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UNA CORREZIONE VIOLENTA IN ARRIVO PER IL DOLLARO?

Il crollo della moneta Usa ricorda ad alcuni trader del forex il 1973, quando l'allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon abbandono' il Gold Standard, mentre l'America era in recessione e l'inflazione aveva superato il 10%.

Il crollo del dollaro ricorda ad alcuni vecchi trader del forex il 1973, quando l'allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon abbandono' il Gold Standard, mentre l'America era in recessione e l'inflazione aveva superato il 10%. La moneta americana perse il 40% del suo valore nei confronti dello yen giapponese nei cinque anni successivi, secondo una nota dell'agenzia Bloomberg.

Tornando ad oggi, in appena 5 anni, cioe' dal 2002, il dollaro ha in effetti gia' perso il 40% rispetto al dollaro canadese, il 33% versus l'euro e il 24% nei confronti della sterlina inglese. L'indice che riporta il valore di scambio del greenback nei confronti di un paniere delle valute dei sette maggiori partner commerciali di Washington e' sceso a 71.11 lo scorso 2 novembre, minimo assoluto di sempre, esattamente una settimana dopo che la Federal Reserve ha ridotto i fed funds di 0.25% al 4.5%. La maggior parte degli economisti si aspetta un ulteriore taglio di 0.25% da parte della Fed nella prossima riunione dell'11 dicembre, per moderare gli effetti del crollo del mercato immbiliare e del credit crunch nel settore bancario. Sempre secondo Bloomberg, Stephen Jen, responsabile della ricerca sulle valute della sede di Londra di Morgan Stanley, ha dichiarato che il calo del dollaro minaccia di trasformarsi in una "correzione piu' violenta", che potrebbe richiedere massicci interventi congiunti da parte delle tre piu' importanti banche centrali, e cioe' Fed, Bce e BoJ.
 
BORSA: UNA RIEDIZIONE DEGLI ANNI SETTANTA?
di *Alessandro Fugnoli
Si prepara quel periodo che riuscì a mettere insieme stagnazione e inflazione e a danneggiare gli asset finanziari come non era mai avvenuto dagli anni Trenta? Ora è il turno di crediti, titoli finanziari e immobiliare. Ma in realta'...

Il dollaro in caduta libera, il petrolio che sfiora i 100 dollari e l’oro a 840 danno l’idea di una rottura di argini. Se si unisce a questo la crisi dei crediti che azzanna alla giugulare alcune grandissime money center banks è facile cadere nella tentazione di confezionare una teoria per cui tutti i nodi formatisi in questi anni stanno venendo al pettine. La grande espansione globale e il bull market degli asset sembrano, in questa luce, il risultato di un grande bluff monetario che si sta rivelando per quello che è, un castello di carte che sta crollando. In un mondo fuori controllo non resta dunque che pagare, nei prossimi anni, il conto salatissimo delle follie dell’ultimo decennio.

I più vocali esponenti di questa scuola di pensiero sono Marc Faber e Jim Rogers. Nella loro visione la Fed viene dipinta come una versione ingrandita mille volte della banca centrale dello Zimbabwe, ovvero come una fabbrica di dollari in cui le colossali rotative lavorano giorno e notte a ritmi infernali, come gli altiforni della cinematografia sovietica degli anni Venti.

Il corollario, per Faber (si veda il suo ultimo Gloom and Doom Report), è che il cash, in particolare in dollari, non è più un deposito di valore. Chi vuole mantenere il valore del suo portafoglio nel tempo e non farselo divorare dall’inflazione (stimata almeno doppia rispetto ai dati ufficiali) deve stare in asset reali (borse, merci, immobili) e muoversi come un acrobata tra l’uno e l’altro di questi asset per evitare i periodici e rovinosi scoppi di bolle cui sono soggetti (ora è il turno dei crediti, dei titoli finanziari e dell’immobiliare). L’oro è visto come lo strumento più semplice e pratico. Ha mantenuto il suo valore reale dal 1969 a oggi. Ha cioè attraversato il crollo del sistema di Bretton Woods, la stagflazione degli anni Settanta, la disinflazione dei due decenni successivi e la reflazione degli anni Duemila riconsegnando lo stesso potere d’acquisto (qui si potrebbe notare maliziosamente che Faber deflaziona l’oro con il deflatore ufficiale, mentre se si usasse l’inflazione che lui ritiene vera, quella doppia, il potere d’acquisto dell’ora sarebbe oggi più basso che nel 1969).

