OGGI 27 gennaio, ricorre il giorno della Memoria

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Lou Cypher

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Choc in Germania, a un giorno dal ricordo della Shoah pubblicate parti del Mein Kampf

L’iniziativa dell’editore inglese Peter McGee arriva un giorno dalla giornata delle memoria. Domani alcune decine di pagine dell’opera usciranno in Zeitungszeugen, un settimanale specializzato nella letteratura nazista degli anni 1933-45


Mein_Kampf.jpg


La copertina del Mein Kampf


Ci siamo quasi: il 27 gennaio, il giorno della memoria. Il ricordo della Shoah: per non dimenticare. Ebbene, domani, proprio il giorno che lo precede (strana coincidenza), sarà pubblicata in Germania, per la prima volta dal Dopoguerra, una serie di brani di Mein Kampf, la «bibbia» hitleriana (ai tempi l’edizione del libro aveva lo stesso formato del testo sacro). L’iniziativa, criticatissima, è dell’editore inglese Peter McGee. Ma il dibattito sul progetto, che rompe un tabù in terra teutonica, si estende anche a una scadenza non così lontana. E che riguarda il mondo intero: dal 2016 Mein Kampf sarà libero di diritti. Potrà essere utilizzato liberamente nell’era di Internet. Come procedere? Imporre solo edizioni critiche e ampiamente commentate? Introdurre limiti e autorizzazioni?

Polemiche in Germania: giusto pubblicarlo? Domani alcune decine di pagine dell’opera usciranno su Zeitungszeugen, un settimanale specializzato nella letteratura nazista degli anni 1933-45, riproposta a destinazione di ricercatori e storici. Una rivista di nicchia, ma che questa volta esce con oltre 100mila copie. McGee, l’editore, ha detto di voler mostrare che, «dietro alla bibbia diabolica, che in realtà nessuno ha letto, si nasconde un’opera di infima qualità e confusa». Da parte sua il Land della Baviera, che detiene i diritti d’autore su Mein Kampf e che ne ha sempre impedito la pubblicazione, pure di stralci, in Germania, starebbe per procedere per vie legali contro McGee.

«La mia battaglia»? Un vero best-seller – Non è, comunque, per niente sicuro che, almeno fuori dai confini tedeschi, il libro-manifesto di Hitler sia così sconosciuto. Mentre il Fuhrer era ancora vivo, del suo libro (scritto fra il 1924 e il ’25) si vendettero più di dieci milioni di copie, soprattutto in Germania e a partire dal 1933, dopo l’ascesa al potere di Hitler. Che rinunciò al suo stipendio di cancelliere, potendo vivere agiatamente con i diritti intascati grazie a «La mia battaglia». Ma il successo del libro è continuato a livello mondiale anche dopo: secondo lo storico Ian Kershaw, ne sono stati venduti almeno 70 milioni di esemplari, in sedici lingue, dalla caduta del nazismo. E per Bernard Bruneteau, professore di scienze politiche all’università di Rennes, ci sarebbe un rinnovato interesse da una ventina d’anni. «Nel libro si trattano temi come lo schock fra le civiltà e i conflitti etnici – ha sottolineato al settimanale francese Le Point -: i fantasmi di questo tipo, con il ritorno degli estremismi in Europa e le tensioni nel Medio Oriente, hanno favorito un nuovo interesse nei confronti di Mein Kampf».

Le regole di pubblicazione nel mondo in realtà variano da Paese a Paese. In Francia è autorizzata dal 1979, ma per fini storici e con una premessa esplicativa obbligatoria. In Olanda la vendita è illegale, ma non il possesso. Entrambi, invece, sono proibiti in Austria e in Israele. Il libro è liberamente venduto nel Regno Unito e negli Usa. In Italia, nel Dopoguerra, Mein Kampf è stato a lungo stampato solo dalla Kaos, mentre nel 2009 le Edizioni di Ar (di Franco Freda) lo hanno ripubblicato, commentato da Giorgio Galli. La prima edizione risale al 1934, quando la Bompiani pubblicò il testo su pressioni di Mussolini. Hitler, in un passaggio, portava ad esempio l’anti-bolscevismo del Duce. Che più tardi definì il libro «un mattone leggibile solo dalle persone più colte e intelligenti».

