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Philippe Brenot
Geni da legare
Piccole stranezze e grandi ossessioni delle più eccelse menti della storia

"L'esaltazione creatrice è molto vicina alla melanconia, sorella della depressione, figlia della mania, ma anche parente prossima della follia, quando l'opera non riesce più a contenere tutte le reazioni psichiche elementari di piacere, dispiacere, interesse dell'artista."

Il saggio si apre con il tentativo di definire il concetto di genio: che cosa significa la genialità? da che cosa è contraddistinta? quali caratteristiche rendono "straordinaria" l'intelligenza di qualcuno rispetto alla massa?
A questa prima serie di domande, a cui l'autore tenta di dare risposta, segue un'analisi sul concetto di follia. Follia è davvero e solo una patologia della mente? quali connotazioni assume per apparire una forma di "devianza"? come si differenzia dalle normali caratteristiche comportamentali di ogni singolo individuo?
Quindi Brenot analizza da un punto di vista della storia della cultura, l'accostamento che fin dall'antichità è stato compiuto tra "genio" e "follia", ma che in particolare dal XVIII secolo e più precisamente dalle affermazioni di Diderot, è diventato ormai consueto.
Certo poeti, musicisti, filosofi hanno avuto una vita tendenzialmente (o esasperatamente) isolata. Frequenti appaiono nei loro comportamenti le forme maniacali: quasi tutti creano di notte e l'insonnia li domina, l'alimentazione è del tutto irregolare e la sessualità o quasi assente o piuttosto nevrotica. Le caratteristiche di vita di molti "geni" corrispondono a quelle che gli psichiatri considerano conseguenze, e contemporaneamente causa, delle maggiori e più gravi depressioni. Molti artisti hanno fatto uso di droghe, spesso in un primo momento solo come analgesici, in quanto insofferenti davanti alle frequenti emicranie o ai dolori provocati dalla loro salute, spesso precaria. Nasce però una dipendenza che non è solo fisica, anzi la droga appare come la pace, la tregua da sofferenze che sono spesso spirituali. Non viene però mai dichiarato da nessun artista che è l'uso delle droghe, o il loro effetto, che permette la creazione dell'opera d'arte.
È facile così affermare la stretta parentela tra genio e follia, ma si può anche constatare il rapporto strettissimo che permane in questi straordinari personaggi con il mondo dell'infanzia. Molti sono estremamente precoci, e questo avviene soprattutto nella musica, perché le aree sensoriali uditive sono le prime a svilupparsi. Baudelaire afferma: "Il genio non è altro che il dispiegarsi senza limiti di un'infanzia ritrovata" e Goethe insiste sulla "pubertà sempre rinnovata" dell'uomo di genio. Quindi, un po' folle e un po' bambino, il "genio" difficilmente si riesce ad integrare nel mondo degli adulti normali.
Molto interessanti nel saggio sono i capitoli dedicati al ruolo e all'importanza del rapporto con la madre (quello che Brenot definisce "il desiderio della madre") e all'assenza del padre, che in qualche modo appare quasi una chance in più, perché è proprio il superamento (l'uccisione) del padre che permette al genio di esprimersi compiutamente. Curioso è notare come questo valga soprattutto per gli scrittori e i filosofi, che sono gli unici ad usare uno pseudonimo, cioè una forma di parricidio che non crea sensi di colpa. A riprova della sua tesi l'autore mostra come gli pseudonimi non vengano infatti usati da chi è orfano di padre.
Tre sono gli elementi indispensabili all'originalità del pensiero e sono gli stessi tipici delle forme maniacali: l'ossessione, il perfezionismo e un alto livello di energia.
Ma che cos'è la creatività? "La ricca comunicazione tra inconscio e conscio, tra l'ordine simbolico e il linguaggio, tra la rappresentazione degli oggetti e il simbolismo delle parole". La definizione dell'autore indica come ci sia stretto rapporto tra essa e alcune particolari patologie.
Si può infatti constatare che Rilke sia sempre stato sull'orlo del baratro della schizofrenia; si osservano le dichiarate manie di persecuzione di Rousseau (che per altro era anche masochista) e di Schopenhauer. Molti geni sono stati rinchiusi in manicomio: Sade, Nietzsche, Baudelaire, Conrad, Lowry, Schumann, Munch, Utrillo, Artaud, Maupassant, Holderlin, Hemingway, Althusser, Van Gogh e molti altri.
Se il maniaco e l'ipomaniaco dormono poco, sono svelti col pensiero, agiscono rapidamente e soffrono di "tachipsichia", cioè hanno "cento idee al secondo", possiamo vedere come questo sia vero anche per molti artisti. Pessoa chiamava questo stato le sue "crisi di abbondanza", ne soffriva Virginia Woolf e il marito ce ne offre numerose e dolorose testimonianze. L'alternanza maniaco-depressiva di molti scrittori o filosofi è anche causa del numero altissimo di suicidi tra i letterati, mentre ce ne sono pochissimi tra i pittori e i musicisti.
In conclusione se "la strada dall'uomo all'uomo vero passa attraverso l'uomo folle", accostare questa genialità a pazzia appare quasi tautologico e forse ci permette anche di guardare alle patologie della mente con altri occhi.


Geni da legare. Piccole stranezze e grandi ossessioni delle più eccelse menti della storia di Philippe Brenot
Titolo originale: La génie et la folie en peinture, musique, littérature
Traduzione di Gisella Toselli
Pag. 304, Lire 30.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-4280-0
 
"Quindi, un po' folle e un po' bambino, il "genio" difficilmente si riesce ad integrare nel mondo degli adulti normali".

Lo sapevo che sono un genio.Io gioco ancora coi soldatini.
 
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