Vorremmo fare qualche osservazione su queste teorie. La prima è che, per il momento, siamo di fronte a un paradigma indiziario. Il dollaro è un indizio, il petrolio è un indizio così come l’oro. L’accusa implicita, ci pare di capire, è quella di preparare una riedizione degli anni Settanta, quel periodo che riuscì a mettere insieme stagnazione e inflazione e a danneggiare gli asset finanziari come non era mai avvenuto dagli anni Trenta. In questa costruzione, tuttavia, manca la prova, manca la pistola fumante. Manca in pratica, molto vistosamente, l’inflazione salariale. Immaginiamo per un momento l’inflazione come composta da un nucleo duro (per l’appunto l’inflaziona salariale) sul quale possono o meno depositarsi altri strati. Uno strato possono essere le esogene, come il petrolio e (fino a un certo punto) quei prezzi delle derrate e degli alimentari che stanno salendo furiosamente in tutto il mondo.

Un altro strato possono essere i margini di profitto delle imprese, ovvero il mark up che applicano ai prezzi in input (tra i quali il costo del lavoro è di gran lunga il più importante). Una altro può essere dato dall’effetto ricchezza (dovuto alla crescita di valore di case e titoli) e dal maggiore ricorso al debito che, insieme, portano i salariati ad aumentare la loro domanda di beni e servizi e a fare leva sui prezzi.

Senza il nucleo duro l’inflazione è contorno e non sostanza. Per quanto riguarda le cause esogene la politica delle banche centrali è da anni quella di ignorarle, passando il conto direttamente al consumatore. Per quanto riguarda le altre componenti (margini di profitto e effetto ricchezza) il loro aumento è terminato. Borse e case stanno stabilizzandosi o scendendo, mentre i margini, che pure si stanno difendendo molto bene, non si amplieranno oltre. Si diceva che non c’è inflazione salariale. In Europa, secondo Eurostat, il costo del lavoro nominale è perfettamente in linea con la media dell’ultimo decennio e negli ultimi dodici mesi è apparso addirittura il leggera decelerazione. Negli Stati Uniti le retribuzioni orarie e l’Employment Cost Index sono scesi nella parte bassa della fascia di oscillazione. Solo il costo del lavoro per unità di prodotto è ancora un po’ alto, ma sta scendendo rapidamente. Sono forse manipolati questi indicatori, così come sarebbe manipolato, secondo una leggenda metropolitana che abbiamo sentito ripetere fin da piccoli, il paniere dell’inflazione al consumo? Non lo dice nessuno, per quanto ci consta.

Ora facciamo un piccolo esperimento di storia contro-fattuale. Se con una politica monetaria aggressivamente espansiva l’inflazione salariale si è mossa così poco, che cosa sarebbe successo se le banche centrali (come avrebbero voluto i Faber, Rogers e Roach d’annata) avessero tenuto i tassi molto più alti? Quasi certamente, di fronte alla concorrenza asiatica, il costo del lavoro in Europa e in America avrebbe dovuto scendere in termini nominali. Ora sappiamo che tutti quanti siamo disposti a farci imbrogliare un poco sulla retribuzione reale, ma se si arriva alla diminuzione del netto in busta scattiamo come iene (almeno come primo impulso). Possiamo stare praticamente sicuri che il taglio delle retribuzioni nominali è l’anticamera del protezionismo. Redditi nominali in calo, protezionismo, stagnazione. Tutto per avere in cambio che cosa? Un dollaro più forte e un petrolio più a buon mercato?