La scadenza del 2016: cosa fare di Mein Kampf? Al di là delle polemiche a Berlino per l’iniziativa dell’editore Peter McGee, resta un altro problema, la fine del copyright il 31 dicembre 2015, a 70 anni dalla morte dell’autore. Il testo diventerà di domino pubblico. A Parigi l’associazione Initiative de prévention de la haine chiede che si imponga, in Francia e, se possibile, anche altrove, una segnaletica particolare per il libro e l’obbligo che sia utilizzato solo se commentato e inserito nel suo contesto. Pure lo storico Marc Ferro ha sottolineato che «pubblicarlo liberamente, senza denunciarne i crimini che lì vengono istigati e senza riferimenti storici, sarebbe imprudente e molto pericoloso». In Mein Kampf Hitler polemizza, fra le altre cose, con il parlamentarismo e giustifica l’antisemitismo. Per lo studioso Bruneteau, però, «la lettura del testo mostra che Hitler è un uomo del Novecento e che il suo pensiero è estremamente datato. Timori eccessivi riguardo a Mein Kampf significherebbero sottostimare la maturità dei cittadini».

Choc in Germania, a un giorno dal ricordo della Shoah pubblicate parti del Mein Kampf | Leonardo Martinelli | Il Fatto Quotidiano
 
Temo che la bestia ritornera', ci stiamo/stanno di nuovo imbottendo di egoismo e di indifferenza , concentrati solo sui propri problemi .
 
:rolleyes:
che novità
radioislam.org/historia/hitler/mkampf/pdf/ita.pdf
 
Se questo è un uomo



“Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:



Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.



Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.



O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.”





(Primo Levi, Se questo è un uomo)
 
Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell'aria. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l'indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto e del senso morale davanti al principio d'autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un'idea.

Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.

[Primo Levi]

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Binario 21 - Wikipedia
Binario 21 è un luogo della memoria di Milano collegato alla Shoah e alle persecuzioni di cittadini italiani aderenti all'ebraismo perpetrate durante la seconda guerra mondiale per mano nazifascista in esecuzione delle leggi razziali fasciste.

Fu dal Binario 21 - un binario ferroviario situato nei sotterranei della Stazione di Milano Centrale, Memoriale dell'Olocausto ebraico - che il 30 gennaio 1944 circa 650 ebrei tenuti in prigionia nel carcere di San Vittore vennero avviati al campo di concentramento di Auschwitz, ovvero verso morte certa (solo una ventina riusciranno a tornare vivi dal lager).

I deportati vennero trasferiti su camion telati fino ai sotterranei della centrale, con accesso da via Ferrante Aporti. Tra di loro vi erano più di 40 bambini, tra cui Sissel Vogelman e Liliana Segre, sopravvissuta. La più anziana era Esmeralda Dina, di 88 anni.

Un precedente trasferimento di circa 250 ebrei verso il campo di concentramento si era avuto il 6 dicembre 1943; un ulteriore invio si sarebbe poi avuto nel maggio del 1944.[1]

Il restauro dell'area sotterranea del binario 21 e l'adattamento a museo-memoriale, lanciato nel gennaio 2010[2], è fermo per mancanza di fondi. Il Comune di Milano non ha versato i contributi promessi.[3]

Nella cultura contemporanea [modifica]

Al Binario 21 sono stati dedicati diversi lavori documentaristici e letterari, fra cui il film documentario Fratelli d'Italia? e l'omonimo lavoro teatrale di Moni Ovadia Binario 21. Il canto del popolo ebraico massacrato, realizzato con Felice Cappa e liberamente tratto dall'omonimo poema di Yitzhak Katzenelson, uno dei sopravvissuti ad Auschwitz.

