opengate

FaGal

Nuovo Utente
Registrato
21/7/02
Messaggi
17.980
Punti reazioni
231
distribuzione informatica

Opengate, una parabola durata quattro anni

ADRIANO BONAFEDE

Giovedì prossimo, 12 giugno 2003, potrebbe di fatto terminare il cammino di Opengate, ovvero di quella che fu la prima matricola al Nuovo mercato, leader nella distribuzione di prodotti informatici (hardware e software) all’ingrosso. Se infatti all’assemblea prevista per quel giorno in terza convocazione non si presenteranno azionisti per almeno il 20 per cento del capitale, e non saranno pronti a rimettere mano al portafoglio, si creereanno le condizioni per lo scioglimento della società e la sua messa in liquidazione.
Contro questo possibile esito stanno lottando con tutte le forze l’attuale amministratore delegato, Stefano Perboni, e il presidente, Pietro Pozzobon, che ha una quota del 10 per cento del capitale. Questa è la quota più rilevante, mentre il resto del capitale è fortemente frammentato. Opengate è di fatto una vera public company, frutto non di una libera scelta ma di una serie di eventi: la società era già nata con una struttura frammentata, poiché era il risultato di una fusione tra cinque diverse società, ognuna nata dall’iniziativa di un imprenditore diverso, rimasto poi con la sua quota nel nuovo raggruppamento. Poi, nel giugno del 1999, c’era stata un’ulteriore diluizione del capitale con la quotazione. Finito il patto di sindacato fra i maggiori azionisti nel dicembre 2001, dopo che la crisi della new economy aveva già cominciato a mordere, c’è stato un fuggi fuggi generale. Basta pensare che in tempi recenti sono scesi sotto alla quota del 2 per cento anche Umberto Ronzoni e Vittorio Lasagni (ex presidente) dal precedente 7, mentre Bruno Botini è sceso al 4,8.
Proprio sull’eccessiva frammentazione dell’azionariato e sulla conseguente difficoltà di governo del gruppo mette l’accento Perboni, che spera in extremis di salvare la società e che punta il dito anche sulle banche: «Con l’ultima trimestrale avevamo dimostrato di poter pilotare la società lontano dalle difficoltà con un piano di ristrutturazione che stava cominciando a dare i suoi frutti, ma gli istituti di credito a un certo punto, verso gennaiofebbraio, hanno cominciato a togliere il loro sostegno finanziario».
Ha pesato in questa scelta delle banche il fallimento dell’ultima trattativa per trovare un "cavaliere bianco" che risolvesse d’un colpo i problemi di governance e infondesse quella fiducia ritenuta necessaria per portare avanti il piano di risanamento. La trattativa era quella con Laserline, un gruppo presente nella distribuzione di prodotti informatici, redditizio ma molto più piccolo di Opengate (la quale nel bilancio chiuso al 31 agosto 2002 era arrivata a fatturare 1.050 milioni di euro, mentre nel semestre chiuso il 28 febbraio scorso il giro d’affari era sceso a 501 milioni di euro). I due principali soci di Laserline si sarebbero ritrovati dopo l’incorporazione della loro società in Opengate con il 65 per cento della nuova entità. Ma le trattative si legge nell’ultima semestrale di Opengate si sono arenate per l’impossibilità di raggiungere un accordo sull’eventuale risoluzione del contratto in seguito alla due diligence.
Potrebbe dunque calare il sipario su una società che rispetto ad altre matricole del Nuovo mercato con un business più fumoso e aleatorio aveva un campo d’azione delimitato, quello della distribuzione all’ingrosso di prodotti informatici. La crisi di mercato da sola non basta a spiegare il crollo di un gruppo che nei quattro anni trascorsi è stato aiutato dalle banche a crescere per linee esterne arrivando anche ad acquistare tre società in Spagna e a espandersi nei settori delle elettroforniture, della logistica e financo dei trasporti, con ben quindici società controllate.
Dopo essere state molto accondiscendenti, le banche hanno deciso deluse anche dal progressivo disimpegno di molti soci fondatori di mettere un punto fermo e di lasciare la società al suo destino.
Ma la delusione maggior tocca, come al solito, ai tanti piccoli azionisti che hanno creduto in una società che sembrava ben posizionata nel settore della grande distribuzione all’ingrosso di prodotti informatici, un business in fondo abbastanza tradizionale. Le azioni, spinte dall’euforia dei mercati fino a quasi 150 euro all’inizio del 2000, sono scese fino ai minimi di 2,81 di venerdì corso. Chi, come molti azionisti della prima ora, le hanno rivendute al momento giusto, hanno fatto lauti guadagni. Chi invece ha creduto nel business, si ritrova con un pugno di mosche in mano.
--------------------------------------------------------------------------------
Da Affari&finanza lunedì u.s.
 
opengate..aprì la strada..ma ora...

