostri genitori e nonni.

Vi è una "giustizia" nel fatto che gli italiani diminuiscono.

Saremo sostituiti da altri migliori di noi e ...

... va bene così.
 
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