Note [modifica]
1.^ Fonte: 02blog.it
2.^ Vedi: Articolo21.org
3.^ La Repubblica, 15 gennaio 2011
 
Al Binario 21 la prima targa per ricordare la partenza dei deportati per Auschwitz - Milano

MILANO - E' stata posata venerdì la prima targa commemorativa dei convogli partiti dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano in direzione del campo di concentramento: «30-1-1944, Milano-Auschwitz». La lapide è stata collocata su una delle banchine del Memoriale della Shoah del capoluogo lombardo, di fronte a dove sorgerà il Muro dei Nomi. E' la prima di 20 targhe che ricorderanno tutti i convogli di deportati partiti dalla Stazione di cui si hanno finora notizie.* La posa ha dato quindi il via a un reading di brani letterari sulla deportazione e sul genocidio a cui ha partecipato anche Liliana Segre, l'ultima superstite di coloro che furono deportati su quel treno il 30 gennaio 1944

* Di certo, nelle memorie di Suor Enrichetta (superiora delle suore di san Vittore) del Cardinale Schuster che tanto si adoperò per evitarle la deportazione e che quindi era ben a conoscenza di cosa succedeva, si troverebbero maggiori dettagli ...
Il 23 settembre 1944, pregata da una detenuta di origine armena, si lascia convincere a far recapitare un biglietto ai famigliari di questa al fine di salvare i fratelli ricercati. Il biglietto, però, viene intercettato: viene arrestata e con lei le due collaboratrici. L'accusa è di spionaggio con il rischio e quasi la certezza della condanna alla fucilazione o alla deportazione in Germania. Diventa la matricola n. 3209. E' messa in isolamento. Dopo 11 giorni di detenzione, grazie al Cardinal Schustere a un amico di Mussolini, il pericolo della deportazione in Germania viene scongiurato
 
E se mai doveste andare a Berlino, vi consiglio di ritagliarvi qualche ora e fare un giro qui...



MUSEO EBRAICO DI BERLINO
un Esempio di “architettura emozionale”
di Alessia Alasso