E a proposito di dollaro e di petrolio, distinguiamo la velocità dell’aggiustamento, che può diventare effettivamente un problema, dalla direzione dell’aggiustamento, che è corretta in entrambi i casi. In particolare, per il petrolio, finché si tratta di esuberanza della domanda e non di restrizioni dell’offerta non c’è da strapparsi troppo i capelli. Quanto all’oro, i suoi periodi migliori sono quelli in cui le cose del mondo vanno molto male (quando cioè alla stagnazione si aggiunge l’inflazione) oppure quelli in cui vanno molto bene (reflazione accompagnata da forte crescita). Chi compra oro oggi deve sapere bene perché lo fa e scegliere bene come farlo. Se lo fa per puntare contro il dollaro deve finanziarsi in dollari (o usare il future, che è in pratica la stessa cosa). Se lo fa per proteggersi dalla confusione deve sapere che il prezzo attuale già incorpora un certo premio per l’incertezza di questa fase. Se lo fa per proteggersi da un rallentamento economico deve sapere che un rallentamento senza inflazione può deprimere l’oro (come tutte le materie prime) più che rafforzarlo.

In pratica, comprare a questi prezzi può avere senso solo per puntare su un’ulteriore flessione del dollaro, su scenari geopolitici ad alto rischio (un attacco all’Iran) o su una stagflazione stile anni Settanta. Sul dollaro ci sembra più prudente e razionale puntare sulle valute asiatiche (finanziate in dollari). Sugli scenari geopolitici si tratta di operare con lo spirito di chi acquista una polizza, che è un costo certo a fronte di un ritorno incerto. Sulla terza ipotesi, la stagflazione, vorremmo concludere il discorso. E’ ben probabile che nei prossimi anni ci sia meno crescita di quella, eccezionalmente alta, che il mondo ha vissuto dal 2003 a oggi. E’ anche probabile che l’inflazione si mantenga nella parte alta della fascia di oscillazione che oggi viene considerata socialmente accettabile. Questo non significa che stiamo per rivivere gli anni Settanta.

Rispetto a quell’epoca infelice, e scusate se è poco, c’è la differenza che passa tra il pieno impiego inflazionistico con una Fed che fa finta di niente (allora) e un pieno impiego non inflazionistico (con in più un serbatoio di 15 milioni di persone che ogni anno passano dalle campagne indiane e cinesi alle città ed entrano nella forza lavoro formale) con banche centrali che non ignorano affatto i rischi d’inflazione e accettano, per prevenirli, una decelerazione della crescita (oggi). Se questo è lo scenario di fondo, sugli asset di rischio in questo momento di turbolenza è sufficiente essere prudenti, senza per questo diventare esasperatamente difensivi.
 
dei prox 10 anni?

ostrega lo stavo cercando un veggente
 
vai in brasile che lo trovi,,,

fa il parrucchiere...
 
l' articolo piu' interessante sulla cina attualmente

copio e incollo l' articolo piu' interessante sulla cina sul momento attuale molto bello:


LA CRISI DEI MERCATI VISTA DALLA CINA: 'GLI AMERICANI CI HANNO ROVINATO'
di WSI - Il Sole 24 Ore
Xu e Zhang fumano nervosamente davanti all'ingresso di una casa di brokeraggio, mentre sparano sentenze al veleno su Wall Street, la politica e l'alta finanza Usa. Solo la storia dira' se il crollo della Borsa Rossa...