Nuovo Mercato, compleanno amaro

MILANO - Il Nuovo Mercato festeggia il suo quarto compleanno. La sua prima matricola, Opengate, è arrivata il 17 giugno del '99 in piena "febbre" da titoli Internet. Ma oggi il listino per le aziende ad alta crescita mostra in maniera evidente i segni dello scoppio della bolla speculativa che ha coinvolto tutti i mercati finanziari e che soprattutto ha assottigliato la capitalizzazione dei titoli quotati e la consistenza dei portafogli degli investitori. Solo tre anni fa veniva considerata una normalità vedere un titolo come Tiscali capitalizzare quanto la Fiat. Oggi però si contano sulle dita di una mano i titoli che sono rimasti sopra il prezzo di quotazione (Tiscali, Vicuron ex Biosearch e Finmatica). La "corsa all'oro" si è trasformata in un rifiuto generalizzato per questo listino: le società potenzialmente quotabili preferiscono cercare le risorse finanziarie per crescere fuori dalla Borsa e gli investitori istituzionali preferiscono investire sulle blue chip, anziché essere vincolati agli sbalzi d'umore dei titoli poco liquidi. Borsa Italiana - che nel frattempo ha rafforzato la normativa del Nuovo Mercato - sottolinea che in realtà il Numtel non è poi così illiquido se confrontato agli altri mercati hi-tech. Inoltre l'istituto di Piazza Affari respinge anche le accuse di chi sostiene che nell'ammissione alla quotazione su questo listino sia stata posta scarsa attenzione nella valutazione delle capacità reddituali delle aziende. «In realtà - dice Luca Lombardo, responsabile del Nuovo Mercato - non ci sono mai state vere start-up. Il 41% delle delle aziende che sono state quotate al Numtel avevano al momento dell'Ipo un fatturato tra i 25 e i 100 milioni di euro. Il 18% tra i 100 e i 250 milioni». Non solo. Per Lombardo occorre anche prestare particolare attenzione all'andamento del margine operativo lordo (mol) delle società quotate al Nuovo Mercato. Oltre il 70% delle aziende ha un mol positivo, che tra il 2001 e il 2002 è salito, mentre i corsi azionari scendevano, di oltre 10 punti percentuali a livello aggregato. Quattro anni di volatilità. L'indice Numtel ha raggiunto il picco a 18.633 punti nel marzo 2000, ma nell'ottobre scorso ha rischiato di piombare sotto quota 1.000 che rappresenta il valore di lancio del 17 giugno 1999 (si è fermato a 1.070); la capitalizzazione delle società quotate, che aveva anche superato i 30 miliardi di euro, a fine maggio è ridotta a 7,6 miliardi (il 25% circa). È un bilancio da dimenticare anche se si considera il controvalore degli scambi: nell'ultimo mese di maggio sul Nuovo Mercato sono state infatti trattate azioni per 481 milioni di euro, poco meno dell'1% dell'ammontare complessivamente scambiato a Piazza Affari e meno di un decimo del record storico raggiunto a marzo 2000 (6,3 miliardi), quando le società quotate sul listino hi-tech erano soltanto otto. Un listino bloccato a 44 titoli. La crisi generalizzata delle Borse sta tenendo alla larga dal Numtel le potenziali Pmi italiane idonee a quotarsi su questo listino. Le società preferiscono in questo clima difficile trovare altrove i capitali per finanziare la crescita. Le debuttanti, che nel 2000 erano state addirittura 34, si sono drasticamente ridotte e da quasi due anni, dal collocamento di Esprinet del luglio 2001, nessuna società sembra disposta ad avventurarsi sul listino tecnologico. Scarsa la presenza degli investitori istituzionali. Molti esperti di Borsa attribuiscono parte della crisi del Nuovo Mercato alla carenza di investitori istituzionali. Nel corso degli ultimi dodici mesi, secondo un calcolo condotto dall'agenzia Radiocor, il numero degli investitori presenti nel capitale delle società quotate sul listino tecnologico con partecipazioni superiori al 2% si è ulteriormente ridotto, passando a 33 dai 42 del giugno 2002 e dai 46 di due anni fa. A fare la parte del leone è il gruppo Mps, presente con partecipazioni rilevanti nel capitale di sette società (Art'è, Aisoftware, Esprinet, Engineering, El.En, Dmail e Dada), ma nel complesso il capitale in mano ai grandi investitori (128,7 milioni di euro) resta una parte decisamente ridotta, soltanto l'1,69% dell'attuale capitalizzazione complessiva del Nuovo Mercato. Le aziende tornano a battere cassa. Le risorse raccolte con la quotazione sono state in molti casi già polverizzate. Sulle trimestrali delle 44 società quotate sul listino hi-tech emerge che la posizione finanziaria netta aggregata al 31 marzo 2003 è negativa per 180,65 milioni di euro. Segno che i 6,252 milioni, raccolti dal 1999 ad oggi, principalmente attraverso le Ipo e in parte attraverso gli aumenti di capitale, sono stati bruciati. Una situazione che si è aggravata rispetto alla fine del 2001, quando nelle casse delle società quotate sul Nuovo Mercato complessivamente c'erano ancora 1,428 miliardi. Le prossime mosse di Borsa Italiana. Negli ultimi mesi con il progressivo recupero delle Borse si è assistito anche a una progressiva diminuzione della volatilità. Nel mese di maggio si è infatti scesi al 18,5%, valori prossimi al listino tradizionale (15,4%) e lontani anni luce dai picchi segnati nell'epoca della bolla. Nel frattempo, con l'obiettivo di migliorare l'operatività del Nuovo Mercato, Borsa Italiana ha creato una task force interna, formata da professionisti del mondo della finanza e delle gestioni, che ha l'obiettivo di mettere in contatto i fondi nazionali ed esteri specializzati in small cap con le aziende quotate al Nuovo Mercato. CHRISTIAN MARTINO


Martedí 17 Giugno 2003

Il Sole 24 ore
 
Indietro