“Architecture is a language” è questo il concept che nutre l’architettura di Daniel Libeskind e che viene concretizzato attraverso una delle sue più importanti opere: il Jüdisches Museum (inaugurato nel 2001).
Originariamente, il progetto nasce per ampliare il preesistente edificio storico del Museo di Berlino, inserendosi nel quartiere barocco, il Friedrichstadt sud, distrutto dalla guerra.
Ma Libeskind non si lascia influenzare dall’architettura che avvolge il “vuoto” che andrà a colmare con la sua opera, negando il tessuto urbano esistente; l’originaria idea di ampliamento e di integrazione al Museo preesistente viene stravolta da un progetto che riassume la storia degli ebrei in Germania.
L’architetto ha definito il suo progetto “between the lines” perché è proprio tra una serie di intersezioni di linee che dà vita a un corpo edilizio scultoreo, dal profilo drammaticamente spezzato, che riprende la forma geometrica di una saetta; da qui il soprannome blitz, che in tedesco significa fulmine.
Un taglio, una ferita che scolpisce, graffia il disegno urbano della città; un segno forte percepibile dall’osservatore esclusivamente attraverso una vista aerea, che si materializza anche tramite il rivestimento esterno in zinco, anch’esso “squarciato” da aperture oblique di diverse dimensioni.
Il museo è un volume che si chiude in se stesso, privo di qualsiasi contatto con la città; non ha un accesso diretto dall’esterno e per poter accedere bisogna passare dal vecchio edificio.
L'entrata al museo è stata intenzionalmente resa difficile e lunga, per far rivivere al visitatore il difficile cammino della storia ebraica.
L’ingresso è costituito da uno squarcio su una parete bianca e conduce a degli spazi caratterizzati da un gioco di muri bianchi, neri, spigolosi, inclinati che, grazie anche alla luce fredda emessa dai neon, accentuano la sensazione di tensione, di angoscia e di dolore.
Una rampa di scale che collega i due edifici conduce a un sotterraneo scomposto in tre assi, una sorta di tridente, che simboleggia i diversi destini del popolo ebraico: l’asse dell’Olocausto confluisce a una torre denominata la Torre dell'Olocausto; l’asse dell’Esilio conduce a un giardino quadrato esterno, denominato Giardino dell’Esilio; l’asse della continuità, collegato agli altri due corridoi, rappresenta il permanere degli ebrei in Germania nonostante l’Olocausto e l’Esilio.
Il percorso che conduce alla torre dell'Olocausto, parte da un muro nero. Il nero diventa il simbolo della tragica assenza di razionalità e amore, il simbolo del “sonno della ragione”.
Al termine della strada ci si trova di fronte a un portone imponente, ad li là del quale si apre la torre: una struttura completamente vuota, buia, circondata da alte pareti in cemento. Non c’è nessuna finestra da cui guardare, ma soltanto una stretta feritoia posta in alto, dalla quale riesce a filtrare la luce diurna.
È impossibile vedere fuori e capire dove si è, così come accadeva agli Ebrei nei campi di concentramento. L’aria entra attraverso piccoli fori praticati su una parete, che richiamano quelli attraverso cui veniva immesso il gas nelle camere di morte.
Simbolica diventa anche una scala metallica a circa due metri e mezzo dal pavimento; mezzo di salvezza e di speranza che ha nutrito gli animi degli ebrei, ma qui è irraggiungibile, così come la salvezza di molti di essi.
Durante il percorso a un tratto la materia si “smaterializza”, il pieno viene svuotato per condurre il visitatore a meditare; sono pause di raccoglimento e silenzio.
Il vuoto, tema dominante del museo, assume un grande significato: l’impossibilità di colmare secoli di sofferenze e di dolore. Ma a tratti questo silenzio viene interrotto dal suono freddo del metallo: sono i visitatori che addentrandosi nel grande vuoto calpestano una fitta e assordante distesa di piccole facce di ferro dalla bocca sbarrata in un urlo.
Proseguendo si incontra il secondo asse che conduce al Giardino dell’Esilio; attraverso una porta vetrata si entra in contatto apparente con l’esterno. Un alto muro di cemento avvolge la superficie quadrata del giardino in modo tale che dall’esterno non si possa vedere nulla.
Dentro il giardino, quarantanove colonne quadrate in cemento armato svettano in cielo, recando in sommità degli alberi, definendo una sorta di labirinto che reca anch’esso la sensazione di disagio. Il numero delle colonne serve a ricordare la data di nascita dello Stato di Israele (1948) e la colonna in più, centrale, rappresenta la città di Berlino. Gli alberi, gli olivagni,
simbolo di pace, collocati in contenitori stretti (che ne rendono difficile la crescita) rappresentano invece la forza e il coraggio degli ebrei esiliati.
L’uso di un piano di calpestio inclinato di sei gradi è stata una tecnica voluta da Libeskind affinché il visitatore provasse la stessa sensazione di straniamento e disagio che hanno provato gli ebrei: camminando tra i pilastri si prova, infatti, una straniante mancanza di equilibrio.
Infine, la terza strada è rappresentata da una lunga scala che, col suo moto ascensionale, accompagna il visitatore alle sale espositive disposte su tre piani. Questo è un percorso illuminato attraverso lucernari e finestre laterali.
La sua linearità simboleggia la continuità della storia e la consapevolezza del fatto che la vita va avanti, che esiste una speranza di salvezza. Ma, percorrendo la scala, lo sguardo viene drammaticamente “attaccato” da intrecci di travi strutturali inclinate che, come schegge, penetrano nei muri che camminano parallelamente alla scala rendendo lo spazio, ancora una volta, teso ed emozionante. Loro funzione è inoltre quella di ricordare l’imprevedibilità della storia.
Il Museo Ebraico di Berlino testimonia dunque la forza espressiva di un’architettura capace di essere “compresa” senza bisogno di intermediazioni.
 
un ricordo anche per tutti i genocidi dimenticati e non ricordati da nessuna giornata:
Boeri e Zulu, Armeni, Curdi, Tedeschi della Prussia orientale, Nativi americani, Tutsi, bosniaci, kulaki ucraini, cambogiani, africani del Darfur, Bosniaci e tutti quelli che neanche conosco.