"Maledetti americani", impreca l'uomo del borsino. "Sì, maledetti americani, ci hanno proprio rovinato", gli fa eco un altro a fianco a lui. Xu e Zhang fumano nervosamente davanti all'ingresso di una casa di brokeraggio, mentre sparano sentenze al veleno su Wall Street, la politica e l'alta finanza Usa. I due uomini sulla cinquantina, alla stregua di decine di migliaia di investitori cinesi con il debole per l'azzardo di Borsa, non hanno dubbi: se oggi sono più poveri e inguaiati, è tutta colpa dei loro dirimpettai sulla sponda opposta del Pacifico. È da là che, negli ultimi dodici mesi, è iniziato a soffiare sempre più forte quel vento di sfiducia che ha finito per travolgere il listino di Shanghai, facendolo piombare dai massimi storici a livelli che nessuno, oltre la Grande Muraglia, avrebbe mai più pensato di rivedere. "Gli americani ci hanno rovinato", ripete Zhang sfilando dai pantaloni le tasche vuote. "Un anno fa, avevo circa 180mila yuan sul mio conto azionario. Oggi, me ne restano a malapena 20mila", aggiunge l'uomo del borsino con un amaro sorriso di sconforto.
La storia dirà se il crollo della Borsa Rossa, il listino che nel biennio 2006-2007 aveva messo a segno le migliori performance mondiali, è stata davvero tutta colpa degli americani. O se i cinesi non ci abbiano messo molto del loro. "È una questione che non mi riguarda", dice un giovane impiegato di banca. "Chi ha investito i propri quattrini in Borsa sapeva benissimo che poteva perdere tutto. Era già successo, e neanche tanto tempo prima".

Due diverse percezioni della crisi. Il terremoto finanziario che sta sconvolgendo il capitalismo mondiale vede la Cina spaccata in due. Da un lato, c'è l'enorme parco buoi (una cinquantina di milioni di persone) che piange, si pente e maledice pensando ai quei 1.700 miliardi di dollari andati in fumo nel giro di un anno. Dall'altro, c'è la stragrande maggioranza dei cinesi, per la quale la crisi finanziaria globale è un affare lontano e remoto. Qualcosa che non li riguarda, ordinarie notizie di sventure altrui da ascoltare distrattamente al telegiornale della sera.

Ma per quanto tempo ancora la crisi dei mutui subprime sarà un mal di testa solo per i cinesi del borsino? Probabilmente, non per molto. È vero, l'esposizione delle banche del Dragone verso la disastrata finanza Usa è molto contenuta, come hanno tenuto a sottolineare più volte in questi giorni le autorità monetarie di Pechino. Ed è altrettanto vero che, sebbene la Cina sia dopo il Giappone la maggiore finanziatrice del debito americano (il paese detiene 520 miliardi di dollari di Treasury Bond, mentre Tokio ne ha in portafoglio quasi 600), l'unica cosa che oggi potrebbe mettere in ginocchio il gigante asiatico è una dichiarazione di default degli Stati Uniti. Ma questo, nonostante Washington sia alle prese con la peggiore crisi degli ultimi 80 anni, allo stato dei fatti è ancora un rischio improbabile.

Rischio fuga di capitali: la stagione delle Ipo miliardarie è finita Ciò premesso, la coda del ciclone partito da Wall Street nell'estate 2007, e poi via via cresciuto d'intensità sino ad assumere dimensioni devastanti, sembra destinata a colpire molto presto anche sul mondo della finanza cinese. "L'eccesso di liquidità globale che negli Stati Uniti ha generato una montagna di sofferenze bancarie, di prodotti finanziari a rischio e di investimenti sbagliati alla fine è arrivata anche in Cina – spiega Manu Bhaskaran, economista di Centennial Group Singapore – Negli ultimi anni, infatti, le aspettative di rivalutazione dello yuan hanno catalizzato una parte consistente di questa liquidità nel paese, creando una bolla speculativa sia in Borsa che nel settore immobiliare. Ora è evidente che un ritiro massiccio di questi capitali potrebbe avere effetti destabilizzanti sul sistema finanziario cinese".

Un sistema finanziario che, nell'ultimo biennio, sfruttando abilmente l'arma del renminbi forte e l'insaziabile appetito degli investitori internazionali per tutto quanto fosse marchiato made in China, ha cavalcato alla grande il momento propizio scaricando sui mercati internazionali una quantità di carta senza precedenti. Dalla primavera 2006 a oggi, Pechino ha lanciato quasi duecento Offerte Pubbliche di Vendita societarie per un controvalore complessivo di circa 100 miliardi di dollari. Ma ora, con questi chiari di luna, la grande stagione delle Ipo è finita.