Una preghiera
 
un ricordo anche per tutti i genocidi dimenticati e non ricordati da nessuna giornata:
Boeri e Zulu, Armeni, Curdi, Tedeschi della Prussia orientale, Nativi americani, Tutsi, bosniaci, kulaki ucraini, cambogiani, africani del Darfur, Bosniaci e tutti quelli che neanche conosco.

Una preghiera

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La Germania non ha responsabilita' verso gli altri popoli...

Un ultimo ricordo a tutti gli assassinati dall’Uomo che troppo spesso si trasforma in belva verso i suoi simili ma una considerazione è doverosa


Shoah: un giovane tedesco su 5 non sa cosa sia Auschwitz

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Berlino, 25 gen. - Un giovane tedesco su cinque (21%) di eta' compresa tra 18 e 29 anni ignora cosa sia stato Auschwitz. Lo rivela un sondaggio del settimanale Stern in occasione della Giornata della Memoria, che si celebra venerdi' e che coincide con la liberazione del campo di sterminio nazista da parte dell'Armata Rossa. Anche sull'ubicazione del lager le conoscenze di molti tedeschi sono lacunose: il 31% non sa che si trova in Polonia.

Dal sondaggio emerge anche che il 43% non ha mai visitato uno dei luoghi in cui venne compiuto l'Olocausto, con la percentuale che sale al 46% tra i tedeschi dell'ovest, mentre solo un tedesco dell'est su quattro (27%) non si e' mai recato di persona in uno di questi luoghi dell'orrore.

Quasi due terzi dei tedeschi (65%) affermano poi che la Germania a causa del suo passato non ha responsabilita' verso altri popoli, con il 31% che manifesta un'opinione opposta.

____________________________


Sì, avete letto bene: 52 milioni di tedeschi ritengono che la Germania non abbia alcuna responsabilità...:(

L'Alieno è capitato lì per caso...:rolleyes::mad:
 
Incomprensibile e secondo me inammissibile che Ausmerzen di Paolini non venga trasmesso dalla Tv pubblica soprattutto dalla rete uno la più diffusa sul territorio nazionale! S
 
Incomprensibile e secondo me inammissibile che Ausmerzen di Paolini non venga trasmesso dalla Tv pubblica soprattutto dalla rete uno la più diffusa sul territorio nazionale! S

:D semplicemente perchè Paolini ha fatto l'accordo economico con La7, probabilmente esclusivo (mi sembra che abbiano trasmesso anche altre recite di Paolini)
 
Sulle vicende del Binario 21, di cui oggi è ricorrenza, ho trovato un filmato.


Il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano una umanità dolente, composta di cittadini italiani di religione ebraica di ogni età e condizione sociale, veniva caricata tra urla, percosse e latrati di cani su vagoni bestiame.
All'alba di una livida domenica invernale più di 600 persone avevano attraversato la città svuotata partendo dal carcere di San Vittore su camion telati e avevano raggiunto i sotterranei della Stazione Centrale con accesso da via Ferrante Aporti.
Tutti loro, braccati, incarcerati, detenuti per la sola colpa di esser nati ebrei partivano per ignota destinazione. Fu un viaggio di 7 giorni passati tra sofferenza e ansia.
I bambini da 1 a 14 anni erano più di 40, tra di loro Sissel Vogelmann di 8 anni e Liliana Segre di 13. La signora Esmeralda Dina di 88 anni era la più anziana.
All'arrivo ad Auschwitz la successiva domenica 6 febbraio circa 500 fra loro vennero selezionati per la morte e furono gasati e bruciati dopo poche ore dall'arrivo.
Dal binario 21 era già partito un convoglio con quasi 250 deportati il 6 dicembre del 1943, ne sarebbero partiti altri fino a maggio del 1944.