La crisi finanziaria contagerà l'economia reale Quel che è peggio, e che ancora sfugge ai cinesi della strada, è che il botto della finanza americana avrà ripercussioni negative anche sull'economia reale del Dragone. È solo una questione di tempo, assicurano gli esperti, sempre più indaffarati a rivedere al ribasso le stime di crescita del prodotto interno lordo cinese. "La congiuntura sta rallentando più rapidamente del previsto", avverte Dong Tao, economista di Credit Suisse. I segnali della frenata sono molteplici: il calo delle vendite di auto, la contrazione dei consumi energetici, la gelata delle transazioni immobiliari, la flessione dei prezzi interni dell'acciaio.

Ma il pericolo maggiore viene dal principale motore dell'economia cinese, cioè dal commercio estero. "Finora le esportazioni hanno tenuto testa alla recessione mondiale, ma già tra qualche mese la crisi finanziaria americana e la rivalutazione dello yuan, soprattutto quella nei confronti dell'euro, si faranno sentire", sostiene l'economista indipendente, Andy Xie. Nonostante gli sforzi prodotti dal Governo negli ultimi anni, le esportazioni contribuiscono ancora per un terzo alla formazione del prodotto interno lordo del Dragone. L'attesa frenata del made in China, dunque, avrà certamente un impatto depressivo sull'intera economia. "Quando l'economia di un paese dipende in misura rilevante dal commercio estero, e non può contare su un mercato domestico sufficientemente dinamico per compensare il rallentamento dell'export, è normale che il rischio per la crescita economica sia maggiore che altrove", osserva Stephen Roach, presidente di Morgan Stanley Asia.

Il vecchio modello di sviluppo export oriented deve cambiare Al di là degli effetti negativi che il grande crollo di Wall Street produrrà nei mesi a venire sulla finanza cinese, la lezione principale per il Dragone è proprio questa: le sorti dell'economia di una superpotenza non possono essere legate a doppio filo al ciclo economico internazionale. "Questa crisi deve spingere la Cina a cambiare il proprio modello di sviluppo", dicono ora in coro gli esperti, suggerendo a Pechino la ricetta per affrontare il nuovo corso: rivalutare lo yuan e varare riforme fiscali per stimolare i consumi interni.

La tanto biasimata invasione del made in China nel mondo volge dunque al termine? È prematuro per dirlo. Per ora, Pechino ne gode i benefici: 1.800 miliardi di dollari di riserve valutarie accumulate in meno di cinque anni. Ma, al tempo stesso, fa tutti gli scongiuri del caso. Quasi un terzo di quel tesoretto, infatti, è andato a finanziare il paese più indebitato del pianeta: non sia mai che ai "maledetti americani" salti in mente di combinare qualche altro brutto scherzo.
 
forse ma qui in asia ogni volta che vado al supermercato trovo la gente che ha i carrelli della spesa piena, vedo sempre suv nuovi, le strade sempre piene, il mio vicino di casa ha una casa in montagna, una al mare, tre condomini, un suv e una berlina e dice che ha pochi soldi (solo 5milioni di baht :mmmm:) come a me gli hanno tagliato il 70% dei costi acqua per la crisi :mmmm: e il 60% della bolletta della luce :rolleyes: probabilmente questo mese lui incassa 30/40mila baht in piú, alla faccia della crisi :clap: io solo 10 mila :'(
 