Il binario 21 è un luogo sotterraneo, nascosto ...
... e poco si sa dei luoghi dove molta di questa gente (alcuni presumo che non fossero di Milano) venne radunata e condotta, prima di essere smistata a San Vittore



”Spaventa il pensiero di quanto potrà accadere
fra una ventina d’anni
quando tutti i testimoni saranno spariti.
Allora i falsari avranno via libera,
potranno affermare o negare qualsiasi cosa.”

Primo Levi
 
Binario 21

Per un paradossale viaggio a ritroso ...

... il binario 21 è collegato a questo:


Disegnato da Ulisse Stacchini e inaugurato nel 1931 per accogliere la famiglia Savoia, e' ritornato al suo antico splendore il Padiglione Reale della Stazione Centrale di Milano.

A seguito dell’importante opera di restauro realizzata da Grandi Stazioni Spa, di concerto con la Soprintendenza per i Beni Architettonici di Milano, e conclusa nel mese di marzo del 2007, sono ritornati alla luce, lo sfavillio di luci irrimediabilmente impolverate dal tempo, e da una storia che non ha certamente invogliato ad esaltare ulteriori lati ed aspetti, di una monarchia fragile e povera di virtù.

Percorrendo pavimenti intarsiati attraverso un corridoio di arredi, mosaici e decorazioni marmoree si respira un’aria antica, surreale, un luogo che anche emotivamente contrasta con il frenetico movimento delle migliaia di passeggeri quotidiani che transitano nella stazione di Milano Centrale.

Il Padiglione Reale si articola in due sale disposte su due piani: la Sala Reale e la Sala delle Armi.

Anche se le moderne tecnologie avrebbero consentito di replicare l’ambiente in maniera esatta con materiali nuovi, si è preferito recuperare quelli originali, tutti pregiati, come il noce, l’onice, l’ebano il marmo verdello di Verona, senza contare le maioliche dipinte e svariati affreschi.

Sarà dunque sufficiente prenotare la visita (, dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 13 e dalle 14.30 alle 18 ) per tornare in un baleno al 1931, anno in cui la stazione fu inaugurata.



Per il Padiglione dei Ricevimenti, più comunemente chiamato Padiglione Reale, l’architetto romano Ulisse Stacchini progettò un grande atrio, uno scalone decorato, un grande salone con soffitto a cassettoni e arredi in legni nobili che denunciavano un dècor importante, ma meno avventuroso rispetto a quello del resto dello scalo ferroviario e quindi più consono al prestigio e all’autorità del Regno.

Il complesso, che ancora oggi si affaccia a metà della banchina dell’ultimo binario e gode anche di un accesso diretto da piazza Duca d’Aosta, è articolato su due livelli: al piano terra si trova, tra l’altro, la sala delle Armi, mentre a quello superiore si estende un unico ambiente, la sala Reale.

Numerosi sono i particolari originali che stimoleranno l’interesse dei turisti.
Per esempio il motivo a croce uncinata che decora parte del parquet, pensato in prospettiva di una possibile visita di Hitler.

Di fronte all’ascensore d’epoca si trova il bagno, particolarmente curato, con pareti stilizzate e specchiere, dietro una delle quali si nasconde una strana scala a pioli che fa pensare ad un vero e proprio “passaggio segreto”.

Assolutamente da non perdere sono poi i dipinti allegorici di Basilio Cascella, che dominano i tre ingressi del Padiglione sul versante dei binari e rappresentano tre episodi della storia di casa Savoia.
Una curiosità: furono eseguiti con piastrelle in maiolica dipinta invece che a mosaico a causa del limitatissimo tempo rimasto per le opere di finitura.