Cina, sostegni all'economia: 56mila km di ferrovie in 2-3 anni

oggi a radio24 hanno detto che il governo cinese ha varato un appalto per realizzare 56000 km di ferrovie in 2-3 anni al fine di sostenere l'economia
56mila avete capito bene
è stato detto anche che ci sono varie imprese coinvolte, ma non quali
Voglio scoprire quali sono queste imprese che beneficeranno di questo grosso sostegno all'economia che è stato varato in modo cosi vasto proprio in riposta alla crisi
 
auto in cina: BYD 268Cv elettrica

questo è il futuro, auto ibride con tempi di ricarica di 10 minuti (pausa caffè)

questa sara' la vera rivoluzione :cool:


http://www.autoblog.it/post/17660/detroit-2009-byd-e6-dual-mode-plug-in-hybrid

in europa e usa hanno la tecnologia ma non la useranno mai per produrre queste auto (tasse sulla benzina, debiti pubblici da sostenere, caste economiche ecc...)

http://www.quattroruote.it/listino/...alimentazione&ordine=ali&valore=ibrida&021943

esiste solo qualche prodotto jappan fuori prezzo

modello dell BYD low price
F3DM (Dual Mode)
16.000 euro
http://www.omniauto.it/magazine/7034/byd-f3dm-prima-ibrida-cinese
gia' in produzione :clap:

Warren Buffet, entrato al 10% ;)
non c'e' niente da fare il futuro puo' venire solo dai cinesi :bye:
 
Ultima modifica:
oil, cina, recessione

20 luglio 2010 – Nel 2009, in anticipo di almeno cinque anni rispetto alle previsioni degli analisti, la Cina ha superato gli Stati Uniti nel consumo di energia diventando il Paese più ‘energivoro’ al mondo. Si tratta di un passaggio epocale in quanto gli Usa detenevano il primato da oltre un secolo. Il sorpasso è attestato dai dati dell’Internation Energy Agency, secondo i quali, l’anno scorso il Dragone cinese ha divorato una quantità di energia equivalente a 2.252 milioni di tonnellate di petrolio, il 4 per cento in più degli Stati Uniti che si sono fermati (a causa della recessione) a 2170 milioni di tonnellate.



“Il sorpasso della Cina sull'America simbolizza l'inizio di una nuova era dell'energia”, ha sottolineato l'economista capo della Iea, Faith Birol. Un’era in cui non cambieranno soltanto gli equilibri geopolitici e il timoniere alla guida del pianeta, ma anche il peso delle varie fonti di energia nel mix energetico. Il dato sul consumo dell’Iea sul consumo energetico delle due superpotenze comprende tutte le fonti di energia, dal greggio al nucleare, dal carbone all’idroelettrico e, dunque, anche le fonti rinnovabili, settore nel quale la Repubblica popolare si sta affermando come leader incontrastato, sia nella produzione di energia, sia negli investimenti, sia in un prossimo futuro in campo tecnologico.



Gli analisti di settore prevedevano che Pechino avrebbe scalzato Washington dal podio nel giro di cinque anni, ma la recessione globale (che ha colpito gli Usa più duramente della Cina) ha anticipato i tempi e ridotto la produzione delle industrie americane. Gli Usa restano saldamente in testa per consumo di energia procapite e impiego di petrolio: ogni cittadino americano, infatti, utilizza ogni anno l'energia sfruttata in media da cinque cinesi. L’America, inoltre, brucia ogni giorno 19 milioni di barili al giorno contro i 9,2 milioni della Cina anche perché Pechino dipende ancora largamente dal carbone.Tuttavia, secondo l'Aie, la differenza nei consumi tra le due superpotenze sembra destinata a crescere visto che, ha spiegato Birol, “la Cina dovrebbe costruire impianti per la produzione di energia per 1.000 GW nel giro dei prossimi 15 anni. Equivalenti all’intera capacità di produzione elettrica negli Stati Uniti al giorno d’oggi”.



Secondo quest'ultimo, la Cina necessiterà di investimenti per 4mila miliardi di dollari nel prossimo ventennio per sostenere la sua economia ed evitare blackout e blocchi delle forniture di carburante. Lo status di primo consumatore al mondo di energia significa che Pechino eserciterà un'influenza sempre più forte sui mercati dell'energia planetaria.

dico 5 annni di anticipo rispetto alle previsioni. OIL OIL sempre oil per me l'esperienze di lei e ssn mi hanno insegnato parecchio:bye:
 
Occhio ai Cinesi

La Stampa - Wall Street cancella cento società cinesi


Wall Street cancella cento società cinesi


Poca trasparenza e truffe agli investitori: così sono andati persi miliardi di dollari


L’antico braccio di ferro economico tra gli Stati Uniti e la Cina si sposta a Wall Street, dove un centinaio di aziende della Repubblica popolare sono state cancellate dai listini con l’accusa di frodi ai danni degli investitori. Miliardi di dollari bruciati da compagnie che truccavano i conti, producevano poco o nulla, e vendevano beni senza neppure informare gli azionisti. Il provvedimento è stato preso dalla presidentessa uscente della Securities and Exchange Commission, Mary Schapiro, dopo che per oltre sei mesi ha cercato inutilmente di convincere le autorità di Pechino a collaborare con la sua inchiesta, e recuperare almeno in parte le perdite.

La vicenda è cominciata verso la fine del decennio scorso, quando molti investitori americani volevano fare profitti sfruttando il boom economico cinese, e le imprese della Repubblica Popolare erano felici di recuperare capitali che le aiutassero a crescere. Il risultato fu un’invasione dei listini di Wall Street e del Nasdaq, facilitata da concessioni che acceleravano l’ingresso in Borsa. Il meccanismo più utilizzato era quello della «reverse merger», ossia la fusione con una compagnia dormiente, già registrata presso la Sec. Questo evitava alle aziende di Pechino tutta una serie di ostacoli burocratici, aprendo in fretta la porta dello Stock Exchange.
I problemi sono cominciati ad emergere l’anno scorso, dopo che diversi piccoli e grandi investitori americani avevano pompato miliardi di dollari in queste nuove opportunità. Per esempio si è scoperto che la Puda Coal, una compagnia mineraria della Cina rurale, aveva venduto tutti i suoi centri per l’estrazione del carbone senza dire nulla ai propri azionisti. In altre parole, era diventata un contenitore vuoto. Le contrattazioni sui suoi titoli erano state sospese, e chiunque ci aveva scommesso su aveva perso tutto.

Discorso simile per la China Integrated Energy, una grande impresa che in teoria doveva produrre 100.000 tonnellate di biodiesel l’anno. Jon Carnes, uno «short seller», si era fatto venire qualche dubbio, e aveva mandato degli investigatori muniti di telecamera davanti ad una fabbrica nella remota città di Tongchuan. Risultato: nel corso di quattro mesi, solo sei camion si erano fermati per raccogliere e trasportare materiali.
In teoria, queste aziende per essere quotate a Wall Street dovevano sottoporsi agli stessi controlli di quelle americane, e quindi all’esame delle società di revisione. La realtà è che da una parte le società di revisione non hanno fatto bene il loro lavoro, e dall’altra gli schermi alzati dalle autorità della Repubblica Popolare hanno consentito ai manager di truccare i conti e le stime come preferivano.

Nel luglio scorso Mary Shapiro è andata a Pechino per chiedere chiarimenti su una quarantina di casi documentati di frodi. Ha incontrato il vice premier Wang Qishan, ma si è vista chiudere rapidamente la porta in faccia. Per mesi ha cercato di riaprire il filo della trattativa, nella speranza che i cinesi accettassero di collaborare, ma tutto è stato inutile. Quindi a dicembre, quando il suo mandato è scaduto, ha deciso di passare all’azione. Un centinaio di compagnie della Repubblica Popolare sono state cancellate dai listini, tanto a Wall Street quanto al Nasdaq, dove il ceo Robert Greifeld si è giustificato dicendo che le informazioni ricevute sulle aziende accettate in passato erano truccate e impossibili da verificare.

Recuperare i miliardi persi a questo punto sembra impossibile, ma la Sec vuole quanto meno bloccare un imbroglio che si aggiunge alle già troppe dispute economiche con Pechino.
 
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