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Ultima modifica:
PS: una mia nota personale sulle svastiche sul parquet, perchè non mi convinceva la descrizione che ho trovato e riportato.
Essendo la sala inaugurata nel 1931 ... se il parquet fosse di quell'epoca ... la svastica a quei tempi era solamente il simbolo del partito nazionalsocialista, il partito e Hitler andò al potere nel 33 e solo allora divenne simbolo del terzo reich ... quindi improbabile.

Qui però ho trovato una critica di una persona che ha partecipato alla visita guidata dove si parla di rifacimento
b.site of the moon
"..La seconda cosa interessante, la più interessante secondo me dell'intera sala, è una parte di una delle due ali laterali. Infatti, non ho idea per quale caso della storia, si è conservata esattamente com'era, senza che a nessuno sia venuto in mente di devastarla. Mistero. Comunque, questa piccola zona era stata predisposta dal Fiero Alleato Galeazzo Musolesi, sempre prono al padrone tedesco, in vista di una visita di Hitler che non avvenne mai. Infatti, andò a Ostiense, a Roma. Maledizione.
Per accogliere degnamente il führer, fu rifatto il parquet di modo che fosse gradito al fine imbianchino.
Eccone due fotografie, perché la cosa è bizzarra. Prima di tutto, incredibile che il pavimento sia sopravvissuto al periodo successivo al 25 aprile 1945 (qualcuno parla di un tappeto opportunamente posizionato, leggenda), e poi che il fiero fassista Musolesi, o come chiamar lo si voglia, fosse giunto a un così avanzato grado di monaggine. Mi immagino la scena: "venga, dottor Hitler, venga a vedere (striscia), guardi qua che roba che abbiam fatto, eh? C'è la svastica, visto che roba? Siam proprio amicissimi, noi".
La sala, che buffa cosa, non fu mai utilizzata dal re gnomo. E nemmeno da Hitler. O da alcuno.
Restiamo piuttosto sorpresi dal pavimento in sé, in fin dei conti non ne son rimaste molte di cose di questo genere (euf.)

Ma la cosa più strana è che poi ho trovato questo racconto, dove si parla a pagina 9 di "svastiche girate al contrario"
BAR BOON BAND.rtf - la vita cont
il batterista che dormiva fra un’edicola e un garage guardava in basso quel caldo parquet in mogano, ornato da svastiche girate al contrario, come simboli del sole e coperto in alcuni punti da tappeti, immaginando di averlo come giaciglio, invece del solito quadrotto di plastica nera che aveva rubato sotto la metropolitana.
libroBBB1

:mmmm:

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un ricordo anche per tutti i genocidi dimenticati e non ricordati da nessuna giornata:
Boeri e Zulu, Armeni, Curdi, Tedeschi della Prussia orientale, Nativi americani, Tutsi, bosniaci, kulaki ucraini, cambogiani, africani del Darfur, Bosniaci e tutti quelli che neanche conosco.

Una preghiera

Una preghiera ed un Up per ricordare sempre...perchè non succeda mai più
____

Olocausto:
I calcoli delle vittime durante il genocidio degli ebrei d'Europa sono ancora oggi oggetto di dibattito nelle fonti; Adolf Eichmann, principale organizzatore della deportazione per lo sterminio, avrebbe indicato, secondo due deposizioni di membri delle SS al processo di Norimberga, una cifra oscillante tra i cinque ed i sei milioni di ebrei uccisi; durante il processo si stabilì in via ufficiale il numero di 5.700.000 morti, numero che concorda con i dati del Consiglio Mondiale Ebraico. Lo storico Gerard Reitlinger ha calcolato invece una cifra tra i 4.194.200 e i 4.581.200[111]. Raul Hilberg presenta la cifra di 5,1 milioni di vittime; Saul Friedländer scrive di 5-6 milioni di vittime ebree, di cui quasi 1,5 milioni avevano meno di quattordici anni[112].
Olocausto - Wikipedia

...e ricordare tutti i genocidi e tutte le guerre ...

come la seconda guerra mondiale: più di 71 milioni di morti

Conteggio delle vittime della seconda guerra mondiale per nazione - Wikipedia
 
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